Feb 27, 2020 Last Updated 7:29 PM, Feb 26, 2020

LA VITA IN TENDA CON I NOMADI IN MAROCCO

Categoria: Finestra sul Mondo
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Sono Suor Marie, francescana missionaria di Maria, stabilita in Marocco da 41 anni dopo averne trascorsi 12 in Libano e in Siria, e 7 in Svizzera. Sono un’educatrice e da 10 anni vivo a Tatiouine, un piccolo villaggio di 240 abitanti, ai piedi dell'Alto Atlante, in Marocco. Mi occupo di bambini in età prescolare insieme ad una donna del villaggio.

Vorrei iniziare citando la parola del Vangelo di San Marco che abbiamo letto il 31 gennaio di quest'anno e che dice:

“Così è il regno di Dio come un uomo che getta il seme sul terreno: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga... è arrivata la mietitura.”

Il seme umile e nascosto diventa una pianta di dimensioni inaspettate. La vita in Dio non ha confini poiché cresce da sola anche di notte.

Non possiamo parlare della nostra missione, della fraternità della tenda, senza parlare di colei che ha preso quest'iniziativa, in un periodo in cui questa "fondazione" sfidava ogni preconcetto e andava contro l'idea che ci si faceva della vita ‘regolare' di una FMM.

Cécile Prouvost (1921-1983). Sono passati una quarantina d’anni. I tempi, le mentalità, le strutture della vita religiosa sono cambiate e bisogna fare uno sforzo di immaginazione per raffigurarsi una "vera" FMM che decide di andare a vivere fuori del convento, in una tenda, al servizio dei poveri nomadi, all’inizio senza compagna, senza responsabile, lontana dall’ambiente sicuro e protettivo di un convento. Ci voleva un carattere eccezionale, una grande audacia, molto coraggio e una forte chiamata del Signore.

La Fraternità di Midelt ha sempre avuto la vocazione di andare nelle periferie. Nel 1926, quando c’è stata la fondazione, questa parte del Marocco orientale non era ancora pacificata ed era quindi pericolosa. Gli unici stranieri, erano quelli dell'esercito.

La Parola di Dio non solo ha chiamato Cécile a servire i poveri con “anima e corpo”, nella sua vocazione da infermiera, ma l’ha anche invitata “ad un’intimità costante con Lui e ad un profondo desiderio di vita contemplativa”. Durante il suo ritiro, nel settembre del 1969, la Parola di Dio le fece capire “chiaramente” che la sua vita sarebbe stata “nomade – contemplativa”.

Si apre alla sue superiore e al suo Arcivescovo. A poco a poco il progetto prende forma e diventa una realtà.

All'inizio è stata autorizzata a trascorrere una o due notti a settimana in tenda, per evitare di sprecare tempo, poi, a poco a poco, passa quattro notti e torna in comunità solo per il fine settimana. Riceve come compagna una religiosa.

Cécile si sentiva attratta verso i più poveri – i nomadi della montagna - perché erano abbandonati dalla pubblica sanità. Seppe scoprire in essi Cristo-Povero, Colui che quaggiù non aveva, “dove posare il capo”. Nella sua tenda nomade, Cécile divenne “nomadi con i nomadi...”, indossava un bournus... e parlava berbero. Cécile, oltre alla sua vita d’infermiera e di contemplativa, ha anche una laboriosa vita di studio. Ha tradotto il Vangelo di san Marco in berbero.

Nel febbraio del 1983 si scopre che ha un cancro ad uno stadio molto avanzato. Il medico la informa e lei accetta la malattia nella fede, nella gioia e nella speranza.

Il giorno della sua morte è concessa la fondazione della Fraternità, a cui assiste, poi ci lascia, l’11 ottobre del 1983. Questa “testimonianza di vita” si rivela in piena luce, il giorno della morte. Nel cimitero della Kasbah Myriem, c’era una folla che accompagnava Cécile, una folla composta da cristiani e musulmani, sacerdoti, suore, ma soprattutto i suoi fratelli e sorelle delle montagne – i nomadi.

 

Sono passati trent'anni. L’inserimento dura ancora, prova, semmai ce ne fosse bisogno, che rispondeva ad un bisogno reale e godeva della protezione del Signore.

Oggi continuiamo il percorso intrapreso da Cécile in un villaggio dell'Atlante, Tatiouine. Viviamo in una casa semplice. L'elettricità è stata installata cinque anni fa.

La nostra giornata inizia al mattino con le Lodi, seguite dalla celebrazione e dell’adorazione.

Andiamo a pregare portando tutti coloro che ci circondano, che si alzano per svolgere le mansioni quotidiane:

- le donne che impastano il pane

- gli uomini che fanno colazione e preparano i muli per lavorare nei campi o andare a    tagliare la legna

- i pastori che portano i greggi

- i bambini che vanno a scuola...

Sì, con tutte queste persone, ci prosterniamo davanti al Signore. La nostra missione ci impegna pienamente e ci chiede di rendere la nostra vita, ad ogni istante, un dono di noi stessi a Gesù, che è un dono a Gesù di tutti coloro che ci circondano.

Padre Zundel ha detto nel 1967: “Cristo non è un monopolio dei cristiani, i cristiani non sono un popolo eletto accantonato nei suoi confini. Cristo è di tutti, Cristo è per tutti, Cristo aspetta tutti gli uomini... Non sono fuori, sono dentro e non dobbiamo evangelizzarli con la predicazione, ma dobbiamo essere per loro l’accoglienza di Gesù Cristo”.

Questo è ciò che vogliamo essere.

Desideriamo che la nostra casa sia una casa di pace.

Un giorno di ottobre... sembrava uno giorno come un altro nel villaggio di Tatiouine. Il sole tardava a spuntare. La mattina Barbara dice ad Hasna: “Oggi ad Assisi c'è una preghiera per la pace nel mondo.” A queste parole il suo volto si illumina e ci dice :

“Anche noi possiamo pregare insieme.” Nel pomeriggio il cielo è coperto, piove.

Verso le quattro, nonostante il brutto tempo, le donne arrivano da noi con i piccoli. In poco tempo la nostra cucina si riempie di gente e, come sempre, di gioia. Ho messo l'acqua sul gas per offrire qualcosa di caldo da bere. Hasna prende la parola, spiega dicendo:

“Se vogliamo che il mondo sia in pace, deve esserci pace prima nel nostro villaggio, e il nostro cuore deve essere pieno di pace per darla al mondo”. Ci chiede di iniziare a pregare e noi cantiamo la preghiera di san Francesco, seguita dalla Fatiha recitata dalle donne. Poi, a turno, ci scambiamo il bacio della pace.

Nel villaggio c'era un grosso problema per un evento accaduto due anni prima: una ragazza aveva avuto un figlio con un ragazzo di Tatiouine. Tutti lo sapevano, ma il padre non aveva voluto riconoscere il bambino. Le due famiglie non si guardavano più. Sono lì quel giorno, distanti tra loro. Quando tocca alla madre del ragazzo alzarsi per dare la pace, non si muove dal suo posto. Cala un silenzio impressionante. Così la giovane madre si alza e inizia il giro, arriva davanti alla madre del ragazzo e le dice: “Ti chiedo perdono” e poi la bacia sulla testa.

Questa rimane un attimo interdetta... poi :

“Ti perdono”. Il giro continua, la pace è palpabile. Le donne intonano un canto di pace in berbero... Ce ne andiamo colmi di gioia.

La gente si fida e viene all’ambulatorio per ricevere cure e consigli. A volte dobbiamo percorrere le colline a piedi con lo zaino in spalle, o a dorso di mulo, con i farmaci nei bagagli o negli chouaris. Siamo quelle che seminano e non mietono, né cercano di farlo.

Fino a sei anni fa vivevamo i sei mesi invernali nel villaggio e gli altri sei mesi in tenda con i nomadi. Restavamo in due, era difficile andare avanti. Quest'anno ci andremo d’estate un mese, in tenda.

È una vita molto impegnativa, logorante, perché in tenda, si può avere solo l’essenziale, niente di superfluo, ci si deve poter spostare da un giorno all’altro.

Un giorno c’è stata una grande tempesta, la nostra tenda era tra due accas (fiume in secca), che servivano anche da piste. In pochi minuti si sono riempiti d’acqua fino a un'altezza di circa 2 m. Quando ha smesso di piovere, i bambini (5-7 anni) dei nostri vicini si sono precipitati sulle rive per guardare l’acqua fangosa che scorreva accanto a noi. La sera stessa il nonno ci ha detto : “Domani mattina, ci trasferiamo.”

Avevano avuto molta paura, i bambini sarebbero potuti annegare.

Ogni mattina le donne preparano la colazione per gli uomini e i bambini che si occupano dei greggi, poi si devono separare gli agnelli e i capretti dalle loro madri, e non è un lavoro da poco; tutti, grandi e piccoli, si danno da fare e corriamo da tutte le parti per acchiappare quelli recalcitranti, e quando l'operazione è conclusa i pastori se ne vanno fino a sera portandosi una pagnotta in borsa. Allora le donne tirano le corde della tenda per tirarla su, poi inizia la corvée dell'acqua, si raccolgono tutti i bidoni, si attaccano sul dorso degli asini o negli chouaris (ceste). L'acqua può essere vicino a pochi metri dalla tenda come ad un’ora o più a piedi, e altrettanto per tornare; poi si deve andare a prendere la legna per cuocere il pane e preparare il pasto; a mezzogiorno, ci accontentiamo di solito di tè e pane intinto nell'olio. Il vero pasto è la sera, quando ci sono tutti.

Questa semplicità ci fa riflettere: la gente non si lamenta, e noi che vogliamo vivere come loro, con loro, vediamo che abbiamo più di loro, anche se cerchiamo di avere il meno possibile. La mattina è bello svegliarsi in piena natura, al canto del gallo e poter andare a pregare tranquillamente su una roccia o seduta sotto un albero contemplando il paesaggio, presentare al Signore tutti coloro che ci circondano, offrirgli tutta questa vita che si risveglia, tutto il lavoro che sarà fatto. Così possiamo cantare le lodi unendoci alle nostre sorelle di Midelt e nel mondo, e ai nostri fratelli monaci. La sera, quando la luce comincia a calare, i greggi ritornano, ogni piccolo corre incontro alla sua mamma, hanno fame e possono finalmente saziarsi, allora cantiamo i vespri in unione con tutto il creato che ci circonda e raccogliamo il lavoro di quella giornata nella nostra celebrazione e adorazione. A volte siamo invitate a cena, e prima di coricarci contempliamo il cielo stellato sopra di noi, così vicino che ci sembra di poter acchiappare le stelle.

I nomadi sono felici di vederci in mezzo a loro, è gente spesso dimenticata, disprezzata. Noi siamo qui solo per loro, per prenderci cura di loro, ascoltarli, vivere la loro vita. Questo ci permette di comprenderli meglio, di conoscere i loro problemi: fare ore di macchina attraverso la montagna per andare a curarli quando sono malati; capire i bambini che hanno voglia di imparare, ma non vogliono perdere la loro libertà... Diamo la possibilità a chi vuole vivere l’esperienza di una vita semplice tra la gente di venire a condividere la nostra vita.

Ecco la testimonianza di una laica belga venuta a trascorrere il Natale scorso con noi.

NATALE 2013 nell’Atlante (Marocco)... SULLE ORME DI SAN FRANCESCO.

Christine Bertaux

Secondo questo modello, la famiglia francescana vuole promuovere, nel XXI secolo, la fraternità tra persone, culture, religioni e gruppi, sottolineando il rispetto per il fratello e la sorella nell’accoglienza, nel dialogo, nella difesa dei più vulnerabili o disprezzati.

In un villaggio dell'Atlante, due suore francescane, Marie e Barbara, vivono in una casa come le altre : fatta di terra e senza acqua corrente. Tutto il giorno, e talvolta di notte, gli abitanti del villaggio trovano qui una risposta al loro appello. Oggi Mohamed è venuto a chiedere una cioccolata calda a Marie... Marie ha capito.

Le confida, avvilito, che il suo capo ed amico agricoltore cessa la sua attività. Da un giorno all’altro Mohamed non ha più un lavoro e quindi non ha più un reddito. In casa sono sei. Marie lo consola e gli dà speranza. Poi gli chiede di andare a fare la spesa in città per un sadaka, un pasto offerto dalle sorelle a tutte le donne e i bambini del villaggio, in segno di gratitudine a Dio per l'anno trascorso. Mohamed, berbero, è un pilastro della comunità sostenuta da Marie e Barbara. Mantiene quindi questo ruolo andando a prendere cibo per tutti.

 

All’ambulatorio, Barbara ascolta e cura. Tra un ‘caso’ e l’altro torna a casa ... ha bisogno di rilassarsi perché le situazioni sono molto difficili. Ha molto freddo e cerca una bevanda calda.

In pochi minuti... Marie e Barbara ristabiliscono un equilibrio, condividendo le difficoltà di fronte a condizioni di estrema povertà.

Nel frattempo nuovi pazienti arrivano all’ambulatorio. Un furgoncino “Top Moto” si ferma e il guidatore aiuta, come può, un uomo che sta cercando di scendere ma non riesce più a camminare. Barbara ha da fare ancora per diverse ore. Consola, ragiona e cura. Deve inoltre occuparsi dell’amministrazione e mettere in ordine l’ambulatorio.

Ahmed bussa alla porta di casa. Un tempo aveva commesso atti gravi. È schizofrenico. C’è un solo modo per dargli una vita dignitosa nella comunità : Marie gli somministra il suo farmaco quotidiano. "Al Aska" (a domani).

Francesco ha come unico scopo di aprire ogni fratello, con i suoi doni e i suoi limiti, allo Spirito del Signore.

Marie e Barbara fanno della loro casa un nido in cui ognuno è accettato.

Sono arrivata per caso e mi sono sentita attesa.

In questo villaggio, lo spirito francescano viene diffuso con naturalezza. Nel ricevere amore secondo lo Spirito del Signore, ognuno è incline a dare il meglio di sé.

La loro piccola comunità riceve l'Altro accettandolo così com’è. Ognuno si sente libero di essere se stesso.

“Francesco porta su tutte le creature uno sguardo fraterno, ammirativo e benevolo. È la gioia dell’uomo responsabile che collabora con Dio per costruire un mondo giusto e fraterno fondato sull'amore.”

Il 24 dicembre è stata una bella occasione di fraternità e condivisione, con una dose di cultura religiosa. Nel pomeriggio le donne e i bambini vengono a prendere la cioccolata calda secondo la tradizione. Fatma, la vicina berbera, spiega loro il significato della festa secondo il Corano.

Nessun rito religioso, ma un'occasione unica di rendere concreta l'accettazione dell'altro nelle sue credenze. La cena della vigilia è stata preparata da Marie e consumata insieme: i vicini di casa, un padre francescano, un cooperante e la sua fidanzata, una famiglia berbera venuta dalla sua tenda in montagna, una francese di passaggio, Marie, Barbara ed io. Poi è arrivato Aziz, lavato da Chérif, quindi tutto pulito. È una bellissima occasione di mangiare dallo stesso piatto per concretizzare l'unione.

Il creato è il luogo in cui Dio si dà e si rivela. Il vivere in questo Spirito ci fa passare dai nostri progetti strettamente umani al progetto d'amore di Dio su di noi.

Quella sera, dopo che gli amici berberi sono andati via, siamo scesi nel piccolo oratorio dove ci si ferma per ritrovarsi nella preghiera. Un’Eucaristia natalizia alla quale ciascuno dà il suo chicco, la sua lettura. È in questa chiesa che ogni mattina e ogni sera, Marie e Barbara, con coloro che condividono una parte di vita a casa loro, si siedono sui tappeti tessuti dall'Associazione delle Donne del villaggio. La liturgia preparata e scelta con grande cura in base a quanto vissuto quel giorno, promuove la preghiera e il rapporto con Dio come ognuno vuole viverlo. Il tabernacolo e il suo contenuto emanano un’intensità a immagine della spiritualità che si è sviluppata lì. Il canto unisce i partecipanti.

Francesco opta deliberatamente per i poveri, ma rimane fratello di tutti.

Restare fratelli di tutti vuol dire anche riscendere verso la città di Midelt.

Il 25 dicembre c’è stata la possibilità di incontrare le comunità religiose che stanno giù, in città.

Le Suore Francescane di Midelt sono venute anche loro a messa con i monaci di Nostra Signora dell’Atlante. Si ritrovano nella spiritualità.

La cappella del monastero invita a sentirsi in comunità religiosa. È primordiale per questi uomini e donne che danno tutto il possibile in un paese dove è vietato qualsiasi segno esteriore della religione cristiana. Noi, gente di passaggio, beneficiamo dell’intensità spirituale che emerge durante le celebrazioni. Ci alimenta. Ci sentiamo privilegiati di poter condividere queste preghiere.

 

Perché è dando che si riceve, dimenticando se stessi che ci si ritrova, perdonando che si è perdonati, morendo che si risuscita a vita eterna.

(Francesco).

Alcune persone vogliono servire dando un poco del loro tempo e condividendo le loro competenze.

L'anno scorso, nessuno poteva sapere in anticipo come si sarebbe svolta la missione ‘dentista’. Avevamo innanzitutto chiesto tutte le autorizzazioni per la missione in nome dell’associazione ‘Tanoute’ (significa - piccolo pozzo) che aiutiamo con i nostri consigli. Si tratta di un'associazione di donne di Tatiouine, il villaggio in cui viviamo.

Dopo aver avviato molte procedure nel mese di gennaio, abbiamo ottenuto l’ultimo permesso per il dentista a giugno, la notte prima della sua partenza dalla Francia; la mattina seguente è partito per il Marocco. Il dentista è un francese, Frédéric, e la sua assistente è Valérie, sua moglie; vengono da cinque anni a curare la popolazione di Tatiouine e dintorni.

L'anno scorso avevamo deciso di avvicinarci ai nomadi affinché potessero approfittare il più possibile delle cure dentali.

È giunto il momento della partenza. Le nostre borse con solo il necessario sono pronte. Ma c'è tutta l’apparecchiatura per le cure dentali, per le cure in ambulatorio, e per il lavoro di Nadi... Dai monaci aveva parlato con l’ultimo sopravvissuto di Tibhirine che gli aveva consigliato di andare dalle suore a Tatiouine. Ha chiesto di unirsi a noi. Doveva andare a Fez, ma si è lasciato sorprendere, disturbare, ed eccolo partito con noi per tre giorni verso l'ignoto, fidandosi di noi.

Siamo aperti a stupirci davanti alla novità, respiriamo il silenzio che ci permette di entrare in comunione.

Eccoci arrivati... muli, asini che ci aspettano, portati dal nomade che ci accoglie...

Facciamo l'ultima parte di strada a piedi, diventando un poco come loro, non c’è modo di arrivare in automobile fino alla tenda in cui il dentista lavorerà. Tutto sistemato, preghiamo e poi andiamo a mangiare nella tenda della famiglia dell’Hou.

Al mattino c’è una sorpresa, il gruppo elettrogeno non vuole funzionare... ma scopriamo che Roland, a un certo punto della sua vita ha fatto il meccanico. Si mette al lavoro e poco dopo tutto funziona perfettamente. Nulla è casuale nella vita, sentiamo ovunque, in qualsiasi incontro, la mano di Dio. Abbiamo vissuto insieme, spezzando il pane delle nostre menti e dei nostri cuori, gli uni con gli altri. Abbiamo lavorato accanto alla tenda dell’HOU IDIAAN che ha dato ospitalità a tutti coloro che sono venuti a curarsi. ASSOU AOUJIL, un uomo di Tatiouine, ex nomade, ha dato la sua tenda affinché il chirurgo potesse lavorare in buone condizioni. Ho potuto diffondere gioia tra i bambini che si sono espressi con i colori. Anche dei giovani di 18 anni, mentre aspettavano di essere curati, hanno chiesto: posso disegnare anch’io?

Barbara ha potuto curare i nomadi malati vicino alle loro tende.

Abbiamo vissuto ‘la visitazione’ quotidianamente e condiviso la comunione con tutti coloro che abbiamo incontrato : dai nomadi, a Tatiouine e nei villaggi circostanti.

Vivere in semplicità ci permette di liberarci dalla nostra cultura consumistica. I nostri amici Frédéric e Valérie hanno potuto condividere per la prima volta la vita in una tenda berbera.

Ogni sera entravamo nella musica silenziosa di tutto il creato per condividere i momenti salienti della giornata. Sentivamo questa catena d'amore che lega tutti gli uomini in questa Presenza unica. Non ci sono confini. Questa Presenza ci libera da tutti i legami e ci rende universali. È questa la cosa più straordinaria: possiamo vivere con un altro che diventa per noi un fratello, una sorella. Il resto diventa silenzio... impossibile trovare le parole.... Venite e vedrete  

 

 

 


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