Nov 11, 2019 Last Updated 7:43 AM, Nov 11, 2019

Non di solo pane - Not by bread alone

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La partecipazione della Santa Sede a EXPO 2015

La Santa Sede ha sin dagli inizi compreso l’importanza e il ruolo nevralgico delle esposizioni internazionali; e per questo motivo vi ha preso parte attiva, dedicando energie e risorse per ideare una partecipazione capace di suscitare sempre interesse e ammirazione. «In momenti storici differenti e spesso complessi – afferma uno studio recente – le esposizioni internazionali hanno rappresentato un importante momento di confronto con gli altri paesi, un dialogo sulle questioni della modernità e del progresso tecnologico, un momento di aggiornamento delle tematiche sociali e politiche, un’occasione di dibattito ecumenico e interreligioso, la possibilità di diffondere e promuovere l’identità spirituale della Chiesa»[1].

Da Pio IX sino a Benedetto XVI, la presenza della Santa Sede alle esposizioni internazionali documenta l’intenzione della Chiesa di prendere la parola sui temi delicati e densi di futuro che di volta in volta sono stati affrontati: l’organizzazione politica del pianeta come il futuro delle risorse che contiene, il tema della pace come quello delle tecnologie militari, la difesa di diritti sociali come il lavoro e il riposo, l’emergere dei nuovi attori e la trasformazione dei ruoli dentro la società …[2]

Negli ultimi decenni il ruolo delle esposizioni universali ed internazionali si è radicalmente trasformato: da luoghi di esibizione delle ultime scoperte e innovazioni, da luoghi di celebrazione della capacità di conquista e della volontà di dominio dell’uomo sul mondo, le EXPO sono volute diventare luoghi di riflessione, di scoperta e di contemplazione della complessità del creato e della sua storia, dando così risalto ai temi del limite e dell’armonia tra le diverse forme di vita, sottolineando in particolare la necessità dello sviluppo di una convivenza tra i popoli sempre più profonda e strutturata.

La Santa Sede ha visto in questo mutamento da un lato la conferma dell’importanza di essere presente e prender parte ai dibattiti sulle questioni cruciali poste circa le modalità di abitare il pianeta e di custodirne il futuro; dall’altro lato ha visto in questa trasformazione la possibilità di utilizzare il linguaggio estetico, attraverso gli straordinari capolavori artistici che la fede cristiana ha saputo generare come anche facendo proprie le più moderne tecnologie della comunicazione informatica e virtuale, per proporre e far conoscere in modo inedito il proprio messaggio culturale e spirituale.[3]

Inserendosi in questa tradizione consolidata e fruttuosa, la Santa Sede ha deciso di partecipare alla EXPO che si terrà a Milano nel 2015, dal tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”. Il Pontificio Consiglio per la Cultura, d’intesa con l’Arcidiocesi di Milano e la Conferenza Episcopale Italiana, ha elaborato questo documento che esprime il senso, gli obiettivi e i contenuti della sua partecipazione. Il testo seguirà lo schema indicato dal Theme Statement: in un primo momento esporremo il Concept e il Progetto educativo, ovvero il messaggio e i significati che si intendono comunicare con questa partecipazione. Nel secondo punto (“Architettura e Tecnologia”), verrà abbozzata una prima illustrazione della traduzione strutturale e spaziale del tema, così come la si vuole realizzare per dare forma e plasticità ai temi annunciati. Nel punto finale concentreremo la nostra attenzione sui contenuti espositivi e performativi, sul modo con cui si intenderà abitare e far vivere lo spazio creato, perché si possa realizzare la comunicazione dei temi e dei significati illustrati.

  1. Non di solo pane. Il messaggio

Il cibo e l’azione del nutrire sono per l’uomo uno spazio di educazione che è senza paragone e senza precedenti, vista la forza e l’universalità delle dinamiche simboliche attivabili ed accese. Non c’è cultura che non abbia elaborato riti, simboli, racconti, calendari e regole al riguardo. Gli uomini e le donne, proprio attraverso l’azione del nutrirsi, hanno imparato a conoscere la loro identità: il proprio corpo, le relazioni tra di loro e con il mondo, il creato, il tempo e la storia.

Attraverso il proprio padiglione la Santa Sede intende concentrare l’attenzione dei visitatori proprio sulla rilevanza simbolica dell’operazione del nutrire, e sulle potenzialità di sviluppo antropologico che questa dinamica racchiude. Potenzialità non soltanto individuali e private, ma molto più profondamente ed efficacemente sociali e collettive; potenzialità che purtroppo spesso ci tocca riconoscere per via negativa, come denuncia di inadempienze e di ingiustizie. Papa Francesco lo ha recentemente richiamato: «E’ uno scandalo che ci sia ancora fame e malnutrizione nel mondo! Non si tratta solo di rispondere ad emergenze immediate, ma di affrontare insieme, a tutti i livelli, un problema che interpella la nostra coscienza personale e sociale, per giungere ad una soluzione giusta e duratura. […] La sfida della fame e della malnutrizione non ha solo una dimensione economica o scientifica, che riguarda gli aspetti quantitativi e qualitativi della filiera alimentare, ma ha anche e soprattutto una dimensione etica ed antropologica. Educarci alla solidarietà significa allora educarci all’umanità: edificare una società che sia veramente umana vuol dire mettere al centro, sempre, la persona e la sua dignità, e mai svenderla alla logica del profitto»[4].

Il cibo ci consente di scoprire veramente chi siamo, se lasciamo che l’operazione del nutrire dischiuda tutte le potenzialità che contiene, come il Vangelo ci ricorda: «Voi mi cercate – dice Gesù alle folle – non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6, 26s) Solo in questo modo possiamo scoprire di essere veramente uomini: quando rispondiamo alla fame, quella vera; quando attraverso il cibo ci leghiamo tra di noi, ci mettiamo in relazione.

Gli uomini hanno così imparato che il gesto del nutrire può diventare pasto e convivium, momento di incontro e di comunione, momento di educazione e di crescita. Ci siamo conosciuti come esseri fatti di carne e di spirito; abbiamo imparato a riconoscerci come esseri dotati di un corpo, una mente, un’anima; e abbiamo imparato che ognuna di queste dimensioni ha bisogno di essere nutrita, se vogliamo essere degli uomini veri. Abbiamo addirittura imparato che il pasto è il luogo in cui si scopre il fondamento della nostra identità e del nostro esserci nella storia: l’apertura alla trascendenza, la ricerca di una relazione con Dio.

E il convivium si è fatto sacrum convivium, momento di comunione in cui non soltanto gli uomini possono osare una relazione con Dio, ma addirittura luogo in cui Dio stesso ha rivelato la sua volontà di relazione e di comunione con gli uomini. “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” è una affermazione del libro del Deuteronomio (8, 3) ripresa da Gesù Cristo, nel Vangelo di Matteo (4, 4) proprio per contrastare la tentazione di ridurre l’uomo ai soli bisogni fisici e materiali; e allo stesso tempo per rilanciare l’idea che l’azione del nutrire, intesa in modo integrale, è lo spazio che Dio ha istituito per educare gli uomini e per incontrarli.

Il destino dell’uomo è di sedersi con tutti gli uomini alla tavola imbandita da Dio, in un grande disegno ecologico, ma di un’ecologia che mette al centro l’uomo,[5] realizzando così quel destino di comunione annunciato più volte dai profeti attraverso l’immagine del grande banchetto imbandito da Dio: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25, 6).

Alla tavola di Dio con gli uomini

Così come l’abbiamo appena illustrato, il messaggio che la Santa Sede intende trasmettere si intreccia bene con gli obiettivi fissati per EXPO 2015. L’esperienza del nutrire può essere un’ottima palestra per imparare ad essere uomini, e maturare in continuazione. Il pensiero cristiano, proprio perché intende articolare una riflessione sul carattere integrale e unificante dell’operazione antropologica del nutrire, non ha paura a denunciare tutti quei dualismi che rendono artificiale e non più vera questa esperienza: nutrire il corpo, dimenticandosi dello spirito; nutrirsi di cultura, dimenticando il destino del pianeta; nutrire se stessi, dimenticando la fame degli altri, la povertà di tante zone del mondo; fare del destino del pianeta la propria religione, dimenticando chi è l’uomo e il suo destino.

Simili declinazioni sono all’origine di quella cultura dello scarto che tanto ha preso piede nella nostra società, generando inequità e situazioni di povertà che sono vere e proprie piaghe. Papa Francesco insiste in modo particolare su questo tema: «Lo spreco di alimenti non è che uno dei frutti di quella “cultura dello scarto” che spesso porta a sacrificare uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo; un triste segnale di quella “globalizzazione dell’indifferenza”, che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale»[6].

La denuncia di simili peccati non è però né l’obiettivo ultimo, né l’unico modo che il pensiero cristiano ha per abitare il tema del nutrire. Anzi, tale atteggiamento di denuncia è la conseguenza di una riflessione che ha saputo sviluppare in primo luogo grandi aperture e grandi orizzonti che meritano di essere raccontati, uno ad uno. Il cibo e l’operazione antropologica del nutrire sono infatti al cuore dell’esperienza cristiana, e della riflessione culturale e spirituale che ha generato dentro la storia.

Un giardino da custodire

La riflessione cristiana sul cibo ci introduce in primo luogo in una dinamica universalistica, in una apertura di orizzonti che contempla la comunione degli uomini tra di loro e con il mondo. L’evento della creazione è il racconto del primo gesto di nutrimento e di cura da parte di Dio nei confronti degli uomini. La destinazione universale di questo gesto di Dio si traduce in modo immediato – assieme al gesto sorprendente del dono della vita agli uomini – nell’indicazione di un compito rivolto ad ognuno di noi: quello della custodia e della salvaguardia. Il creato ci è stato affidato da Dio come un dono perché lo custodissimo: si tratta di un mondo da contemplare e non da consumare. «Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. […] Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2, 8. 15). La storia del cristianesimo è ricca di traduzioni esemplari di questo compito; e ciò che hanno fatto i monaci e i loro monasteri a livello di recupero del territorio, oltre che tutti i loro studi sulla natura, in più della conservazione della cultura, sono esempi che illustrano bene come il tema del nutrire sia all’origine di tutta una riflessione ecologica in chiave cristiana, che ha come proprio punto focale una ecologia dell’uomo.

Simili pratiche hanno permesso di tradurre in modo semplice nel quotidiano un valore che è fondamentale per la qualità della vita degli uomini tra di loro e per l’armonia con il creato: la destinazione universale dei beni. Prima di essere mio o tuo, il cibo ci ricorda che il creato è nostro, è di tutti; l’operazione del nutrire diventa in questo modo una via per generare comunione. Una simile acquisizione rischia nel presente di essere dispersa. Oggi è molto più visibile l’imporsi di una cultura del consumo che oscura questo primo compito legato al cibo e al gesto del nutrire.

In questo orizzonte, emergenze come quella appena richiamata dello spreco delle risorse e della enorme diseguaglianza nella loro distribuzione, con la piaga conseguente e ancora più grave della povertà e della fame; o il fenomeno altrettanto attuale e ugualmente grave dell’inquinamento e dello sfruttamento selvaggio delle risorse del pianeta contrastano con l’originario disegno creatore e sono il segnale di un modo ancora molto immaturo di gestire l’azione del nutrire. In un tale disagio, in una tale situazione di peccato è quasi praticamente impossibile maturare lo sguardo contemplativo del salmista: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo?» (Sal 8, 4-5). E risuona invece in modo limpido l’osservazione di Papa Francesco: «in un sistema che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta»[7].

Un cibo da condividere

In secondo luogo, l’esperienza cristiana imprime al tema del nutrire una declinazione relazionale, comunionale e solidaristica. Dio si serve del cibo per mostrare la concretezza del legame che ha istituito con il popolo d’Israele, segno del suo affetto e della sua predilezione. L’episodio della manna nel deserto ben simbolizza questa sua attitudine, così come lo sintetizza il libro storico di Neemia: «Hai concesso loro il tuo spirito buono per istruirli e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche e hai dato loro l'acqua per la loro sete. Per quarant'anni li hai nutriti nel deserto e non è mancato loro nulla; le loro vesti non si sono logorate e i loro piedi non si sono gonfiati» (Ne 9, 20-21).

Nella sua predicazione Gesù Cristo fa sua questa attitudine di Dio, come gli episodi della moltiplicazione dei pani testimoniano. Racconta il vangelo di Matteo che Gesù «chiamò a sé i discepoli e disse: “Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada”» (Mt 15, 32).

In una logica di stretta consequenzialità Gesù chiede che questo atteggiamento sia fatto proprio dai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare!» (Mt 14, 16). Le opere di misericordia (corporale e spirituale), origine di tanti capolavori artistici, sono la tipizzazione di questo comando ad essere solidali con i più poveri, a mettere i poveri al centro, ad averli sempre con noi. Suonano allora ancora più taglienti le acute riflessioni di Papa Francesco: «Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. […] La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo»[8].

Un pasto che educa

Per la fede cristiana il cibo è il crocevia di tutta una serie di legami (tra Dio e gli uomini, degli uomini tra di loro, con il creato) generatori a loro volta di pratiche che maturano le persone e ne arricchiscono le identità. Queste pratiche riguardano la crescita dei singoli individui: attraverso la disciplina del cibo l’uomo può imparare molto circa il suo legame con il creato come anche circa la sua relazione con Dio. Non soltanto il cristianesimo, ma più ampiamente la stessa storia delle religioni ci racconta che strumenti come l’ascesi e l’astinenza – ovvero la rinuncia volontaria, abitualmente normata da una regola di vita, in determinati tempi dell’anno al cibo in modo totale o ad alcuni tipi di alimenti – hanno saputo costruire percorsi di educazione in grado di trasformare in modo anche radicale singole persone o gruppi di persone, rendendoli esemplari e modello di vita, il cui stile resta valido ed attuale ancora oggi.

Il rapporto con il cibo ha saputo poi generare pratiche che mirano alla costruzione e al rafforzamento dei legami di comunione: nel cristianesimo ma non solo il pasto è presto diventato un rito, ovvero un momento capace di assumere il gesto del consumare assieme il cibo come una risorsa capace di generare legami profondi tra i partecipanti; legami in grado di modificare le vite dei singoli, dando loro nuovi scopi e nuovi orizzonti di senso alle loro azioni. E’ così che il pasto si è aperto all’esperienza della condivisione e della solidarietà: il cibo in questo caso diventa sinonimo di dono, nelle forme sempre attuali delle mense aperte ai poveri, o in quelle più moderne dei banchi alimentari.

Tra i luoghi nei quali il cibo si fa rito e strumento di educazione non possiamo non menzionare la famiglia e la casa (il focolare): il gesto del nutrire diventa il veicolo dell’amore dei genitori verso i figli, come illustra bene il gesto di una madre che allatta il proprio bimbo. La tavola è il simbolo della famiglia, della sua capacità di costituirsi come soggetto unitario e solidale; in una situazione di crisi mondiale come l’attuale diventa allora importante sostenere la capacità generativa della famiglia, anche a questo livello. «Dalla famiglia, che è la prima comunità educativa, si impara ad avere cura dell’altro, del bene dell’altro, ad amare l’armonia della creazione e a godere e condividere i suoi frutti, favorendo un consumo razionale, equilibrato e sostenibile. Sostenere e tutelare la famiglia affinché educhi alla solidarietà e al rispetto, è un passo decisivo per camminare verso una società più equa e umana»[9]. Le parole di Papa Francesco ci aiutano ad inquadrare bene la dimensione famigliare dell’educazione attraverso il cibo e il nutrire; e ci permettono di sottolineare l’assoluta originalità con cui, in questo come negli altri campi analizzati, il genio femminile contribuisce alla maturazione degli uomini attraverso l’esperienza del cibo, del nutrire, del pasto[10].

Un pane che rende presente Dio tra gli uomini

Senza soluzione di continuità la riflessione avviata giunge così ad una ulteriore dimensione, ad un nuovo sviluppo del tema del nutrire. La pratica del pasto è diventata presto, nella esperienza di fede prima ebraica e poi cristiana, luogo di memoria, rimando alle grandi gesta di Dio, come monito e insegnamento per gli uomini. «Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire» (Dt 8, 12-15).

Il pasto rituale è divenuto così il luogo in cui si rivela il bene che Dio nutre per gli uomini; e allo stesso tempo il luogo di verifica dell’accoglienza di questo dono. Come racconta l’apostolo Paolo: «Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? » (1Cor 11, 20s). La storia del cristianesimo è piena di testimonianze di questa pratica del pasto come luogo di testimonianza dell’amore di Dio e di verifica della fedeltà degli uomini. E questo perché il cibo, il pane vengono assunti dentro la fede cristiana a simbolo stesso della presenza di Dio tra noi.

Il Dio cristiano è un Dio che si incarna, che si rende presente tra gli uomini; e che consegna la memoria di questa sua presenza proprio nel pane eucaristico, un pane che dà vita e salvezza. L’incarnazione è il grande dono di Dio che nutre gli uomini, come Gesù Cristo afferma di se stesso: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 48-51). La Chiesa fa memoria di questo dono proprio nel sacramento dell’Eucaristia, memoria efficace della cena (l’ultima cena immortalata in molti capolavori artistici!) in cui Gesù Cristo ha consegnato il senso della sua morte per la vita degli uomini, come ci ricorda l’apostolo Paolo: «Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”» (1Cor 11, 23).

 

Illustrato in tutte le sue ramificazioni, il messaggio che la Santa Sede intende trasmettere incrocia in modo chiaro parecchi degli itinerari tematici che gli organizzatori hanno predisposto per EXPO 2015. Articolando in modo evidente la tematica del rapporto cibo – religione, il padiglione della Santa Sede può essere incluso anzitutto nell’itinerario “1. Storia dell’uomo, storie di cibo”. Per il modo con cui il tema viene declinato, il messaggio del padiglione può essere collegato anche agli itinerari “2. Abbondanza e privazione: il paradosso del contemporaneo” e “4. Cibo sostenibile = mondo equo”. In questi due itinerari la Santa Sede sarà aiutata nel trasmettere il proprio messaggio dalla presenza di Caritas Internationalis tra i partecipanti non ufficiali, come uno degli esponenti della società civile.

  1. Non di solo pane. L’allestimento

Volendo ora entrare in modo più dettagliato nella sezione dedicata all’allestimento spaziale ed architettonico prendiamo come punto di partenza le tante pratiche che il cristianesimo ha saputo ideare e generare nella storia per dare visibilità ai contenuti descritti nel punto precedente. Si va dalle più semplici e quotidiane (forme di condivisione e di carità a livello di vicinato, la disciplina e l’educazione legata ai pasti in famiglia, la preghiera delle tante piccole comunità cristiane con al centro la celebrazione eucaristica), alle più complesse ed organizzate (la nascita di istituti religiosi e le tante forme di vita comune, l’organizzazione delle pratiche in programmi specializzati e in progetti educativi, il sorgere di strumenti come gli interventi caritativi ed umanitari, le opere missionarie …).

La figura

Da un lato la vita monastica prima e convenutale/religiosa poi ci si presenta come un luogo esemplare di incarnazione della capacità di educazione integrale legata all’operazione del nutrire e al cibo. I monaci e le monache, i frati e le suore, i religiosi e le religiose possono essere assunti come l’immagine dell’uomo e della donna che fa del nutrimento lo strumento per costruire la propria identità: il cibo, la natura, la vita comunitaria, l’accoglienza del povero, lo studio, la preghiera, sono tutti ingredienti organizzati in una regola perché la vita personale e comunitaria risulti un itinerario armonico verso Dio. In questo contesto organizzato, la vita del singolo individuo si nutre di tutti questi ingredienti; e l’azione del nutrirsi e del nutrire struttura il suo quotidiano e plasma la sua identità.

Ma – e potremmo dire in un modo quantitativamente molto maggiore – anche la vita famigliare è capace di illustrare bene i valori che la riflessione cristiana ha legato al nutrire: il pasto è il momento di raduno della famiglia, il luogo della sua crescita, lo spazio per la celebrazione delle sue feste. Il focolare è assurto presto a simbolo della vita famigliare, incarnazione ed esplicitazione simbolica delle sue potenzialità educative, del suo capitale umanizzatore. Il cristianesimo, come ha saputo generare la vita monastica, ha anche saputo abitare l’esperienza umana della famiglia, dando ancora maggiore risalto all’atto del nutrire e al pasto come luoghi di maturazione degli uomini e delle donne.

L’importanza di ogni singola dimensione dell’operazione del nutrire descritta nel punto precedente ha fatto sì che la vita quotidiana della fede associasse ad ogni azione un luogo: la sala da pranzo (il refettorio), la camera per gli ospiti (la foresteria), la biblioteca (lo scrittoio), il giardino, il chiostro, il luogo di riunione della famiglia e della comunità (la sala capitolare), la chiesa, i laboratori (la cucina, l’ambulatorio, l’officina) sono gli ambienti che traducono nello spazio le dimensioni e le azioni attraverso le quali la riflessione cristiana ha specificato nelle sue ricchezze e potenzialità il significato del cibo e del nutrire per la sua fede. Da questi luoghi e da queste azioni sono nate regole di vita, ovvero degli strumenti per insegnare agli uomini e alle donne uno stile di vita che grazie alla sobrietà insegnasse la comunione con gli uomini, con il creato, con Dio. Nella regola di vita al cibo è legata l’ascesi; alla natura il rispetto e l’osservazione; alla vita comunitaria l’umiltà e l’accoglienza; all’incontro coi poveri la certezza che tutti siamo fratelli, figli dell’unico Dio; allo studio l’investigazione e l’elevazione; alla preghiera il silenzio e la contemplazione.

La descrizione

Il padiglione della Santa Sede vuole prendere spunto da tutta questa immensa schiera di pratiche gli elementi fondamentali della propria struttura architettonica, così da suscitare nel visitatore gli echi di una comprensione così ricca ed integrale dell’operazione del nutrire. La tavola dovrà essere il fulcro attorno al quale ruota l’itinerario della visita: una tavola intesa come strumento evocatore, simbolo che richiama e connette tra di loro le dimensioni costitutive della persona umana, gli ingredienti, i cibi di cui nutrirci. Attorno a questo fulcro ruoteranno le varie piste illustrative della comprensione cristiana del cibo e del nutrire: il focolare, il refettorio, inteso come luogo del convivium, della comunione attorno alla tavola; la mensa aperta ai poveri, il banco della carità, spazio di apertura e di accoglienza dell’altro, luogo di condivisione e di solidarietà come un tempo la foresteria in tante istituzioni religiose e oggi le tante iniziative legate alla carità; lo scrittoio, il luogo dello studio (la biblioteca), spazio di nutrimento della mente e dell’anima, luogo senza il quale la persona umana perde una dimensione essenziale della sua identità; la chiesa, luogo della ricerca e dell’incontro con Dio, luogo dove Dio personalmente nutre l’uomo con il suo pane; il giardino, luogo del rapporto con la natura, come per i monaci memoria dell’Eden nel quale Dio ci ha collocati, perché lo coltivassimo e lo custodissimo.

Avendo la tavola come fulcro, il padiglione intende immergere i visitatori in questo clima. In pochi passi saremo chiamati a vivere un cammino nella memoria, un’esperienza di nutrimento. Contemplando opere d’arte, interagendo con dispositivi capaci di attivare i loro sensi e la loro immaginazione, i visitatori saranno condotti per sentieri che richiamano loro le tante forme che la tavola della comunione con Dio, con gli uomini e con il mondo assume per nutrire la loro vita, facendoli maturare, immergendoli nella storia, rendendoli attori responsabili della costruzione del futuro dell’umanità.

La tavola, il banchetto, il focolare, il refettorio. Proprio attraverso un lavoro di stilizzazione, questo spazio fungerà un po’ da protiro, quell’elemento architettonico che nel mondo classico strutturava le case, ripreso poi nei monasteri nella figura del chiostro. Il protiro fungeva da punto di collegamento e luogo di armonizzazione tra i diversi spazi legati alle dimensioni intime e private della vita, da un lato, e dall’altro il momento sociale e pubblico, quasi una corte ante litteram, un sagrato, uno spazio di condivisione e di contaminazione tra il momento individuale/personale e la dimensione comunitaria/sociale. Luogo di interfaccia, di comunicazione e di scambio, l’esperienza del nutrire che il padiglione intende far vivere ai visitatori è quella legata al senso profondo del banchetto: l’esperienza di una ricostruzione della propria identità, di un “rifacimento” di se stessi, nella linea di quel reficere che sta alla base proprio del concetto stesso di refettorio. Un reficere reso possibile dalla natura plurale del cibo di cui l’uomo ha bisogno per nutrirsi: materiale e spirituale, culturale e comunitario, quotidiano e festivo, personale e solidale, secolare e sacrale.

L’immaginazione pratica

Per poter vivere una simile esperienza, occorrerà curare con attenzione lo stile della proposta architettonica. La struttura dovrà richiamare immediatamente e in modo evidente i valori della sobrietà, del rispetto del creato, dell’accoglienza e della comunione. Dovrà consentire di comprendere come gli ideali di nutrimento che la memoria ci consegna non abbiano solo un passato, ma anche un futuro. Sobrietà, ascesi, rispetto, attenzione, condivisione sono parole che possono tranquillamente arricchire e allargare lo spazio di termini come ecologia, salvaguardia del creato, solidarietà.

Sobrio, il padiglione vorrà aiutare a dare un futuro alla memoria illustrata attraverso le nuove tecnologie ospitate: proiezioni, animazioni multimediali e dispositivi interattivi saranno gli strumenti utilizzati per illustrare il tema e permettere ai visitatori di vivere una esperienza che accendendo le loro emozioni ne provochi la riflessione e il coinvolgimento.

In concreto, si immagina un padiglione che guidi i visitatori in un percorso che è fatto anzitutto di concentrazione, attraverso il fascino e lo stupore; per giungere in una tappa successiva ad un luogo contemplativo, che affida all’opera d’arte il compito di aprire la mente delle persone ai tanti significati del nutrire; per continuare poi in uno spazio interattivo, dedicato soprattutto ai più giovani, che stimoli l’immaginazione accesa, sviluppando associazioni di significato che approfondiscano la riflessione; per concludere in un momento finale in una ricaduta sulle tante forme con cui oggi l’esperienza cristiana continua nel presente attraverso l’atto del nutrire a costruire il futuro della storia degli uomini.

Il padiglione avrà anche uno spazio più riservato per brevi presentazioni, per l’ascolto e la conversazione con chi passando li richiede, per la distribuzione di materiale informativo e di riflessione. Deve comunque conservare la struttura agile che consenta il flusso delle migliaia di persone previste. L’agilità è una dote essenziale, se si vuole che l’esperienza immaginata poco sopra funzioni per tutti i visitatori che attraverseranno questo spazio.

  1. Non di solo pane. La rappresentazione

Il padiglione vuole raccontare tutti i temi messi in luce nel primo punto attraverso gli strumenti del cammino e del fascino. Dal racconto della creazione alle più attuali forme di solidarietà, facendo uso dei linguaggi artistici classici e delle forme più avanzate della comunicazione mediatica, i visitatori saranno immersi in un’esperienza che li coinvolge e li interroga sul loro modo di concepire il cibo, il nutrimento come luogo di educazione e di comunicazione, come strumento di condivisione e di solidarietà, come forma di legame tra noi, con Dio, con il mondo. Utilizzeremo il fascino delle opere d’arte, presenti sia fisicamente che in modo virtuale per stupire e far riflettere.

La tavola, il refettorio si farà così protiro, “cortile dei gentili”, luogo di ascolto e di confronto; sarà piazza che accoglie e invita all’incontro e al dialogo; sarà palcoscenico su cui vedere rappresentati i nostri sogni, le nostre domande, le nostre paure, le nostre colpe. Sarà soprattutto spazio che invita al dono, alla estroversione, all’incontro con i più poveri. Mentre racconteremo e faremo rivivere i testi della tradizione cristiana, coinvolgeremo i visitatori, le loro culture e le loro religioni a fare altrettanto, in un ascolto reciproco che si fa conoscenza e dialogo sempre più profondo. Sarà davvero interessante ascoltare, attraverso mostre, pubblicazioni e letture, quanto la nostra fede ha saputo generare in termini di riflessione, cultura e poesia, circa il cibo e il nutrire.

Ci apriremo al confronto sulle grandi questioni sociali ed ecologiche che animano il presente del nostro pianeta, aiutati dalla presenza di Caritas Internationalis, organizzando conferenze e dibattiti, fornendo materiale informativo e documentario. Mireremo alla presenza di testimoni che ci illustrino e ci educhino sulla tematica del nutrire, così come l’abbiamo delineata. Lasceremo che le emergenze e le grandi disuguaglianze che segnano la distribuzione del cibo e delle risorse sul nostro pianeta oggi generino nei visitatori domanda di coinvolgimento e di conversione.

Approfitteremo di alcuni grandi appuntamenti del calendario liturgico per costruire eventi e momenti di comunicazione: la festa di Pentecoste (mese di maggio), la solennità del Corpus Domini (giugno), la festa del Creato (settembre). All’interno del progetto delineato, man mano che gli eventi si precisano e il calendario si definisce, definiremo quale tipo di materiale esporre presso il padiglione, con la precisa intenzione di veicolare attraverso di esso forme di richiamo e di ricordo. Non si prevede per il padiglione della Santa Sede alcun tipo di attività commerciale o ristorativa, convinti che il linguaggio della gratuità sia già di per se stesso un veicolo portatore della novità dell’esperienza del cibo e del nutrire, così come l’esperienza cristiana ce la fa vivere.

 

Santa Sede
27 febbraio 2014

 

[1] Cf Micol Forti – Rosalia Pagliarini, «La partecipazione del Vaticano alle Esposizioni Internazionali», in M. Forti – P. Iacobone (a cura di), In Principio. Padiglione della Santa Sede. 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2013, FMR-ARTE’, Bologna 2013, pp. 37-63: 37.

[2] Ivi, 41. Esemplare la partecipazione alla Esposizione Universale di Bruxelles del 1958: ivi, 47.

[3] Ivi, 60.

[4] Francesco, Messaggio per la giornata mondiale dell’alimentazione, Città del Vaticano, 16 ottobre 2013.

[5] Cf Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, Città del Vaticano 2009, n.51.

[6] Francesco, Messaggio per la giornata mondiale dell’alimentazione, Città del Vaticano, 16 ottobre 2013.

[7] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013, n. 56.

[8] Ivi, nn. 51. 53.

[9] Francesco, Messaggio per la giornata mondiale dell’alimentazione, Città del Vaticano, 16 ottobre 2013.

[10] Ancora una parola di Papa Francesco, per cogliere l’originalità del genio femminile: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza»: Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013, n. 286.

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