Sep 20, 2018 Last Updated 10:01 PM, Sep 19, 2018

Mozambico, quel legame cristiani-musulmani. E cultura matriarcale

  • Lug 03, 2018
  • di  Cristina Uguccioni - Vatican Insider/LA STAMPA
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Padre Giuseppe Frizzi, missionario della Consolata, vive in Mozambico da 43 anni Padre Giuseppe Frizzi, missionario della Consolata, vive in Mozambico da 43 anni
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Storie di convivenza tra i fedeli delle due religioni. Viaggio a Maúa, nel nord del Paese africano, alla scoperta dei macua-scirima e delle serene relazioni che uniscono la popolazione

Arcanjo Awal, musulmano, 60 anni, sposato, sei figli (due dei quali adottivi), vive a Maúa nel nord del Mozambico, un Paese che oggi guarda al futuro con fiducia e si sta lentamente riprendendo dopo un passato doloroso, segnato dalla lunga guerra civile conclusasi nel 1992. Maúa è un villaggio di circa 4mila abitanti situato nell’omonimo distretto dove vivono 25mila persone, il 30% delle quali cristiane (in maggioranza cattoliche), il 35% musulmane, il 35% seguaci della religione tradizionale.   

Arcanjo, piccolo imprenditore edile e falegname, descrive le relazioni tra cristiani e musulmani con queste parole: «Qui c’è spirito di fratellanza, ci rispettiamo reciprocamente; nei periodi di Ramadan e di Quaresima ci asteniamo da danze e canti e ci aiutiamo gli uni gli altri nella vita di tutti i giorni, ad esempio nel lavoro agricolo ma anche nelle ricorrenze religiose, nelle feste, nei riti terapeutici e in quelli di iniziazione. Ho molti amici cristiani e vivo con loro senza problemi, l’appartenenza religiosa non è motivo di divisione. Penso che la pacifica e operosa convivenza tra cristiani e musulmani che si vive a Maúa sia dovuta al fatto che siamo tutti figli dello stesso Creatore: ciò fonda la fratellanza». Arcanjo lavora spesso per le parrocchie guidate da padre Giuseppe Frizzi: «Mi piace molto lavorare con lui: ci legano amicizia e affetto sincero. Quello tra noi è un vero scambio di doni: ci si sostiene reciprocamente nel cammino umano e spirituale verso Dio».  

Parroco e studioso 

Padre Giuseppe Frizzi, missionario della Consolata, 75 anni, è giunto in Mozambico nel 1975, quando il Paese conquistò l’indipendenza dal Portogallo. Ha sempre esercitato il proprio ministero nel nord, una regione abitata dal popolo macua, l’etnia più numerosa del Mozambico (6 milioni di persone), che è costituita da diverse “sottotribù” fra le quali vi è quella denominata scirima. Da 31 anni padre Giuseppe vive a Maúa e guida due parrocchie, distanti 80 chilometri l’una dall’altra, composte complessivamente da oltre cento piccole comunità di fedeli sparse in numerosi villaggi del distretto. All’attività pastorale che ha caratterizzato la sua vita missionaria, ha sempre affiancato lo studio della cultura del popolo macua-scirima. Nel 2009 la Pontificia Università Urbaniana di Roma gli ha conferito la laurea honoris causa in Antropologia Missionaria per questa attività.  

L’inculturazione del Vangelo 

«Al mio arrivo qui, 43 anni fa – racconta – iniziai a studiare la lingua e la cultura macua-scirima per poter avvicinare e comprendere meglio le comunità che mi erano state affidate. L’annuncio evangelico non può infatti prescindere dalla conoscenza approfondita e rispettosa della cultura delle popolazioni che lo ricevono. L’inculturazione del Vangelo, ossia l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone e, al tempo stesso, l’introduzione di queste culture nella vita della Chiesa, è un processo lento; ed è un imperativo. Giorno dopo giorno, testimoniando il Vangelo nelle molte comunità, ho molto mietuto, ascoltando, domandando e, simultaneamente, seminando. Pazientemente, ho anche messo per iscritto i racconti, i proverbi, i princìpi religiosi e teologici, la visione del mondo di questo popolo, la cui cultura è orale». 

Le traduzioni 

Nel corso dei decenni padre Giuseppe – con l’aiuto di catechisti e di una piccola commissione locale costituita ad hoc – ha via via tradotto in lingua macua-scirima il messale, i canti, le preghiere, il catechismo degli adulti e dei bambini, e infine l’intera Bibbia. Ha inoltre completato il primo dizionario scirima-portoghese e la grammatica macua-scirima, introdotta in alcune scuole che hanno adottato il metodo bilingue. L’ultima sua opera è un corposo volume dedicato ai molti aspetti della cultura di questo popolo. A Maúa ha fondato e dirige il “Centro de Inserção Makhuwa Xirima” (CIMX), che svolge attività di ricerca, catalogazione e pubblicazione di documenti di questa cultura ed è frequentato da numerosi docenti e studenti provenienti da università mozambicane e di tutto il mondo.   

Dio è madre 

La cultura dei macua-scirima – che vivono prevalentemente di agricoltura, praticata con mezzi molto rudimentali – è matriarcale: «La donna è il paradigma di ogni espressione e attività umana; la dimensione materna è un valore superiore alla dimensione paterna. Per questo popolo Dio è Madre che continuamente genera. Si tratta di una religiosità notturna e lunare: è nel tempo della notte, nel tempo della luna e delle stelle, che Dio Madre prepara i suoi progetti per gli esseri umani, mentre il giorno è il tempo dell’uomo che vive e realizza tali progetti» spiega padre Giuseppe. «Questa cultura e questa spiritualità matriarcale costituiscono in certo modo il sostrato sia dei cristiani sia dei musulmani. Per quanto riguarda i cristiani, il compito di noi missionari non è quello di contrastare e rigettare la ricchezza del loro pensiero su Dio, ma di ampliare i confini della loro religiosità, introducendo la paternità di Dio e il messaggio di salvezza del Figlio».  

Da parte loro i musulmani «integrano l’islam con la cultura tradizionale»: a differenza però di quanto è avvenuto per il cristianesimo, ormai ben organizzato sul territorio, «qui l’islam è ancora poco strutturato: certo, esistono le moschee dove i fedeli si riuniscono a pregare ogni venerdì e le pratiche religiose vengono seguite con scrupolo ma, ad esempio, solo quest’anno i fedeli si sono messi d’accordo sulla data di inizio e fine del Ramadan. Sino ad ora, infatti, le famiglie lo cominciavano e terminavano in giorni diversi, in totale autonomia».  

Relazioni amichevoli 

In questo contesto culturale, i rapporti tra cristiani e musulmani sono molto amichevoli, familiari, dice padre Giuseppe. «C’è grande rispetto reciproco, una tolleranza piena; si lavora e si vive insieme in serenità: nella Caritas locale, ad esempio, prestavano servizio anche persone di fede islamica durante la guerra civile. Secondo la cultura macua-scirima “ognuno deve cantare la propria libertà e la propria responsabilità” e ciò vale soprattutto in ambito religioso. Per questo, ad esempio, quando un musulmano esprime il desiderio di convertirsi al cristianesimo non viene in alcun modo ostacolato. La libertà religiosa, per questo popolo, è un valore. Noi organizziamo, rielaborati in chiave cristiana, i riti di iniziazione per i ragazzi e le ragazze che diventano adulti e ad essi partecipa anche la gioventù musulmana».  

Il cheikh musulmano 

Per restituire la qualità dei rapporti che legano cristiani e musulmani padre Giuseppe racconta un aneddoto che ritiene particolarmente significativo: «Quando finii di tradurre la Bibbia in lingua macua-scirima venne a trovarmi un autorevole cheikh musulmano di Maúa, di nome Txirani: mi chiese se potevo tradurre anche il Corano. Dovetti declinare l’invito perché non conosco l’arabo, ma apprezzai molto la sua richiesta: essa esprimeva sia la sua piena fiducia in un cristiano sia il suo desiderio di rendere disponibile nella lingua locale il testo sacro dei musulmani, un desiderio nato dall’apprezzamento per l’opera dei cristiani, che traducono la Parola di Dio nelle diverse lingue del mondo».  

Un pezzettino di Paradiso 

Padre Giuseppe si dice convinto che le persone autenticamente religiose (di diverse religioni) che vivono e lavorano insieme in armonia possano insegnare al mondo che è possibile diventare amici e vivere uniti in pace: «È possibile realizzare un’intesa così profonda e bella da sembrare quasi un pezzettino di Paradiso». Conclude Arcanjo: «A Maúa abbiamo fatto chiarezza dentro di noi e compreso che la religione non può generare la guerra perché tutti siamo fratelli in Gesú e in Maometto. Chi ragiona in termini di lotta e di intolleranza non si ispira ai testi sacri, non conosce né la Bibbia né il Corano».  

http://www.lastampa.it/2018/07/03/vaticaninsider/in-mozambico-quel-legame-fra-cristiani-musulmani-e-cultura-matriarcale-4qtnntlB2RSdZ81BtZqisO/pagina.html

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