Oct 19, 2018 Last Updated 10:01 PM, Oct 17, 2018

I giovani africani scrivono al Papa: più dialogo e meno corruzione nella Chiesa

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Lettera di un gruppo di ragazzi in vista del Sinodo di ottobre: «Ci piacerebbe che vescovi e preti ci dedicassero tempo e ascolto e che ci fosse una maggiore inculturazione»

Si incontrano regolarmente da due anni nei week-end per riflettere e pregare. Hanno dai 20 ai 30 anni e provengono da Paesi, contesti e confessioni diverse ma hanno un unico obiettivo, raggiungere il Papa e chiedergli sostegno per il loro progetto di ri-evangelizzazione dell’Africa. Sono gli Youth’s Missionaries, quattordici ragazzi raccolti attorno all’esperienza dei Comboniani in alcune zone dell’Africa che si sono prefissati di essere missionari fra i loro coetanei. Alcuni sono ex “Street children” , bambini di strada keniani o zambiani. Altri sono sudanesi o sud-sudanesi e hanno fatto l’esperienza dei campi profughi, diversi sono anglicani, la maggior parte cattolici. Uno di loro è calciatore professionista (nella serie B kenyana), tre sono cuochi diplomati, la maggioranza studia e lavora. 

Quando hanno saputo dell’indizione del Sinodo sui Giovani che si terrà a Roma dal 3 al 28 ottobre prossimi e letto le parole di Papa Bergoglio: «Tutti i giovani hanno qualcosa da dire alla Chiesa, ai vescovi e al Papa!», hanno deciso di scrivere una lettera a Francesco e fargli arrivare la loro accorata testimonianza dal continente che si sta rapidamente cristianizzando in termini numerici ma rischia di perdere la sfida della qualità della fede.  

Tra i primi punti che i giovani sottopongono al Papa c’è la questione di una Chiesa vissuta troppo gerarchicamente che lesina se non addirittura evita occasioni di reale confronto con la gioventù e sembra lontana dal Vangelo e dalla stessa visione di Papa Francesco: «Siamo molto affascinati – scrivono - da quanto Lei fa: celebra la Messa ogni mattina in una piccola comunità e incontra direttamente le persone. A noi piacerebbe molto se potessimo incontrare i nostri responsabili (vescovi e preti) faccia a faccia e ci dedicassero tempo e ascolto. I nostri leader devono occuparsi di un gregge molto più piccolo del Suo, eppure li vediamo solo in occasioni di grandi celebrazioni». 

C’è poi la fondamentale questione dell’inculturazione. La Chiesa africana sembra a molti ancora una sorta di adattamento per il continente di quella europea. Nei seminari si seguono percorsi pensati in Occidente. Le gerarchie, così come il diritto canonico, ricalcano modelli lontani dalle realtà sociali africane mentre i concetti di sacerdozio e famiglia rischiano di cozzare con i contesti locali. Le speranze suscitate dal primo Sinodo africano del 1994 attorno a un nuovo inizio per la Chiesa d’Africa, fondato sull’inculturazione, si sono infrante su un generale ritorno alla tradizione. I ragazzi risentono molto di questa lacuna. Non rigettano certo la tradizione né esaltano una presunta purezza continentale, ma chiedono una maggiore attenzione alle loro esigenze spirituali di giovani e di africani. «Le nostre culture sono spesso chiuse in sé, incapaci di avere una visione a lungo termine, sono molto inclusive tra i membri di uno stesso gruppo ma esclusive per tutti gli altri. È il Vangelo che ci ha allargato gli orizzonti. Ma non possiamo rinunciare alle nostre radici: ci mettono in relazione con il mistero della vita e di Dio. Il Vangelo, a volte, sembra un cibo già cucinato dalla mamma di qualcun altro e a noi piace mangiare piatti africani».  

«Se pensiamo ai Martiri dell’Uganda (un gruppo di uomini della corte del Re di Buganda convertiti al cristianesimo e fatti uccidere per il rifiuto a rinnegare la fede sotto il regno di Mwanga II del 1884-1903, ndr) o ai “martiri della fraternità” di Buta, Burundi (nell’aprile del 1997, 40 giovanissimi seminaristi appartenenti alle etnie hutu o tutsi, vennero brutalmente uccisi per essersi rifiutati di dividersi tra di loro durante la feroce guerra tribale, ndr), li vediamo come meravigliose prove di superamento di divisioni e tribalismo. La storia della Chiesa africana è piena di esempi vicini alla nostra cultura che hanno saputo vivere profondamente il Vangelo. Dovrebbero essere loro i nostri modelli». 

Molto delicato il passaggio su ecumenismo e dialogo, due dimensioni che faticano a emergere. «Le nostre Chiese sono arrivate in Africa già divise, a volte in competizione. Questo è un altro frutto amaro della storia europea trasportata in Africa. Ma sappiamo che i cristiani in tempi di pericolo sanno lavorare assieme; sentiamo l’urgenza di rafforzare la comunione, tra tutte le confessioni cristiane e anche con quelle chiese, nate in Africa, che coniugano Bibbia e tradizione africana. Osiamo proporre almeno una data all’anno nel nostro calendario per celebrare tutti i cristiani d’Africa». Subito dopo si passa a parlare di incontro con altre fedi. «Il rapporto con i nostri fratelli musulmani deve crescere e i pastori che si occupano di giovani dovrebbero incrementarlo». 

Il tono della lettera si fa duro quando si affronta il problema della corruzione che affligge gli Stati e la Chiesa. «I nostri politici hanno spesso depredato i nostri Paesi o si sono impegnati in guerre sanguinose in nome di interessi stranieri a cui si sono venduti. Noi abbiamo ancora nel cuore le Sue parole quando è venuto in Kenya riguardo la corruzione: “Ë come essere malati di diabete e ricercare sempre più zucchero per sè”. Negli anni recenti la credibilità di tutte le chiese in Kenya, Sud Sudan e altri Paesi è stata minata poiché alcuni dei nostri leader non sono stati capaci di prendere le distanze dalla corruzione, dagli interessi politici e dal tribalismo. A loro chiediamo di tornare a essere umili e avanziamo una proposta: per i prossimi dieci anni non preoccupatevi di costruire chiese ma concentratevi a costituire comunità e a favorire la pace».  

 

Molto toccante, infine, l’appello alla preservazione della vita e alla lotta contro l’individualismo rampante che affligge anche l’Africa. «I modelli economici ci stanno rendendo individualisti e sembra che valori come amicizia, tolleranza, ospitalità siano impossibili da vivere. Non vogliamo certo sembrarLe ingenui, sappiamo bene che sofferenza e morte giocano un ruolo determinante nelle nostre società. Ma siamo anche certi che l’amore e la vita sono più forti e che possiamo vivere una vita piena anche in questo mondo materialista». 

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