Nov 29, 2020 Last Updated 8:54 PM, Nov 28, 2020

Il segreto del monachesimo di Thomas Merton

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Cosa significa essere monaci in un'era post-cristiana? È una delle domande che hanno affollato la mente di Thomas Merton, monaco trappista che ha travalicato i confini dell'eremo grazie ai suoi scritti, che ne fanno uno dei principali autori di spiritualità del XX secolo.

Nato il 31 gennaio 1915 in Francia e morto fulminato da un ventilatore il 10 dicembre 1968 in Thailandia, dove si trovava per un convegno monastico, Merton è stato modello di un monachesimo che si configura come “un autentico 'vivere alternativo', una vita semplificata, ricondotta all’essenziale, una 'scuola di carità' (così si intitola il volume della sua corrispondenza con gli interlocutori del mondo monastico) capace di testimoniare agli altri quella misericordia e compassione sperimentate in prima persona”, come ha ricordato il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi (Avvenire, 28 gennaio).

In una delle ultime conferenze pronunciate durante il viaggio in Estremo Oriente, accostò il monaco ad altre figure “marginali” della società, come “i poeti, gli hippies, tutte le persone 'inutili' di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno, a scapito però del gusto della vita, della ricchezza della gratuità, della leggerezza propria della libertà interiore”.

Nato da due pittori globe-trotter, un neozelandese e una statunitense, Merton si convertì al cattolicesimo nel 1938, entrando tre anni dopo nell’abbazia di Nostra Signora del Gethsemani nel Kentucky (Stati Uniti) tra i cistercensi di stretta osservanza e venendo ordinato sacerdote nel 1949.

“Un 'traguardo' dopo un percorso segnato da studi, viaggi, sbandate, incontri, dal continuo interrogarsi sul senso della vita, sino all’attrazione per il chiostro. Un percorso le cui tappe si riflettono in tante pagine mertoniane talora tormentate ma orientate nella direzione della Grazia”, in cui “la vita contemplativa non è mai fuga dal mondo, bensì modo per entrare in un dialogo profondo con l’uomo”, ha affermato Marco Roncalli (Avvenire, 28 gennaio)

Protagonista di un coraggioso impegno per la pace, punto di riferimento per il movimento nonviolento per i diritti civili, “analista di una 'pace sulla terra' fondata su ragioni evangeliche e affidata alla testimonianza”. Merton era tutto questo, ma “soprattutto un monaco inquieto, ma che ha trasformato l’eremo, con la penna, in un pulpito senza confini, e, con la preghiera, in un tabernacolo dove custodire insieme all’Eucarestia ogni fratello; un trappista difensore della vita monastica eremitica e comunitaria, convinto di 'tener viva nel mondo moderno l’esperienza contemplativa e mantenere aperta per l’uomo tecnologico dei nostri giorni la possibilità di recuperare l’integrità della sua interiorità più profonda'. Sino a trasformare la sua stessa parabola in un racconto incessante della ricerca di Dio, vivendola tra solitudine e comunione, contemplazione e azione”.

Uomo dell’ecumenismo e del dialogo, rispettoso delle differenze e concentrato sull’essenziale, nel dialogo interreligioso fu pronto ad aprirsi a induisti, buddisti, ebrei, islamici, a cercare le fonti vitali delle altre religioni, con una spiccata attenzione alle espressioni orientali. In lui, il dialogo con i non credenti era declinato nella capacità di vedere segni di “fede inconscia” negli atei o di “ateismo inconscio” nei credenti.

“Il grande problema è la salvezza di coloro i quali, essendo buoni, pensano di non aver più bisogno di essere salvati e immaginano che loro compito sia rendere gli altri buoni come loro”, affermava.

La scrittura ha attraversato la vita di Merton “come un fiume in piena”, riversandosi in una produzione enorme di saggi, poesie, meditazioni, diari, migliaia di lettere che hanno influenzato generazioni di lettori.

“Entrando a Gethsemani il 10 dicembre 1941, Merton voleva farsi dimenticare, trovare pace nell'anonimato e nel nascondimento. La passione per la scrittura, però, continuava ad abitarlo e l'abate lo incoraggiò a coltivarla, mettendola a servizio della comunità e dell'Ordine. Così, il successo lo proiettò su una ribalta planetaria, divenendo suo malgrado una sorta di testimonial della vita religiosa”.

Nel 1958, la svolta: recatosi a Louisville per una commissione, visse una sorta di esperienza mistica che pose fine al suo cosiddetto “sogno di separatezza”. “Era la percezione chiara di una comunione interiore con il proprio tempo e l'umanità, raggiunta dentro la solitudine monastica”. L'episodio è uno spartiacque simbolico, segnando il passaggio alla seconda stagione della sua esperienza cristiana. “Il luogo autentico della spiritualità, per lui, non è più stato uno spazio sacro, ma il vissuto umano a tutto tondo, fatto di corpo, di affetti, di risate, di piccoli piaceri, di convivenza quotidiana, di partecipazione alle vicende della storia... Come se tra mondo e monastero non ci fosse un muro, ma un canale di comunicazione”.

Merton intensificò gli scambi epistolari con persone comuni e con intellettuali, oltrepassando i confini confessionali del cattolicesimo e della stessa religione cristiana e denunciando “una cultura di oppressione e violenza di cui si sentiva complice, esponendosi in prima persona per i diritti civili degli afroamericani, contro la guerra che gioca con la vita e la morte (erano gli anni del Vietnam) e per il disarmo nucleare”. Le sue posizioni gli causarono contrasti e persino censure all'interno dell'Ordine, ma ricevette attestati di stima da Giovanni XXIII, che attinse da lui nella stesura dell'enciclica Pacem in terris, e da Paolo VI.

Gregorio Magno, ricorda Roncalli, racconta che San Benedetto ebbe una visione in cui contemplò tutto il mondo raccolto “come in un unico raggio di sole”. “Thomas Merton continua a rischiarare anche oggi, proprio come un raggio di luce in cui è contenuto un intero mondo”

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