Oct 25, 2020 Last Updated 4:37 PM, Oct 22, 2020

Comunità Ka Ubanoko minacciata di sfratto

Riunione della comunità Ka Ubanoko di migranti venezuelani, indigeni e non indigeni. Riunione della comunità Ka Ubanoko di migranti venezuelani, indigeni e non indigeni. Foto: Izaias Nascimento
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Nel mezzo della pandemia, alla comunità Ka Ubanoko, con più di 800 migranti, venezuelani e indigeni, viene ordinato di lasciare lo spazio che occupa dal marzo 2019 a Boa Vista, Roraima. I leader reagiscono: "Non vogliamo essere tutelati o costretti a vivere in condizioni di subordinazione.

 

Alla vigilia della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato e nel bel mezzo della pandemia di Covid-19, l'Operazione Accoglienza a Boa Vista ha comunicato, il 17 settembre, l'ordine di sfratto della comunità Ka Ubanoko (‘dormitorio comune’ in lingua Warao) composta da 850 migranti venezuelani, indigeni delle etnie Warao, Pemon, Eñepa e Kariña, e altri non indigeni. La decisione è stata presa dalla Task Force dell'Esercito Brasiliano, coordinatore dell'Operazione Accoglienza, anche se non ha avuto l'approvazione delle entità che fanno parte dell'Operazione Accoglienza. La causa data è che il ‘Clube dos Servidores’, proprietario del terreno dell’antico ‘Clube do Trabalhador’, voglia riabilitare i locali per servire i giovani e gli adolescenti.

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Nel Ka Ubanoko gli indigeni sono organizzati in gruppi sotto la guida di caciques (capi tradizionali). Foto: Jaime C. Patias

Conoscere per capire

Era l'inizio di marzo 2019 quando più di 600 venezuelani, tra cui 350 indigeni delle etnie Warao ed Eñepa, e 250 non indigeni occuparono lo spazio. Tutti loro vivevano fuori dai rifugi, molti nelle strade e nelle piazze, altri all’ombra degli anacardi nel quartiere Pintolândia. I missionari della Consolata, attraverso l'Equipe Itinerante, hanno accompagnato il gruppo fin dall'inizio e, insieme alla diocesi di Roraima, altre istituzioni e ONG, stanno aiutando la comunità.

L’odissea Warao

Per sapere di più su Ka Ubanoko, in particolare sugli indiani Warao del Delta Amacuro in Venezuela, guarda il documentario "Odissea Warao" prodotto dai giornalisti Marco Bello e Paolo Moiola della Rivista Missioni Consolata.

L'odissea continua. I residenti di Ka Ubanoko devono lasciare il sito entro il 28 ottobre. L'unica alternativa offerta agli indigeni è un nuovo Rifugio a Jardim Floresta. Per le persone non indigene, c'è la possibilità di spostarsi in altri stati, andare in rifugi o assumersi un affitto. L'ordine ha colto di sorpresa la comunità interetnica, in quanto ha una storia di lotte e ha dimostrato capacità di organizzazione e di autodeterminazione nella gestione dello spazio utilizzato da persone indigene e non indigene. Si rifiutano di lasciare lo spazio senza una consultazione libera e hanno scritto una lettera spiegandone le ragioni. Chiedono dialogo e chiedono di rimanere, anche temporaneamente, sul posto, perché capiscono che "il contesto di pandemia non è appropriato per uno spostamento di massa".

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La comunità Ka Ubanoko ha un gran numero di bambini. Foto: Jaime C. Patias

"Costretti, come Gesù Cristo, a fuggire"

Ci troviamo di fronte a migranti e rifugiati, ma anche a popolazioni indigene che si considerano sfollate interne, sempre "in fuga". Fu proprio questo il tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 celebrata questa domenica (27 settembre): "Costretti, come Gesù Cristo, a fuggire". In questo senso, la Congregazione delle Suore Missionarie Scalabriniane, dal 14 al 30 settembre, promuove la Campagna "in fuga" per sensibilizzare sulle situazioni di sfollamento interno nel mondo, sulle loro cause e conseguenze. Possiamo applicare questa situazione alla popolazione di Ka Ubanoko, che ora è costretta a trasferirsi.

I leader non accettano la decisione arbitraria. "Abbiamo un'organizzazione secondo i nostri modi e le nostre abitudini con la presenza dei caciques. Come popolo indigeno abbiamo il diritto a una consultazione libera, previa e informata", spiega Leany Torres Moraleda, uno dei leader Warao della comunità. "Siamo indigeni consapevoli della nostra realtà. Pensano di poter decidere per noi solo perché siamo migranti indigeni. Conosciamo la nostra storia. Non siamo migranti, veniamo da tutta l'America. Sono stati i coloni a costringerci a fuggire in altri spazi, ma ora stiamo tornando. Quando decidono per noi, violano il nostro diritto ad essere protagonisti", aggiunge Leany.

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Leany Torres organizza delle attività con i bambini della comunità Ka Ubanoko. Foto: Jaime C. Patias

Diritti Indigeni

La Legge sulla Migrazione, n. 13.445 (24 maggio 2017), garantisce ai migranti parità di trattamento e di opportunità; inclusione sociale, lavorativa e produttiva; pari e libero accesso ai servizi sociali (art. 3, IX-XI). Inoltre, la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), promulgata in Brasile il 19 aprile 2004, stabilisce il pieno diritto delle popolazioni indigene alla partecipazione e alla consultazione previa.

Sulla base di questi diritti, i leader di Ka Ubanoko si stanno organizzando per appellarsi al Ministero Pubblico Federale (MPF) e all'Ufficio del Difensore Pubblico Federale (DPF). Nel frattempo, continuano i tentativi di dialogo con il sostegno di diverse organizzazioni e della diocesi di Roraima.

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Lina Moraleda e Patricio Perez, coppia di indigeni Warao, fanno lavori artigianali. Foto: Jaime C. Patias

Yidri Torrealba, rappresenta le 160 famiglie di venezuelani di Ka Ubanoko. "Abbiamo ricuperato questo posto ed è già riconosciuto dai vicini di quartiere. Abbiamo imparato a vivere in una comunità attuando un'educazione differenziata per i bambini, dato che più del 50% non può ottenere posti nelle scuole. Prepariamo il nostro cibo con l'aiuto delle ONG, siamo professionisti che lavorano. Insieme possiamo superare tanti ostacoli. Vogliamo che la nostra voce sia ascoltata", dice.

Gli abitanti della comunità scendono in strada per guadagnarsi da vivere, raccolgono lattine, ferrovecchio da vendere, puliscono i parabrezza delle auto, vendono vari prodotti. Alcuni hanno attività proprie come fare sandali, riciclaggio, vendita di ortaggi, taglio dei capelli, manicure, artigianato, vendita di fast food all'interno e all'esterno della comunità.

Il rifugio non è la soluzione

Gli indigeni affermano che molti di loro non si adatteranno ad un Rifugio e finiranno per strada causando altri problemi. Anche la proposta spostarsi all’interiore del paese non piace.

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I leader discutono sul futuro della comunità Ka Ubanoko. Foto: Izaias Nascimento

Deirys Ramos, dell'etnia Eñepa, dice di sentirsi offesa. "Conosco i miei diritti e so cos'è una consultazione previa. Mi sento triste e ingannata dalle istituzioni che pretendono di difendere gli indigeni e i venezuelani". Per lei, il Rifugio Jardim Floresta non è la soluzione. "Non ci sono alberi, non c'è vento e saremo chiusi tutto il giorno. Fa caldo, non c'è privatezza. Un essere umano non merita di vivere in un posto come questo. Non avremo nemmeno il diritto di scegliere cosa mangiare. Pensi che ci accontenteremo di fare un po' di artigianato senza avere un lavoro degno? Lì non assicurano l'istruzione bilingue per i bambini", dice.

Nonostante le difficoltà, è opinione comune tra i leader che Ka Ubanoko sia molto meglio di un Rifugio, perché tutti si sentono liberi di prendere decisioni, di organizzare la vita con norme che sono assunte, rispettate e vissute da tutti. Hanno ricevuto il sostegno delle ONG e, anche in una vita precaria, lo considerano un buon posto per riprendere la vita in Brasile secondo i quattro verbi proposti da Papa Francesco: "Accogliere, proteggere, promuovere e integrare".

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Una giornata di servizio nella comunità con la partecipazione di varie organizzazioni. Foto: Jaime C. Patias

Particolare attenzione alle popolazioni indigene

A Boa Vista, c'è il rifugio Pintolândia, destinato alle popolazioni indigene ed è coordinato dall'UNHCR con la direzione della Fraternità Internazionale (FFHI). Oggi conta 538 indigeni. Secondo la Relazione di Attività per le Popolazioni Indigene dell'UNHCR, dei 5.000 rifugiati venezuelani e migranti indigeni registrati in territorio brasiliano dal 2018, il 65% presentano richiesta di asilo. La maggior parte di loro si trova nella regione Nord. Tuttavia, molti di loro si trovano già in 17 diversi stati del Brasile. Per quanto riguarda il popolo Warao, a Roraima ci sono circa 1.300 indigeni. Nel Pará ci sono più di 900 e in Amazonas 600.  Sebbene provengano dal paese vicino, questi dati mostrano il grande flusso di indigeni sfollati all'interno del paese. Sono ancora più vulnerabili e hanno difficoltà ad accedere a documentazione, alloggio, servizi igienici di base, mezzi di sussistenza, tra le altre cose. Per questo, l'Equipe Itinerante dei missionari della Consolata, accompagna gli indigeni con particolare attenzione.

 

* Jaime C. Patias, IMC, Consigliere Generale per l'America. Con informazioni della comunità Ka Ubanoko.

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