Feb 18, 2019 Last Updated 11:01 PM, Feb 17, 2019

Bizzeti: “In Anatolia c’è un cristianesimo vitale, ma che si sente due volte tradito”

Pubblicato in Missione Oggi
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Intervista al gesuita, vicario apostolico d’Anatolia, che porta con sé in questi giorni di soggiorno romano i volti, le speranze, i dolori dei cristiani, soprattutto dei rifugiati, che popolano la sua terra di missione

L’Anatolia di monsignor Paolo Bizzeti è una terra dove i cristiani sono ormai pochissimi, ma ne arrivano non pochi, da tanti Paesi: dalla Siria, dall’Iraq, dall’Iran, dall’Afghanistan e dalle numerose Repubbliche centro-asiatiche di cui poco si parla. Molti di loro hanno lasciato dietro di sé situazioni dolorose, o di fame, o di guerra, o di persecuzione. Sono partiti pensando di poter raggiungere l’Europa, dove vivere con cristiani come loro la loro nuova vita. Ma hanno scoperto che questo non era possibile, l’accordo tra Europa e Turchia li ferma in un Paese dove c’è libertà di culto ma dove non si possono costruire nuove Chiese in base al Trattato di Losanna del 1924

L’eccezione della Chiesa siro-ortodossa di cui il governo turco ha annunciato la costruzione in questi giorni, dopo l’annuncio del 2015, è la classica eccezione che conferma la regola. «Non è difficile capire che queste persone non possono vivere una vita sospesa, e pensano a insediarsi, a inserirsi nel contesto turco. Ma non senza, in molti casi, un senso di duplice tradimento: da chi li ha perseguitati costringendoli alla fuga e da chi li ha respinti, rifiutandoli. Bisogna capire che queste persone sono cresciute nella certezza che esistesse l’Europa cristiana, dove avrebbero potuto recarsi per essere finalmente liberi e accettati. Così non è stato e la mancanza di solidarietà crea un senso di tradimento o di abbandono, tanto che non capita raramente di sentir dire da qualcuno di loro che appartiene alla Chiesa che lo adotterà», spiega monsignor Bizzeti a Vatican Insider. 

«In Anatolia – prosegue - oggi viviamo una situazione simile a quella dei cristiani dei primi secoli. La Chiesa domestica, in questo contesto, è ovviamente la forma più naturale di Chiesa, come lo fu proprio per i cristiani dei primi secoli. Ma servono spazi adeguati a riunire una comunità per i momenti di festa, di preghiera, di catechismo; inoltre scarseggiano i sacerdoti, in un contesto dove il laicato non è stato formato ad assumere ruoli di leadership, dove la conoscenza del Concilio Vaticano II è ancora molto limitata e quindi si pensa che in assenza di sacerdoti non vi sia Chiesa, non vi sia comunità. Dunque è una situazione che ha molte prospettive interessanti ma è certamente complessa. Eppure i segni della vitalità cristiana sono evidenti: c’è chi ha scoperto la fede cristiana incontrando Gesù su Internet, o sognandolo, o incuriosito dal Vangelo. Sono tanti segni indicativi di una vitalità religiosa che l’Occidente cristiano non dovrebbe trascurare o ignorare». 

«A questa realtà e a queste problematiche non offre soluzione la visita di un prete che viene una settimana da qualche parte del mondo, celebra tre messe al giorno in tre località diverse e poi se ne va», afferma il vescovo. «È certo una cosa buona, ma non è questo ciò che maggiormente serve. Serve trovare nuove forme, nuove cure spirituali, nuovi sistemi di accompagnamento. Per esempio: noi trasmettiamo una catechesi via web che ha una media di trecento contatti e totalizza tremila fruitori al mese. È solo un esempio per dire che questo cristianesimo esiste, ha sete, e va dissetato davvero. La cura del laicato è molto importante anche perché mentre la situazione precedente all’accordo tra Turchia ed Europa sui profughi, metteva molti soggetti nelle condizioni di occuparsi dei profughi, dell’istruzione scolastica dei loro figli, oggi lo Stato ha avocato tutto a sé. Così molti bambini ricevono un’educazione diversa da quella che i loro genitori desiderano; genitori che non hanno nemmeno gli strumenti per rispondere a quello che alcuni insegnanti affermano a scuola contro il cristianesimo. Certo, non tutti i casi sono uguali, ma alcuni potrebbero allontanarsi dalla fede, un effetto certo non desiderato delle intese trascorse, ma non trascurabile.» 

Ma questa situazione potrebbe però avere il vantaggio, anche questo magari non voluto, di creare un dialogo diretto, il dialogo degli esclusi, il dialogo nella marginalità, tra profughi di diversa identità religiosa? «Temo di no», risponde Bizzeti, «temo che i muri possano innalzarsi, non ridursi, se procedessimo così. Il dialogo della vita reale, delle persone in carne in ossa, non è facilitato da queste condizioni, anche perché la situazione attuale diversifica profugo e profugo. Possiamo dire che i siriani sono profughi di “serie A”; possono lavorare, aprire un’attività commerciale, ecc. Per altri non è così, a loro è consentito solo il lavoro nero. In questa contesto è evidente che non è facile immaginare cammini di reciproca conoscenza, ma risentimenti, chiusure. Come immaginare che dal rifiuto, dall’idea di essere stati perseguitati e respinti, possa nascere reciproca accettazione?».

Pensare all’imminente Settimana per l’Unità dei cristiani diviene così pensare alla vita di tutti i giorni di chi non ha una Chiesa e l’ecumenismo fatto concreto, quotidiano, con il volto dell’assistenza, della vicinanza concreta, del servizio. In un contesto complesso come l’attuale si può pensare davvero di dare risalto a quello che può apparire un fatto marginale come la condizione dei cristiani in Anatolia? Secondo il vicario, «a tutti dovrebbe essere chiaro che la Turchia è un Paese cruciale, del quale nessuno può fare a meno, come mostra l’interesse delle grandi potenze mondiali, che guardano alla Turchia come un luogo importantissimo, strategico. Mi sembra perciò molto importante che come chiesa si debba avere degli orizzonti meno angusti e considerare maggiormente l’importanza di questa presenza cristiana in Anatolia.» 

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