Jun 17, 2019 Last Updated 6:06 AM, Jun 17, 2019

Noa, il Papa: “Eutanasia e suicidio assistito una sconfitta per tutti”

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Francesco commenta in un tweet la vicenda della 17enne olandese che, in preda da anni ad una grave depressione dopo aver subito degli stupri, ha scelto il suicidio assistito. La Pontificia Accademia per la Vita: «Una grande perdita per qualsiasi società civile»

È una storia di profondo dolore quella di Noa Pothoven, giovane e bella ragazza olandese di Arnhem, abusata diverse volte dagli 11 ai 14 anni, per anni vittima di stress post traumatico, anoressia, attacchi di panico. L’epilogo di una vita trasformata in un calvario dalle violenze subite è stato ancora più tragico: dopo aver smesso da giorni di mangiare e di bere, Noa è morta domenica scorsa a 17 anni nel salotto di casa con alla presenza dei genitori e di alcuni medici della clinica specializzata “End of life” che non le hanno impedito di farlo

La notizia è stata confermata dalla sorella che non ha fornito ulteriori dettagli. Sembra chiaro che, contrariamente a quanto circolato in un primo momento, la ragazza non sia stata accompagnata nella morte da una sedazione profonda e che, dunque, non si tratti di un caso di “eutanasia legale” che altrimenti avrebbe aperto un dibattito internazionale. 

La vicenda è in ogni caso straziante e su di essa è intervenuto oggi Papa Francesco che, ancora una volta, ha scelto la via di Twitter per lanciare un appello che, tramite il suo account @Pontifex in nove lingue, ha raggiunto in pochi secondi milioni di persone. «L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza», ha scritto il Papa senza aggiungere alcun hashtag di riferimento.

Quasi un modo, queste parole del Pontefice, per denunciare il fatto che Noa probabilmente è stata lasciata sola nel dolore, fisico e psichico, che da sei anni portava sulle spalle e che aveva raggiunto un peso insostenibile. Poche righe per sottolineare come a questa diciassettenne nessuno è stato in grado di farle comprendere che la depressione si può curare, che le ferite lasciate da una sofferenza come la sua, anche se radicata nell’anima e nel corpo, possono essere guarite, che la vita può essere ricostruita. Tanto più che se n’è vissuta poco più di un terzo.

Per Noa l’unica soluzione era la morte, vista come liberazione e soluzione dopo anni di terapie, sedute di psicoanalisi, attività sportive e anche un libro autobiografico pluripremiato “Winnen of leren” (“Vincere o impararare”), in cui incoraggiava i giovani a vivere la vita, che le aveva fatto raggiungere una certa notorietà. Un diario privato in cui Noa riportava tutta l’angoscia che non era riuscita a confidare a genitori e amici per il primo stupro subito a 11 anni durante una festa della scuola, poi a 12 e ancora a 14 da due uomini in un vicolo della città. 

«Ancora respiro, ma non mi sento più viva», scriveva la giovane. Per anni aveva tentato il suicidio, non andava più a scuola ed era stata ricoverata in tre diversi istituti che, per nutrirla forzatamente, visto che era sottopeso e rischiava di vedere i suoi organi compromessi, le avevano indotto un coma farmacologico.

Lo scorso dicembre, a 16 anni, la ragazza aveva contattato autonomamente una clinica specializzata dell’Aja, per sapere se fosse idonea all’eutanasia o al suicidio assistito. Richiesta respinta: troppo giovane. La Pothoven scriveva a riguardo, come riportato dal quotidiano locale Gelderlander: «Pensano che sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero del trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto».

Su Instagram tempo fa Noa attaccava i vari centri specializzati che aveva contattato insieme ai genitori, che si erano accorti dello stato depressivo della figlia dopo aver trovato in buste di plastica delle lettere d’addio ai suoi cari. Un istituto in particolare, raccontava la madre, sembrava il più idoneo alla situazione della ragazza ma l’aveva messa alla fine di una lunga lista d’attesa. «Se hai un problema cardiaco in due giorni ti operano. Se hai un problema mentale, aspetti due anni per un posto in clinica», scriveva la ragazza.

E sempre dal suo profilo, qualche giorno fa, ha postato l’ultimo messaggio. «Vado dritta al punto: entro dieci giorni al massimo morirò. Dopo anni di battaglie sono come prosciugata. Ho smesso di mangiare, di bere, e dopo averci a lungo ragionato, ho deciso di lasciarmi andare perché la sofferenza è insopportabile», ha scritto, lasciando intendere che la decisione non era dettata dall’impulso ma maturata nel tempo. Ai 10,7 mila follower la giovane chiedeva di rispettare la sua scelta e di non cercare di farle cambiare idea.

In queste ore sono numerosi i messaggi sui social che salutano la ragazza, criticano o sostengono la sua scelta. Nel mare di post e tweet c’è anche quello della Pontificia Accademia per la Vita che scrive: «La morte di Noa è una grande perdita per qualsiasi società civile e per l'umanità. Dobbiamo sempre difendere la vita#NoaPothoven».

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