Nov 13, 2018 Last Updated 11:01 PM, Nov 11, 2018

P. Giuseppe Auletta: Missione come fratellanza

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“Un’esperienza di fratellanza universale” sono le parole con cui P. Giuseppe Auletta, missionario della Consolata, riassume i suoi 50 anni di vita religiosa missionaria appena celebrati lo scorso 2 ottobre. Passando qualche giorno a Roma, il 13 ottobre, lo abbiamo incontrato e chiesto di condividere con noi alcuni tratti della sua esperienza missionaria.

P. Giuseppe, hai appena compiuto 50 di professione religiosa, un lungo tratto vita missionaria. Parlarci un po’ di te stesso e della tua esperienza?

Dopo 42 anni, che il Signore mi ha permesso di vivere in Argentina, tutti ormai mi chiamano José, P. José Auletta, anche se sono italiano. Voglio premettere che il Signore ha permesso che questo cammino missionario cominciassi già quando ero nel seminario diocesano, prima a Potenza e poi a Salerno. Dopo aver concluso il liceo, sono entrato dai Missionari della Consolata a Bedizzole. Riferisco gli anni passati nel seminario diocesano, perché già lì è cominciata a maturare la vocazione. Ricordo il fervore missionario che si viveva nel seminario, soprattutto in occasione delle viste dei missionari. Ogni visita era davvero un avvenimento. Loro condividevano non solo la loro esperienza, ma ci facevano anche vedere dei film, per esempio Molokai. Il vedere P. Damiano nella sua dedizione, nel suo “martirio” del contagio, la sua vita tra i lebbrosi, è stato uno dei momenti forti. Stando in seminario accade che un mio prefetto era compagno di un missionario che era già entrato dai Missionari della Consolata: P. Pietro Parcelli. Fu lui che mi ha messo in contatto con P. Jesus Navarro, a quel tempo animatore missionario in Italia. Venne a Roma per un incontro dei Circoli Missionari, anche noi avevamo uno nel nostro seminario, e mi ha aiutato nel capire i diversi stimoli alla vita missionaria. Andare a Bedizzole fu anche significativo. Era allora un Noviziato internazionale e mi ha in molto aperto il panorama. La filosofia e teologia furono anni di forte formazione. Ho avuto professori come P. Achille Da Ros che insegnava etnologia, etnografia, storia dei popoli e delle religioni, ... loro, a me come missionario, hanno permesso mi si aprisse l’orizzonte.

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Sei di Matera, sud d’Italia, ora sei in Argentina. Come è accaduto tutto questo?

Dopo i primi anni di servizio in Italia, impegnato nella rivista Missioni Consolata, ho avuto la prima destinazione. Ricordo che mi fu dato a scegliere se l’Africa o l’America Latina. Io scelse quest’ultima. La Provvidenza mi fece arrivare in Argentina in nave, con la Cristoforo Colombo, che faceva il suo ultimo viaggio prima di essere smantellata. Partì il 28 ottobre 1976, fra qualche giorno quindi saranno 42 anni precisi, e arrivai il 12 novembre a Buenos Aires.

Quali momenti consideri più significativi ini questi 42 anni di missione?

Vorrei sottolineare che ogni fase precedente fu preparazione a quella successiva. Gli anni trascorsi in Italia, dal seminario diocesano al Noviziato, a Bedizzole poi la teologia, così anche in Argentina. Nei primi due anni ho fatto l’assistente nella Parrocchia di S. Francisco, poi per cinque anni l’animazione missionaria nella rivista a Buenos Aires. Una volta, in un’attività di animazione, accompagnai un gruppo di giovani per una missione al nord, a Machagai. Quindi, fu destinato da P. Alessandro Busnello, che ricordo con affetto, e arrivai al Chaco nel 1983.

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Lì è iniziato un dei momenti forti della mia vita missionaria. A carico della parrocchia, sì, ma vedevo che la realtà era multi: multietnica e multiculturale, criollos o contadini e gli indigeni. Pur essendo parroco, decise con le suore di andare a fare le prime visite alle colonie aborigene Chaco, che distano dalla parrocchia 20 km. Così, per lo meno una volta al mese, ci andavo e fu già un primo approccio alla realtà indigena dei Tobas, o Qom, come si chiamano nella loro lingua. La grazia di Dio volle che andassi a vivere 10 anni con loro, inserito nella loro stessa realtà. Quello fu il primo momento forte. Già da quei anni cominciai a collegarmi con ENDEPA, l’Equipe Nazionale di Pastorale Aborigena. ENDEPA ha ormai una storia di 35 anni. Sin dall’inizio, e sono grato per ciò che l’Istituto mi ha dato di vivere nel contesto del nostro ad Gentes carismatico, riconosco che ENDEPA mi ha aiutato a essere sempre di più concreto in questo impegno, con incontri, formazioni e anche con delle responsabilità, prima a livello diocesano nel Chaco, nella diocesi di Sáenz Peña - San Roque. Si sono seguiti 35 anni, prima 17 nel Chaco e poi, dopo un po’ di “purgatorio” nella Parrocchia di Merlo, Diocesi di Merlo-Moreno, ritornai al nord, però dall’altra parte. Prima ero nel nordest e ora nel nordovest. Qui ho vissuto un altro momento forte.

Come avevo fatto nel Chaco, dovette accompagnare problemi di conflitti di terra, impegnandomi lì con tutte le mie forze. L’essere in contatto con la gente fu per me una sorgente di una grande forza perché vedevo, non solo la gente soffrire, ma anche la gente che faceva fatica ad andare avanti a causa della violenza, sempre con la fiducia che alla fine la giustizia potesse dire la sua buona parola. Considero questo periodo della mia vita un grande regalo.

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Circa Argentina non sentiamo parlare molto di indigeni, pastorale indigena, dell’opzione per loro, come in altri paesi dell’America Latina. Potresti spiegarci che lavoro fa ENDEPA?

Credo che i popoli indigeni in argentina sono l’espressione concreta del nostro ad Gentes. I popoli indigeni dell’Argentina hanno a che vedere con il nostro carisma. Lo scoprire e inserirmi in questa realtà fu per me essere in sintonia con il carisma. Fu una gioia e soddisfazione lavorare con ENDEPA, nel suo impegno come chiesa locale, anche se a livello di Chiesa e di società ci fu sempre l’idea che in Argentina non ci sono indios. Invece i popoli indigeni sono una realtà evidente, soprattutto se consideriamo il momento forte del loro auto-riconoscimento, durante la riforma della Costituzione Nazionale. La prima Costituzione era del 1903. Quando si è fatta la riforma nel 1994, a che anche io ho partecipato, vedevamo i popoli indigeni che si aggiravano negli spazi della convenzione della riforma della Costituzione e loro ci sono stati presenti dal primo all’ultimo giorno. Li chiamavano i “convenzionali di corridoio”. Sempre addosso ad un convenzionale o ad un altro, per dire loro “noi siamo qui, esistiamo e abbiamo diritti!”.

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Questo è stato lo slogan del poster di quest’anno per la Settimana dei Popoli Indigeni, che si celebra ogni anno dal 19 al 25 di aprile. Esistono e hanno diritti. Loro questo dicevano in faccia ai Sig. Convenzionali. Che cosa successe con questa riforma? Alla fine, si approvò l’articolo 75 alinea 17, che finalmente riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni, il diritto alla terra, il diritto all’educazione bilingue interculturale, il diritto ad essere consultati quando ci sono questioni che riguardano loro. Avere un luogo nella Costituzione significava riconosce che esistono e hanno diritti. ENDEPA è stata presente in tutto questo cammino.

Io attualmente faccio parte della Coordinazione Nazionale che è composta da una coordinatrice-presidente e poi due coordinatori per la regione sud, per la regione nordovest e per la regione nordest. Presentemente sono coordinatore della regione nordovest insieme ad un'altra persona. Questa appartenenza mi permette di sentire che faccio equipe con la gente stessa che quando vedono che qualcuno è vicino a loro e cammina con loro, condivide con loro, allora ti fa sentire fratello.

Questa domenica abbiamo celebrato la canonizzazione di uno di coloro che ha fatto la scelta di stare con la gente, con i poveri nella sofferenza, Mons. Oscar Romero. Cosa dice oggi Romero alla missione e alla missione in America Latina?

Lui è uno dei testimoni-martiri, martirio come testimonianza, fino al dono del sangue nel caso di Mons. Oscar Arnulfo Romero. Stavo già in Argentina quando è successo e, anche se siamo distanti migliaia di chilometri, l’America Latina è tutta un cuor con uno stesso sentire, quella che chiamiamo la “Patria Grande”. Da Mons. Romero sottolineo il fatto che era stato designato vescovo come uno che avrebbe portato le cose avanti come sempre erano state portate avanti. Problemi o non problemi, la Chiesa dovrebbe rimanere al di fuori, non coinvolgendosi. Invece i poveri, gli oppressi soprattutto, quelli che soffrivano tortura ed erano sterminati lo hanno evangelizzato, come lui stesso diceva, e lo hanno convertito. Evangelizzazione e conversione ricevuta. Tante volte noi siamo inviati ad evangelizzare, a predicare la conversione, però lui ha avuto questa capacità: lasciarsi evangelizzare, lasciarsi convertire dai poveri. E quindi quando è morto dice “se io muoio risorgerò nei salvadoregni”. Per me la cosa più forte è che noi come missionari dobbiamo avere la stessa capacità. Lasciarci evangelizzare, lasciarci convertire soprattutto sentendo che noi non andiamo a portare chi sa che messaggio. Il messaggio loro già ce lo hanno nei “semi del Verbo”. L’impegno è quello di scoprire a vicenda, gli uni con gli altri, questi segni del Verbo e farli vita, farli incarnare. Il Verbo si è incarnato.

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