Dec 11, 2018 Last Updated 11:01 PM, Dec 9, 2018
Missione

Talitha Kum, la rete di consacrate contro il traffico di esseri umani, diventa “più africana” e cambia approccio per contrastare un terribile fenomeno che coinvolge sempre più bambini. La testimonianza della coordinatrice Suor Gabriella Bottani.

Secondo il rapporto “Global Estimates of Modern Slavery” del settembre 2017, sono circa 40,3 milioni le vittime della schiavitù moderna nel mondo, di queste 25 milioni sono coinvolte in ogni forma di lavoro forzato e 15,4 milioni in matrimoni indotti: 5,4 vittime per ogni 1000 abitanti, uno su 4 è un bambino. In Africa, il fenomeno sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti ed è per questo che Talitha Kum – il network mondiale di vita consacrata femminile contro il traffico di esseri umani – ha deciso di mettere il continente in cima alle priorità di intervento e di adottare un nuovo approccio. Ci spiega quale suor Gabriella Bottani, coordinatrice della rete.

«Fino a un po’ di tempo fa, gli interventi di contrasto alla tratta delle religiose e della Chiesa in Africa, erano molto frammentati, senza una regia, ognuno andava per conto suo rischiando di fare cose bellissime ma di scarso impatto. Negli ultimi anni ci si è resi più conto di quanto il traffico di esseri umani stia assumendo le caratteristiche del macro fenomeno e che sia giunto il momento di fornire risposte globali e articolate. Per questo da diverse parti dell’Africa, religiose di varie famiglie, hanno sentito l’esigenza di coordinare gli sforzi e hanno chiesto a Talitha Kum di sostenerle. Abbiamo quindi subito scelto di uscire dall’idea di lavorare ciascuno per conto suo e di costituire reti con varie specializzazioni, un approccio integrato e multidisciplinare per contrastare il fenomeno e sostenere le vittime».

Talitha Kum esiste dal 2009 ed è presente in Africa già da tempo, cosa è cambiato nelle vostre modalità di intervento nel continente africano?

«Una volta si andava in Africa, si faceva un corso di training e si tornava. Ma ci siamo accorte che non funzionava e che dovevamo lavorare di più sulla leadership delle congregazioni e sulla consapevolezza del fenomeno. Da un certo punto abbiamo cominciato a ricevere richieste esplicite per fare rete e sistematizzare un intervento multidisciplinare. Ci hanno contattato suore da Mozambico, Camerun, Burkina Faso, Nigeria, poi anche Niger, Kenya e Rwanda ed è passato il concetto che Talitha Kum non è Roma, ma è Africa, sono le suore di Maputo, di Benin City, di Niamey, di Yaoundé a essere protagoniste, noi ci limitiamo a mettere a disposizione la nostra esperienza e a coordinare. In breve le richieste si sono moltiplicate, a Bobo Dioulasso, in Burkina, si è costituito un nucleo originario e da lì partono le cellule. Da quando, tre anni fa, abbiamo deciso che la priorità fosse l’Africa Subsahariana e iniziato a lavorare con le leader delle congregazioni in loco, la situazione è molto cambiata e si è innescato un processo con sempre più movimenti di adesione»

Lei ha parlato di nuovo approccio multidisciplinare, può spiegarci cosa intende?

«Il rischio, fino a un po’ di tempo fa, era specializzarsi in un settore, le case di accoglienza per vittime, la riabilitazione, i rimpatri, poi si è capito che il fenomeno è molto ampio e complesso. La situazione è drammatica e l’incontro con la grande violenza sofferta ha favorito una maggiore presa di coscienza. Abbiamo avuto chiaro che dobbiamo affrontare la questione con una pluralità di interventi, quindi accoglienza e assistenza, ma anche sanità, pastorale, educazione sia formale - in cui molte congregazioni sono impegnate - che informale (catechismi, oratori, ecc….). Abbiamo iniziato un lavoro capillare di sensibilizzazione con i leader tradizionali, girato per le campagne, visitato e dialogato con i capo villaggio: tutte cose che da sole non saremmo mai riuscite a fare, in rete è tutto molto più possibile. Inoltre per Talitha Kum è fondamentale introdurre una dinamica di azione che muove verso il tentativo di trasformazione della società e mira ad affrontare le cause. Prendiamo il caso dei matrimoni forzati: ci sono le case che accolgono ma ci domandiamo come agire alla base della società per rimuovere la causa. Sono rimasta molto colpita dal livello di collaborazione delle religiose africane, la vita religiosa in Africa si mette in gioco»

Che tipo di fenomeno è quello della schiavitù in Africa?

«Il primo dato è che è soprattutto intrafricano. Sono le stesse suore che ci spiegano che la gran parte del fenomeno si consuma tra Paesi limitrofi e comunque all’interno dei confini continentali. C’è una drammatica questione di sfruttamento sessuale nei campi profughi, aumenta la vulnerabilità nelle zone di conflitto. In Camerun, ad esempio, nella zona anglofona dove ci sono grosse tensioni tra gli indipendentisti e il governo centrale, riceviamo notizie di un numero crescente di ragazze trafficate. Tante vittime finiscono in Mali, ed è tragico il bilancio del fenomeno in Libia. Abbiamo aiutato di recente due ragazze che rientravano dalla Libia nel rimpatrio verso la Liberia, quando sono arrivate nella casa di accoglienza in Burkina Faso, avevano segni evidenti di torture e abusi. Abbiamo anche osservato che il fenomeno dello sfruttamento e della schiavitù è diffuso nelle aree più ricche dell’Africa. Prendiamo il caso di Benin City, la città tristemente famosa al mondo per la tratta della ragazze, si trova nel sud della Nigeria, la zona più benestante, dove le disuguaglianze aumentano e il disagio sociale è enorme. È un benessere mal distribuito, drogato, che, peraltro, sta consumando il tessuto familiare e i valori tradizionali. In questo senso è molto incoraggiante il modello che stiamo portando avanti che riparte dalla gratuità, cerca i mezzi nella solidarietà e nella piena condivisione, è la migliore risposta allo sfruttamento costante»

Non c’è mai la parola migranti, ma l’ultima parte della preghiera che Papa Francesco, come tradizione, ha composto per la Madonna e letto di fronte alla monumento dell’Immacolata in piazza di Spagna (in realtà, nell’adiacente piazza Mignanelli) parla anche di loro, e soprattutto delle famiglie che si trovano nell'indifferenza. 

“O Madre di Gesù – recita Papa Francesco nella parte finale della preghiera – un’ultima cosa ti chiedo, in questo tempo di Avvento, pensando ai giorni in cui tu e Giuseppe eravate in ansia per la nascita ormai imminente del vostro bambino, preoccupati perché c’era il censimento e anche voi dovevate lasciare il vostro paese Nazareth, e andare a Betlemme”.

Continua Papa Francesco: “Tu sai cosa vuol ire portare in grembo la vita e sentire intorno l’indifferenza, il rifiuto, a volte il disprezzo. Per questo, ti chiedo di stare vicina alle famiglie che oggi a Roma, in Italia, nel mondo intero, vivono in situazioni simili, perché non siano abbandonate a se stesse, ma tutelate nei loro diritti, diritti umani che vengono prima di ogni pur legittima esigenza”.

Si conclude così la preghiera dell’atto di omaggio all’Immacolata. Nessuno lo ricorda, ma è una ricorrenza importante.

Fu in questo giorno, 65 anni esatti fa, che Pio XII inaugurò l’Anno Mariano, il primo della storia, per celebrare il primo centenario della definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione. E fu proprio a piazza di Spagna che Pio XII, dopo aver celebrato in Santa Maria Maggiore, arrivò davanti il monumento dell’Immacolata, e lì lesse la preghiera che aveva composto per l’anno Mariano, portando personalmente fiori di fronte la statua posta in cima alla colonna di 12 metri nel centro della piazza. Fu però poi Giovanni XXIII il primo Papa che, l’8 dicembre 1958, uscì dalle mura vaticane per andare personalmente a deporre un cesto di rose bianche, prima di andare a Santa Maria Maggiore. Una tradizione che continua ancora oggi.

Anche Papa Francesco va a Santa Maria Maggiore, luogo a lui caro, perché fu anche la chiesa dove celebrò la prima Messa Sant’Ignazio di Loyola. È la 66esima volta di Papa Francesco davanti all’icona della Salus Populi Romani, dove va anche all’inizio e al termine di ogni viaggio internazionale.

Quindi, il tradizionale atto di omaggio in piazza di Spagna. Quando Papa Francesco arriva, alle 15.45 sulla sua Ford Focus, i fedeli stanno pregando il Rosario, e sono al secondo mistero. Sono moltissimi i fedeli che assiepano sulle transenne per l’atto di omaggio. Si comincia con le litanie lauretane.

Con Papa Francesco, ci sono il Cardinale Angelo de Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma; l’arcivescovo Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia; monsignor Piero Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie; l’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato; monsignor Paolo Borgia, assessore della Segreteria di Stato. C’è anche il Cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione dell’Evangelizzazione dei Popoli, il cui dicastero si affaccia proprio sulla piazza.

Papa Francesco, dopo aver salutato le autorità, presiede l’omaggio. Quindi, recita la preghiera da lui composta. Sottolinea di portare con lui “i fedeli di questa Chiesa e tutti coloro che vivono in questa città, specialmente i malati e quanti per diverse situazioni fanno più fatica ad andare avanti”.

Nella preghiera, il Papa ringrazia la vergine per “la premura materna con cui accompagni il nostro cammino: quante volte sentiamo raccontare con le lacrime agli occhi da chi ha sperimentato la tua intercessione, le grazie che chiedi per noi al tuo Figlio Gesù!”.

Ma il Papa ringrazia anche per le “grazie ordinarie” fatte alla gente di Roma, che sono “l’affrontare con pazienza i disagi della vita quotidiana”, e quindi il Papa chiede “la forza di non rassegnarci, anzi, di fare ogni giorno ciascuno la propria parte per migliorare le cose, perché la cura di ognuno renda Roma più bella e vivibile per tutti; perché il dovere ben fatto da ognuno assicuri i diritti di tutti”.

Papa Francesco prega per “coloro che rivestono ruoli di maggiore responsabilità: ottieni per loro saggezza, lungimiranza, spirito di servizio e di collaborazione”.

Papa Francesco affida dunque alla Vergine “in modo particolare i sacerdoti di questa Diocesi: i parroci, i viceparroci, i preti anziani che col cuore di pastori continuano a lavorare al servizio del popolo di Dio, i tanti sacerdoti studenti di ogni parte del mondo che collaborano nelle parrocchie”, e per loro chiede “la dolce gioia di evangelizzare e il dono di essere padri, vicini alla gente, misericordiosi”.

A Maria, il Papa affida anche “le donne consacrate nella vita religiosa e in quella secolare, che grazie a Dio a Roma sono tante, più che in ogni altra città del mondo, e formano un mosaico stupendo di nazionalità e culture”, chiedendo per loro “la gioia di essere, come te, spose e madri, feconde nella preghiera, nella carità, nella compassione”.

Quindi, la preghiera per quanti sono come la famiglia di Gesù, che da Nazareth andò a Betlemme e si trovò nell'indifferenza, appello che sembra importante  alla vigilia dell’incontro intergovernativo di Marrakech sull’Accordo Globale delle migrazioni.

 Il Papa infine chiede a Maria Immacolata di vegliare "su questa città, sulle case, sulle scuole, sugli uffici, sui negozi, sulle fabbriche, sugli ospedali, sulle carceri; in nessun luogo manchi quello che Roma ha di più prezioso, e che conserva per il mondo intero, il testamento di Gesù: 'Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi' (cfr Gv 13,34)".

Dopo la cerimonia, ci sarà un breve saluto ai fedeli, e ai malati dell’UNITALSI, il congedo dalle autorità (c’è anche il sindaco Virginia Raggi) e quindi la visita al Messaggero, quotidiano romano che festeggia i 140 anni dalla fondazione.

Arrivato alla sede del quotidiano romano in via Barberini, Papa Francesco è accolto da Franco e Azzurra Caltagirone, proprietari del giornale, dal direttore Virman Cusenza e dalla vaticanista Franca Giansoldati che gli regala un mazzo di fiori per Santa Teresina e la Madonna. 

Dopo una breve visita nella redazione, Papa Francesco ha tenuto un breve discorso, sottolineando che è vero che il Messaggero è l'unico giornale che legge, anche se gli "hanno consigliate a volte di non farlo", ma che per lui è facile leggerlo, lo sfoglia "di fretta e se vedo qualcosa che mi interessa mi fermo un po".

Papa Francesco ha ringraziato per il lavoro dell'informazione e per il lavoro che c'è dietro la carta, per "l'altezza di alcuni articoli", e ha chiesto di continuare con il lavoro "con servizio, spiegando le cose senza esagerazioni, sempre cercando la concretezza", e mantenendosi sui fatti. 

Quindi, dopo la benedizione, a Papa Francesco è stata consegnata la targa in cui è stampata la prima pagina dell'intervista concessa al giornale il 29 giugno 2014. Quindi, Papa Francesco ha visitato e benedetto anche i tecnici ed ha poi lasciato la sede del giornale per fare ritorno alla Domus Sanctae Marthae

 

PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A MARIA IMMACOLATA

Piazza di Spagna
Sabato, 8 dicembre 2018

Madre Immacolata,
nel giorno della tua festa, tanto cara al popolo cristiano, 
vengo a renderti omaggio nel cuore di Roma.
Nel mio animo porto i fedeli di questa Chiesa
e tutti coloro che vivono in questa città, specialmente i malati 
e quanti per diverse situazioni fanno più fatica ad andare avanti.

Prima di tutto vogliamo ringraziarti 
per la premura materna con cui accompagni il nostro cammino:
quante volte sentiamo raccontare con le lacrime agli occhi 
da chi ha sperimentato la tua intercessione, 
le grazie che chiedi per noi al tuo Figlio Gesù!
Penso anche a una grazia ordinaria che fai alla gente che vive a Roma:
quella di affrontare con pazienza i disagi della vita quotidiana. 
Ma per questo ti chiediamo la forza di non rassegnarci, anzi,
di fare ogni giorno ciascuno la propria parte per migliorare le cose,
perché la cura di ognuno renda Roma più bella e vivibile per tutti; 
perché il dovere ben fatto da ognuno assicuri i diritti di tutti.
E pensando al bene comune di questa città,
ti preghiamo per coloro che rivestono ruoli di maggiore responsabilità:
ottieni per loro saggezza, lungimiranza, spirito di servizio e di collaborazione.

Vergine Santa, 
desidero affidarti in modo particolare i sacerdoti di questa Diocesi:
i parroci, i viceparroci, i preti anziani che col cuore di pastori
continuano a lavorare al servizio del popolo di Dio,
i tanti sacerdoti studenti di ogni parte del mondo che collaborano nelle parrocchie.
Per tutti loro ti chiedo la dolce gioia di evangelizzare
e il dono di essere padri, vicini alla gente, misericordiosi.

A te, Donna tutta consacrata a Dio, affido le donne consacrate nella vita religiosa e in quella secolare,
che grazie a Dio a Roma sono tante, più che in ogni altra città del mondo,
e formano un mosaico stupendo di nazionalità e culture.
Per loro ti chiedo la gioia di essere, come te, spose e madri,
feconde nella preghiera, nella carità, nella compassione.

O Madre di Gesù,
un’ultima cosa ti chiedo, in questo tempo di Avvento,
pensando ai giorni in cui tu e Giuseppe eravate in ansia
per la nascita ormai imminente del vostro bambino,
preoccupati perché c’era il censimento e anche voi dovevate lasciare il vostro paese, Nazareth, e andare a Betlemme…
Tu sai, Madre, cosa vuol dire portare in grembo la vita
e sentire intorno l’indifferenza, il rifiuto, a volte il disprezzo.
Per questo ti chiedo di stare vicina alle famiglie che oggi 
a Roma, in Italia, nel mondo intero vivono situazioni simili, 
perché non siano abbandonate a sé stesse, ma tutelate nei loro diritti,
diritti umani che vengono prima di ogni pur legittima esigenza.

O Maria Immacolata, 
aurora di speranza all’orizzonte dell’umanità,
veglia su questa città, 
sulle case, sulle scuole, sugli uffici, sui negozi, 
sulle fabbriche, sugli ospedali, sulle carceri;
in nessun luogo manchi quello che Roma ha di più prezioso,
e che conserva per il mondo intero, il testamento di Gesù:
“Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (cfr Gv 13,34).
Amen.

(in w2.vatican.va)

Ecco allora la duplice sfida che anche Papa Francesco ha ricordato in un recente, impegnativo messaggio inviato ad un convegno promosso dalla Fondazione Ratzinger e dalla Lumsa: “È opportuno non solo celebrare la memoria di quello storico evento, ma anche impostare una riflessione approfondita sulla sua attuazione e sullo sviluppo della visione dei diritti umani nel mondo odierno”. Per attuare dunque i 30 articoli che illustrano i diritti di cui al catalogo del 1948 c’è molto da fare. Basta ricordare tre punti, il diritto alla vita, i diritti dei migranti e dei profughi, il diritto alla libertà religiosa.

È importante, è necessario festeggiare questo anniversario tondo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo il 10 dicembre 1948. Ovviamente tenendosi alla larga da ogni ovvietà e retorica, ma rilanciando il tentativo di dare una “costituzione” al mondo che usciva da una sconvolgente guerra di trent’anni: una prima guerra mondiale, poi l’esperienza dei totalitarismi, poi una seconda guerra ancora più devastante.

Si trattava di rimettere, come base necessaria per un processo di ricostruzione che non poteva non essere mondiale, così come lo erano state le guerre, la persona umana, titolare di diritti e di doveri, al centro della scena pubblica. Un testo insomma di riferimento universale, un “diritto umano di tutti gli uomini” che però necessariamente è anche un programma.

Nel breve preambolo si afferma la necessità che ciascuno, non solo popoli e Stati, ma anche i singoli individui e “ogni organo della società si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione”.

Con la consapevolezza che il consenso su un testo frutto della convergenza delle migliori tradizioni culturali occidentali da parte dell’Assemblea Generale comporta otto astensioni e due assenze sui 50 membri delle Nazioni Unite dell’epoca. Astensioni che vengono in particolare dal mondo comunista e da quello islamico. Ecco allora la duplice sfida che anche Papa Francesco ha ricordato in un recente, impegnativo messaggio inviato ad un convegno promosso dalla Fondazione Ratzinger e dalla Lumsa: “È opportuno non solo celebrare la memoria di quello storico evento, ma anche impostare una riflessione approfondita sulla sua attuazione e sullo sviluppo della visione dei diritti umani nel mondo odierno”.

Per attuare dunque i 30 articoli che illustrano i diritti di cui al catalogo del 1948 c’è molto da fare. Basta ricordare tre punti, il diritto alla vita, i diritti dei migranti e dei profughi, il diritto alla libertà religiosa.

Ma – e Papa Francesco lo aveva sottolineato proprio ricordando l’anniversario di fronte al corpo diplomatico – “nel corso degli anni l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di nuovi diritti, non di rado in contrapposizione tra loro”. Con il rischio di una “colonizzazione ideologica”, di una “giuridificazione dei desideri”. Finisce coll’essere in discussione il concetto stesso di persona umana.

Nelle mutanti coordinate culturali del sistema globalizzato c’è dunque una competizione in corso, dove serenamente cimentarsi con lo stesso spirito che portò al risultato del 1948: un dialogo che parte ed arriva alla concretezza ed all’oggettività della condizione umana.

In vista dell’incontro di Marrakech dell’11 dicembre, la Comece sollecita i governi alla firma e tutti i cristiani ad una gestione fondata sui valori di giustizia, solidarietà e compassione.

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19, 34). In vista dell’imminente incontro, Global Compact, promosso dalle Nazioni Unite a Marrakech per l’11 dicembre, i vescovi accreditati presso l’Unione Europea prendono le mosse da questo passo del Levitico per inviare un messaggio a tutti gli abitanti d’Europa, a partire dai cristiani. 

In una dichiarazione che non lascia dubbi su quanto sta alla responsabilità dei credenti in Cristo - sottoscritta a nome di tutti i presuli dal presidente Comece, l’arcivescovo del Lussemburgo, Jean-Claude Hollerich Sj – l’intera Commissione si affida alle parole di Papa Francesco pronunciate in diverse occasioni per ribadire il pieno sostegno della Chiesa cattolica al Global Compact Onu sulla migrazione e sollecitare la firma dei governi.

«Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale dei Migranti e Rifugiati 2018 (che prendeva le mosse dal medesimo passo biblico) – si legge nel testo - la Chiesa cattolica in Europa ribadisce la responsabilità condivisa con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, di rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità, per accogliere i migranti e i rifugiati nelle nostre società. Questi non sono solo immagine o tendenza di un’epoca, ma prima di tutto persone che hanno facce, nomi e storie individuali (come spiegava Bergoglio nella sua visita a Lesbo nel 2016) e meritano di essere trattati secondo la loro propria dignità umana e i loro diritti fondamentali». 

I vescovi europei richiamano come il principio della centralità della persona umana e dei suoi bisogni reali e quello del raggiungimento del bene comune debbano sempre illuminare le decisioni di politica interna ed estera della UE e di tutti gli Stati membri, anche per quanto concerne la questione migratoria. Quindi un invito a tutti i responsabili degli Stati che si riuniranno in Marocco per quello che definiscono il «frutto di una vasta trattativa che riconosce una responsabilità condivisa e comune delle autorità e delle società dei Paesi di partenza, di transito e di arrivo per inquadrare e regolare la migrazione a beneficio di tutte le persone e le comunità coinvolte».  

«Mentre il Global Compact dell’Onu su migrazione e rifugiati è ormai giunto alle sue fasi finali di approvazione e adozione, noi vescovi incoraggiamo anche le autorità politiche nazionali, con le parole di Papa Francesco, a fondare la responsabilità per la gestione globale condivisa della migrazione internazionale sui valori di giustizia, solidarietà e compassione», sottolineano i presuli. 

«La nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare» scriveva Papa Bergoglio nel messaggio per l’ultima Giornata del Migrante del 14 gennaio 2018, ricordando anche di aver istituito il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, dove aveva voluto inserire una Sezione speciale, posta ad tempus sotto la sua diretta guida, al fine di esprimere la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta. 

E riguardo al Global Compact che sarà firmato a Marrakech, i vescovi esprimono un giudizio più che positivo affermando che esso «mira a fornire sicurezza e protezione alle persone migranti e alle società di accoglienza promuovendo l’istituzione di percorsi legali di migrazione, al fine di prevenire la tratta di esseri umani, viaggi a rischio della vita, dolorose separazioni familiari e violenze». L’appello a condividere il lavoro e apporre la propria firma da parte di tutti gli Stati europei viene quindi ribadito ancora una volta nelle battute di congedo: «Ricordando le esortazioni della Santa Sede su queste tematiche, la Comece incoraggia gli Stati membri dell’Unione Europea a rendere questo Global Compact un risultato efficace per il raggiungimento del bene comune di un’umanità condivisa». 

Tenendo fede ad una tradizione di sollecitudine e attenzione ai principi della dottrina sociale della Chiesa per intervenire, con discrezione, ma sempre con coraggio (tradizione che risale agli anni della presidenza dei cardinali Péter Erdo e poi Reinhard Marx), i vescovi accreditati presso la UE erano intervenuti anche nelle scorse settimane con una dichiarazione sul tema del lavoro come parte integrante dell’identità umana e strumento di custodia del creato. 

In un documento snello e ben articolato di 32 pagine dal titolo “Modellare il futuro del lavoro”, curato dalla sottocommissione Affari sociali e illustrato dal presidente Antoine Hérouard, vescovo ausiliare di Lille, si ricorda il prossimo anniversario dei 100 anni dalla fondazione, nel 1919, dell’Organizzazione internazionale del lavoro per ribadire, con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni del Parlamento europeo di Strasburgo, come le due trasformazioni del mondo del lavoro oggi più significative, quella digitale e quella ecologica, siano da considerare «una sfida comune per tutte le politiche europee» da orientare alla sostenibilità e al rispetto della creazione. 

Risultato di un processo di consultazione e dialogo iniziato nel novembre 2017 tra i rappresentanti delle istituzioni europee e varie organizzazioni di ispirazione cattolica, compresi rappresentanti dei movimenti giovanili, il documento Comece suggerisce 17 raccomandazioni politiche che spaziano dalla promozione di standard internazionali di lavoro e dell’economia sociale di mercato fino a disposizioni speciali in materia di giustizia fiscale, ai lavori in mobilità e molto di più. 

In particolare, monsignor Hérouard, alla presentazione di fine novembre (cui hanno partecipato oltre 200 persone di fede cristiana, ebraica e musulmana), aveva invitato tutti gli stati membri a considerare altresì la transizione ecologica e digitale come un’autentica opportunità e a modellare entrambe le tendenze verso una visione europea comune di un mondo del lavoro «dignitoso, sostenibile e partecipativo per tutti i cittadini europei». E il presidente Jean-Claude Hollerich aveva sottolineato la responsabilità delle religioni, «chiamate a ricordare all'Europa che la nostra società è composta da persone umane, concrete, non da statistiche». 

Il presidente di Caritas Internationalis ha ascoltato le storie dei rifugiati fuggiti dal Myamar. I profughi non vogliono fare rientro, fin quando il Myanmar non garantirà loro un rimpatrio sicuro. Card. Tagle agli operatori: “Attraverso voi, i Rohingya vedono il volto di Cristo”.

Quella dei profughi Rohingya è “una crisi internazionale”. Lo ha detto ieri il card. Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, in visita ai campi di Cox’s Bazar, in Bangladesh. Insieme agli operatori di Caritas Bangladesh, tra le maggiori organizzazioni che operano negli accampamenti, egli ha incontrato decine di profughi fuggiti dalle persecuzioni nello Stato birmano del Rakhine. Il porporato sottolinea: “Essi hanno affrontato una crudele persecuzione. Tutto questo è una sventura. La crisi dei Rohingya è una crisi di profughi a livello internazionale. Per risolverla, è necessaria la collaborazione della comunità internazionale. Il popolo del Bangladesh ha già mostrato grande generosità”.

Il card. Tagle ha ascoltato le storie di diversi rifugiati ed espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Caritas Bangladesh fin dall’inzio dell’emergenza profughi. “La Caritas è una missione – ricorda – non un’organizzazione”. Poi rivolgendosi direttamente ai volontari, ha detto: “Attraverso il vostro lavoro sincero e altruista, i beneficiari vedono il volto di Gesù Cristo”.

Tra le persone incontrate dall’arcivescovo, Zahid Hossian di 34 anni, sua moglie Rahana Begum, 28, e i loro quattro figli. La famiglia ha raccontato di essere fuggita dal Myanmar allo scoppio delle violenze e di non voler essere rimpatriata. “Non abbiamo la minima intenzione di tornare – dichiarano – perchè il Myanmar non è un luogo sicuro per noi. La persecuzione contro i Rohingya è ancora in corso”.

Con lo scoppio delle violenze tra esercito birmano e militanti dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) nell’agosto 2017, circa 700mila musulmani Rohingya hanno attraversato il confine e si sono insediati in Bangladesh. Il trasferimento volontario dei primi 2.260 rifugiati era previsto per lo scorso 15 novembre. Nessuno però ha però espresso la volontà di tornare indietro, almeno fino a quando Naypyidaw non garantirà loro “sicurezza e diritti di cittadinanza”. Sebbene il governo birmano si dichiari pronto ad accogliere i profughi di ritorno, Dhaka ha annunciato il rinvio del processo alla fine di dicembre prossimo.

Gender equality is more than a goal in itself. It is a precondition for meeting the challenge of reducing poverty, promoting sustainable development and building good governance.”[1]

All over the world, gender inequality makes and keeps women poor, depriving them of basic rights and opportunities for well-being.[2]The root of this discrimination is in the way of considering women as nonexistent on their own as full human beings but as always attached to someone else: a daughter or a wife of someone.

In Africa, mostly in patriarchal systems, women have been considered as entitled to no rights or to fewer rights than men. Popular beliefs in some cultures still consider them as having no right to own property in general and land in particular. If a woman hopes to someday inherit family property, the law may deprive her of an equal share, or social convention may simply favor her male relatives.[3] It is not uncommon to see a man taking over a property of his deceased brother or uncle when the late has left descendants especially when they are mainly or only girls. For many women therefore, access to land is not a guaranteed right and the consequences are even harsher for rural and unmarried or divorced women who cannot survive without land as it is their only source of income for themselves and their families.

Land is a very important natural resource and it is at the heart of everything human beings do. The inequalities in women’s rights to land affect their self-esteem and potential contribution to the welfare of the society; yet they are the primary producers of food, the ones in charge of working the earth, maintaining seed stores, harvesting fruit, obtaining water and safeguarding the harvest.[4] Many communities in African countries rely on subsistent farming as their source of livelihood.[5] Women comprise on average 43 per cent of the agricultural labour force in developing countries, and over 50 per cent in parts of Asia and Africa.[6] Research from the International Food Policy Research Institute has found that equalizing women’s status would lower child malnutrition by 13 percent (13.4 million children) in South Asia and by 3 percent (1.7 million children) in Sub-Saharan Africa. Experimental work suggests that increasing resources controlled by women promotes increased agricultural productivity.[7] Land being a very important resource, it is hard to believe that women can have an increased control of it while they are still limited by unequal right to access it and other productive assets; only 20 per cent of landowners globally are women.[8]

The majority of women in developing countries face situations of discrimination at the hand of the national authorities and the international community. The European Union recognizes “in words” that women’s equal access to land helps guarantee the respect of fundamental human rights, including the rights to adequate food, shelter, non-discrimination and equality; the right not to be evicted; and the right to effective remedy, etc.[9] However big companies from the same EU and other wealthy countries are responsible of various human rights violations affecting women particularly in depriving them from accessing and using their land. This happens in the conclusion of large-scale land deals for commercial agriculture. The main goal of investment in land becomes then about providing food and energy for wealthier countries using the land and water of the poor. It stands to reason therefore that large-scale land deals exacerbate poor conditions of female land access and ownership or further limit poor rural women’s opportunities for income generation.

Women have a right to equal access to all avenues to end poverty. Including attention to gender is not only a matter of social equity, but is also central to poverty reduction. If a woman is already suppressed by her own people in undermining or taking over her right to property, how much more distressing will it be for her when outsiders come in? In taking over people’s land, multinationals and large companies that are promoted in the name of “rural development” are extinguishing a candle that was already weak because land is all they rely on for their livelihood.

A woman is a string that binds the family together. Therefore, land deals that take resources away from women do not only reduce the welfare of women but also participate in the disruption of the entire family. Private and international investors, who conclude land deals with local governments, have to pay attention to the injustice affecting women in land rights. If they are genuinely motivated by sustainable development of communities, they have to make sure that the outcomes of their investments are equally distributed. Governments urgently need to bridge gaps between their existing programs that target gender equality and how they are applied in reality. The end of poverty cannot be achieved without ending gender-based discrimination.

VIDEOS

Kibera Slum in Nairobi: Women Need Equal Rights to Land | Kenya:

The women denied rights to own land: 

NOTES:

[1] Kofi Annan, former Secretary-General of the United Nations: https://www.google.be/search?q=kofi+annan+quotes+on+gender+equality&tbm

[2] women and sustainable development goals: https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/2322UN%20Women%20Analysis%20on%20Women%20and%20SDGs.pdf

[3] Idem

[4]https://esthervivas.com/english/without-women-there-is-no-food-sovereignty/

[5] Land grabs and their effect on women’s rights to cultivation in Ghana and Malawi: https://dspace.nwu.ac.za/bitstream/handle/10394/20388/Motloung_MA_2016.pdf?sequence=1&isAllowed=y  

[6] women and sustainable development goals: https://sustainabledevelopment.un.org/content/documents/2322UN%20Women%20Analysis%20on%20Women%20and%20SDGs.pdf

[7] Behrman, Julia & Meinzen-Dick, Ruth & Quisumbing, Agnes. (2012). The gender implications of large-scale land deals. The Journal of Peasant Studies.

[8] women and sustainable development goals. Op. Cit

 

[9] Women’s land rights matter. How EU development cooperation can help close the gender gap in land tenure

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