Sep 19, 2021 Last Updated 5:13 PM, Sep 14, 2021

San Leopoldo Mandić: la tenerezza di Dio nel confessionale

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San Leopoldo Mandić, le cui spoglie arriveranno domani a Roma in occasione del Giubileo della Misericordia e saranno esposte nella Basilica Vaticana dal 5 all'11 febbraio, è nato in Dalmazia nel 1866, è vissuto per 30 anni nel Convento dei Cappuccini di Padova e qui è morto nel 1942. Ha donato tutta la vita al Sacramento della Riconciliazione. Sul suo carisma, ascoltiamo padre Flaviano Giovanni Gusella, rettore del Santuario di San Leopoldo Mandić di Padova, al microfono di Sergio Centofanti:

 

– Padre Leopoldo è stato additato dai Papi che lo hanno beatificato e canonizzato – Paolo VI e San Giovanni Paolo II – con un duplice carisma: quello di essere ministro straordinario, “eroico ministro della Riconciliazione” - sono le testuali parole usate nelle omelie di Beatificazione e di Canonizzazione - e nello stesso tempo profeta dell’ecumenismo spirituale. Padre Leopoldo era una persona dotta, sapiente, intelligente, una persona soprattutto che aveva tanto cuore verso i peccatori.

– Che cosa insegna oggi padre Mandić ai confessori?

– Certamente la disponibilità. Padre Leopoldo era in confessionale tutto il giorno: dalla mattina presto alla sera tardi. Se c’è una cosa che chiedeva ai superiori era quella di poter sforare anche oltre gli orari stabiliti per i confessori: la sua totale disponibilità e la fedeltà al suo ministero e al suo carisma. Ecco credo che sia questo, perché a volte, da parte di molti penitenti, si sente oggi il bisogno, il desiderio, di incontrare e di trovare lì – come dice Papa Francesco nella Bolla di Indizione del Giubileo della Misericordia – il confessore che ti aspetta, ti accoglie, non si spazientisce, e che è pronto ad accogliere te come immagine di Gesù Buon Pastore. Credo che questo sia l’atteggiamento di base fondamentale per i confessori. E poi, sempre come dice Papa Francesco nella Bolla per il grande Giubileo della Misericordia, questa capacità di essere volto misericordioso, tenero, dolce, paterno nei riguardi di coloro che si accostano al Sacramento della Riconciliazione. Così come ha fatto il Padre della parabola del Figliol Prodigo.

– E che cosa dice a chi si accosta al confessionale?

– Padre Leopoldo invita alla fiducia. “Abbia fede, abbia fiducia - diceva - non abbia paura. Vede, anch’io sono un peccatore come lei. Se il Signore” - lo chiamava il “Padrone Iddio – “non mi tenesse una mano sulla testa, farei come lei e anche peggio di lei”. Padre Leopoldo invita ad avere questa fiducia straordinaria in un Dio che è solo amore, solo perdono, solo capacità di accoglienza, tenerezza, che ha il desiderio più grande di riabbracciarci come suoi figli. Non importa i peccati né gli sbagli. Dio vede il nostro desiderio di riprenderci, di cambiare vita, di riconciliarci. E questo gli basta.

– Ci può raccontare un aneddoto della vita di padre Mandić?

– Quando ha conquistato un penitente nel suo confessionale, una persona di Padova, che da tanto non si confessava. Padre Leopoldo uscì dal confessionale e, privilegiando lui rispetto ad altri, gli disse: “Venga, venga lei signore”. Questo tale, che non frequentava il confessionale da tanto tempo, entrò nel piccolo confessionale – quello che c’è ancora oggi e che è rimasto intatto dopo il bombardamento del 1944, come del resto padre Leopoldo aveva previsto – e non sapeva dove mettersi. Si sedette allora nella poltroncina riservata al confessore. Padre Leopoldo, senza dire niente, si inginocchiò davanti a lui e ascolto così, in ginocchio, la confessione del suo penitente. Poi il penitente probabilmente si rese conto di aver sbagliato, chiese scusa, e padre Leopoldo lo congedò con un sorriso larghissimo, senza fargli pesare quell’errore. Quel tale poi disse: “Questo gesto mi ha profondamente conquistato”. E da allora diventò penitente abituale di padre Leopoldo.

Fonte. Radio Vaticana

 

SAN LEOPOLDO MANDIC, IL “PICCOLO” GRANDE CONFESSORE

Alto un metro e 35 centimetri, padre Leopoldo Mandic, uno dei patroni dell'Anno Santo, accoglieva tutti con amore nel convento di Santa Croce a Padova. Ecco come lo ricorda chi l’ha conosciuto

 

«La sera prima di morire, nonostante i tormenti della malattia, padre Leopoldo stava ancora in confessionale ad accogliere i penitenti. Sono stato uno degli ultimi a entrare nella sua cella per confessarmi, come facevo tutte le sere dopo cena».

Parla con molta difficoltà, ma è ancora lucida la memoria di fra Barnaba Gabini. Siamo andati a incontrare questo cappuccino quasi centenario, friulano di Lestizza (Udine), nel convento di Conegliano, dove risiede da dieci anni, perché è uno degli ultimi testimoni in vita ad aver conosciuto l’umanità e la mansuetudine di padre Leopoldo Mandic, il piccolo-grande confessore di origine dalmata, beatificato nel 1976 da Paolo VI e canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983, le cui spoglie in occasione del Giubileo saranno esposte dal 5 all’11 febbraio nella basilica di San Pietro, a Roma, assieme a quelle di padre Pio. 
 Fratel Barnaba era un giovane novizio quando alla fine degli anni Trenta lo incontrò la prima volta entrando nel convento di Santa Croce a Padova. «Ricordo che si rivolgeva a me chiamandomi toso, cioè ragazzo in dialetto, e che fu lui a incoraggiarmi al momento della mia professione con pochissime parole. Non l’ho mai sentito lamentarsi della malattia che lo stava consumando. Era sempre al confessionale e fuori c’era la fila per confessarsi da lui. Accoglieva tutti con amore, incondizionatamente. Ed era così ben disposto nei confronti di chi chiedeva perdono al Signore, che qualcuno dei confratelli cominciò ad accusarlo di dare troppo facilmente l’assoluzione. Per questo i miei superiori negarono ai seminaristi la possibilità di confessarsi da lui».

L’anziano cappuccino, cinquant’anni in Friuli prima di arrivare nel 2006 a Conegliano, riporta anche un episodio profetico, testimoniato in sede del processo per la canonizzazione di padre Mandic: «Un giorno un penitente padovano, amico di padre Leopoldo, andando da lui, lo trovò in preda a un pianto disperato. Interrogato, il santo rivelò che quella notte aveva avuto una orribile visione: il Signore gli aveva mostrato l’Italia precipitata in un mare di fuoco e sangue», prevedendo in altri termini i drammatici eventi bellici che avrebbero straziato il nostro Paese alcuni anni dopo. Il santo in seguito profetizzò pure il bombardamento della città di Padova, precisando inoltre che sarebbero stati colpiti anche il convento e la chiesa dei cappuccini, ma che la celletta si sarebbe miracolosamente salvata. Tutto ciò puntualmente avveratosi il 14 maggio del 1944, confermando la fama di preveggente del piccolo frate dalmata, che nel frattempo era morto da due anni.

 

CONFESSAVA IN DIALETTO

Padre Giuseppe Ungaro, francescano conventuale del Santo a Padova, di anni ne ha 97, e nella sua vita ha avuto la singolare fortuna di incontrare ben sei tra santi e pontefici: padre Pio, padre Massimiliano Kolbe, papa Luciani, papa Giovanni XXIII, papa Giovanni Paolo II, che furono anche suoi confessori. Incontrò pure padre Leopoldo a Padova. «Veniva ogni mercoledì a confessare i frati al Santo; lo faceva spesso in dialetto per mettere a suo agio chi gli stava davanti. Prima andava a pregare davanti alla tomba di sant’Antonio. Cosa che ripeteva alla fine delle confessioni. Ricordo che per strada talvolta i ragazzini si prendevano gioco di questo religioso bassissimo di statura (solo un metro e 35 centimetri) e la cosa lo faceva un po’ soffrire. Era così umile, poi, che si vergognava di farsi accompagnare al Santo in automobile».

 A proposito della larghezza di cuore e della mansuetudine proverbiale del cappuccino, padre Ungaro, biografo di san Leopoldo, racconta un episodio della vita del giovane Mandic che spiegherebbe l’origine del suo peculiare stile di confessore: «All’età di otto anni fu fatto inginocchiare in mezzo alla chiesa come penitenza da un sacerdote. E promise a se stesso che non si sarebbe mai comportato così, se fosse diventato prete». E ancora: «Il suo modo di confessare assomigliava molto a quello di padre Pio. A volte la sua misericordiosa comprensione veniva scambiata per lassismo, per mano troppo larga. Un giorno accolse un fedele a cui un penitenziere della basilica aveva negato l’assoluzione. Lo mandò perdonato. E incontrandosi, in seguito, con quel frate inflessibile gli motivò la sua scelta differente con una sola frase: “Lei, padre, confessa con la sua coscienza; io con la mia”».

  

Un’altra volta ebbe a rispondere: «Io troppo largo? Chi è stato largo? È stato il Signore il primo a esserlo: mica io sono morto per i nostri peccati, ma il Signore. Più largo di così col ladrone e con gli altri come poteva essere?». 
Sarà proprio padre Giuseppe a redigere il testo che ricorderà la figura del santo quando il 17 febbraio le sue reliquie passeranno per la basilica di Sant’Antonio, prima del rientro al convento di Santa Croce.

 Fonte: http://www.famigliacristiana.it/

 

SAN LEOPOLDO, MINISTRO GENEROSO DEL PERDONO DI DIO

Uno straordinario ministro del perdono di Dio. San Leopoldo, bastava vederlo, sentirne anche solo il nome, per essere spinti ad avvicinarlo e aprirgli la propria coscienza. Ancora giovane, all’inizio del ministero sacerdotale, al suo confessionale fu un accorrere di gente. Così nei vari conventi dove passò, anche se a Padova il movimento assunse forme crescenti e veramente eccezionali. Numerosissimi penitenti – di ogni estrazione sociale e culturale – si riunivano davanti alla porta del suo confessionale, disposti a lunghe attese, desiderosi di poter sentire da lui la parola del perdono, di avere un consiglio illuminato per la propria vita.

San Leopoldo Mandić fu confessore ricercato per le doti di sapienza e scrutazione dei cuori, dovute alla frequentazione dei testi biblici e patristici, ma soprattutto per la benevola accoglienza dei penitenti. Chi lo ebbe come confessore, ne lodò l’«accoglienza singolare», la «pazienza incredibile», la «delicatezza imperturbabile», il «grande senso di comprensione», il «grande cuore», l’«umanità nell’ascoltare». Se qualche penitente si lasciava sopraffare dalle lacrime o turbare da scrupoli, usava dire: «Stia tranquillo, metta tutto sulle mie spalle, ci penso io», e si addossava preghiere, veglie notturne, digiuni e privazioni volontarie.

Dei suoi penitenti si sentiva soprattutto «amico». Già al primo incontro si era da lui accolti come vecchie conoscenze, tanta era la cortesia, la cordialità. Padre Leopoldo «seppe fare della sua cella-confessionale, al dire di molti penitenti, un “salottino della cortesia”. Egli si mostrava pieno di bontà e di comprensione con quanti andavano a inginocchiarsi ai suoi piedi» (papa Paolo VI). Qualche volta, se avvertiva timidezza o diffidenza, con spontanea umiltà non esitava a farsi incontro, anche materialmente, alzandosi dalla sua poltrona.

Il prof. Ezio Franceschini, docente universitario a Padova e poi rettore all’Università Cattolica di Milano, che fu suo penitente, ricordò il dolore provato da padre Leopoldo quando venne tacciato di lassismo. Gli confidò il frate: «Dicono che do troppo facilmente l’assoluzione, anche a chi non ne ha le dovute disposizioni». Allargando le braccia, soggiunse: «Mi guardi, signore. Le pare che se un peccatore viene a inginocchiarsi davanti a me lo possa fare per me e non per il Padrone Iddio?».
Nella sua straordinaria semplicità, naturalezza e serietà d’intenti, padre Leopoldo accompagnò e guidò molti alla «misura alta» della vita cristiana, cioè alla santità. Consapevole che è Dio il primo artefice in quest’opera, diceva: «Dio è la guida di ogni anima, e ogni anima ha la sua via. Lo Spirito Santo è il primo direttore di spirito e resta sempre il primo; i santi li fa lui... A noi spetta solo il dovere di riconoscere e assecondare la sua azione e non intralciarla con le nostre meschine vedute». Tale opera di Dio, egli la riconobbe e favorì in molte anime: sacerdoti, religiosi e religiose, professionisti, padri e madri di famiglia.

Anche il beato papa Giovanni Paolo II, nell’omelia per la canonizzazione di padre Leopoldo, rievocando alcune sue espressioni, evidenziò il profilo esemplare del confessore: «In questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Egli manifestava così il suo impegno: «Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così, egli rispondeva: “È la mia vita!”».

 

«Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una così singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Penitenza; che richiama da un lato i sacerdoti a ministero di così capitale importanza, di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiritualità; e che ricorda ai fedeli, fervorosi o tiepidi e indifferenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la Confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l’eterna felicità».

Papa Paolo VI, Omelia per la beatificazione di padre Leopoldo

Fonte: http://www.leopoldomandic.it/

 

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