Feb 20, 2020 Last Updated 6:03 PM, Feb 17, 2020

Giuseppe Allamano: “In un mare di gente”

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Messaggio per la festa del Fondatore 2020

«Solo un grande amore ci renderà ardenti missionari e missionarie, ci farà sopportare volentieri i sacrifici della vita apostolica e assicurerà il frutto alle nostre fatiche…  L’amore vince tutto, supera tutto». (Giuseppe Allamano)

«Il missionario è colui o colei che è capace di dare testimonianza della propria vita, di ascoltare in silenzio, senza troppe parole, per condividere la gioia, il dolore, i sogni della gente». (Card. Luis Antonio Tagle, Neoprefetto di Propaganda Fide)

Carissimi missionari,
nel ricordo del nostro Beato Padre Fondatore inizio con le parole che papa Francesco, alla vigilia dello scorso mese di ottobre, ha rivolto agli Istituti missionari di origine italiana:

«Prima di tutto sento il bisogno di esprimere riconoscenza ai vostri Fondatori. In un’epoca storica travagliata - da metà Ottocento a metà Novecento - la fondazione delle vostre Famiglie religiose, con la loro generosa apertura al mondo, è stata un segno di coraggio e di fiducia nel Signore. Quando tutto sembrava portare a conservare l’esistente, i vostri Fondatori, al contrario sono stati protagonisti di un nuovo slancio verso l’altro e il lontano».

Ed è con questo pensiero di riconoscenza al nostro Fondatore, Giuseppe Allamano, che ha avuto il coraggio di “lanciarci” sulle strade della Missione, che non possiamo dimenticare una data importante: tra non molti mesi, infatti, celebreremo il 30° anniversario della sua beatificazione, avvenuta il 7 ottobre 1990. Celebrare il ricordo della beatificazione da una parte, aumenta in noi il rammarico di non poterlo ancora invocare come santo, dall’altro ci stimola maggiormente a pregare e a testimoniare la donazione della missione. Stiamo attendendo, infatti, il parere della Congregazione dei Santi circa un “presunto miracolo” avvenuto a Roraima, in Brasile, una “coincidenza” col Sinodo per l’Amazzonia, da poco concluso, che potrebbe essere riconosciuto come “segno del cielo” per confermare la santità dell’Allamano.

Spulciando tra le numerose testimonianze pubblicate in occasione della Beatificazione (cfr. Missioni Consolata, settembre 1990), mi hanno piacevolmente colpito le parole di don Dario Berruto (in quell’anno, Rettore del Santuario della Consolata, dunque, uno dei successori dell’Allamano), che così scriveva:

«Beato te, Giuseppe Allamano, perché hai creduto alla necessità della consolazione, come elemento tanto importante, senza il quale non si può vivere. Hai creduto che il vangelo è la consolazione venuta nel mondo e proposta a ogni creatura. Sei stato per 46 anni Rettore della Consolata ed è lì che hai imparato la sublime arte della consolazione: consolare gli altri con la stessa consolazione con cui Dio ci consola.

L’Allamano ebbe a cuore la gente, non solo le idee. E io credo che, se tornasse fisicamente e dovesse dirci qual è la prima cosa che dobbiamo fare, continuerebbe a ripeterci: “Abbiate cura della gente; abbiate a cuore la gente!”. Beato te, Giuseppe Allamano, perché hai creduto che, senza consolazione, non si può vivere».

Anche papa Francesco, al termine dell’Anno santo della misericordia, scriveva che «la Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta».

La misericordia della chiesa e la sua solidarietà verso “le periferie esistenziali” scattano quando con occhio attento si guarda il mondo e le persone che lo abitano. Occhi non distratti o colpiti solo dall’apparenza, ma capaci di leggere dentro, di discernere la realtà e di comprenderne meccanismi e complicazioni che essa nasconde. Occhi per vedere/capire… e cuore grande, toccato da ciò che si è visto, per poi intervenire a “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone… come quel «mare di gente», soprattutto di poveri, che si riversava nel Santuario della Consolata di Torino.

«Quanta gente accorre al Santuario!» - costatava l’Allamano; lui ci visse, quasi “immerso” e, attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tastava il polso della città, si lasciava ferire dalle pene di cui veniva a conoscenza, avvertiva il dramma di troppi che vivevano in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestiva il potere pubblico… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

P. Gottardo Pasqualetti fa una bella sintesi di quanto l’Allamano operava per la carità: «Alla Consolata, si mostrò molto generoso con i poveri, che attendevano, in lunga fila, la sua uscita alla porta di casa per averne l'elemosina. Non rifuggiva, come spesso avviene, il “pericolo” di incontrare quanti chiedono l'elemosina. Tanto che alle Missionarie della Consolata raccomandava di mandare da lui i poveri che bussavano alla loro porta».

Attraverso i suoi missionari e missionarie, la carità e l’attenzione agli altri dell’Allamano superarono i confini della diocesi e della patria. Le opere create in Africa fin dai primi anni, con il suo incoraggiamento e soprattutto con il suo sostegno concreto, lo stanno a dimostrare. Non si trattava soltanto di un’elemosina spicciola, quanto di un sistema di aiuto per elevare, con dignità, tutto l’ambiente. Un santo, dunque, che ha spinto il suo sguardo attento non soltanto alla città in cui ha trascorso la vita, ma molto più in là, arrivando fino in Africa e, con la fondazione di due Istituti Missionari, è riuscito a proiettarsi oltre il suo tempo, raggiungendo altri popoli e continenti e… con una sua ardita convinzione: «Per un missionario non basta amare il prossimo come noi stessi, ma anche di più; e deve amare di più l’anima degli africani che non la propria vita materiale».

Questo obiettivo, i suoi missionari tentarono di realizzarlo nel contatto quotidiano e diretto con la gente, attraverso soprattutto la “visita ai villaggi”. Fu questo un mezzo apostolico duro e faticoso, spesso carico di delusioni. Ma l’Allamano ci teneva troppo, avendo constatato quanto fossero importanti e insisteva continuamente perché i missionari vi rimanessero fedeli, indicando loro perfino il metodo delle visite, che non dovevano ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri, dove i villaggi più bisognosi e gli ammalati avessero la precedenza. Le visite ai villaggi costituiranno, nel metodo missionario dell’Allamano, “gli occhi e il cuore” per leggere, capire e cambiare la realtà, attraverso il contatto giornaliero e fedele con la gente. Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore più umana, più degna dei figli di Dio.

Guardando, allora, all’Allamano, “immerso in un mare di gente” e ai suoi primi missionari, severamente esortati dal Regolamento a non trascurare la “visita ai villaggi”, possiamo cogliere la sua paterna esortazione ad essere Missionari e Missionarie della Consolata che, “senza rumore”, si dedicano ai poveri e agli ultimi, condividendone la vita e le speranze, le sofferenze e i sogni. In inglese si chiamano le 3 L: “the least, the last, the lost” che significano: i più piccoli, gli ultimi e i perduti.

Possiamo allora chiederci: cosa sogna Dio per noi missionari?

Sicuramente, che ci facciamo vicini ai poveri e agli ultimi, sull’esempio di Gesù. Nell’Evangelii Gaudium, ad esempio, il papa afferma che il nostro amore per «i più abbandonati della società» deriva «dalla nostra fede in Cristo, vicino ai poveri» (n.186); e ancora: «Gesù vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato» (n. 268). Per questo, noi missionario dobbiamo considerarci come l’umile strumento di cui Dio si serve per realizzare il suo sogno: attraverso il nostro farci vicini alla gente, anche Gesù si fa sempre più vicino e incontra il suo popolo. La vicinanza e la condivisione sono, dunque, la fonte e la meta della missione. Il Signore ci spinge: «a buttarci nella mischia, a coinvolgerci nell’incontro e nella relazione con gli abitanti della città. Siamo chiamati a incontrare gli altri e metterci in ascolto della loro esistenza, del loro grido di aiuto. L’ascolto è già un atto d’amore! Avere tempo per gli altri, dialogare, riconoscere con uno sguardo contemplativo la presenza e l’azione di Dio nelle loro esistenze, testimoniare con i fatti più che con le parole la vita nuova del Vangelo, è davvero un servizio d’amore che cambia la realtà. Così facendo, infatti, anche nella Chiesa circolerà aria nuova, voglia di rimettersi in cammino, di superare le vecchie logiche di contrapposizione e gli steccati, per collaborare insieme, edificando una città più giusta e fraterna». (Papa Francesco, Alla Chiesa di Roma, nei vespri che precedono il tradizionale “Te Deum” di ringraziamento per la conclusione dell’anno 2019)

Certamente, davanti a tante sfide più grandi di noi, spesso ci sentiamo impotenti: non abbiamo risposte immediate sulle cose da fare. Ma, anche se non sappiamo sempre “cosa fare”, Gesù ci dà un’indicazione chiara sul “dove stare”: oggi, come ieri, il Signore ci chiama a stare vicino alla gente, vicino ai poveri! Questa vicinanza, poi, implica un amore forte, perseverante e totale nel nostro impegno, per «scoprire e trasmettere la mistica di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (EG 87).

E questa vicinanza alla gente, sull’esempio dell’Allamano, noi Missionari e Missionarie della Consolata non la consideriamo solo un dovere da assolvere, ma piuttosto come un desiderio insopprimibile del cuore. A questo proposito, papa Francesco afferma che «per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore» (EG 268). Insomma, vogliamo stare vicini ai poveri perché è con loro che ci sentiamo felici: senza di loro la nostra vita non avrebbe gusto e perderebbe tutto il sapore. Sì, per un missionario non c’è gioia più grande di quella di sentirci avvolti dall’abbraccio dei poveri e degli ultimi. Ma è davvero così, per ognuno di noi?

Preghiamo, allora, il nostro beato Fondatore, che mantenga sempre vivo in noi questo gusto spirituale: la gioia di sentirci abbracciare dai “più piccoli, gli ultimi e i perduti”.

Signore Gesù,
che hai fatto dono alla tua chiesa
del tuo fedele servo Giuseppe Allamano,
pastore e consolatore del tuo popolo,
fondatore di missionari e missionarie
perché la gioia del Vangelo
giungesse sino ai confini della terra
e nessuna periferia fosse priva della sua luce,
ascolta la nostra preghiera.

Fa’ che abbiamo sempre viva memoria
di una guida così luminosa,
aiutandoci a raccogliere, con generoso impegno,
l’eredità della sua vita vissuta nell'amore.

E donaci anche la gioia di vederlo presto
glorificato nella schiera dei santi, additato dalla chiesa
come testimone esemplare di vicinanza
al popolo degli ultimi e dei poveri.

Ci aiuti anche l’esempio e l’invocazione ai Martiri d’Algeria, nostri protettori annuali, che mescolati al popolo e scegliendo di rimanere in quel Paese, nonostante il pericolo, hanno vissuto sino in fondo, con amicizia e “simpatia” i legami di fratellanza, amicizia e servizio, fino al dono supremo della loro vita.

Buona festa a tutti voi, sorelle e fratelli missionari;
e, Buona Festa, anche… alla gente con cui viviamo, che amiamo e serviamo!

Roma, 07 febbraio 2020

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