Jul 03, 2022 Last Updated 9:59 AM, Jun 29, 2022

Fra conquista e sofferenza

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Assamblea Hutukara (maggio 2022). Memoria e celebrazione di trent'anni del riconoscimento del territorio indigeno degli Yanomami. Foto: Corrado Dalmonego

La terra Indigena Yanomami (TIY) compie trent’anni di esistenza. Questo anniversario è stato celebrato nella comunità di Xihopi, che ha riunito più di 500 partecipanti provenienti da tutto il territorio indigena. I ritmi e i rituali sono stati quelli tipici di una reahu (festa) Yanomami: si sono susseguiti dialoghi cerimoniali, danze, canti ed elementi di politica indigena tradizionale nella quale i responsabili delle comunità si sono impegnati in lunghi ed estenuanti dialoghi notturni necessari per costruisce un consenso. Non sono poi neanche mancati incontri e dibattiti: elementi propri di una politica “presa in prestito” alla società occidentale.

“Prendere in prestito” è un termine che, in diverse occasioni nei loro interventi, Daví Kopenawa e Dário Vitório Kopenawa hanno usato riferendosi alla lingua portoghese, alle forme organizzative e associative, ad altri elementi della società napë (non-Yanomami) che sono stati adottati fondamentalmente come strumenti necessari per lottare e difendere i diritti oggi più che mai minacciati. Queste sono le "frecce" necessarie per affrontare la violenza di una società anti-indigena. Nella festa di Xihopi, come ha sottolineato Davi Kopenawa, non ci sono solo stati sentimenti di gioia, ma anche una profonda preoccupazione.

Molti dei residenti delle comunità yanomami che hanno partecipato all'evento hanno raccontato le aggressioni e le violenze subite come conseguenza dell'estrazione mineraria illegale e delle azioni delle organizzazioni criminali ad essa associate. Questi racconti sono stati un triste aggiornamento di quanto già denunciato, a più riprese, dalla Hutukara Associação Yanomami (HAY) e pubblicato, nell'aprile 2022, nel rapporto "Yanomami under Attack". Questo rapporto ha fatto emergere narrazioni vivide e pulsanti dell'angoscia e della paura con cui le donne e gli uomini Yanomami devono vivere nella loro terra devastata e invasa.

In queste narrazioni c’è la testimonianza di crimini di ogni tipo: invasione di terre indigene, crimini ambientali, violenza contro il patrimonio dell'Unione, violenza contro le persone, attività illecite... I racconti degli Yanomami sottolineano la violenza fisica e l'impatto sulla loro società e sulla loro salute: omicidi, stupri, adescamento attraverso la distribuzione di bevande alcoliche, armi e droghe, perdita dell'autonomia alimentare, mancanza di assistenza sanitaria. Tutti questi elementi caratterizzano un vero e proprio genocidio che continua a essere perpetrato 30 anni dopo la ratifica del TIY e più di 30 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione federale, che riconosce i diritti dei popoli indigeni che esige la difesa di territori, usi e tradizioni.

Con la memoria si alimenta la lotta

Gli interventi dei leader yanomami e degli ospiti presenti non si sono limitati a denunciare la grave situazione, ma hanno cercato anche di individuare percorsi di resistenza attiva. Di fatto, trent’anni fa, in una situazione per certi aspetti simile, la volontà politica e l'impegno concreto delle comunità e di tante persone hanno portato alla delimitazione e alla deindustrializzazione della più grande terra indigena del Brasile e tutto questo sotto gli occhi del mondo intero che cominciava a vedere i primi segni della crisi ecologica e il dramma dei popoli indigeni.

Contro coloro che affermano l'inevitabilità di "legalizzare l'attività mineraria" e così "regolamentare le attività illegali" è invece apparso evidente che esistono possibilità e strategie efficaci per adempiere al dovere e alla responsabilità della nazione di proteggere i diritti e la vita dei popoli indigeni. Per combattere il complesso fenomeno dell'estrazione mineraria illegale è semplicemente necessaria una solida volontà politica disposta ad affrontare i gruppi economico-finanziari, le organizzazioni criminali e le strutture di supporto logistico che la sostengono.

Come ricorda Davi Kopenawa, la forza viene dagli xapiripë (gli spiriti), dalla terra, dall'unione dalla gioventù del popolo. Bisogna coltivare i germogli di vita che si possono vedere per sostenere la fiducia nella lotta e non perdere la speranza. Con la presenza del capo Megaron, dei leader Mundurukú e di altri popoli, sono stati consolidati i legami dell'Alleanza in Difesa dei Territori, fondata nel 2021. 

È importante evidentemente anche l'impegno di politici come la deputata federale Joenia Wapichana e la senatrice Eliziane Gama, di rappresentanti di organismi internazionali come l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e di vari membri di organizzazioni che sostengono la causa indigena.

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Ascoltare la voce della foresta

Il discorso di Davi Kopenawa è stato piuttosto duro: mon si è abbandonato a un falso ottimismo. La consapevolezza del legame tra la tragedia locale degli Yanomami e gli impatti globali della crisi ambientale e climatica era evidente. È triste la contrapposizione tra il grido dell'urihi, la foresta-terra degli Yanomami, nella sua dimensione fisica, biologica, sociale e spirituale, e quello di "urihi a pata", il cosmo nella sua dimensione globale. 

Davi Kopenawa dimostra che l'insostenibilità del modello di sviluppo prevalente minaccia di morte ogni essere: foresta, acqua, animali, pesci, esseri umani e non umani, Yanomami e non Yanomami. Il leader indigeno afferma: "Urihi a rããkae, la foresta, nostra madre, è malata... e allora nemmeno noi viviamo in buona salute!”

Siamo tutti invitati ad ascoltare la narrazione degli indigeni e la voce degli urihi: la voce della foresta dove Omama (il demiurgo-creatore degli Yanomami) ha collocato gli Yanomami, affinché potessero "essere curati" da essa e "prendersene cura". Il cammino verso l'unico futuro possibile passa attraverso questo ascolto: coltivando la saggezza e la conoscenza della foresta, ascoltando il cuore pulsante della foresta sacra.

* Corrado Dalmonego è missionario della Consolata

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"Un giorno l'ho sognato e oggi posso dire che si sta realizzando". Jennifer Katherine Palomeque, una missionaria laica della Consolata dalla Colombia, condivide la missione con i migranti venezuelani in Brasile.

Un sogno 

Nel 2017, quando ho incontrato i Missionari della Consolata al Congresso della Consolazione e della Missione nella città di Bogotà, la prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stato sentire parlare della missione ad gentes e vedere persone di altre parti del mondo che non avrei mai pensato di potere incontrare. È stato anche molto bello sapere che alcuni di quelli che partecipavano alla riunione, come buoni camminatori di Gesù, avevano già svolto la loro missione in diverse geografie. Lì è iniziato il mio sogno di andare oltre la mia realtà per condividere l’esperienza di Gesù con persone diverse da me e dalla mia gente e appartenenti a culture diverse.

Perché in Brasile e non altrove?

Tutto è iniziato con una richiesta, fatta ai superiori della Consolata in una delle loro visite a Cali, di impegnarmi in uno spazio missionario ad gentes. Era la visita canonica del 2021. Loro ci avevano raccontato del lavoro che i missionari stavano facendo e avevano anche parlato del sostegno che noi potevamo offrire contando con la nostra professione, gioventù e spirito missionario.

Dopo alcuni mesi il processo per entrare a far parte del gruppo dei Laici Missionari della Consolata era completo ma poi il Covid19 ha rallentato tutto: nel gennaio 2022, un'ondata molto forte di casi è arrivata in Colombia e Brasile quando tutto era quasi pronto per andare in missione. 

La partenza

Ho dovuto pazientare almeno due mesi finché le cose si sono poco a poco risolte ed è arrivato il grande giorno di lasciare la mia casa, la mia terra, il mio posto sicuro e andare a vivere una nuova avventura missionaria accompagnata da persone incredibili, ma soprattutto in compagnia di Gesù.

“Seguitemi e vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19-20) e credo che sia esattamente quello che ho fatto: ho lasciato le mie reti e ho iniziato a seguirlo in questa nuova avventura. In realtà non sono mancati momenti di panico e paura ma un amico molto caro mi ha detto: "non ti preoccupare, colui che ti ha mandato ti accompagnerà nella tua missione" e queste parole mi hanno riempito di forza e incoraggiamento in questo viaggio.

Ogni volta sento sempre più reale ciò che mi è stato detto tante volte nell'animazione: è una gioia indicibile mettere la propria vocazione al servizio della missione anche se non è facile: vorresti fare molto ma la situazione, la realtà che trovi e i reali bisogni della gente non sempre lo permettono. Questo, in ogni caso, non cessa di essere un motivo per continuare a lavorare e se ho imparato qualcosa da questa ancora cortissima esperienza di missione è che essere fonte di consolazione è molto spesso o quasi sempre anche solo presenza.

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Le donne migranti indigene Warao a Boa Vista realizzano manufatti da vendere.

In missione

Oggi mi sento molto fortunata di poter dire che sono stata capace di attraversare i miei confini per andare in un luogo che non è mai stato nei miei piani: sono in Brasile, nella città di Boa Vista (nello stato del Roraima) e sto lavorando con  migranti venezuelani. 

Quelli che arrivano sono sempre di più: provengono da realtà diverse ma hanno tutti lo stesso desiderio: andare avanti e cercare un futuro migliore per loro stessi, i loro figli e le loro famiglie. 

Questa avventura è appena iniziata, ho ancora a che fare con una lingua nuova e una cultura spesso diversa dalla mia; è ancora molto il cammino che ho davanti ma per adesso cammino con Gesù e spero che tutto vada secondo i suoi piani.

* Jennifer Katherine Palomeque Filigrana, missionaria laica colombiana della Consolata in Brasile.

               

Depois da realização do segundo congresso das novas gerações no santuário nossa Senhora da conceição Aparecida em 2013 a comissão dos religiosos do Brasil organizou pela terceira vez o congresso das novas gerações em Brasília que se realizou durante três dias, teve o início no dia 6 até 9 de fevereiro de 2016. Esse III Congresso das novas gerações da vida religiosa Consagrada teve como tema “ #compartilhe a alegria e o lema “ Venham para fora” ( João 11,43). Aproximadamente 500 religiosos e religiosas do Brasil inteiro: Bispo, Padres, diáconos, seminaristas e freiras. Fomos provocados a pensar como está a VRC e a assumir com alegria e paixão o ser religioso (a).

 Com o mesmo espírito fomos levados a partir do mesmo tema proposto nos foi apresentado algumas pistas de como devemos compartilhar a alegria e manter o mesmo brilho nos olhos de quando ingressamos na vida religioso, ou seja, nas nossas comunidades respectivas. Iluminado pelo evangelho de João e o convite considerado como chamado incisivo de Jesus para que Lázaro venha e saia para fora para contemplar a realidade desafiadora de seu tempo, portanto nós hoje religiosos sentimo-nos animados a realizar essa dinâmica, escutar a voz de nosso salvador Jesus que chama e arriscar-se a sair.      

Portanto, durante esse tempo do congresso foi marcante um momento muito importante da caminhada pelas ruas da capital Federal, com alegria nos rostos e no coração de cada religioso das novas gerações cantando e pedindo a Deus uma sociedade edificada no amor e na justiça, fazendo memória de tantos mártires que ousaram vir a fora, seguindo seu exemplo.

 Porém os quatros pontos do pais (de norte a sul, leste a oeste) os religiosos nós fizemos presentes para refletir, fazer, aprender e encontrar. Com a fala do Papa Francisco que diz “ aonde a Religioso há alegria” a nossa presença foi um viver o lema do congresso pois compartilhamos a nossa alegria em cada momento do congresso. Ao terminar o congresso saímos revigorados, animados por místicas, missas, provocações e oficinas com diferentes temas que tocam a nossa realidade religiosa para podermos viver diariamente o sair para fora e compartilhar a alegria além da virtual, no encontro com o outro que me desafia. Por isso o compromisso foi tomado em que devemos e queremos ser as pessoas alegres que trazem alegria no mundo. Vivendo autenticamente o nosso compromisso sem artificialidade e com uma convicção e brilho nos olhos que podemos mudar o mundo com o nosso gesto do amor saindo para fora para encontrar outra realidade.

Josky Menga Makanda  seminarista da consolata 3 ano da teologia

 

Uma das características dos missionários da Consolata é a internacionalidade de seus membros, resultado do carisma ad gentes que, em pouco mais de 100 anos, levou a congregação a mais de 20 países em quatro continentes. Fundado pelo Bem-aventurado José Allamano em 1901, na Itália, o Instituto Missões Consolata enviou seus primeiros missionários ao Quênia, hoje berço de muitas vocações, a exemplo de Joseph Onyango Oiye, ordenado diácono no último dia 12 de dezembro.

A celebração aconteceu na paróquia Nossa Senhora Consolata, em Brasília (DF), onde Joseph há um ano atua nas pastorais e faz especialização em comunicação. Caçula de seis filhos do casal Peter Oiye e Christine Awuor Oiye, Joseph é natural de Siaya, arquidiocese de Kisumu, no Quênia. Depois de cursar filosofia em Nairóbi e noviciado em Moçambique, ele chegou ao Brasil em 2011, onde fez teologia em São Paulo e realizou serviços pastorais em Feira de Santana (BA).

A ordenação foi presidida por dom Sérgio da Rocha, arcebispo de Brasília e presidente da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil (CNBB). O pároco, padre Emmanuel Gavosto, acolheu dom Sérgio sublinhando a importância de sua presença na primeira ordenação em mais de 50 anos de existência da paróquia. Presentes em grande número os fiéis cantavam com alegria e emoção: “reunidos em torno dos nossos pastores, professando todos uma só fé. Nós iremos a Ti. Igreja Santa, Templo do Senhor...”.

Dom Sérgio destacou o diaconato como um dom de Deus numa Igreja ministerial, vivido em três dimensões: no serviço aos mais necessitados, na pregação da Palavra e na liturgia. “O diácono é chamado a ser um servidor da Igreja no serviço da caridade, na solidariedade e na partilha com os pobres. Esse serviço é assumido em comunidade”. No Ano Santo da Misericórdia, o arcebispo apontou a misericórdia como expressão da caridade. “O diácono deveria ser o portador da misericórdia de Deus para com todos em especial, com os que mais sofrem”. Segundo dom Sérgio, com o anúncio da Palavra, o diácono mostra a dimensão profética da Igreja a exemplo de João Batista que chamou todos à conversão para acolher o Cristo. “O diácono é um servidor de Cristo, um servidor do povo de Deus para ajudar a colher a Palavra de Jesus, que é a Boa Nova”. Dom Sérgio explicou ainda, que no serviço do altar, o diácono desempenha uma função específica. “Joseph deve viver esses três ministérios de forma harmônica. Tudo é graça de Deus colocado a serviço. Para isso, o diácono conta com as orações da comunidade”, complementou.

Joseph foi apresentado ao bispo ordenante pelo superior Provincial do IMC no Brasil, padre Luiz Carlos Emer, que também foi um de seus formadores. Concelebraram os padres Mário Silva, Mário de Carli, Jaime C. Patias e Getúlio de Alencar, além de dois diáconos permanentes. Participaram ainda, as irmãs missionárias da Consolata que trabalham em Brasília, uma delegação da Embaixada do Quênia e os seminaristas quenianos, Gabriel Ochieng e Paul Auma que serão ordenados diáconos em São Paulo, em fevereiro de 2016, juntamente com o colega Heradius, da Tanzânia.

Seguindo o ritual, Joseph confirmou o propósito de ser ordenado e interrogado pelo bispo prometeu cumprir fielmente seu ministério: “Quero! Com a ajuda de Deus”. A ladainha de todos os Santos cantada solenemente invocou a bênção sobre o eleito. Momento central no rito foi a imposição das mãos e a oração de ordenação feita pelo bispo. A comunidade orava em silêncio. Investido da estola transversal, sinal de serviço, e da dalmática diaconal, Josehp recebeu o Livro dos Evangelhos, momento em que foi acolhido com uma calorosa salva de palmas e o canto “um dia escutei teu chamado, divino recado batendo no coração...”.

O neo-diácono manifestou alegrai de ser ordenado como missionário da Consolata e agradeceu a todos. “Estou realizando um sonho que era de vir à América Latina e hoje, justamente na festa da Padroeira, Nossa Senhora de Guadalupe, fui ordenado diácono pelo presidente da mais importante Conferência Episcopal do mundo, a CNBB. Agradeço os missionários da Consolata pela confiança e amor que sempre tiveram comigo”, afirmou emocionado sendo ovacionado com aplausos da assembleia. Joseph agradeceu a comunidade pela organização da celebração e os diversos grupos presentes.

Antes da bênção, dom Sérgio agradeceu ao diácono Joseph por ter aceitado ser missionário no Brasil e a Igreja no Quênia, em especial, aos missionários da Consolata, pela presença em Brasília. “A nossa gratidão de coração sincero. Obrigado pelo convite para presidir essa celebração. Agradeço também aos irmãos da Embaixada do Quênia presentes”.

Joseph expressou o que estava sentindo. “As responsabilidades do serviço da caridade, da proclamação do Evangelho e o serviço da liturgia sempre foram os principais motivos da minha vocação. Agora que estes serviços me foram oficialmente confiados, sinto-me feliz por ter realizado um sonho e ao mesmo tempo responsabilizado a vivê-los com entusiasmo. A minha alegria maior é saber que a Igreja me confia essa responsabilidade e esta comunidade também tem me dado a oportunidade de me preparar bem para esse serviço”, disse.

O novo diácono continuará na paróquia durante o ano de 2016 para depois ser ordenado padre em sua terra natal quando receberá, da direção Geral da congregação, a destinação para a sua primeira missão.

Após a bênção solene e o cântico dedicado à Consolata, a comunidade ofereceu um jantar para comemorar mais esse acontecimento histórico na vida da paróquia.

Boa Vista, 27 di settembre del 2015
 
Carissimi,
 
Voglio mettervi al corrente di un fatto gravissimo che ho appena saputo in questi giorni.
Da circa cinquant'anni sono al corrente dell'esistenza di un gruppo di indigeni (probabilmente un sottogruppo di yanomami) localizzati in una regione, dentro alla Terra Indigena Yanomami oggi demarcata e teoricamente “protetta".
Le uniche notizie di questa popolazione le ho avute da alcuni uomini yanomami, oggi tutti anziani, che, decenni fa, hanno partecipato ad alcuni "raid" per vendicare la morte di loro parenti importanti, che essi supponevano causata da malefici di questi indigeni. Le testimonianze erano corroborate dalla presentazione di alcuni trofei (scuri di pietra, una pentola di terracotta, e pochi altri strumenti tra i quali nessuna traccia di metalli).
Piú di trenta anni fa, parlando di loro, avevo pensato assieme ad alcuni yanomami amici di fare una spedizione di approssimazione, per cercare di eliminare l'ostilità ormai radicata che c'era contro di loro e che probabilmente era reciproca. Alla fine rinunciai all'impresa, non per paura del pericolo che poteva esserci per la "nostra" incolumità, ma solo per il fatto che mi resi conto che se li avessi contattati, avrei avuto bisogno di aiuto di altri per poter assisterli per un tempo ragionevole (almeno alcuni anni) fino a che si potessero vaccinare e curare nell'eventualitá praticamente certa che venissero contaminati da noi con qualche virus o altre
malattie contagiose e/o letali. Su questo punto ho un'esperienza molto grande e dolorosissima: le malattie introdotte in questi gruppi isolati sono letali nella maggioranza dei casi.
Ebbene, venendo al nocciolo, due o tre anni fa, la FUNAI, con mia grande stupore, ha deciso di costruire una pista di atterraggio e una baracca ad una certa distanza da questo gruppo, che da alcuni anni era stato localizzato esattamente con sorvoli aerei. Il motivo addotto dalla FUNAI era quello di installare alcuni suoi funzionari, perché vigilassero affinché i cercatori d'oro che si stavano avvicinando pericolosamente a quella regione, non potessero entrare in contatto con gli indigeni isolati.
Con mia sorpresa, giovedì scorso (24-19-2015), casualmente, ho saputo da uno yanomami che la pista e la baracca della FUNAI erano state occupate da cercatori d'oro, tra i quali anche uno o due yanomami dell'alto Catrimani. Questi ultimi erano a loro volta entrati in contatto con i loro parenti a mezzo radio-fonia, usando l'apparecchiatura abbandonata nella baracca dai funzionari della FUNAI. Nella stessa baracca erano rimasti tra le altre cose: una televisione, un'antenna parabolica, un frigo e un generatore per farli funzionare.
Gli Yanomami hanno comunicato che i "garimpeiros" si sono impossessati della radio e la stanno usando, hanno sequestrato il generatore e hanno distrutto
la televisione, l'antenna parabolica e il frigo. Hanno inoltre comunicato che i garimpeiros mandavano un avviso ai funzionari della FUNAI, di non tornare in quel luogo se non volessero essere uccisi.
Per chiarire meglio la gravità della situazione, ho saputo che i funzionari della FUNAI erano stati ritirati da quel luogo, forse a maggio scorso, perché l'Ente Federale (FUNAI) non aveva più i mezzi necessari per dare loro appoggio di viveri, combustibile e avvicendamento del personale.
Contemporaneamente, vari mesi fa, persone che hanno sorvolato l'area, hanno constatato che il villaggio isolato era vuoto.
Adesso, alla luce dei nuovi avvenimenti, viene spontaneo chiedersi se già allora i "garimpeiros"avessero avuto contatto con questa popolazione isolata, e se questo contatto
avesse causato la fuga di tutti gli abitanti del villaggio  o la loro decimazione.
Non so se c'è ancora tempo per scongiurare una strage, ma da un po’ di giorni non riesco a dormire!
Un altro yanomami ha aggiunto che sul fiume Catrimani l'acqua é sporchissima a causa del "garimpo" che si è installato in un piccolo affluente del rio Lobo de Almada (affluente di destra del Catrimani), e che si vede un continuo vai e vieni di aerei che userebbero una pista di atterraggio costruita dai cercatori d'oro anche in questo luogo.
Gli yanomami dicono che i "garimpeiros" sono molto numerosi. Per il modo con cui  lo affermano, suppongo che in quella regione (rio Apiaú e rio Catrimani ) ci possano essere alcune migliaia di invasori (tutti con armi da fuoco naturalmente).
Non sono sicuro di aver chiarito la questione, ma lo spero; in caso di dubbi, per favore ditemeli perché io possa cercare di chiarirli.
Un forte abbraccio.
fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata a Roraima (Brasile)

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