Nov 11, 2019 Last Updated 7:43 AM, Nov 11, 2019

Dal Bambino Gesù di Roma ai bimbi della Siria: la catena del bene

Pubblicato in Finestra sul Mondo
Letto 109 volte
Vota questo articolo
(0 Voti)

L’impegno e le soddisfazioni dei medici del grande policlinico italiano che assicurano formazione ai colleghi, preparati e volenterosi, dell’ospedale pediatrico pubblico di Damasco

Quando gli esseri umani decidono di spendere le loro qualità migliori per gli altri, di costruire legami di prossimità e di cura, quando decidono di allearsi per restituire il sorriso a un bambino malato, non ci sono muri, confini, persino conflitti, che riescano a farli desistere. Accade ogni giorno, ovunque. In Italia un gruppo di medici si è impegnato ad assicurare formazione a colleghi siriani per assistere nel modo migliore i bambini che, già provati dalla guerra, giungono malati all’ospedale pediatrico pubblico di Damasco (il più grande della Siria). Il progetto è stato promosso da Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, il più grande policlinico e centro di ricerca pediatrico d’Europa. Convinta che l’ospedale possieda un patrimonio di sapere che è doveroso condividere e offrire ai Paesi svantaggiati, Mariella Enoc, negli ultimi anni, ha stretto accordi di collaborazione con centri sanitari di undici Paesi. Nel 2017 ne ha sottoscritto uno, di durata triennale, con l’ufficio siriano dell’Organizzazione Mondiale della sanità (Oms) per assicurare al personale medico dell’ospedale pediatrico pubblico di Damasco la formazione in quattro discipline: chirurgia laparoscopica, radiologia interventistica, terapia intensiva e, dallo scorso maggio, cardiochirurgia pediatrica. Il team del Bambino Gesù, che sino ad oggi ha compiuto cinque missioni in Siria, è attualmente composto da una infermiera, Sofia Cestra, e da quattro medici: Fiore Salvatore Iorio, cardiochirurgo, Massimo Rollo, radiologo interventista, Emanuele Rossetti anestesista e rianimatore, e Tamara Caldaro. Chirurgo, 45 anni, sposata, la dottoressa Caldaro lavora presso l’Unità operativa complessa di chirurgia ed endoscopia digestiva. In questa conversazione con Vatican Insider racconta la propria esperienza in terra siriana.

Quali sentimenti la accompagnarono quando, nel novembre del 2017, partì per la sua la prima missione?

«Confesso che accettai la proposta di partecipare al progetto non senza qualche perplessità e timore perché non avevo mai fatto parte di una missione internazionale: non sapevo cosa aspettarmi, mi domandavo quale accoglienza avrei avuto dai colleghi dell’ospedale di Damasco. Inoltre, conoscendo la situazione drammatica della Siria, temevo pericoli. I miei familiari erano preoccupati».

Quale fu l’impatto con Damasco e con i colleghi dell’ospedale siriano?

«Lungo le strade della città si vedevano poche persone, che camminavano tutte a passo svelto. I posti di blocco erano numerosi. Noi medici del Bambino Gesù non potevamo circolare liberamente: per gli spostamenti tra l’albergo dove alloggiavamo e l’ospedale pediatrico l’Oms ci aveva assegnato una scorta che era costantemente in contatto con la centrale operativa la quale forniva indicazioni sul percorso più sicuro da seguire. Ricordo che sentivamo i caccia sfrecciare sulla città e, in lontananza, il rumore dei bombardamenti.

Dedicammo quella prima missione a conoscere la realtà dell’ospedale: ad esempio, come era organizzato il lavoro, quale strumentario mancante era necessario procurare dall’Italia. Soprattutto, cominciammo a conoscere i medici e gli infermieri che erano stati selezionati dal ministero dell’Istruzione per partecipare al training da noi offerto. Dovendo lavorare fianco a fianco era indispensabile che nascesse fiducia reciproca. I colleghi siriani, molti dei quali avevano studiato anche all’estero, si dimostrarono subito aperti e desiderosi di lavorare con noi. Nel corso della missione le perplessità che mi avevano accompagnato al momento della partenza vennero meno. Un conto è conoscere un Paese e i suoi abitanti per sentito dire, un altro è conoscere di persona. Anche gli eventuali pericoli diventano gestibili e fanno meno paura».

Come si articolano le missioni?

«Ciascuna dura 7 giorni. Si è preferito organizzare permanenze brevi e più frequenti sia per ragioni di sicurezza, sia per garantire continuità di cura ai nostri pazienti in Italia. A ciascun membro del nostro team è stata affidata la formazione di uno o più medici. Quando ho incontrato il chirurgo al quale dovevo insegnare le diverse procedure laparoscopiche avevo qualche timore; mi chiedevo come avrebbe accolto una donna chirurgo, straniera, cristiana e più giovane di lui. Il collega si dimostrò umile, particolarmente preparato e desideroso di imparare. Abbiamo costruito un ottimo rapporto. Lo stesso che si è instaurato successivamente con una giovane dottoressa di Aleppo di cui, nel corso di questi due anni, mi è stata affidata la formazione. Lavoriamo insieme trascorrendo gran parte delle giornate in sala operatoria. Nelle prime missioni, durante gli interventi ho mostrato e spiegato passo passo ai due colleghi le diverse procedure laparoscopiche; successivamente li ho affiancati mentre cominciavano a eseguire una parte delle procedure. Intanto, anche il personale infermieristico della sala operatoria ha imparato ad assisterci».

Come descriverebbe i rapporti tra il team italiano e i medici siriani coinvolti nel training?

«C’è grande affiatamento; i medici che formiamo sono volenterosi, hanno cercato di tenersi aggiornati anche durante la guerra, lavorano con grande dedizione e dignità. Sono tutti musulmani ma la diversa appartenenza religiosa non è un problema. Tra una missione e l’altra restiamo in contatto: è nato un legame professionale e umano significativo».

Quali segni lasciati dalla guerra ha colto nei bambini e nelle loro famiglie?

«A causa della brevità delle missioni non sono riuscita a cogliere i segni impressi nel profondo dell’animo. Alcuni però sono visibili: mi commuove sempre molto il comportamento dei bambini, che non piangono neppure quando entrano in sala operatoria da soli, senza essere accompagnati dalla mamma (come invece accade al Bambino Gesù). Sono bambini seri, si comprende che hanno conosciuto la guerra. Purtroppo molti sono malnutriti: anche a causa dell’embargo scarseggiano le sacche per la nutrizione parenterale e enterale, presidi utilizzati nei casi in cui è impossibile alimentarsi per bocca spontaneamente. Diverse famiglie versano in condizioni di grande povertà e giungono in ospedale dalle zone rurali dopo viaggi estenuanti e non di rado pericolosi. Di conseguenza, per i medici dell’ospedale di Damasco non è possibile programmare gli interventi come si fa in Italia. Se – dopo aver visitato per la prima volta un bambino – viene accertato che è necessario operarlo, i colleghi lo ricoverano subito e si procede all’intervento. Si evita così che i genitori debbano portare il figlio a Damasco una seconda volta affrontando le insidie e i costi di un nuovo viaggio».

Può raccontare un episodio, fra i molti, che l’ha particolarmente colpita?

«Un giorno, insieme al collega siriano, andai a visitare un bambino in attesa di essere operato e a illustrare alla mamma l’intervento che avremmo compiuto. Nel salutarci, quella donna, guardandomi negli occhi, con semplicità e serietà, mi disse: “Le affido mio figlio”. Nella stanza vi erano altri due bambini, anch’essi accompagnati dalle loro mamme. Una di loro mi fermò sulla porta dicendomi: “Per favore, operi anche mio figlio!”. Le spiegai che il suo bimbo non necessitava di un intervento in laparoscopia ma che sarebbe stato curato dal collega siriano, estremamente qualificato. Si sentì rassicurata. Mi commosse la fiducia di quelle donne, quel loro volermi affidare i figli: non è certo un evento raro, accade anche in Italia, ma ogni volta ne resto toccata, sento la grande responsabilità che il mio lavoro comporta e mi accorgo che con le mamme – qualunque sia la loro nazionalità – si stabilisce un legame speciale».

La quinta missione si è conclusa il mese scorso: la situazione a Damasco è migliorata significativamente rispetto al 2017?

«Direi proprio di sì. In città sono diminuiti i posti di blocco, sono aumentate le persone che circolano per le strade e passeggiano con tranquillità. Noi medici del Bambino Gesù possiamo anche spostarci a piedi senza scorta. La città si sta riprendendo, la popolazione desidera esprimere tutta la carica vitale che è stata soffocata durante gli anni della guerra. Si respira un clima di rinascita, anche se le difficoltà che la popolazione deve affrontare sono molte».

Consiglierebbe ai medici italiani di partecipare a missioni internazionali di formazione?

«Sì, con grande convinzione. Questa esperienza mi ha arricchito dal punto di vista umano e professionale. Confrontarsi con un popolo e una cultura diversi apre la mente, insegna a accogliere le differenze, fa scoprire affinità inaspettate. Per insegnare ad altri medici bisogna inoltre costantemente migliorare le proprie conoscenze. Ho sempre curato molto la mia preparazione ma in questi ultimi due anni – mossa dal desiderio di offrire il massimo ai miei colleghi siriani e onorare il loro impegno – ho voluto intensificare la partecipazione a corsi di laparoscopia. Ciò mi ha fatto crescere professionalmente. Proprio qualche giorno fa il collega siriano mi ha scritto raccontandomi di aver effettuato la sua prima colecistectomia per via laparoscopica su un ragazzino di 12 anni. Si diceva felice e grato; era riuscito a eseguire la procedura seguendo tutte le indicazioni e i consigli che gli avevo dato: l’intervento era perfettamente riuscito, il paziente stava bene. È difficile per me esprimere a parole la soddisfazione e la gioia che ho provato. Questa felicità è il dono più grande che ho ricevuto dalle missioni in Siria».

Devi effettuare il login per inviare commenti

Recenti

Missionaries in Taiwan: like dwarfs on the shoulders of giants

Missionaries in Taiwan: like d…

11 Nov 2019 Missione Oggi

Preghiamo per il Medio Oriente

Preghiamo per il Medio Oriente

11 Nov 2019 Preghiere Missionarie

Papa: il carcere non sia solo repressione, ma opportunità di riscatto

Papa: il carcere non sia solo …

11 Nov 2019 Finestra sul Mondo

30 anni dal crollo del Muro di Berlino. Geninazzi (Avvenire): “Fu una festa di popolo, cominciò una stagione di libertà”

30 anni dal crollo del Muro di…

11 Nov 2019 Finestra sul Mondo

XXXIII Domenica - T.O. - Anno C

XXXIII Domenica - T.O. - Anno …

11 Nov 2019 Domenica Missionaria

Perché possano vivere felici...

Perché possano vivere felici…

10 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

Nel cuore dell’Amazzonia

Nel cuore dell’Amazzonia

10 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

Mater Amazonia: rassegna stampa

Mater Amazonia: rassegna stamp…

06 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

Bispo emérito de Roraima, Dom Aldo Mongiano, celebra 100 anos de vida (PT - IT)

Bispo emérito de Roraima, Dom…

06 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono

Missione in Bolivia: volti che incontriamo tutti i giorni

Missione in Bolivia: volti che…

05 Nov 2019 I Nostri Missionari Dicono