Jul 02, 2020 Last Updated 10:37 PM, Jun 29, 2020

Visita In Brasile: Un Piccolo Che Incontra Un Gigante!

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Amazzonia: la missione continua, nonostante tutto…

 Carissimi missionari ed amici,

Mi trovo in visita al Brasile, questo immenso paese, quasi più grande di Dio, secondo i suoi abitanti. Attualmente scrivo dall’Amazzonia: Manaus e Boa Vista, dove come Missionari della Consolata, siamo presenti da oltre 50 anni, accompagnando i popoli indigeni lungo tutta una “caminada” storica che ha portato all’omologazione della terra per gli indios. Il cammino è stato lungo e duro, molte sofferenze e ferite, anche dei morti, ma finalmente ha portato terra, riconoscimento di esistere e dignità a popoli che da sempre qui vivono e operano. Tuttavia, i problemi continuano, forse si fermeranno quando si fermerà l’uomo…e sia i popoli indigeni e sia i Missionari che li accompagnano si trovano in difficoltà a vedere il futuro, ad intravvedere sentieri per organizzare e realizzare il futuro. La gente nei villaggi soffre, non si trovano all’altezza di organizzare le loro terre e renderle produttive, solo il progetto della Mucca per l’indio” funziona e aiuta il popolo a mangiare. I giovani sono cambiati, seguono le mode del momento, la globalizzazione è arrivata anche da queste parti con tutte le sue conseguenze più dure. In un “vecchio articolo sull’Amazzonia” Monsignor Castro, recuperando un intervento di padre Castro Ricardo di Manaus, scriveva:” L’Amazzonia ci sfida ad imparare la resistenza dei suoi popoli e la sua dinamica cosmico-biologica. Questo significa contribuire all’elaborazione di una visione alternativa dell’Amazzonia che faccia fronte ai meccanismi di dominio che oggi arrivano in questa realtà con il nome di “sviluppo sostenibile”, monoculture, migrazioni forzate, poli industriali e altro. Questa visione deve tenere conto dei doveri che l'uomo ha verso l'ambiente naturale, il suo uso rappresenta per tutti una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera”.  Questa prospettiva è la base per riflettere sulla sostenibilità, che è la capacità che ha l’azione umana o di una società di soddisfare le sue necessità di base a tempo indeterminato, senza mettere a rischio l’esaurimento, la qualità e l’uso abusivo delle sue risorse naturali. La questione ambientale non si riduce quindi alla necessità di proteggere la diversità biologica per mantenere l’equilibrio ecologico del pianeta, ma cerca anche di valorizzare la diversità etnica e culturale della specie umana e di alimentare diverse forme di uso produttivo della biodiversità, in armonia con la natura. In questo contesto è importante valorizzare le forme mitologiche e i rituali dei popoli indigeni, che aiutano la valorizzazione del corpo e della terra, che ricordano costantemente il valore sacro di tutti i tipi di vita e della nostra dipendenza dalla terra e gli uni dagli altri. L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo.

Parole importanti e giuste, che trovano ancora oggi dei forti ostacoli per essere realizzate. La missione passa anche per questi momenti di ricerca, di apparente buio, di forte condivisione anche della debolezza di un percorso che arrivato ad una fermata, non ritrova più la strada principale, il cammino da seguire. Rimanere in mezzo a questa incertezza e disorientamento non è facile, ma è missione pure questa, è accompagnamento pure questo, è condivisione con un popolo.

 Brasile: paese dalle forti contraddizioni

 La prima impressione, arrivando in Brasile è proprio quella di avere davanti un paese di forti contraddizioni. Un paese affascinante, immenso nelle sue estensioni, distanze ed emozioni. Così pieno. Così forte. Così grande. Così vivace. Così come è. Le parole non bastano. Mi rendo conto che, una terra come quella brasiliana, non si riesce a definire solo a parole: servono gesti, sguardi, musica, immagini, e forse neanche così si riesce a dipingere una realtà tanto diversificata quanto unita. Unita in una spiritualità condivisa felicemente e naturalmente (come una capacità vitale che ogni essere umano possiede o decide arbitrariamente di possedere). Vissuta a diario, nelle piccole e grandi cose. Un arroz y fejon (riso e fagioli) per tutti (che ognuno si serva il suo piatto però). Una partita di calcio, che diventa un rituale, per vivere insieme emozioni fortissime con una cerveja bem geledinha (birra gelata). Mi colpisce la voglia di cantare e di ballare, espressione del desiderio di partecipare, di ascoltarsi e di aiutarsi. Mi colpiscono gli occhi di tanti bambini, con un padre e una madre molte volte assenti, ma presenti come figure nelle tante persone generose e coraggiose che poco a poco, giorno dopo giorno, portano il proprio granello di sabbia. I giovani sono il futuro: mai come in Brasile, risulta evidente. Credo che dobbiamo mettere più intensità ed impegno nell’accompagnarli, nel metterli al primo posto nelle nostre opzioni missionarie. Credo che dobbiamo aiutarli, stimolarli a pensare, a immaginare, a cantare, a ballare, a dipingere, a scrivere e a unirsi aiutandosi gli uni con gli altri. Dobbiamo impegnarci a dare speranza e gioia di vivere a persone che drammaticamente per il dove e il come nascono, non vedono altro che una società ingorda e rapace, sempre pronta a non interessarsi quando si tratta di rinunciare a certi privilegi che sia nel rispetto dell’ambiente e sia della società sono insostenibili: un lago contaminato, una favela ai piedi di un quartiere ultra-ricco, una scuola mezza diroccata o una semplice bambina analfabeta e denutrita… Queste situazioni possiedono le proprie contraddizioni, la loro complessità e la loro storia. Ma soprattutto possiedono e dovrebbero possedere il diritto ad avere un futuro migliore. Il Brasile è dei brasiliani. Loro, con la energia positiva, la lentezza esasperante, la spiritualità collettiva e la felicità contagiante hanno diritto a migliorarsi e migliorare una società con grandi differenze sociali, impaurita da fantasmi pre-costruiti su un uso della violenza come risposta e soluzione.

Hanno detto in un incontro di responsabili indigeni dell’educazione, radunati sotto una maloca con i bambini che giocavano, le donne anziane che preparavano da mangiare, le giovani ragazze che cercavano di apparire belle per i loro futuri fidanzati: “Vorremmo che i poveri capissero che la fame non è naturale, che è fabbricata e imposta ai più deboli. Con dolcezza, cerchiamo di mostrare loro che non sono poveri, ma impoveriti, che non soffrono solo per cause naturali, ma che sono vittime di un processo iniquo che è possibile cambiare. Ci sforziamo di fare scoprire loro che anche se minacciati, hanno forza; anche se sconfitti, continuano ad essere persone, portatori di dignità, di diritti e di un disegno particolare... Il nostro, quindi, è un lavoro di illuminazione delle menti, di sensibilizzazione dei cuori e di stimolazione delle volontà... Tutto questo lungo processo educativo-organizzativo genera una nuova coscienza collettiva che dà forme embrionali a un altro ordine comunitario locale e globale.”

 Metropoli brasiliane: la missione sulle strade della città

Strade ricolme di gente che va e viene, cammina di fretta, entra ed esce nelle mille botteghe che ostentano la propria mercanzia. Alti grattacieli, tutti uguali, ove risiedono migliaia di persone che non si conoscono e a stento s’incontrano sul pianerottolo del proprio appartamento. Condomini che si trasformano in prigioni di lusso, pieni di controlli e guardie private. Traffico intenso per le strade, filobus stracolmi e automobili veloci che, la sera, in un turbinio di luci, portano a casa lavoratori e lavoratrici stanche e sfinite. Notti fatte di suoni e di incontri, shopping che si trasformano in piazze ricolme di gente, vetrine che ostentano cose inutili e corpi che si vendono per pochi soldi. Mi trovo nella grande città di Salvador de Bahia, ma può essere S. Paolo o Londra o Bankoch…metropoli del nuovo millennio, incroci di vite e sfide per la nostra evangelizzazione. E’ importante riconoscere che la città è una nuova realtà, la quale, nella sua complessità, segue una logica di vita che sfida la nostra azione missionaria. Il documento di Aparecida riconosce che nella città “il cristiano di oggi non è più in prima linea nel produrre cultura, ma ne riceve la sua influenza e le sue sfide. Le grandi città sono laboratori di questa cultura contemporanea complessa e plurale. La città si sta trasformando in uno spazio di nuove culture, che si stanno formando e imponendo con propri simboli e linguaggi. La cultura cittadina crea una mentalità che pian piano si estende anche al mondo agricolo” (Aparecida 509-510). Oggi, la maggioranza della popolazione brasiliana vive nelle città e abbandona la campagna; un fenomeno che investe tutta l’America Latina. Molti vivono in condizioni disumane, nella ricerca continua di un lavoro e con tanta paura, fomentata dalla violenza e dall’incertezza del domani. Nonostante ciò l’abbaglio della vita cittadina con la sua sensazione di libertà, autonomia e individualità, continua ad attrarre molte persone, soprattutto la gioventù. Come inserirsi in questa realtà? Come dire la Buona Notizia del vangelo? C’è ancora posto per una chiesa presenza e testimone dell’amore del Signore? La parrocchia, istituzione millenaria sorta in ambiente agricolo, perde, nella città, la sua centralità e la sua imponenza, fatta di grandi templi e di masse che la seguono. Diventa piccola e insignificante, una fra le tante chiese e luoghi di culto che invitano e offrono servizi religiosi a un popolo in cerca di risposte che attutiscano la fatica del vivere. Non è la sola che offre la verità e non tutti sono ansiosi di ascoltare la sua verità. Ma “la fede ci insegna che Dio vive nella città, in mezzo alle sue gioie, desideri e speranze, come pure in mezzo ai suoi dolori e sofferenze” (Aparecida 514). Tempo di trasformazione e di cambiamenti! In questo scenario il cristiano è chiamato a essere missionario, e le parrocchie sono invitate a trasformarsi sempre più in comunità missionarie. Il documento di Aparecida dedica tutto il capitolo sesto (nn.240-346) per delineare i tratti della formazione del discepolo missionario: non può essere mediocre, né improvvisato, né ciarlatano; il missionario mediocre non ha futuro in un continente che ha una forte necessità di qualità umane, spirituali e apostoliche. Il discepolo missionario è un pellegrino che, con il suo bagaglio di vita, si mette in cammino per comunicare il dono ricevuto e accolto: Gesù Cristo. E’ necessario che ‘armi la sua tenda’ in mezzo alla gente in cui si trova e lì rimanere; è solo stando lì, in mezzo agli altri, suoi interlocutori, che esso può agire: imparando e insegnando, insegnando e imparando. Non si annulla, ma cerca di comprendere l’altro attraverso il dialogo e l’incontro: “La missione richiede una evangelizzazione molto più missionaria, in dialogo con tutti i cristiani e a servizio di tutti gli uomini” (Aparecida 13). Il missionario si sente chiamato a stare nel cuore delle persone, e star nel cuore delle persone significa amare e farsi amare. Cammina e agisce nella città seguendo lo stile di Gesù: si incarna nella vita della città, come Gesù si incarnò nel seno dell’umanità (Giov 1); guarda con simpatia l’uomo e la donna della città, soprattutto i miserabili, scoprendo le loro necessità, anche Gesù partiva da questi poveri e li riteneva speciali (Mc 6,54); fa del servizio un modello di azione, come il maestro suggerì nell’ultima cena (Giov 13). Si colloca a fianco dell’altro, specialmente nei momenti più confusi e nebulosi (Lc 24,13-16); agisce con pazienza e mostra interesse sincero per tutto ciò che attinge la vita delle persone (Lc 24,16ss); non perde di vista la prospettiva del Regno e sa che Dio vede nei poveri i suoi protagonisti (Mt 11,25ss); sa che il Regno di Dio si costruisce attraverso le nostre azioni e la nostra testimonianza (Mt 5). “Nelle città è possibile sperimentare vincoli di fraternità, solidarietà e universalità. In esse l’uomo è costantemente chiamato a camminare sempre più all’incontro con l’altro, convivere con il differente, accettarlo ed essere accetto da lui” (Aparecida 514). La città è, per ogni missionario e missionaria, spazio di speranza, luogo di solidarietà, fonte di attenzione amorosa verso la vita. E’ sulle strade della città che l’annuncio del Dio della vita invita tutti a camminare verso la Città Santa, la Nuova Gerusalemme.

Missione nella Bahia: il sertão brasiliano

Il sertão è situato nella parte più povera della Bahia zona considerata campione di disuguaglianze sociali, anche perché castigata da siccità cicliche, che distruggono i raccolti, i piccoli allevamenti e aggravano i secolari problemi che affliggono tutto il Nordest Brasiliano: fame cronica, analfabetismo, abbandono e mancanza di prospettive di un futuro diverso per i giovani. Noi, come Missionari della Consolata siamo presenti in tre realtà: Juaguarari, Monte Santo e Feira de Santana. Realtà diverse ma legate da un comune denominatore: la povertà della sua gente.

L’alta concentrazione della proprietà delle terre nelle mani di pochi fazendeiros, la grande siccità e le poche risorse delle famiglie riduce la gente ad una grande provvisorietà. Questo produce, oltre ad un estrema povertà economica, una forte bassa autostima, un’impossibilità pratica di progettare il futuro, causa forti ondate migratorie, che lasciano un gran numero di famiglie senza il papà, il quale, recandosi nei grandi centri urbani- San Paolo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte in cerca di lavoro, si dimentica spesso e volentieri che già aveva una famiglia, se ne forma un’altra, lasciando sulle spalle della prima moglie tutto il peso di portare avanti la vita dei figli, dovendo provvedere da sola a tutto: alimento, educazione, salute.

In tale situazione i bambini sono coloro che maggiormente soffrono. E’ una dura realtà locale, segnata da grandi sofferenze, da miseria, da fame, da analfabetismo, da gravissime ingiustizie. I missionari sono presenti in tre missioni, grandi come diocesi, cercando di essere lievito evangelico. Si sono posti accanto ai poveri come compagni di cammino, portando insieme ai più poveri le fatiche e i dolori, causate da tremende oppressioni e, nello stesso tempo, suscitando nuovi orizzonti di speranza.

Il problema più grande è l’acqua. In questa zona di mondo la pioggia è il bene in assoluto più prezioso. È vita. Qui ci troviamo in una terra intermedia tra la costa, dove piove abbondantemente e la vegetazione è rigogliosa e l’interno, il “sertão”, terre desertiche dove piove molto raramente. Qui, nella “catinga”, le piogge sono rare ma, prima o poi, arrivano. Solo che da circa 3 anni piove pochissimo, e in certe regioni quasi per nulla. Questo a causa dei cambiamenti climatici e a causa del brutale disboscamento che la gente ha fatto qui. Credevano di poter avere così più pascolo per il bestiame, ma il risultato è stata la desertificazione e la conseguente scomparsa delle piogge. Dove manca la vegetazione viene a mancare quell’umidità che permette la formazione delle nuvole e il collasso delle nuvole che dà la pioggia. La gente si incontra e condivide contenta il fatto che finalmente è arrivato il “bel tempo”, cioè la pioggia. Così come quando pioviggina qui dicono che è “sereno”. Cose d’altro mondo, diremmo noi, ma d’altronde qui siamo appunto dall’altra parte del mondo. Viene premiata la tenace fiducia in Dio che questa gente nutre nonostante tutto. Un Dio che non viene meno. Racconta un missionario che un giorno, prima che piovesse e quindi nel tempo della “seca” (siccità) che stava diventando sempre più feroce, un vecchietto gli diceva tranquillo: “Dio non è cambiato, ed è sempre nello stesso posto!”. Per dire che nonostante tutto la fiducia non era venuta meno. Per fortuna in molti, assieme a questa fede, sta crescendo la consapevolezza della responsabilità umana in questo problema. La vita della gente in tempo di “seca” è impressionante. Non si sa come facciano a vivere. Parlando di questo con una suora originaria di qui anche lei diceva di non sapere come la gente riesca a vivere. Prima di queste piogge la gente nell’interno doveva portare alle bestie il foraggio (spesso solo cactus tagliati e sminuzzati) e l’acqua, coprendo spesso a piedi distanze enormi. E quando le cose diventano impossibili sono costretti a mandare il bestiame “a pensione” in una zona dove ci sia pascolo, verso la costa, e a pagare cara questa pensione, per vedere poi le bestie tornare magrissime e senza latte. In questo territorio così duro e difficile c’è una forte religiosità popolare, la gente viene dal sacerdote a far benedire statue, rosari e oggetti di culto con l’acqua “benedetta”. Questa abitudine è molto diffusa. Al termine di ogni Messa è normale che qualcuno chieda questo.

Le nostre parrocchie sono rurali, con molta estensione, nel semiarido del Nordest (sertão). Una delle scelte principali nella pastorale è la formazione e accompagnamento dei nuclei comunitari, in cui c’è un forte legame tra fede e vita, dove i laici assumono più attivamente il proprio battesimo. È una regione di molta emigrazione, dove le maggiori risorse sono l’allevamento del piccolo bestiame (più resistente alla siccità), un’area irrigata dove si coltiva banana, cocco e quiabo, e la pesca. Come tutto il Nordest, è una delle regioni più povere del Brasile.

Una frase dei movimenti di convivenza nel semiarido: “Nel Nordest non manca acqua, manca giustizia!”. Di fatto solo il 4% dell’acqua piovana del Nordest è utilizzata. Proverbio popolare: “Il poco con Dio è molto, molto senza Dio è niente”.

Alla fine, capisci che la missione diventa scuola di vita. È una Chiesa che va, che vuol conoscere meglio la vita della gente, soffrire con lei, ringraziare insieme il Signore per tante cose belle che succedono nel silenzio, che vuol rinnovare la speranza dei poveri anche scavando pozzi per dare a tutti la possibilità di attingere un po’ d’acqua dolce e buona.

Termino queste piccole note con il pensiero a Maria Consolata, nostra Madre. Maria “piccola serva” del Signore, presentata nel documento di Aparecida come modello e paradigma dell’umanità, come missionaria esemplare, che indica il cammino di come possiamo e dobbiamo dare Gesù al mondo di oggi: «Con gli occhi rivolti ai suoi figli e alle loro necessità, come a Cana di Galilea, Maria aiuta a mantenere vigili le disposizioni di attenzione e di servizio, di donazione e di gratuità che devono identificare i discepoli del suo Figlio. Indica, anche, quale deve essere la pedagogia perché i poveri, in ogni comunità cristiana, “si sentano (...) come a casa loro”. Crea la comunione ed educa a uno stile di vita condivisa e solidale, in fraternità, attenzione e accoglimento dell’altro, specialmente se è povero e bisognoso. Nelle nostre comunità la forte presenza di Maria ha arricchito e continuerà ad arricchire la dimensione materna della Chiesa e la sua disposizione all’accoglienza, che la converte in “casa e scuola della comunione”, oltre che in luogo spirituale che prepara per la missione» (DA 272).

Invochiamo Maria affinché aiuti questo grande paese e noi ci viviamo ad essere sempre più umano e solidale.

Grazie per la pazienza, coraggio e avanti in Domino!

Fraternamente, padre Stefano Camerlengo

San Paolo, 08 maggio 2016

 

 

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