Oct 19, 2018 Last Updated 10:01 PM, Oct 17, 2018
Missione

Secondo il Global Hunger Index, 124 milioni di persone in 51 Paesi del mondo soffrono di fame acuta. La testimonianza di Mohamed A. Ahmed, impegnato nei campi profughi di Kenya e Somalia: "Dobbiamo riconoscere che per molti anni le nostre strategie non hanno funzionato, dobbiamo cambiare l’approccio e andare avanti. La carestia e la fame non sono qualcosa di imprevisto e deve essere la politica ad intervenire, a livello locale ed internazionale".

“Se ci pensiamo è davvero paradossale: viviamo in un’epoca in cui l’uomo ha sondato la profondità degli Oceani e raggiunto le vette più alte delle montagne. La tecnologia ci ha portato sulla luna e ci permette di comunicare in tempo reale da angoli opposti del mondo… eppure siamo ancora qua a parlare di fame e di migrazioni forzate. Questa è la storia. È la mia storia personale”. Scandisce queste parole con lentezza Mohamed, di fronte ad un auditorium rimasto ammutolito. Il giovane somalo, “nomade figlio di nomadi” così si definisce lui stesso, conosce bene cosa sia la migrazione e cosa sia la fame. Perché sono esperienze che ha vissuto lui stesso sulla sua pelle e che oggi, in qualità di operatore umanitario, attivo tra Somalia e Kenya, tocca tutti i giorni con mano. Mohamed A. Ahmed è il vice capo progetto della Fondazione Cesvi in Somalia e Kenya e, nei giorni scorsi era a Milano, tappa intermedia nel viaggio verso Bruxelles dove, martedì 16 ottobre, ha partecipato alla presentazione internazionale del 2018 Global Hunger Index (Indice Globale della Fame) in programma nella sede del Parlamento Europeo.

L’indice, di cui quest’anno viene pubblicato il 13° rapporto, è uno strumento che, utilizzando quattro indicatori (tasso di denutrizione, arresto di crescita nei bambini, deperimento e mortalità infantile) ci offre una fotografia della fame a livello mondiale. I dati pubblicati nel 2018 mostrano come, ancora oggi, in 51 Paesi del mondo (sui 119 presi in esame), “i livelli di fame e malnutrizione sono molto preoccupanti” e che 124 milioni di persone soffrono di fame acuta; le regioni più colpite sono l’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana. Complessivamente 151 milioni di minori sono affetti da arresto della crescita e 51 milioni da deperimento. Non manca qualche segnale positivo: guardando all’evoluzione storica l’indice evidenzia un miglioramento rispetto al 2000, tuttavia non sufficiente a raggiungere l’obiettivo “Fame Zero” entro il 2030 come previsto dalle Nazioni Unite.

Tra i Paesi che hanno segnato i migliori risultati troviamo Angola, Etiopia e Ruanda insieme a Gabon, Ghana, Senegal, Sri Lanka e Bangladesh. All’estremo opposto resta particolarmente critica la situazione in Ciad, Haiti, Madagascar, Sierra Leone, Yemen e Zambia, la cui situazione è giudicata “allarmante”. Ancor peggiore la situazione in Repubblica Centrafrica, unico Paese la cui condizione relativa alla fame è definita “estremamente allarmante”. A questi si aggiungono alcuni Paesi – come Burundi, Eritrea, Somalia, Libia, Sud Sudan e Siria – in cui non è stato possibile effettuare la ricerca, ma la cui situazione, scrivono i ricercatori, è fonte di preoccupazione.

A pesare in molti contesti – ed è questo il focus dell’edizione di quest’anno – sono sempre più spesso le migrazioni forzate. Le stime più recenti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati parlano di 68,5 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case: tra questi 40 milioni, la parte più consistente, sono sfollati interni, 25,4 milioni sono rifugiati in altri Paesi e 3,1 milioni richiedenti asilo.

“Penso a Khadija – racconta Mohamed – giovane madre somala che vive nel campo di Dadaab nel nord del Kenya al confine con la Somalia. Quando l’ho incontrata era lì da 7 anni con i suoi sei figli, tutti nati all’interno del campo, come altre decine di migliaia di bambini. Senza adeguata assistenza sanitaria, alimentare, senza una vita dignitosa. Quale prospettiva diamo a queste persone, quali prospettiva agli sfollati che vivono a Modagiscio? (nella sola Somalia ci sono 5,8 milioni di persone bisognose di un aiuto umanitario, ndr). È possibile che non siamo in grado di superare questa situazione terribile. Incontro ogni giorno uomini e donne che vivono ogni singolo giorno pensando a come sopravvivere, questa è la loro sfida”.

La città di Dadaab nel nord del Kenya, al confine con la Somalia, è diventata nel corso degli ultimi quindici anni il simbolo della tragedia dei rifugiati: arrivata ad ospitare nei quattro campi allestiti in città fino a 500 mila persone – quasi interamente somali – ad inizio 2018 ne ospitava ancora 238 mila (dati Nazioni Unite).

“In più di un’occasione – continua il giovane operatore – mi sono trovato di fronte a due persone che avevano bisogno di essere trasferite in ospedale e un solo mezzo per poterlo fare. Un anziano da una parte e un bambino dall’altra, entrambi bisognosi di cure urgenti. Come decidere chi portare? è un dubbio morale e etico a cui nessuno dovrebbe dover rispondere”. Per Mohamed A. Ahmed è necessario agire cambiando prospettiva. “Dobbiamo riconoscere che per molti anni le nostre strategie non hanno funzionato, dobbiamo cambiare l’approccio e andare avanti. La carestia e la fame non sono qualcosa di imprevisto e deve essere la politica ad intervenire, a livello locale ed internazionale. Dobbiamo riuscire a coniugare emergenza e sviluppo puntando sulla resilienza delle comunità locali e degli stessi rifugiati. Perché sono loro i primi a sapere come migliorare la propria condizione, devono solo essere messi nelle condizioni di poterlo fare. A noi il dovere di sostenere la loro voglia di futuro”.

Il Segretario di Stato celebra messa a San Pietro per la riconciliazione nella penisola alla presenza del presidente sud-coreano Moon che domani (17/10) porterà al Papa un invito del nord-coreano Kim.

«Nella Penisola coreana, dopo tanti anni di tensioni e di divisione, possa infine risuonare compiutamente la parola pace». Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin nell’omelia della «messa per la pace» per la penisola coreana celebrata a San Pietro alla presenza del presidente sud-coreano Moon Jae-in, che verrà ricevuto domani da Papa e, come Seoul ha preannunciato, nel quadro del recente appeasement tra le due Coree porterà a Francesco un invito di Kim Jong-un a visitare la Corea del nord.  

«Questa sera, desideriamo umilmente alzare lo sguardo a Dio, a Colui che regge la storia e le sorti dell’umanità, ed implorare, ancora una volta, per tutto il mondo il dono della pace. Lo facciamo pregando in particolare perché anche nella Penisola coreana, dopo tanti anni di tensioni e di divisione, possa infine risuonare compiutamente la parola pace», ha detto Parolin. «La saggezza della Scrittura – ha sottolineato il porporato veneto – ci fa comprendere che soltanto chi ha sperimentato il mistero imperscrutabile dell’apparente assenza di Dio di fronte alle sofferenze, alla sopraffazione e all’odio, può comprendere fino in fondo che cosa significhi sentire nuovamente risuonare la parola pace. Certamente, come persone di buona volontà, noi tutti sappiamo che la pace si costruisce con le scelte di ogni giorno, con un impegno serio a servizio della giustizia e della solidarietà, con la promozione dei diritti e della dignità della persona umana, e specialmente attraverso la cura dei più deboli. Ma, per colui che crede, la pace è prima di tutto un dono che viene dall’alto, da Dio stesso. Anzi è la manifestazione piena della presenza di Dio, di Colui che i profeti hanno annunciato come il Principe della pace».  

«Sappiamo bene, altresì – ha proseguito Parolin – che la pace che viene dal Dio non è un’idea astratta e lontana, ma un’esperienza vissuta concretamente nel cammino quotidiano della vita. Essa è, come ha richiamato più volte Papa Francesco, “una pace in mezzo alle tribolazioni”. Perciò, quando Gesù promette la pace ai discepoli, aggiunge anche: “Non come la dà il mondo, io la do a voi”». Parolin ha poi ricordato che Paolo VI, «che abbiamo avuto la gioia di vedere canonizzato domenica scorsa in una radiosa giornata di festa», «indicendo per la prima volta la “Giornata Mondiale della Pace”, il primo gennaio 1968, e riprendendo alcune espressioni già care a San Giovanni XXIII, così si rivolgeva ai fedeli cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà: “Occorre sempre parlare di pace! Occorre educare il mondo ad amare la pace, a costruirla, a difenderla; e contro le rinascenti premesse della guerra … occorre suscitare negli uomini del nostro tempo e delle generazioni venture il senso e l'amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull'amore”».  

«Cari fratelli e sorelle – ha concluso il segretario di Stato vaticano – chiediamo al Signore la grazia di fare della pace un’autentica missione nel mondo di oggi, avendo fiducia nella misteriosa potenza della croce di Cristo e della sua risurrezione. Con la grazia di Dio, la via del perdono diventa possibile, la scelta della fraternità tra i popoli un fatto concreto, la pace un orizzonte condiviso anche nella diversità dei soggetti che danno vita alla Comunità internazionale. “Allora – ha detto Parolin citando l’omelia pronunciata da Papa Francesco nella cattedrale di Myeong-dong di Seoul il 18 agosto 2014 – le nostre preghiere per la pace e la riconciliazione saliranno a Dio da cuori più puri e, per il suo dono di grazia, otterranno quel bene prezioso a cui tutti aspiriamo”».  

Il presidente sud-coreano ha espresso il proprio «profondo sentimento di gratitudine per il solido e fermo sostegno manifestato da Papa Francesco a favore della pace nella penisola coreana» ed ha auspicato che «i rapporti tra la Santa Sede e la Corea del Nord possano rivitalizzarsi», in un articolo pubblicato su L’Osservatore Romano alla vigilia del suo viaggio a Roma. Dopo l’appeasement tra Pyongyang e Seoul e il vertice del disgelo tra Kim Jong-un e Donald Trump, il presidente Moon - ha informato nei giorni scorsi il portavoce della presidenza sudcoreana - riferirà al Papa, che lo riceverà domani a mezzogiorno, che il leader nordcoreano Kim Jong-un, durante il terzo vertice Nord-Sud del settembre scorso, ha espresso il desiderio che il Pontefice visiti Pyongyang, dicendosi pronto «ad accoglierlo ardentemente».  

Una visita che, ha commentato il vescovo sudcoreano di Daejeon Lazzaro You Heung-sik, membro sinodale, nel corso del briefing quotidiano sull’assemblea in corso in Vaticano (3-28 ottobre), sarebbe «un passo gigantesco per una penisola coreana pacifica». Il Papa ha visitato la Corea del sud nell’agosto del 2014. 

Il cardinale Parolin affrontò la questione della pace tra le due Coree sin dall’inizio del suo ufficio. Celebrando una messa in occasione del 50esimo anniversario dello stabilimento di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Corea, il 19 dicembre 2013 al Pontificio Collegio Coreano, il segretario di Stato vaticano espresse l’auspicio «che si riaprano vie di dialogo, che non ci si stanchi di cercare punti d’incontro e soluzioni sempre possibili, che non cessino gli aiuti umanitari alle popolazioni colpite da forme di carestia e prevalga in tutti la buona volontà di riconoscersi per ciò che si è, vale a dire fratelli di un unico popolo». 

 

Discorso del Presidente Moon Jae-in

(in Osservatorio Romano)

“Sono lieto di incontrare il Santo Padre nel cinquantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Corea e la Santa Sede. Insieme al popolo della Repubblica di Corea esprimo il mio profondo sentimento di gratitudine per il solido e fermo sostegno manifestato da Papa Francesco a favore della pace nella penisola coreana. La democrazia trova il suo vero spirito nella vita e negli insegnamenti di Gesù, che si è degnato di abbassarsi dall’alto fino a noi. Egli visse insieme ai poveri, agli emarginati, ai senza potere e agli ammalati. Per Gesù tutte le persone godevano della stessa dignità, indipendentemente dalla loro posizione sociale o dal loro status: ricchi e poveri, uomini e donne.

Il cattolicesimo si affermò in Corea con l’insegnamento che tutte le persone erano uguali in dignità, poiché create a immagine di Dio. Questa antropologia della Chiesa cattolica risvegliò la Corea, il cui sistema sociale era allora fondato sulle caste. Attenendosi fedelmente a questo credo, molti coreani sono stati martirizzati. Anche se il cattolicesimo non era la religione di stato, dalla sacra Scrittura il popolo coreano ha appreso la direzione che la vera democrazia deve percorrere e ha trovato il coraggio di affrontare l’ingiustizia. Durante il periodo della dittatura militare le chiese cattoliche in Corea erano anche santuari e rifugi della democrazia.

Molti sacerdoti si sono impegnati nei movimenti per la democratizzazione, in conformità con la dottrina sociale della Chiesa. I fedeli laici, a loro volta, come uomini e donne della Chiesa nel mondo, ispirati dall’esempio di Gesù, si sono dedicati alla realizzazione della giustizia, della pace e dell’amore. Questo è uno dei motivi per cui la Chiesa cattolica gode di rispetto in Corea. Mentre affrontava la violenza perpetrata dallo stato, la Chiesa in Corea è riuscita a conservare la pace e, in questo modo, ha continuato a ricordarci che la democrazia è essenzialmente la via per il recupero della dignità umana e che quella via deve essere pacifica. Questo insegnamento è stato lo spirito della “rivoluzione delle candele”, bella e pacifica, che ha avuto luogo nel freddo inverno del 2017.

Negli ultimi mesi la preghiera e la benedizione del Santo Padre hanno dato grande incoraggiamento e speranza al popolo coreano nel suo cammino verso la pace. Ho sempre ricordato i messaggi papali che mettevano in evidenza la diplomazia dell’incontro per la riconciliazione, proprio al fine di avviare una nuova era di pace e di prosperità nella penisola coreana.

Io e Kim Jong-un, presidente della commissione degli affari di stato della Repubblica Popolare Democratica di Corea, il mese scorso abbiamo annunciato congiuntamente la storica «Dichiarazione di Pyongyang di settembre». La Corea del Sud e quella del Nord hanno deciso di porre fine al confronto militare. Gli Stati Uniti d’America e la Corea del Nord si sono seduti faccia a faccia, mettendo fine a un’ostilità durata settant’anni. La Corea del Nord ha cessato i test nucleari e missilistici. Inoltre la Corea del Sud e gli Stati Uniti d’America hanno interrotto le esercitazioni militari su larga scala. Sono questi i frutti dell’incontro e del dialogo.

Gesù si è sacrificato per eliminare l’odio, generando la riconciliazione, ed è risuscitato nella pace. Dopo la sua risurrezione, disse ai suoi discepoli «pace a voi» (Giovanni 20, 19). Fino a questi giorni, quando si sono svolti gli incontri tra la Corea del Sud e quella del Nord e si è aperto il dialogo tra quest’ultima e gli Stati Uniti d’America, nel corso della storia ci sono stati molti sacrifici. Ma ora è giunto il momento in cui possiamo trasformare la separazione e il confronto in prosperità, per mezzo della pace.

In occasione della mia visita a Pyongyang nel settembre scorso, anche monsignor Hyginus Kim Hee-jong, arcivescovo di Gwangju, vi si è recato, in qualità di rappresentante della Chiesa cattolica in Corea, per favorire le relazioni tra la Chiesa nel Sud e quella nel Nord. A questo proposito, sono grato alla Santa Sede per la speciale attenzione e per il sostegno garantiti affinché tali relazioni possano svilupparsi ulteriormente. Inoltre, auspico che anche i rapporti tra la Santa Sede e la Corea del Nord possano rivitalizzarsi.

Per realizzare la vera riconciliazione e cooperazione, e anche la pace permanente tra la Corea del Sud e quella del Nord, occorre qualcosa che vada al di là dei cambiamenti operati dalla politica e dal sistema. È necessario inoltre un cuore che ci tenga uniti, gli uni agli altri, come fratelli, non soltanto per la condivisione dei profitti economici.

Nel settembre scorso ho dichiarato, sulla base della mia filosofia governativa che mette al centro il bene della persona, che la Repubblica di Corea deve diventare una “nazione dell’inclusione”. Al riguardo concordo profondamente con le parole di Papa Francesco pronunciate il 14 agosto 2014 incontrando le autorità durante la visita nella Repubblica di Corea: «Il bene comune, il progresso e lo sviluppo devono in definitiva essere non solo di carattere economico ma anche umano». La Chiesa cattolica si è impegnata e si impegna per superare la violenza e l’odio, la discriminazione e lo sfruttamento, l’indifferenza e l’intolleranza, la disuguaglianza e l’emarginazione. Essa, poi, ha la forza e la sapienza che possono lenire il dolore dei tempi, come un raggio di sole nella società buia del materialismo e della competizione illimitata. Essa riflette seriamente su quale tipo di società Gesù desiderasse e si adopera per realizzarla. Credo che la Chiesa cattolica sostenga sempre, con fermezza, una politica dell’inclusione nella penisola coreana.

Io e il popolo coreano portiamo nel cuore le parole che Papa Francesco ha pronunciato all’Angelus del 1° settembre 2013: «La cultura dell’incontro, la cultura del dialogo, questa è l’unica strada per la pace». Noi perseguiremo risolutamente la realizzazione della democrazia, della pace permanente nella penisola coreana e la costruzione di un paese dell’inclusione. Auspico che la benedizione del Santo Padre e la preghiera dei suoi collaboratori accompagnino sempre il cammino del popolo coreano.”

Moon Jae-in
Presidente della Repubblica di Corea

I presuli per la prima volta ad un’assemblea in Vaticano dopo lo storico accordo tra Santa Sede e Pechino: «Questo Sinodo è per i giovani di tutto il mondo e anche per i giovani cinesi».

«Sentiamo che qui c’è l’unica fede della Chiesa e che siamo una grande famiglia»: in una intervista alla redazione cinese di Radio Vaticana-Vatican News, i due vescovi cinesi che per la prima volta hanno partecipato a un Sinodo dei vescovi dopo lo storico accordo tra Santa Sede e Pechino sulle nomine episcopali,hanno raccontato la loro esperienza di questi giorni a Roma: «Auspichiamo anche che con la vocazione possiamo portare la pace nel mondo», afferma monsignor Giuseppe Guo Jincai. «Per la formazione e il discernimento, penso che i problemi incontrati sono simili agli altri Paesi nel mondo», spiega monsignor Giovanni Battista Yang: «Questo Sinodo è per i giovani di tutto il mondo e anche per i giovani cinesi».  

«Come vescovo cinese, sono contento di partecipare al Sinodo per la prima volta», ha detto monsignor Guo Jincai: «Sentiamo che la Chiesa è una famiglia e abbiamo ricevuto un’accoglienza e un benvenuto calorosi. Insieme al Papa, ai cardinali e ai vescovi di tutto il mondo, abbiamo parlato dei problemi che riguardano i giovani, il discernimento delle vocazioni e come affrontare le sfide del nostro tempo. Sentiamo che qui c’è l’unica fede della Chiesa e che siamo una grande famiglia. Abbiamo condiviso le nostre riflessioni con altri vescovi e discusso i temi attuali che dobbiamo affrontare». Parole condivise da monsignor Yang: «Questo Sinodo è fatto per i giovani di tutto il mondo. Per i giovani cinesi, questo Sinodo è molto attuale e i temi che sono stati discussi è ciò di cui abbiamo bisogno per la formazione delle vocazioni e sono come una guida. Per noi è molto significativo questo Sinodo, una buona esperienza».  

I due Vescovi cinesi, come ha confermato nel corso dei briefing quotidiani il prefetto del Dicastero vaticano per la Comunicazione Paolo Ruffini, torneranno in Cina prima della conclusione del Sinodo, come era previsto sin dall’inizio, per riprendere i loro impegni pastorali dopo un periodo già prolungato a Roma. 

«Per la formazione e il discernimento, penso che i problemi incontrati sono simili agli altri Paesi nel mondo», afferma monsignor Guo Jincai. «Nelle diocesi più preparate c’è il Comitato per le vocazioni e i giovani sono accompagnati dai sacerdoti sia nella formazione che nella fede, oltre che nella crescita umana. Questi progetti sono iniziati più di dieci anni fa all’interno della Chiesa in Cina. Abbiamo convocato dei seminari importanti, lanciato dei progetti e discusso su come affrontare le sfide attuali e gli sviluppi nel futuro». E «sotto la guida dei vescovi, nelle diocesi e in ogni parrocchia abbiamo degli Uffici di accompagnamento soprattutto per i giovani sposati e per quelli che si preparano al matrimonio, offrendo loro la cura pastorale. L’Esortazione Amoris laetitia – sottolinea il presule – ha manifestato l’amore di Papa Francesco per i giovani e le famiglie. Credo che questo sia importante per ogni famiglia, perché ogni famiglia riceve la chiamata da Dio. Ogni famiglia e la vocazione della famiglia sono legate alla crescita della Chiesa e al servizio per la società. Perciò, la stabilità familiare porterà il bene a tutta la società». Yang sottolinea al proposito che «ogni diocesi, secondo le proprie esigenze, offre una formazione prematrimoniale e durante il matrimonio. Alcune diocesi, più preparate o che dispongono di risorse, aiutano le parrocchie a offrire dei corsi per i giovani, sempre sotto la guida del Comitato pastorale. Alcune diocesi hanno il proprio Centro, con dei corsi regolari o di breve periodo, hanno anche una formazione sull’etica matrimoniale che aiutano molto i giovani nella vita matrimoniale». 

Quanto al tema specifico del Sinodo, la vocazione dei giovani, «adesso sentiamo che il nostro compito è ancora più difficile sul tema della vocazione dei giovani», spiega Guo Jincai. «Siamo chiamati a proclamare il Vangelo, a rafforzare la fede e servire la nostra società, dando il nostro contributo al Paese. Auspichiamo anche che con la vocazione possiamo portare la pace nel mondo». Yang da parte sua racconta: «Abbiamo visto delle difficoltà e delle sfide in altri Paesi del mondo. In realtà, questo Sinodo ci aiuta a capire come si possono accompagnare i giovani nel lavoro pastorale, come aiutarli a testimoniare la fede seguendo la propria vocazione». 

Guo Jincai, che è intervenuto nel circolo minore in lingua francese, condivide che, come è stato sottolineato da più padri sinodali, «quando parliamo insieme, questo è già ascoltare, cioè ascoltare le voci dei giovani che vengono da diverse nazioni, e ascoltare significa anche accompagnare». La parola ascoltare, conferma Yang, «è realmente attuata in questo Sinodo». 

«Vorrei condividere un mio desiderio con i giovani nella Cina continentale», conclude Yang. «Questo Sinodo è per i giovani di tutto il mondo e anche per i giovani cinesi. Qui si parla dell’accompagnamento, di cercare di risolvere i problemi dei giovani, della guida per i giovani nella fede. Vorrei dire a voi: la Chiesa ha bisogno dei giovani, la Chiesa ama i giovani e soprattutto vede che i giovani sono il futuro della Chiesa. Il Signore ama i giovani, la Chiesa ama i giovani, noi vescovi amiamo i giovani». 

Dopo 38 anni d’impunità riprende il processo per identificare assassini e mandanti. E si torna a parlare di una “pista argentina”.

È già santo, ma gli manca la giustizia terrena. E per i suoi assassini senza nome e senza volto non potrà esserci quel perdono che la Chiesa ha promesso quando verranno identificati. Intanto il cielo del Salvador continua a lacrimare copiosamente da due settimane. Gli effetti dell’uragano Michael, dicono qui, che però non hanno impedito il pellegrinaggio sino alla cattedrale e alla tomba di Romero, dove i salvadoregni si sono concentrati per seguire quello che il Papa faceva in piazza San Pietro con il loro illustre concittadino. Qualche giorno prima, sempre sotto la pioggia, c’è stata un’altra marcia, terminata in un luogo diverso da una piazza sacra, il Palazzo di Giustizia di San Salvador. Un pellegrinaggio devoto per accompagnare la santificazione di un martire il primo, una marcia con striscioni per reclamare una maggior celerità nel processo contro gli autori materiali e intellettuali dell’assassinio di monsignor Romero che da 38 anni sono nell’ombra.

Il momento per spingere verso la verità giudiziaria è ben scelto, per la canonizzazione dell’illustre vittima e per la riapertura delle indagini dopo che una sentenza del 12 maggio 2017 le ha finalmente riattivate mettendole nelle mani del giudice istruttore penale Rigoberto Chicas, quello che i salvadoregni conoscono bene per aver mandato in carcere per corruzione Antonio Saca, il loro presidente tra gli anni 2004 e il 2009. “È una persona molto seria e siamo convinti che il caso farà passi in avanti” commenta Ovidio Mauricio Gonzalez, di Tutela Legale, la storica istituzione fondata nel 1977 da monsignor Romero con il nome di Soccorso giuridico, poi trasformata in quello che è oggi dal suo amico e successore Arturo Rivera y Damas.

Non è facile credere che dopo quasi quattro decadi nessuno degli autori che hanno preso parte a questo crimine sia stato portato davanti ad un tribunale, e più ancora che non si sia celebrato un processo con indiziati attendibili. Ma è proprio così. Romero è anch’egli vittima della pace che voleva per il suo tormentato paese, perché gli accordi che hanno disarmato la guerriglia in Salvador nel 1992 hanno anche portato le parti in conflitto a non scavare più di tanto nelle atrocità commesse, per lasciarsele alle spalle in pro della futura concordia che sembrava finalmente di poter riuscire a conquistare. La legge di amnistia decretata dal presidente di Arena Alfredo Cristiani nel marzo 1993 ha così sepolto centinaia di processi già avviati nei tribunali del paese e stoppato la valanga che sarebbe arrivata con la nuova democrazia. Basti pensare che solo la Commissione per la Verità nella sua breve stagione si occupò di duemila casi, su 80 mila vittime seminate dalla guerra e 10 mila desaparecidos lasciati in eredità alla fine del conflitto. Poi, finalmente, la legge d’amnistia è stata dichiarata incostituzionale e derogata il 13 luglio 2016 e i processi hanno avuto via libera, anche quelli che si riferivano a casi già amnistiati. Ovidio Mauricio Gonzalez, che tra le altre cose ha certificato il trasferimento dei resti di Romero dalla vecchia tomba alla nuova con tanto di giuramento canonico l’11 marzo 2015, si dichiara soddisfatto per la riapertura e il nuovo titolare della causa. Nel suo ufficio oberato di fascicoli ci mostra uno ad uno gli 11 volumi di duecento e passa pagine ciascuno da poco consegnati nelle mani del nuovo giudice istruttore. Contengono ricostruzioni, deposizioni, testimonianze, articoli di giornali, verbali, mappe, nomi anche, e identikit, come quello del presunto assassino, alto, magro, dal volto spigoloso con barbetta e baffi descritto così da altri partecipanti del commando della morte. Una base indiziaria di grande valore che conferma o integra altri lavori come il rapporto della Commissione per la verità, che raccolse elementi praticamente conclusivi, o quello della Commissione interamericana dei diritti umani che ne ha seguito le tracce ed anche il gran volume di materiale riunito per il processo civile condotto in California, a Fresno, contro Álvaro Saravia, un nome su cui torneremo, che lo condannò a un risarcimento di 10 milioni di dollari e portò il giudice a scrivere nella sentenza che esisteva veramente uno squadrone della morte ed era comandato dal maggiore Roberto D’Abuisson. Alla domanda se il materiale riunito dalla Commissione per la verità sarebbe stato sufficiente per portare a giudizio e condannare il principale sospettato dell’assassinio, D’Aubuisson appunto, un assessore di peso della commissione, l’americano Douglas Cassel, dottore in giurisprudenza ad Harvard e oggi professore di diritto internazionale presso l’Università di Notre Dame, rispose un sì senza tentennamenti: “Se fosse stato possibile portarlo davanti a un tribunale, penso che il processo sarebbe terminato con una condanna. Nessuno dei commissari e nessuno dei tre consulenti avemmo il minimo dubbio in questo caso, perché intervistammo testimoni chiave, che sapevano cosa’era successo”.

Il quotidiano argentino La Nación – e anche su questo ritorneremo – pubblicò in data 14 marzo 2018 un’intervista alla sorella minore di D’Abuisson, Marisa de Martínez, con il titolo “Mi hermano, el asesino de monseñor Oscar Romero”. La donna, all’epoca assistente sociale e molto attiva nelle comunità di base del Salvador, riferisce la visita nel sanatorio dove il fratello era ricoverato il giorno prima della morte. In quell’occasione, l’ultima da vivo, gli disse: «”Devi morire in pace, ti prego, affidati a Romero, chiedigli perdono con la parte più profonda del tuo cuore”. Lui aprì gli occhi per un momento, la avvicinò a sé fino a che non fu faccia a faccia e, incapace di parlare per la malattia, cominciò a piangere”».

Marisa D’Abuisson de Martínez oggi è in piazza San Pietro. Prima di partire per Roma ha rilasciato un’intervista a El Faro che il quotidiano ha pubblicato sabato 13 ottobre, vigilia della canonizzazione di monsignor Romero. Alla domanda di Roberto Valencia, firma di punta delle inchieste del giornale, se nutra dei dubbi sulla partecipazione del fratello all’assassinio la sorella rinnova questa risposta: «Purtroppo … per le cose che Roberto stava dicendo su Monsignore, per quel taccuino che gli trovarono [la cosiddetta “Agenda Saravia”] con quei dati, penso che si arruolò in quell’organizzazione, diciamo, creata per vedere come potevano mettere da parte definitivamente Romero. E, naturalmente, la sua penultima omelia può avere spinto anche coloro che ancora avevano dei dubbi”.

“Secondo le risultanze della Commissione per la Verità l’organigramma delle responsabilità dell’assassinio di Romero portava ad uno squadrone della morte organizzato da D’Abuisson e finanziato dal così chiamato gruppo di Miami, delle famiglie facoltose emigrate negli Stati Uniti” aggiunge l’avvocato Mauricio Gonzalez: “Il capitano Álvaro Saravia era l’amministratore dei fondi, l’economo per così dire, dell’autista si sa chi fosse, altri nomi sono conosciuti, anche se non di tutti si può precisare il ruolo avuto nell’operazione, non c’è certezza solo su chi abbia premuto il grilletto, sospetti sì”.

Da Roma dove si trova per la canonizzazione, il cardinale salvadoregno Gregorio Rosa Chávez è tornato a parlare di una “connessione argentina”, almeno per ciò che si riferisce all’addestramento del tiratore che ha sparato a Romero nel pomeriggio del 24 marzo 1980. Rosa Chávez ha indicato in “un sacerdote argentino” la propria fonte. Questi gli parlò di una “una scuola per addestrare i tiratori scelti” vicino alla città di residenza e di aver saputo che “chi ha ucciso Romero è venuto da lì”. Il cardinale ha raccontato a Roma che prima dell’omicidio, il nunzio apostolico in Argentina ha ricevuto un rappresentante dell’ambasciata americana che gli ha rivelato: “Romero è in pericolo, per favore ditegli che – forse – la prossima settimana sarà assassinato”. Allora il segretario dell’ambasciata vaticana a Buenos Aires chiamò il nunzio in Costa Rica, Lajos Kada, e lui, a sua volta, chiamò l’arcivescovo”. Rosa Chávez ha completato il suo racconto romano, alla vigilia della canonizzazione, confermando che anche nel diario che Romero era solito tenere si trova il riscontro alla pista argentina: “L’arcivescovo ha scritto nel suo diario: il nunzio mi ha chiamato e mi ha detto che forse la settimana prossima sarò ucciso. E immediatamente ha offerto la sua vita”. Poi Rosa Chávez ha proseguito: «Quando sono stato amministratore apostolico dopo la morte di (l’arcivescovo Arturo) Rivera e Damas, ho scritto a questo nunzio e gli ho chiesto su questo punto: “È vero, ho avvertito Romero” mi ha risposto. Quindi abbiamo dati concreti sulla pista argentina. Anche se il nome del cecchino ancora non lo sappiamo».

La pista argentina non è nuova neppure per l’avvocato Ovidio Mauricio Gonzalez, che ci parla di documenti declassificati nel paese sudamericano che fanno riferimento all’assassinio di monsignor Romero. “Del resto”, osserva, “non bisogna dimenticare che i regimi militari dell’epoca erano connessi tra di loro per far fronte a quella che chiamavano minaccia comunista continentale”.

Al reclamo perché questa volta si proceda con decisione all’accertamento della verità storica si è aggiunto in questi giorni anche un suggerimento preciso, messo nelle mani del nuovo magistrato per le indagini. Se n’è fatto portavoce Wilfredo Medrano, anch’egli di Tutela Legale, nonché rappresentante delle vittime del Mozote, uno dei peggiori massacri della storia dell’America Latina. Medrano ha spiegato che la petizione presentata al nuovo giudice istruttore del caso Romero alla fine della manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia contiene anche la richiesta di emettere un’allerta rossa dell’Interpol “perché venga localizzato e deportato il militare Álvaro Saravia”.

Álvaro Saravia è un nome che ricorre in pressoché tutti i rapporti che sono stati redatti sino ad oggi sull’assassinio di monsignor Romero. “Venne condannato civilmente negli Stati Uniti a pagare 10 milioni di dollari di indennizzo ai famigliari, si dette alla fuga e oggi risiede in Honduras in un luogo sconosciuto” riassume l’avvocato Mauricio Gonzalez. Nell’agenda che venne sequestrata in una residenza di campagna dov’era riunito un gruppo di prominenti uomini di destra figurano pagamenti effettuati a vari attori di quella che viene denominata Operazione Pina, che potrebbe essere il nome in codice dell’operativo che si è concluso con l’assassinio di monsignor Romero. “Dall’agenda risulta che Saravia avrebbe chiesto due veicoli, uno per il franco tiratore e il conduttore, ed un secondo, per chi ha supervisionato l’azione da fuori” chiarisce Mauricio Gonzalez, che ci mostra la fotocopia della pagina dell’agenda con le annotazioni dei pagamenti effettuati ai membri del commando che il 24 marzo 1980 prese parte all’assassinio. Gregorio Rosa Chavez, non ancora cardinale, nel maggio del 2015, l’anno della beatificazione di Romero, ci raccontò della “lettera di una persona che abbiamo aiutato ad uscire dal paese. È passato del tempo, finché quest’uomo è ritornato in incognito in Salvador e ha accettato di parlare con un gruppo gli avvocati peruviani che ha lavorato sul caso dell’assassinio di monsignore. Nel verbale del dialogo mancava solo un punto: chi sparò. E questo continua senza essere stato chiarito”. Il profugo rientrato in incognito era proprio l’ex-capitano Álvaro Saravia. “Un giorno mi ha telefonato e mi ha detto di voler pulire la coscienza, che stava scrivendo un libro su Romero e aveva bisogno di vedermi” ha proseguito Rosa Chávez nell’intervista del 2015 a Terre d’America. “Non sapevo se credergli. Gli ho chiesto una prova. Mi ha mandato un emissario con una lettera firmata da lui. Poi è successo qualcosa di inaspettato, un giornalista lo intercettò. E a lui ha raccontato tutto”.

Il giornalista è Carlos Dada, fondatore e direttore del quotidiano on-line di El Salvador El Faro e il “tutto” lo si può leggere nell’intervista uscita con il titolo “Así matamos a monseñor Romero” il 22 marzo 2010. Nell’intervista Saravia dichiara di non aver partecipato alla pianificazione dell’assassinio, di non conoscere il cecchino, ma di averlo visto “entrare nell’auto”, di avere la barba, di avergli consegnato “personalmente mille colones che D’Abuisson aveva chiesto in prestito a Eduardo Lemus O´byrne”. D’Abuisson un paio di anni dopo l’assassinio di Romero fondò il partito Arena (Alianza Republicana Nacionalista) e ne divenne il massimo leader. Fu anche presidente dell’Assemblea costituente del 1983 e un membro di spicco della Lega mondiale anticomunista. Morì nel 1992 di cancro alla gola all’età di 47 anni, dopo aver portato il partito alla presidenza di El Salvador e poco prima della firma degli Accordi di pace che misero fine alla guerra civile in El Salvador.

Tra sospettati già morti, suicidi o suicidati, testimoni spariti, depistaggi vari adesso l’indagine sull’assassinio dell’uomo che Papa Francesco ha fatto santo può riprendere il cammino verso la verità. Perché la Chiesa – come ha ripetuto anche in questi giorni il cardinale Rosa Chavez – “vuole perdonare, ma l’elemento giustizia è condizione per il perdono”.

Video su Oscar Romero

“Papa Paolo VI ha desiderato risolutamente che tutta la Chiesa si facesse missionaria e ha lavorato instancabilmente perché ciò divenisse realtà. Nei suoi oltre quindici anni di pontificato ha dato un forte impulso alla coscienza missionaria della Chiesa con un sistematico e insistente magistero di orientamento, dando notevole impulso all’animazione e alla cooperazione missionaria, con interventi di suprema responsabilità pastorale. E’ stato certamente il Pontificato di più vasta e intensa azione missionaria, durante il quale si è avuta eco costante del mandato missionario di Gesù Cristo affidato alla sua Chiesa”. Così scriveva l’Agenzia Fides il 9 agosto 1978, all’indomani della morte di Papa Paolo VI (1897-1978), che domenica 14 ottobre viene canonizzato in San Pietro.

Al termine della celebrazione di domenica 19 ottobre 2014, salutando i pellegrini giunti da vari Paesi per la beatificazione di Papa Paolo VI, il Santo Padre Francesco invitò “a seguire fedelmente gli insegnamenti e l’esempio del nuovo Beato”. “Egli – disse Papa Francesco - è stato uno strenuo sostenitore della missione ad gentes; ne è testimonianza soprattutto l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi con la quale ha inteso risvegliare lo slancio e l’impegno per la missione della Chiesa. Questa Esortazione è ancora attuale, conserva tutta la sua attualità! È significativo considerare questo aspetto del Pontificato di Paolo VI, proprio oggi che si celebra la Giornata Missionaria Mondiale”.

La Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e le Pontificie Opere Missionarie, come i Collegi dipendenti e la Pontificia Università Urbaniana, furono sempre oggetto di particolare attenzione e affetto da parte di Papa Paolo VI. Già nei primi mesi del suo Pontificato il Papa visitò gli alunni del Collegio Urbano nella sede di Castelgandolfo, visita che ripetè nel 1968 e ancora nel 1973, quando ordinò numerosi sacerdoti. All’Urbaniana Paolo VI celebrò la Giornata Missionaria Mondiale dell’anno 1974. Inaugurò il Collegio Filosofico nel 1965 e tornò a visitarlo nel 1969. Visitò in varie occasioni anche il Pontificio Collegio di San Pietro apostolo, dove il giorno di Pentecoste del 1972 celebrò la “Messa delle Nazioni”.

Secondo i dati dell'Agenzia Fides, durante il pontificato di Paolo VI le circoscrizioni ecclesiastiche nei territori affidati alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli passarono da 759 a 863, e soprattutto si registrò un deciso sviluppo, testimoniato dalla elevazione di grado: le arcidiocesi passarono da 107 a 130, le diocesi da 436 a 604, i Vicariati apostolici da 115 a 63, le prefetture apostoliche da 92 a 60. Tra i 604 Vescovi nominati nei territori missionari, la gran parte erano autoctoni: durante il Pontificato i Vescovi africani ad esempio passarono da 64 a 237, il 70% del totale. Un altro aspetto della maturità raggiunta dalle giovani Chiese dipendenti dal Dicastero Missionario riguarda l’istituzione delle Conferenze Episcopali, che passarono da 11 a 48. Papa Montini ha nominato 27 Cardinali appartenenti ai territori di missione, e 18 di loro erano i primi Cardinali nella storia del proprio paese.

Con le Lettere apostoliche “Benegnissimus Deus” (1965) e “Graves et increscentes” (1966) Paolo VI sottolineò l’importanza e l’attualità della Pontificia Opera di San Pietro apostolo e della Pontificia Unione Missionaria. Nella Lettera alla Conferenza Missionaria internazionale di Lione (1972), commemorativa dell’anniversario della Pontificia Opera della Propagazione della fede, chiese una presa di coscienza della problematica moderna dell’evangelizzazione al fine di rinnovare l’impulso all’attività missionaria.

Paolo VI, che era figlio di giornalista, si è sempre dimostrato particolarmente sensibile all’importanza crescente nella società dei mezzi di comunicazione sociale, e nei suoi incontri con i responsabili dell’animazione e della cooperazione missionaria, a tutti i livelli, ha spesso insistito sulla necessità di promuovere la stampa e gli altri mezzi a servizio della causa missionaria. Nell’udienza concessa all’Agenzia Fides il 21 dicembre 1977, in occasione del 50° anniversario di fondazione, Paolo VI definì i componenti dell’Agenzia “araldi del Vangelo per la propagazione nel mondo della conoscenza e della coscienza della vita missionaria”, “mediante la divulgazione di ogni utile informazione circa la situazione, i problemi, le prospettive dell’evangelizzazione in un periodo particolarmente importante per la formazione delle giovani Chiese”. Il Papa proseguì: “Il mondo, per fortuna, è costellato di gruppi missionari…c’è chi parte per l’Africa, chi va in Brasile, nell’Estreo oriente, nelle isole del Pacifico. Chi conosce la loro vita, il loro sacrificio?” Per invitare il mondo a guardare alle anime generose, “che si dedicano senza domandare niente, nessuna soddisfazione temporale del loro lavoro” Paolo VI esortava i membri dell’Agenzia Fides a compiere bene il loro lavoro, facendosi eco degli “atti degli apostoli di oggi”. (SL)

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