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Il nunzio in Giordania: “Qui cristiani e musulmani vivono nella cordialità”

  • Nov 05, 2018
  • di  Cristina Uguccioni - Vatican Insider (lastampa.it)
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Pubblicato in Finestra sul Mondo
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Storie di convivenza tra i fedeli delle due religioni. La qualità delle relazioni, le iniziative delle autorità locali e l’impegno della Chiesa per la promozione del dialogo interreligioso, nell’intervista all’arcivescovo Alberto Ortega Martín.

Spagnolo, 56 anni, l’arcivescovo Alberto Ortega Martín – dopo aver prestato servizio presso le nunziature apostoliche di Nicaragua, Sud Africa e Libano e aver lavorato alcuni anni presso la Segreteria di Stato, nella sezione dedicata ai Rapporti con gli Stati – nel 2015 è stato nominato nunzio apostolico in Giordania e in Iraq. In questa conversazione con Vatican Insider l’arcivescovo racconta la qualità della convivenza tra cristiani e musulmani in Giordania, un Paese che conta nove milioni di abitanti, un terzo dei quali è costituito da rifugiati (un milione e mezzo provenienti dalla martoriata Siria). 

Quanti cristiani risiedono attualmente in Giordania? 

«È difficile indicare un numero preciso: si calcola che i cristiani giordani siano più di 200mila: ad essi occorre aggiungere un cospicuo ma imprecisato numero di cristiani stranieri, provenienti soprattutto da Filippine, Sri Lanka e India. Poco più della metà dei cristiani giordani appartengono alla Chiesa greco-ortodossa mentre i rimanenti sono in maggioranza cattolici, appartenenti in larga parte al Patriarcato Latino di Gerusalemme. Vi è anche una significativa presenza di fedeli melchiti (che possono contare su una Eparchia locale); è invece minoritaria quella dei maroniti e degli armeni. Molti fra i rifugiati iracheni sono caldei o siro-cattolici. I cristiani possono celebrare senza alcuna restrizione. Secondo la Costituzione, l’Islam è religione di Stato, ma viene salvaguardato l’esercizio di tutte le forme di culto e sono proibite discriminazioni fondate su motivi religiosi». 

In quali ambiti opera la Chiesa cattolica? E quanti sacerdoti vivono attualmente in Giordania?  

«I sacerdoti sono più di una settantina cui si aggiungono numerosi religiosi e religiose che svolgono un’apprezzabile missione in tutto il Paese. La Chiesa gestisce alcuni ospedali e diverse scuole che offrono un servizio prezioso all’intera popolazione. Attraverso la Caritas Giordania e alcune Congregazioni religiose la Chiesa è in prima linea nell’assistenza ai tre milioni di rifugiati accolti nel Paese, che indubbiamente rappresentano una sfida per tutti. La Giordania riceve aiuti economici dalle Nazioni Unite e da alcuni governi per prendersi cura di questo elevato numero di persone, tuttavia le sfide restano molte».  

Quali le principali? 

«Direi che sono sostanzialmente due: una è quella economica poiché – nonostante il sostegno ricevuto dall’estero – i costi per accudire questo grande numero di rifugiati sono rilevanti. L’altra è quella dell’integrazione poiché molti rifugiati vivono ancora nei campi profughi e non possono lavorare».  

Come descriverebbe i rapporti tra cristiani e musulmani nella vita quotidiana? 

«Li descriverei come cordiali e rispettosi; i cristiani, in genere, sono stimati dalla popolazione di fede islamica. Non è mancata tuttavia qualche difficoltà in alcune località a causa della presenza di musulmani dalla mentalità chiusa, vicini all’estremismo: è una situazione che preoccupa tutti, ma che sembra tenuta sotto controllo. In linea di massima, nella vita di tutti i giorni constato un buon livello di dialogo, visibile, ad esempio, in occasione delle principali feste quando cristiani e musulmani si scambiano cordialmente gli auguri. Alcune grandi famiglie sono composte da cristiani e musulmani e ciò facilita la convivenza. Nel complesso si può dire che in merito alla promozione del dialogo interreligioso e alla qualità delle relazioni tra cristiani e musulmani la Giordania può essere considerata un modello nella regione mediorientale». 

A suo giudizio, la buona qualità dei rapporti tra cristiani e musulmani a quali fattori è dovuta principalmente?  

«In parte è dovuta alla tradizione di accoglienza che caratterizza la Giordania, come si evince dell’elevato numero di rifugiati che vi risiedono. Occorre rilevare che i cristiani sono presenti in Giordania sin dall’inizio della storia del cristianesimo e sono quindi anche all’origine di questa tradizione di accoglienza. Le attività che attualmente la Chiesa cattolica svolge a favore di tutti favoriscono molto la convivenza: penso agli ospedali, alle scuole e anche al buon lavoro (che mi colpisce molto) di Caritas Giordania i cui beneficiari sono in gran parte musulmani. Diversi leader e autorità civili musulmani si sono formati nelle scuole cattoliche e ne hanno un ricordo colmo di gratitudine. Un altro fattore determinante è l’atteggiamento aperto e rispettoso manifestato dalle autorità e in particolare dal Re Abdallah che apprezza sinceramente la presenza dei cristiani nel Paese e nel Medio Oriente in genere: questo atteggiamento incoraggia il dialogo e le relazioni tra i fedeli delle due religioni». 

Nel suo viaggio in Giordania, nel 2014, Papa Francesco espresse il suo «apprezzamento per il ruolo di guida svolto da sua Maestà il Re nel promuovere una più adeguata comprensione delle virtù dell’Islam e la serena convivenza tra i fedeli delle diverse religioni». Quali decisioni prese dalle autorità hanno maggiormente inciso sulla promozione della serena convivenza? 

«Sotto la guida del Re le autorità hanno dato vita a centri sull’Islam e centri dedicati alla promozione del dialogo interreligioso. Due istituzioni collegate fra loro – l’Aal al-Bayt Institute for Islamic Thought e il Royal Institute for Inter-Faith Studies – sono all’origine di iniziative particolarmente significative che hanno portato anche alla pubblicazione di importanti documenti, quali “The Amman Message”, per la promozione del vero Islam, e “The Amman Interfaith Message”per la promozione della comprensione tra ebrei, cristiani e musulmani. Menziono inoltre la lettera “A Common Word between Us and You” scritta da 138 autorità musulmane di molti Paesi e diretta a Papa Benedetto XVI e ad altri leader cristiani in seguito alle accese reazioni suscitate dal discorso del pontefice a Ratisbona nel 2006. Il citato Royal Institute for Inter-Faith Studies collabora da anni con il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; inoltre promuove diverse iniziative in Giordania anche in collaborazione con le ambasciate presenti nel Paese. I rapporti tra i leader religiosi sono buoni». 

Quali forme di dialogo ritiene più feconde? 

«Direi che sono le molte iniziative promosse dalla Chiesa e quelle avviate dalle autorità di cui parlavo poc’anzi, poiché favoriscono la mutua conoscenza. Non bisogna dimenticare inoltre il dialogo della vita, che reputo fondamentale. In Giordania cristiani e musulmani operano fianco a fianco in alcune attività di interesse comune. Ad esempio, partecipano insieme a iniziative culturali: tra i membri di alcune importanti corali, nate in ambito cattolico, vi sono musicisti e coristi di fede islamica. Inoltre i fedeli delle due religioni collaborano in attività di assistenza ai profughi».  

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