Dec 10, 2018 Last Updated 11:01 PM, Dec 9, 2018

S. Teresa di Gesù Bambino Patrona delle missioni

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Appunti di Piero Gheddo 

     Ieri abbiamo celebrato la Giornata missionaria mondiale, oggi meditiamo sulla Santa di Lisieux, che Pio X ha definito la santa di Lisieux “la più grande santa dei tempi moderni”, Pio XI l’ha proclamata “Patrona delle missioni alla pari con San Francesco Saverio” , beatificata nel 1923 e santificata nel 1925. Questa giovane donna di 24 anni (1873-1897), ha vissuto la sua breve vita nel turbine dell’amore di Dio, sperimentando un cammino spirituale difficile, tormentato, attraverso il quale il Signore l’ha guidata al più alto grado di santità. Infine è stata proclamata Dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II nel 1997, la terza donna nella storia della Chiesa ad essere insignita con questo titolo, dopo Santa Caterina da Siena e la fondatrice delle Carmelitane Santa Teresa d’Avila. Tre punti della mia catechesi:

La Croce nel cammino di S.Teresa verso Gesù.

L’infanzia spirituale è una nuova via verso la santità.

Perché S. Teresa di Lisieux Patrona delle missioni.

 

I) -  La Croce nel cammino di S. Teresa verso Gesù

 

     L’immagine che tutti abbiamo ricevuto di santa Teresa del Bambino Gesù è quella di una giovane donna innamorata di Gesù e felice, è conosciuta come “la santa del sorriso”,  “la santa delle rose”. La sua immaginetta la mostra con un viso soave di fanciulla, le belle mani affusolate che stringono al petto un crocifisso coperto di rose. La sua autobiografia “La storia di un’anima”, tradotta in tutte le lingue, nella stesura originale porta questo titolo: “Storia primaverile di un fiorellino bianco”. Ma questo romanticismo ottocentesco di profumati orizzonti celestiali, nasconde il cammino reale della sua vita che è di una santità dura. Una ragazza segnata da una psicologia difficile, da molte sofferenze e penitenze, piagata e corrosa dalla tubercolosi e dalla eccessiva austerità del monastero. Coltivava però fin dall’infanzia un amore immenso, infinito per il buon Dio e il Signore Gesù e sperimenta che il vero amore a Cristo è quello che percorre la via della Croce fino al Calvario.

      Santa Teresina, com’è chiamata familiarmente, nacque il 2 gennaio 1873 ad Alençon, ultima di due maschi e sette femmine (quattro morti alla nascita), a cinque anni è orfana della madre e sentirà molto la sua mancanza. Il papà con le cinque ragazze trasloca a Lisieux, nella villa dei Buissonnets. Le due sorelle maggiori di Teresa entrano nel Carmelo e la bambina è presa dall’angoscia, ma sogna di seguirle. Aveva un carattere eccessivamente sensibile, con scrupoli e complessi tanto che a scuola non va bene, nonostante la non comune intelligenza. Si ammala gravemente. Un’insistente preghiera a Maria la salva il 13 maggio 1883: ha 10 anni.

     Incomincia per Teresa, attraverso l’amore a Maria, il cammino verso Gesù, descrive la sua prima Comunione come “una fusione di amore” e decide di donare la sua vita a Gesù, ma rimane una adolescente con i suoi limiti e difetti. Però prega molto e nella notte del Natale 1886, a 13 anni, ottiene la grazia della sua completa conversione. Riceve  la guarigione di una specie di nevrosi che la paralizza: una eccessiva timidezza, ipersensibilità estrema quasi morbosa (piangeva spesso con dei gridi acuti), fragilità emotiva, scrupoli, paure... Il carattere però rimane lo stesso e la giovane Teresa, molto intelligente ma con una struttura fisica e psicologica delicata e instabile, è destinata a soffrire più di altre.

     Però ha avuto una profonda educazione religiosa fin dall’infanzia ed è stata docile alla grazia di Dio che la orienta al massimo bene e alla vocazione di contemplativa.

 

     A 15 anni esplode irresistibile in Teresa il richiamo del Carmelo, sognava di darsi tutta a Gesù e per lei il luogo più adatto per realizzare questa donazione totale era il monastero delle Carmelitane, dove l’avevano preceduta le due sorelle maggiori. Affronta i molti ostacoli per entrarvi prima dei 18 anni. Ricorre personalmente perfino al Papa, in occasione d’un pellegrinaggio francese a Roma alla fine del 1887 per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, stupisce tutti perché chiede direttamente al Papa di poter entrare subito in monastero, ma non aveva ancora compiuto i 15 anni. Cauta la risposta di Leone XIII, ma dopo quattro mesi, il 9 aprile 1888, Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle. Aveva solo 15 anni e tre mesi. 

     Al Carmelo incontra "più spine che rose".  Aveva sognato una vita austera ma gioiosa, semplice e tutta orientata all’amore tra consorelle e a Gesù Cristo. Trova invece una realtà ben diversa. Il Carmelo era stato riformato nel 1500 da Santa Teresa d’Avila, donna santa ma anche molto equilibrata e piena di buon senso, aveva impostato una vita comunitaria segnata dall’amore, che doveva primeggiare su tutto. Ma poi, per influsso del giansenismo più rigorista (condannato più volte dai Papi), molti monasteri, compreso quello di Lisieux, avevano deviato verso pratiche ascetiche invadenti e appesantite da un moralismo angusto. Le penitenze non erano più mezzi, ma rischiavano di diventare fini a se stesse. Il timore di un Dio amante della giustizia terrorizzava più di una carmelitana.

      La giovanissima postulante Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, che veniva da una famiglia religiosissima ma piena di amore e di gioia, con una pietà profonda e non formalistica, non trova nel monastero quell’isola di santità che s’aspettava. Tutto in ordine e secondo le regole, ma mancava l’anima. E poi, era inevitabile che in una comunità con 26 suore, due delle quali sorelle maggiori di Teresa che tendevano ad occuparsi di lei come quando erano in famiglia, attirasse sulla piccola postulante l’attenzione di tutta la comunità , di cui avrebbe volentieri fatto a meno (battute caustiche nella “ricreazione quotidiana”, maltrattamenti, umiliazioni, mancanza di comprensione per la sua fragile condizione fisica).

    Teresa, umanamente, aveva le sue rivincite. Era una ragazza con molte doti umane, ad esempio nelle “ricreazioni” sapeva mimare le persone, compreso il confessore del Carmelo, imitandone la voce e le movenze e facendo ridere le sorelle. Inventava e interpretava dei teatrini che piacevano alle consorelle. Suor Maria degli Angeli, sua ex-maestra di noviziato, in una lettera alla suora di un altro convento del marzo 1893, riferendosi a Teresa scriveva: “Piccola santa, sempre uguale a se stessa, alla quale si potrebbe dare la Comunione senza Confessione, ma anche burlona e sempre pronta a combinarne di tutti i colori. Mistica, comica, tutto le si addice… vi saprà far piangere di devozione come sbellicare dalle risate nelle nostre ricreazioni”.

     Teresa prega molto, segue attentamente tutte le regole, mantiene nel suo cuore la santa libertà di incontrare Gesù nell’Eucarestia e Maria nel Santo Rosario; e ha la forza di trasformare in stimoli di santificazione le mediocrità, i maltrattamenti, le sofferenze fisiche e psicologiche che la ferivano.

 

     Alle sofferenze che venivano dall’interno del monastero, si aggiungono quelle esterne che riguardano il padre di Teresa, Luigi Martin. Il 29 aprile 1888 la figlia Celina compie 19 anni e riceve una richiesta di matrimonio, ma lei risponde di no e informa il padre del suo desiderio di entrare anche lei nel Carmelo con le sorelle già entrate! Così il signor Martin, che con la moglie Zelia avevano generato nove figli (due fratelli e sette sorelle), prima perde la moglie e adesso, se anche Celina entrava in monastero, sarebbe rimasto solo con l’ultima figlia Leonia. Inizia qui la triste via Crucis di papà Luigi, che passa tre anni in clinica psichiatrica (manicomio) e poi rimarrà segnato da quella triste esperienza.

 

      Teresa soffre ma sperimenta anche la gioia di vestirsi da Carmelitana e di essere ammessa nel Noviziato il 10 gennaio 1889, periodo segnato da una grande prova che ferisce il suo cuore sensibile: il suo amatissimo padre avrebbe bisogno di lei, ma lei rimane in monastero. Il Signore la conduce passo passo verso la rinunzia assoluta di tutto, “persino di me stessa” scrive e aggiunge che “spesso debbo mettere il mio amor proprio sotto i piedi” e “vorrei essere talmente ridotta al nulla, da non aver più alcun desiderio”. Si abbandona alla volontà di Dio. Il padre muore a casa sua il 29 luglio 1894 assistito da Celina, che poi entra in convento con le altre sorelle.     

     Per suor Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, gli ultimi anni della sua breve esistenza sono stati i più dolorosi, il cammino verso Cristo sulla Via della Croce  l’ha totalmente purificata e resa pronta all’ingresso el Paradiso in cui attendeva il suo Sposo divino Gesù Cristo. Due le maggiori Croci:

 

      1)  La notte oscura del dubbio e del silenzio di Dio. Nell’aprile 1896, nel tempo pasquale, tempo di luce e di gioia, Teresa entra nella notte interiore di tenebre e dubbi sulla fede. Sapeva che presto sarebbe salita al Cielo dal suo sposo divino, ma è colpita dall’aridità spirituale che la porta sull’orlo di una crisi di fede. Scrive:

     “Vorrei esprimere ciò che penso, ma credo sia impossibile. Bisogna aver viaggiato  sotto questo tunnel cupo per capirne l’oscurità… Quando voglio riposare il cuore dalle tenebre, ricordo il paese luminoso al quale aspiro,il mio tormento raddoppia…”.

      Teresa avanza nella “notte” come in un tunnel. Prima voleva “morir d’amore”, ora sente voci interiori che le sussurrano: i tuoi grandi desideri, l’offerta all’Amore di Gesù sono tutte pie illusioni. Dio si nasconde e la vita sembra non avere più alcun senso. La teologia mistica ha studiato questa aridità spirituale, che specialmente nei santi assume forme estreme. In Teresa di Lisieux la preghiera e gli atti di amore a Dio prima avevano una risposta, poi le sembra di cozzare contro un muro di gomma, non si vede più nulla, nulla più ha senso. Ancora Teresa scrive:

      “Mi sembra che le tenebre, assumendo la voce di peccatori, si burlino di me dicendomi: Tu sogni la luce, una patria olezzante dei più soavi profumi, tu sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie… Avanza, avanza per questa strada! Rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancor più profonda: la notte del nulla!”.

      Questa confidenza scritta la farà a Madre Maria di Gonzaga quindici mesi dopo, ma mentre è nel pieno della crisi non lo ha detto  a nessuno e all’esterno nulla appariva delle sue lotte interiori. Quando è ancora in piena crisi, nell’aprile 1896 viene la seconda pesantissima Croce che la condurrà alla morte il 30 settembre 1897.

 

     2) La tubercolosi si manifesta la notte del Venerdì Santo 4 aprile 1896 con il primo sbocco di sangue. Il male peggiora a poco a poco e dura un anno e mezzo, fino alla morte precoce il 29 settembre 1897 a soli 24 anni: una morte atroce per mancanza di respiro e consunzione delle forze fisiche! L’agonia di suor Teresa dura dalla fine di agosto alla fine di settembre 1897. La giovane suora soffre pregando e qualche volta si lamenta: “Non ne posso più! Gesù, Maria, aiutatemi voi… E’ l’agonia pura, senza alcuna consolazione… Se sapeste cosa vuol dire soffocare! Ma il Signore non mi abbandonerà, ne sono certa, non mi ha mai abbandonata…”.

 

    Pio XI, che nel 1925 dichiarò Santa della Chiesa Teresa di Gesù Bambino, di fronte alle emozioni e tenerezze che suscitava la giovane suora carmelitana con le sue immaginette di “santa delle rose e del sorriso”, raccomanda al vescovo di Bayeux, la diocesi in cui si trova Lisieux: "Dite a tutti che si è resa troppo insipida la spiritualità di Teresa. Com’è maschia e virile, invece! Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grande uomo". Anche i Papi, allora, erano maschilisti!

Due insegnamenti dal primo incontro con Santa Teresina del Bambino Gesù:

    

Teresa di Lisieux incarna un nuovo tipo di santità più accessibile a tutti. Non è fin dalla nascita una super-donna eccezionale in tanti aspetti della sua vita, è una bambina e una adolescente come tantissime altre, con difetti e gravi limiti di carattere. E’ diventata Santa perchè amava in modo appassionato Gesù ed era docile all’opera dello Spirito Santo in lei. Tutti noi siamo chiamati alla santità, ma dobbiamo amare Gesù come la piccola grande santa di Lisieux.

Teresa di Lisieux soffre molto per inserirsi nella vita del monastero perché era diverso da come l’aveva sognato. Non si lamenta con nessuno, soffre ma non lo dice nelle lettere e ai parenti che venivano a trovarla. Ricordando gli inizi della sua vita monastica, Teresa scriveva: “I miei primi passi (nel monastero) hanno incontrato più spine che rose… Per cinque anni quella fu la mia strada, tanto più dolorosa in quanto la conoscevo io sola”. Lo spirito che lei cercava nelle altre consorelle entrando nella clausura, lo fa nascere dentro di sé e compie così in se stessa la riforma del monastero.

           II  -  L’infanzia spirituale è una nuova via alla santità

                                                

 

     Quando Teresa Martin entra nel Carmelo di Lisieux nel 1888 aveva 15 anni e sperimenta la freddezza della via alla santità secondo la teoria giansenista, che portava al formalismo ed a penitenze disumane. Percorre con fedeltà anche quella via, ma lo Spirito la ispira a scoprire una “piccola via molto diretta e corta, una piccola via del tutto nuova”, come scriveva lei stessa e aggiungeva:

     “Siamo nel secolo delle invenzioni. Non vale più la pena di  arrampicasi sui gradini di una scala; un buon ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Anch’io vorrei un ascensore per salire fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la scala della perfezione”. Dice di aver chiesto ai libri sacri l’indicazione dell’ascensore e cita quanto ha detto Gesù: ”Se non  vi  convertirete e non  diventerete come piccoli fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli”; “Lasciate che i pargoli vengano a me, perché di essi è il Regno dei Cieli; “In verità vi dico che chi non accoglierà il Regno dei Cieli come un fanciullo, non vi entrerà”.

 

      In duemila anni molti avevano già letto queste parole divine, ma nessuno aveva colto la forza di queste verità espresse da Cristo e vi aveva costruito sopra una dottrina spirituale. Ecco perché Santa Teresa del Bambino Gesù, oltre che Santa e Patrona delle missioni, è anche Dottore della Chiesa. E’ bello pensare che una giovane donna morta a 24 anni, ha potuto “inventare”  una via nuova alla santità, adatta ai nostri tempi perché avvicina ancora di più Dio alla nostra vita quotidiana.

     Infatti, per essere santi, non richiede opere o azioni straordinarie.  Santa Teresina di Gesù Bambino non ha compiuto nulla di così rilevante, che durante la sua vita attirasse l’attenzione dei superiori o del suo vescovo e nemmeno delle sue sorelle del monastero. Era giudicata una suora come le altre, certamente buona, devota, pronta al sacrificio e disponibile alle necessità delle altre, con un’apertura al mondo missionario che non tutte avevano, ma tutto questo era nella linea di una piena normalità. Ecco la santità nella vita normale di ogni battezzato: la vita normale vissuta con amore autentico e profondo a Dio e al prossimo.

 

     La dottrina della Santa di Lisieux non richiede doni o carismi particolari o mortificazioni straordinarie e nemmeno richiede un “metodo di preghiera” per questa nuova “via alla santità”. La preghiera è l’anima di ogni spiritualità che nasce ed è approvata dalla Chiesa cattolica. Ad esempio, S. Ignazio di Loyola ha stabilito regole precise per i tempi e i ritmi della preghiera e i meccanismi intimi per prepararsi alla preghiera e poi rivolgersi a Dio. Nulla è lasciato al caso. Santa Teresa di Gesù Bambino non ha mai potuto sottomettersi ad un metodo di preghiera troppo sistematico. Fin dall’infanzia era abituata ad una preghiera continua e meditativa, pregava spontaneamente e si ritirava volentieri in un angolo appartato della sua casa per pregare e amare Gesù. Non aveva devozioni particolari e anche nei tempi di aridità e durante il lungo “silenzio di Dio”, amava recitare lentamente il Padre Nostro e l’Ave Maria. Scrive che acendo la meditazione a volte si addormenta “Non importa, i bambini piacciono ai genitori anche quando dormono”.

     Naturalmente bisogna evitare ogni semplificazione eccessiva e non ridurre la preghiera a qualche “pensierino” cammin facendo! Per Teresa di Lisieux la preghiera è fondamentale nella vita spirituale:  bisogna dare a Dio il suo tempo, per mettersi in contatto col mondo soprannaturale e parlare con Dio, amarlo, desiderarlo, ascoltarlo. La vita d’orazione di Santa Teresa del Bambino Gesù è rimasta la preghiera semplice e profonda del bambino che si avvicina a Dio come al suo papà e gli parla con semplicità e fiducia, amandolo e ascoltandolo.

 

     Gli aspetti positivi della Via dell’Infanzia spirituale

 

     In cosa consiste positivamente questa “piccola via dell’infanzia spirituale”?

     Nella tradizione della Chiesa ci sono due scuole di spiritualità: quella a tendenza ascetica ricerca la perfezione nella pratica minuziosa di tutte le virtù, l’altra a tendenza mistica mira a trasformare le più piccole azioni in un cammino di amore.

     L’intento della Santa di Lisieux era di rendere semplice e facilmente accessibile a tutti la santità, cioè l’amore e l’imitazione di Cristo. Non voleva salire fino al Cielo per incontrare Gesù, ma piuttosto portava il Cielo sulla terra. Scrive con un soffio di genialità che le viene dallo Spirito Santo. Leggiamo un passaggio illuminante:

     “A volte, quando leggo certi trattati in cui la perfezione è mostrata attraverso mille ostacoli, il  mio povero spirito ben presto si stanca. Chiudo il sapiente libro e prendo la S. Scrittura…. La perfezione mi sembra facile. Vedo che basta riconoscere il proprio nulla e abbandonarsi come un fanciullo nelle braccia del buon Dio. Lasciando alle grandi anime e agli spiriti sublimi i bei libri che io non posso capire e meno ancora mettere in pratica, mi rallegro di essere piccola poiché solo i fanciulli e quelli che assomigliano ad essi saranno ammessi al banchetto eterno”.

 Ecco tre punti di riflessione:

 

     1)  La via alla santità di Santa Teresa di Lisieux parte dal dogma della Paternità di Dio, che è amore, Padre misericordioso. L’uomo deve lasciarsi amare e ricambiare l’amore di Dio abbandonandosi alla sua volontà. L’atto di offerta della giornata e della vita a Dio Padre è il fondamento della spiritualità teresiana. Teresa ha fatto questa esperienza e scriveva: “Da quel giorno (che mi sono offerta all’amore di Dio), l’Amore mi penetra, mi circonda. Ogni momento questo Amore misericordioso mi rinnova, mi purifica e non lascia nel mio cuore nessuna traccia di peccato”.

       Una sua consorella del monastero ha testimoniato: “L’unione con Dio di suor Teresa era semplice e  naturale, come il suo modo di parlare di Lui. Avendole chiesto se perdesse qualche volta la presenza di Dio in lei, mi rispose con molta semplicità: “Oh, no, credo proprio di non essere mai stata tre minuti senza pensare al buon Dio!”. Le manifestai la mia sorpresa circa la possibilità di una tale applicazione e lei mi rispose: “Si pensa spontaneamente a qualcuno che si ama”.

     Viviamo in un tempo di secolarizzazione, Dio non compare mai sui giornali, alla televisione, nelle scuole, nei discorsi della gente comune. Non è facile avere la Fede di cui parla Santa Teresa, che non è un semplice sentimento di assenso intellettuale, ma amare Dio in modo totale, così da renderlo presente nella mia vita col pensiero, l’affetto, la preghiera: cioè una Fede che conta nella vita.

      Il fondamento di ogni santità è l’abnegazione di sé. Se Dio è davvero al primo posto nella mia vita e lo amo più di ogni altro amore, allora debbo piacere a Lui, non a me. L’amore a Dio diventa il centro e il motore di un’anima che cerca la santità. La vita spirituale non è la ricerca di una propria perfezione, ma il desiderio di una totale trasformazione in Dio. Se mi libero da me stesso e dalla preoccupazione del mio “io”, allora sono pronto a realizzare la mia personalità nell’amare Dio. Ad esempio, se debbo prendere una decisione, se debbo scegliere fra due cose possibili, penso a cosa piace di più al buon Dio, a cosa Dio vuole da me, oppure a cosa piace e conviene a me? Dio va messo al primo posto, non all’ultimo!

 

     Il meccanismo spirituale-psicologico descritto da Santa Teresa è semplice: quando un’anima si abbandona in modo autentico e totale all’Amore di Dio, sperimenta che Dio risponde al suo amore. Per manifestarsi in noi, l’Amore di Dio ha bisogno della nostra fragilità di peccatori e del nostro nulla: “Più si è deboli e miserabili – scrive Teresa – più si è adatti alle operazioni di questo Amore consumante e trasformante. Il solo desiderio di essere vittima di amore basta”.

 

     2)  Dopo la fede e l’amore a Dio, la virtù che Santa Teresa raccomanda è l’umiltà, cioè la coscienza della propria piccolezza e debolezza e il riconoscimento della potenza e santità di Dio. Gesù dice ai suoi Apostoli: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Matt 11, 29). La Santa si preoccupava di conservare nelle sue novizie il senso della loro “piccolezza” e impotenza a compiere qualsiasi opera di bene, solo Dio può renderci capaci di fare qualcosa di buono.

     “Essere umili – scriveva – è restare piccoli, cioè riconoscere il proprio nulla, attendere tutto dal buon Dio come il bambino attende tutto dal padre. Essere piccoli non è attribuire a sé medesimi le virtù che si praticano, credendoci capaci di qualche cosa, ma riconoscere che Dio pone questo tesoro di virtù nella mano del suo bambino; è non scoraggiarci del propri sbagli, perché i bambini cadono spesso ma sono troppo piccoli per farsi molto male”.

     Umiltà significa perdonare le offese ricevute, accettare le osservazioni che ci fanno, le incomprensioni. Non giudicare il prossimo, non pensare e non parlare male degli altri, non metterci al primo posto, non pensare che siamo migliori di altri, ecc.                                                                                                                                                                                                                                               

      L’umiltà è una virtù consolante per noi, se arriviamo a capire che anche la mia fragilità le mie debolezze possono riuscire a maggior gloria di Dio, se mi pento e prometto seriamente e chiedo insistentemente al buon Dio di aiutarmi a non commetterli più. Quanto più io ho un basso concetto di me stesso  (anzi i santi si consideravano con sincerità peggiori degli altri!), tanto più mi libero del mio amor proprio e sono pronto a lanciarmi verso Dio. Il nostro orgoglio non debellato del tutto è l’ostacolo maggiore nel cammino della via dell’infanzia spirituale.

      3)  Terza riflessione. Nel cammino dell’infanzia spirituale, la fragilità umana si farà sentire. Siamo peccatori e fin che viviamo siamo sempre chiamati a scegliere fra il bene e il male, fra la virtù e il vizio e il peccato. Non sempre riusciamo a mantenerci sulla retta via, la confessione dei peccati esiste per questo.

 

     Santa Teresina del Bambino Gesù insiste nel dire che Dio è Padre, ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, è misericordioso verso l’uomo e le debolezze dell’uomo. Cioè Dio perdona! Non solo perché ci ama, ma perché è lui che ci ha creati, lui sa e capisce la debolezza delle creature umane. Dio non ha bisogno delle nostre opere, ha bisogno solo del nostro amore e chiedere perdono per i propri sbagli è un atto di amore, ci fa vivere nell’amore di Dio.

 

     Dio si è rivelato nella Bibbia e nel Vangelo, ma soprattutto in Gesù Cristo, che ha perdonato anche i peccatori che nessuno voleva in casa propria.

      4)   In nessun’altra religione del mondo Dio perdona. Nell’induismo e buddhismo, la legge del “Karma” è automatica e inevitabile. I buddhisti hanno inventato la dea Kuan Yin, che è la dea della misericordia, i suoi templi sono sempre affollati da devoti che vanno a chiedere perdono, ma nessuno risponde.

     In Giappone, padre Luigi Soletta del Pime aveva una chiesetta cattolica vicino al tempio della dea Kuan Yin a Kamakura, vicino a Tokyo. Mi diceva che era il tempio della dea della misericordia al quale andavano soprattutto le giovani coppie a chiedere perdono per aver abortito: bruciavano incenso, facevano le prostrazioni, leggevano le preghiere, davano un’offerta al tempio e tornavano a casa. Alcune coppie, vedendo la chiesa sulla strada entravano e chiedevano a padre Soletta: “E’ vero che il Dio cristiani perdona?”. Il padre confermava e loro chiedevano il perdono a Gesù Cristo, il missionario dava una benedizione e uscivano contenti.

     Nell’islam Dio è visto totalmente lontano dall’uomo  ed è adorato soprattutto come Dio Creatore e Signore di tutto il creato e come Giudice. Chi sbaglia, paga. La stessa comunità islamica, la “Umma”, punisce con punizioni fisiche chi trasgredisce la legge, con le penitenze pubbliche, la frusta, il taglio della mano.

 

      Santa Teresa scriveva la via dell’infanzia spirituale pensando alle anime piccole e devote, ma non escludeva da questa i peccatori, nemmeno “i grandi peccatori pubblici”, come si diceva una volta.

     E scriveva: “Anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che possono essere commessi, andrei col cuore spezzato dal pentimento a gettarmi nelle braccia di Gesù. Perché so quanto Egli vuol bene al figliuol prodigo che ritorna a lui”.

     E aggiungeva: “Il bambino ama i genitori e vuole solo abbandonarsi totalmente ad essi, perché si sente debole e impotente. Forse un padre sgrida il suo bambino quando egli si accusa da se stesso o gli infligge un castigo? No, davvero, ma se lo stringe al cuore”.

      L’amore è al centro della spiritualità teresiana. Quando chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati compiamo un atto di amore verso di Lui e quando Lui ci perdona esercita la sua paternità con un atto di amore.

               III)  -  S. Teresa di Lisieux Patrona delle missioni

                                           di Piero Gheddo

 

     Pio XI, a suo tempo definito “Il Papa missionario” per i suoi interventi decisivi nel campo delle missioni, dopo aver beatificato (1923) e santificato (1925) suor Teresa Martin, due anni dopo, il 14 dicembre 1927, pubblica questa dichiarazione: “Santa Teresa di Gesù Bambino è Patrona di tutti i missionari, uomini e donne, di tutte le missioni esistenti in tutta la terra, a pari merito con S. Francesco Saverio, con tutti i diritti e privilegi liturgici che si convengono a questo titolo”.

     Una proclamazione accolta con entusiasmo nel mondo missionario, dopo che la Santa di Lisieux era ormai diventata “la più grande santa dell’epoca moderna”, come aveva detto San Pio X. Teresa Martin aveva avuto una formazione cristiana profonda e aperta al prossimo, ai più poveri e lontani, in casa sua si leggevano gli Annali delle Missioni e fin dall’infanzia nutriva grandi sogni e desideri. Era inevitabile che si aprissero in lei gli orizzonti sconfinati di anime da salvare, di popoli che vivevano “nelle tenebre dell’errore e nell’ombra della morte”, come allora si diceva.

     Questo abbinamento di Francesco Saverio (1506-1552), che evangelizza l’Oriente dall’India all’Indonesia e al Giappone e muore a 46 anni alle soglie della Cina, con la piccola claustrale Teresa di Lisieux morta a 24 dopo 9 anni di convento, ci dice che, nell’economia soprannaturale della Grazia, per la salvezza dell’umanità la preghiera e la sofferenza valgono come lo spendere la vita in regioni difficili e tra popoli ostili per annunziare la Buona Novella di Gesù Salvatore.

 

     Contemplazione e missione fra i non cristiani indicano i due punti estremi dell'azione della Chiesa, ad intra e ad extra: sono le due tensioni che ogni battezzato deve nutrire nella sua vita di fede: preghiera e contemplazione da un lato, annunzio e testimonianza ai non cristiani e ai non credenti dall'altro. Ciascuna di queste due tensioni non sta senza l'altra, anzi ne riceve motivazioni e forza. Il missionario deve essere contemplativo e la suora di clausura missionaria. E tutti noi battezzati nell’Italia d’oggi siamo chiamati a nutrire, nella nostra  piccola vita, questi grandi orizzonti e desideri che ci allargano il cuore e la mente a tutta l’umanità.  

 

     Nel 1800 rinasce nella Chiesa l’ideale missionario, dopo la stasi delle missioni nel 1700. I genitori di Teresa Martin, i Beati Luigi e Zelia, nutrivano il desiderio di avere un figlio missionario, ma hanno avuto due soli maschi morti poco dopo il parto e sette sorelline. Però trasmettono, con la fede, anche  l’ideale missionario alle loro figlie. Teresa, già da adolescente aveva deciso di seguire le due sorelle maggiori in convento e aspirava con passione alla santità. Dopo il Natale 1986 (aveva 13 anni) scrive: “Sentii che la carità mi entrava nel cuore, col bisogno di dimenticare me stessa per fare piacere agli altri”. Questo “far piacere agli altri” è la disposizione basilare per la tensione verso l‘apostolato, o, come si diceva in passato, “salvare le anime”. Noi giovani missionari dicevamo convinti: “Attraversare i mari, salvare un’anima e poi morire”. Ma Teresa voleva salvare molte anime e si fa monaca di clausura per salvare le anime con la preghiera e partecipando alla Croce di Cristo.

     La nuova dimensione apostolico-missionaria irrompe in maniera forte nella sua vita e si concretizza nel vivere “per la conversione dei peccatori e la salvezza delle anime”.  Nel luglio 1887, aveva 14 anni, ha un’esperienza mistica che lei stessa racconta: “Una domenica, guardando un’immagine di Nostro Signore crocifisso, fui colpita alla vista del sangue che cadeva da una delle sue mani divine. Provai un grande dolore nel pensare che quel sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo e decisi di tenermi in spirito ai piedi della Croce per ricevere la rugiada divina… che avrei dovuto in seguito spargere sulle anime”.

      Queste visioni possono far sorridere, ma Teresa fin da bambina aveva stabilito un rapporto di amore appassionato con Gesù. Il fondamento della missionarietà di Teresa era il suo essersi consacrata all’amore di Dio, che è essenzialmente missionario, esteso a tutti gli uomini. La giovane suora si lascia coinvolgere in questo amore divino, che accende in lei il desiderio di essere missionaria senza uscire dal convento e diventa poi Patrona delle missioni e dei missionari.

 

     Due missionari come “fratelli spirituali”

 

     Torniamo al cammino missionario della nostra cara e giovane suora. Nel 1895 la priora delle Carmelitane le assegna come “fratello spirituale” il seminarista Maurizio Bellière e l’anno seguente anche Adolfo Roulland, ambedue delle Missioni Estere di Parigi, come si usa ancora nei conventi di clausura e fra i missionari: alcuni missionari cercano fra le suore di clausura una “sorella spirituale” che prega per loro, si scambiano lettere ed esperienze.

     Teresa accoglie con “una gioia traboccante che da tanti anni non avevo pregustato” questi nuovi impegni e si mette all’opera per “raddoppiare il fervore”. Ambedue questi seminaristi hanno una crisi di vocazione e la Santa li aiuta a superarla con la preghiera e le sue lettere. Padre Bellière diventa poi padre Bianco ed è missionario in Algeria e in quello che oggi è il Malawi (vicino al Sud Africa) e muore nel 1905. Il volume con le lettere che la Santa e il missionario si sono scambiati è veramente interessante. Suor Teresa esercita una maternità spirituale su Maurizio, le pagine più belle della Santa sulla misericordia di Dio, sono le sue ultime quattro lettere a Bellière, dove il missionario, con delicatezza e profondità di pensiero e di sentimenti, ad avanzare con lei nella via dell’abbandono totale nelle braccia del Padre. Maurizio era come lei tormentato da varie croci fisiche e morali.

      Padre Adolfo Roulland è ordinato sacerdote nel giugno1896 e parte per la Cina, informandone suor Teresa, che prega per lui e scrive al giovane sacerdote missionario in Cina: “Mi permetto di confidarle un segreto: l’8 settembre 1890 la sua vocazione missionaria fu salvata da Maria, Regina degli Apostoli e dei martiri. In quello stesso giorno una piccola Carmelitana divenne la sposa del Re del cielo. A Gesù chiese come dono particolare un’anima apostolica. Non potendo essere sacerdote, voleva che al posto suo un sacerdote ricevesse le grazie del Signore, che avesse le sue stesse aspirazioni, i suoi stessi desideri. Fratello mio, lei conosce l’indegna Carmelitana che fece questa preghiera”.

     Nel processo per la beatificazione di Teresa padre Roulland ha testimoniato: “L’8 settembre 1890 ebbi delle esitazioni a riguardo della mia vocazione. Mentre pregavo nella cappella, mi sentii improvvisamente e definitivamente deciso. Seppi più tardi che Teresa aveva pregato quel giorno stesso il Signore di darle un’anima sacerdotale e in una lettera mi fece conoscere il legame fra questi due avvenimenti”.

     Santa Teresa di Lisieux è stata chiamata anche “l’Angelo del sacerdozio” e lei fa derivare da questo rapporto con Roulland la sua vocazione di “pregare per i missionari e i preti”.  Ha realizzato il sogno dei suoi genitori di avere un figlio missionario con la sua vocazione di Carmelitana in due modi:

con le preghiere e l’adorazione e lasciandosi amare da Dio in un modo eroico, com’era stato eroico l’amore di Gesù per gli uomini, fino ad essere crocifisso e dare la vita per tutta l’umanità. La preghiera di Teresa aveva questa intensità d’amore per Dio e per gli uomini.

Infatti, aiuta i missionari sopportando le sofferenze che Dio le manda: fisiche (mancanza di riscaldamento, cibo scarso e povero, tubercolosi), psicologiche (incomprensioni, difficoltà di inserimento fra tante consorelle più anziane di lei), e spirituali (aridità nella preghiera e nell’adorazione. Teresa era di costituzione sana ma delicata, soffriva molto, ma non si lamentava mai: offriva le sue sofferenze per la salvezza delle anime per i missionari e i preti.

 

    Ecco un primo insegnamento della missionarietà che la giovane suora ha vissuto nel Convento di Lisieux. La sua vita era una piccola cosa, ma con la mente e il cuore spaziava nel mondo intero, pregava per i missionari della Cina e dell’Africa. Avrebbe voluto andare: ad Hanoi si apriva un monastero di Carmelitane francesi.

 

     “Nel cuore della Chiesa io sarò l’Amore”

 

    Quando nel febbraio 1893 la priora le affida il compito di formare le novizie del monastero, per la prima volta Teresa svolgeva la sua attività a diretto contatto con le anime. Era giovane anche lei (aveva vent’anni) e priva di esperienza. Capisce subito che il mezzo per essere efficace è il totale abbandono all’Amore di Gesù e questo è l’atteggiamento chiave della sua dottrina per l’azione apostolica.

 

     Nei pochi anni che le restano da vivere si assiste ad un continuo rapporto fra la crescita nell’amore e nell’abbandono a Dio e l’incremento del suo ardore apostolico.

     L’anima che ama con passione e dedizione Gesù Cristo è necessariamente apostolica, missionaria. Il suo rapporto personale con Gesù si svilupperà molto, fino a portarla a dire “la mia vocazione è l’amore”,  “vivere di amore” e “nel cuore della Chiesa io sarò l’Amore”. La sua vita sarà un martirio, una testimonianza vitale che Dio è Amore, qualunque sia la prova che l’uomo sperimenta. Teresa non tornerà più indietro da questa offerta all’Amore di Dio anche nei tempi della sua ultima drammatica agonia nel 1897, l’anno della sua morte. L’ultima esperienza di Teresa è questa: l’amore a Gesù Cristo è un’onda travolgente che le riempie il cuore di gioia e nello stesso tempo le fa percorrere le tappe della Via Crucis che l’avvicinano al Crocifisso: l’aridità nella preghiera e la tubercolosi che le toglie il respiro e le consuma le forze, conducendola all’incontro e alla fusione con suo sposo divino.    

 

     Care sorelle e cari fratelli, noi siamo piccoli e poveri, almeno io lo sono, e fatichiamo a capire le altezze mistiche di questa giovane donna e suora, che offriva tutta se stessa all’amore di Cristo e scrive dei suoi desideri, che superano la nostra comprensione, il nostro buon senso, ma però riescono a fondere in mirabile unità i due elementi: contemplazione e missione. Cosa potrebbe desiderare di più una Carmelitana? Leggiamo questo passaggio folgorante della sua “follia di amore”:

     “Sento in me – scrive – la vocazione di sacerdote. Con quanto amore, o Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, tu scendessi dal Cielo… Con quanto amore ti darei alle anime!... Ma ahimé, pur desiderando di essere sacerdote, ammiro ed invidio l’umiltà di S. Francesco d’Assisi e vorrei imitarlo, rifiutando la sublime dignità del Sacerdozio. Oh, Gesù, mio Amore e mia vita!... Come conciliare questi contrasti? Come realizzare i desideri della mia povera, piccola anima?”.

      In un altro paragrafo scrive: “Ah! Nonostante la mia piccolezza vorrei illuminare le anime come i Profeti, i Dottori. Ho la vocazione di essere Apostolo… Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa! Ma, o mio Amato, una sola missione non mi basterebbe: vorrei al tempo stesso annunziare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino alle isole più lontane… Vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla fine dei secoli…”.

      Nel panorama di questi grandi sogni e ideali, Teresa capisce che nella Chiesa si realizzano vari carismi e vocazioni, che nella loro diversità rendono possibile l’unità del corpo mistico di Cristo. La Chiesa ha un cuore, un centro vitale e dinamico da cui dipendono tutte le attività delle sue membra. Il cuore della Chiesa batte continuamente nel segno dell’amore, se non  c’è più amore, il cuore non funziona più.

Teresa continua: “L’amore racchiude tutte le vocazioni, l’amore è tutto e abbraccia tutti i luoghi e tutti i tempi. Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore”.

 

    Care sorelle e cari fratelli, noi siamo tutti creati da Dio “a sua immagine e somiglianza”  e lo dimentichiamo spesso. C’è in ciascuno di noi una scintilla di Dio, del suo Amore infinito, della sua onnipotenza. Viviamo una vita terra-terra, immersi nelle vicende del mondo che ci deprimono e riducono la nostra capacità di elevarci fino all’Amore onnipotente di Dio.

    Teresa viveva nella “via dell’infanzia spirituale” convinta che la Grazia di Dio è infinita, non solo nella sapienza dei dotti e dei santi, ma nella banalità della vita quotidiana. Gesù dava a S.Teresa un cuore e una mente grandi come il mondo. Un’idea consolante per tutti i poveracci, quali siamo noi, che tirano avanti senza clamori e senza grandi ideali nella vita difficile del nostro tempo.  Fratelli e sorelle, siamo tutti creati dallo stesso Dio di Santa Teresina, abbiamo tutti ricevuto la scintilla divina che può trasformare la nostra vita. Siamo tutti chiamati alla santità, che è l’Amore e l’imitazione del nostro Salvatore, Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, l’unica ricchezza che abbiamo.

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