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Otto anni al servizio della chiesa nell’Amazzonia

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Mons Joaquín Pinzón con i missionari e i catechisti indigeni durante la visita del cardinal Filoni a Puerto Leguízamo, maggio 2016. Foto: VPL

Intervista di p. Angelo Casadei IMC a Mons. Joaquín Pinzón, primo vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo – Solano (Colombia)

Che significato ha il vicariato di Puerto Leguízamo?

Il papa Francesco diceva che la chiesa è presente nell'Amazzonia non di passaggio ma per rimanere e quindi l’esistenza di questo vicariato dovrebbe essere un segno chiaro di speranza e vicinanza per chi vive in questa regione di difficile accesso. Si tratta di un segno che dice dell'impegno della chiesa con i popoli e le comunità che abitano in questo territorio. 

Quali sono state le benedizioni di questo servizio missionario?

Sono tanti i segni di benedizione che hanno fatto parte di questo cammino di otto anni. Una prima benedizione grande è quella di poter contare con un gruppo di missionari con un cuore che ama l'Amazzonia e sono ben disposti a portare avanti l’annuncio della buona notizia di Gesù con questa gente offrendo il meglio di se stessi. Un'altra benedizione e quella di poter contare con animatori e animatrici delle comunità, laici impegnati che sono un punto di appoggio, una presenza della chiesa viva in tutto il territorio anche nelle comunità più lontane. Senza la loro presenza diventa difficile pensare a una azione evangelizzatrice che raggiunga tutte le comunità. 

il padre Angelo Casadei, autore dell'intervista, con religiosi e religiose che operano nel Vicariato di Puerto Leguízamo

Anche alcuni progetti sono stati una benedizione in questi otto anni: per esempio il progetto "Agrovida" di Solano, tutta una serie di attività che hanno come meta l'accompagnamento economico ed ecologico delle nostre famiglie nel medio ambiente amazzonico. Tante persone hanno imparato a rispettare e curare la selva,  a disboscare il meno possibile e organizzare pascoli più piccoli, curati ed efficienti. Con questo ci siamo sentiti parecchio in sintonia con la “Laudato sii” e abbiamo cercato di  invitare le persone a una cambio di mentalità profonda, invece di danneggiare e depredare, sentirsi parte viva di questo territorio da amare, rispettare e proteggere. 

Un'alta  importante luce è stata la "minga” amazzonica di frontiera (La “minga” è il lavoro comunitario che realizzano le comunità indigena con il fine di raggiungere un beneficio anche quello comune). Nel 2017 ci siamo seduti tutti attorno a un tavolo per riflettere assieme su come essere cittadini di questa terra che ci accoglie e che dobbiamo proteggere e non distruggere perché è la nostra casa comune. Erano presenti le autorità ancestrali indigene, così come la autorità della società civile, la politica e anche le autorità militari.

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Che posto ha il lavoro dei laici?

Sono loro, i laici e le persone che vivono quotidianamente in questa terra e che spesso qui sono nati, coloro che aiutano a scoprire cammini e spazi per il nostro impegno missionario. Loro sono quelli che indicano i bisogni e le esigenze concrete alle quali, come chiesa, dobbiamo dare una risposta. Così la chiesa diventa una costruzione che facciamo tutti assieme perché non avrebbe senso una evangelizzazione lontana dalle realtà concrete di questa regione.

Come si applicano nel vicariato i sogni di "querida Amazonía"

Il papa Francesco ci ha messo in cammino e non è un cammino corto né facile. In Puerto Maldonado (incontro del Papa con le comunità indigene, gennaio 2018) si è cominciata la preparazione del sinodo e fin dal principio ne abbiamo fatto parte e non solo gli evangelizzatori ma anche i bambini, i giovani, gli animatori di comunità, i catechisti. Quando il papa Francesco parla dei quattro sogni** che devono far parte della presenza della chiesa nell'Amazzonia, questi sogni non sono lontani da noi perché abbiamo anche noi contribuito a crearli. Il tema adesso è pensare in che modo farli diventare poco a poco realtà.

Nel campo ecologico abbiamo vari progetti fra i quali il progetto di pastorale giovanile che si chiama "giovani custodi della casa comune". Nel campo culturale  stiamo lavorando alla scuola di animatori della frontiere nella quale gli animatori sono invitati ad approfondire la loro identità e a sottolinearne i valori che saranno necessari per costruire, fra le altre cose, anche una chiesa con volto proprio. Il sogno sociale ci mette davanti alla responsabilità di pensare con occhi nuovi questo territorio come una cosa nostra, come una casa da gestire, difendere, conservare... e non distruggere e depredare. 

E finalmente il sogno ecclesiale è quasi conseguenza di tutti gli anteriori perché ci porta ad immaginare una chiesa nuova, con un volto proprio ed amazzonico, frutto di comunità cristiane mature e ministeriali. Proprio in questi giorni stavamo pensando ai bisogni ministeriali di queste comunità cristiane dove tutti passano partecipare e impegnarsi nella realizzazione di questo sogno comune.

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** Si descrivono i quattro sogni nel numero sette di "Querida Amazonia": "Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste. Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici".

video originale dell'intervista

Ultima modifica il Mercoledì, 19 Maggio 2021 18:18
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