Feb 27, 2020 Last Updated 7:29 PM, Feb 26, 2020

LE RELIGIONI TRADIZIONALI D’AFRICA

Categoria: Finestra sul Mondo
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(saggio di Romeo Fabbri, per conto della Campagna Chiama l’Africa)

  Le religioni tradizionali sono spesso state descritte in passato, da esploratori, missionari, etnologi, come un insieme di idee non organico, e anzi si credeva per lo più che i popoli africani non avessero alcuna religione, ma solo rudimentali culti idolatrici e superstiziosi. A loro parziale discolpa bisogna riconoscere la grande difficoltà che presenta lo studio delle religioni tradizionali: la gran varietà di popoli, l’inestricabile intreccio nella loro visione religiosa di aspetti concreti e astratti, profani e religiosi, simbolici e mitici;  l’assenza di un’elaborazione teorica del dato religioso, vissuto nella vita quotidiana e trasmesso oralmente; la naturale ritrosia a parlare con estranei di argomenti che toccano così in profondità tutto l’essere e l’agire umano.

Ci sono comunque tre principi di fondo comuni alle religioni tradizionali dei vari popoli africani:

Monoteismo. Per molto tempo gli studiosi hanno pensato che le religioni africane fossero politeiste, tratti in inganno dalla moltitudine di nomi, che non rimandano a varie divinità, ma a diversi attributi-aspetti dell’unico Essere Supremo. Le religioni tradizionali presentano una concezione altissima e pura dell’Essere Supremo, che non ha prediletti e nemici, e non è nemmeno il Dio distante/scostante della religione greca. Le religioni africane hanno saputo coniugare lontananza e vicinanza, assoluta trascendenza e assoluta presenza.

Forza vitale. I popoli africani leggono l’intera realtà in termini di forza vitale: conservazione, accrescimento, diminuzione, ristabilimento della forza vitale. La relazione che intercorre fra il mondo visibile e quello invisibile è una relazione di flussi o di bloccaggi di energie vitali. L’energia vitale cosmica fluisce dall’Essere Supremo continuamente, in modo diretto o indiretto attraverso gli spiriti subalterni, gli antenati, i capitribù, gli eroi civilizzatori. E’ bene tutto ciò che propizia la fecondità, è male tutto ciò che la ostacola. Riti e culti sono finalizzati a sviluppare la forza vitale e a bloccare le forze che la ostacolano o indeboliscono.

Armonia. I popoli africani pongono sopra ogni iniziativa e ogni sforzo una visione armonica del mondo, e la realizzazione di relazioni armoniche a tutti i livelli: individuale, familiare, di villaggio, di tribù; relazioni armoniche con il mondo vegetale e animale, e con il mondo invisibile.

 

HABITAT E RELIGIONE

Un aspetto che colpisce in modo particolare delle religioni tradizionali africane è lo stretto rapporto esistente fra habitat, struttura sociale ed esperienza religiosa. I popoli dediti alla caccia e raccolta (pigmei, boscimani, ottentotti) sottolineano la relazione fra gli uomini da un lato, e animali selvatici e piante dall’altro. I popoli dediti alla pastorizia (tutsi, masai) pongono al centro della loro concezione religiosa gli animali domestici. I popoli delle grandi foreste (fang, bete) tendono a vedere l’Essere Supremo in relazione alla vegetazione rigogliosa e alle forze della natura. I popoli della savana (bambara) dipendono dalle colture e dal ritmo delle stagioni, e privilegiano il suolo e i campi. I popoli dediti alla pesca (bozo) e gli agricoltori della regione del sahel (dogon) pongono al centro della loro vita il problema dell’acqua. I popoli dei grandi imperi (benin, ashanti, yoruba) celebrano il ruolo di personaggi legati alla storia dell’impero, costruendo attorno a queste figure miti, riti e culti assicurati da una casta di sacerdoti.

 

L’ESSERE SUPREMO: NOMI, NATURA E RELAZIONI CON IL MONDO UMANO

Per tutti i popoli africani l’Essere Supremo è assolutamente unico, è la fonte di tutta la vita esistente nell’universo, vive lontano dagli uomini ma è al tempo stesso vicino a loro. Essi gli rendono raramente un culto pubblico ufficiale, più spesso si tratta di un culto privato. L’Essere Supremo non può essere rappresentato: in Africa si trovano moltissime statuette-feticcio che ritraggono uomini, animali e spiriti, ma nessuna raffigura l’Essere Supremo. Può solo essere oggetto di discorso, e i popoli africani gli hanno riservato una miriade di nomi, per tentare di coglierne il volto e determinarne la natura. Il termine Zambe, per esempio, ricopre con leggere variazioni (Zamba, Nyame, Nzambi, Anzambe) un’area geografica che si estende dalla Costa d’Avorio al Botswana. I pigmei chiamano l’Essere Supremo Epilipilia (signore della caccia), i boscimani Raggen (padre), gli ottentotti Tsuri-Goab (creatore del mondo visibile). Altri nomi diffusi sono: Mungu-Midunga (colui che sta in cielo), Yankompon (il grande amico) degli ashanti, che considerano il cielo il suo volto splendente, Aforun (colui che è per se stesso) degli yoruba, e Ngai (la pioggia) dei masai.

 

Gli attributi che tutti i popoli africani riconoscono all’Essere Supremo sono:

- E’ in sé e per sé: “ha preceduto la creazione degli uomini, non ha padre ne’ madre” (mbien), “colui che si è fatto esistere da solo” (zulu).

- E’ uno: anche quando si usano diversi nomi contemporaneamente, il verbo si usa al singolare.

- E’ eterno.

- Onnipresente.

- Onnisciente: “il grande occhio” (Uganda), “Nzambi non dorme, ti vede” (mbien).

- Onnipotente: “se Nzambi ci chiama, chi potrà resistere?” (kongo).

- Trascendente: “colui che abita al di sopra, nessuno è al di sopra di lui” (kongo).

- Creatore.

- Provvidente: “se l’Essere Supremo morisse, il mondo crollerebbe” (bambuti)

- Buono, saggio e giusto.

Tutti i popoli africani vedono l’Essere Supremo come lontano, assente dal mondo sensibile e al tempo stesso presente nella vita quotidiana e provvidente nei confronti dell’uomo. Si tengono saldamente insieme due affermazioni opposte: è trascendente, infinitamente lontano e inaccessibile; è immanente, infinitamente vicino a ogni uomo. Molti miti raccontano il breve soggiorno dell’Essere supremo nel mondo dopo la creazione, il suo allontanamento e i tentativi degli uomini di dare la scalata al cielo (pigmei, giziga del Camerun settentrionale, ila dello Zambia, chagga del Kenya). Per comprendere l’apparente paradosso del Dio lontano e vicino, sono utili anche i proverbi, altra produzione spontanea e antichissima dei popoli: “Nyamuzinda non dimentica i suoi” (bashi); “non esiste una valle così solitaria che l’Essere Supremo non veda” (Madagascar); “il sole non dimentica nessun villaggio” (Congo). L’Essere Supremo insomma è lontano dal mondo materiale ma nel contempo è vicinissimo all’uomo, sua creatura.

 

I MEDIATORI

Fra l’uomo e il mondo invisibile esiste una fitta e intricata rete di relazioni positive e negative, un complesso sistema di intersezioni, una sorta di scala i cui gradini inferiori stanno nell’ambito umano e quelli superiori raggiungono l’ambito del sovrasensibile e del trascendente (non l’Essere Supremo in sé). I due ordini di gradini si congiungono al centro, dove si trovano, sul versante umano, persone che svolgono un ruolo privilegiato, e sul versante divino, gli spiriti. Questa dialettica è perfettamente in linea con la prassi umana di servirsi dimediatori, quando si vogliono avvicinare persone superiori al proprio rango.

- Mediatori provenienti dall’alto: sono spiriti delegati dall’Essere Supremo a compiere determinate funzioni nel mondo e presso gli uomini. Hanno natura antropomorfica e incarnano forze dinamiche in continua oscillazione, per cui devono essere trattenute con offerte.

- Mediatori provenienti dal basso: sono tutte le persone che  svolgono un ruolo privilegiato nelle relazioni tra il singolo o la comunità e la realtà trascendente. Capofamiglia: mediatore a livello degli individui e delle famiglie. Anziano: nella saggezza africana occupa un posto importantissimo, perché è di più (non si nasce persone complete, ma lo si diventa con gli anni), sarà di più (è temporalmente più vicino allo stadio di antenato, per cui intrattiene legami più stretti coi defunti), sa di più (è come una biblioteca per la comunità), può di più (il sapere è potere).Capo della terra e capo del clan: spesso due capi distinti, uno ha potere sulla terra come fonte di vita e ricettacolo degli antenati, e interviene nei riti agrari, l’altro ha potere politico sul territorio e amministra la giustizia. Vasaia e fabbro: possono maneggiare senza pericolo la sostanza terrestre e hanno il compito di modellare gli strumenti per il culto degli antenati. Il fabbro è l’intermediario per eccellenza, poiché domina il fuoco e la terra, quando batte sull’incudine sprigiona forze cosmiche che poi orienta, è rispettato e temuto allo stesso tempo.Sacerdote: possiede le parole sacre e rappresenta il popolo di fronte al mondo trascendente. Re: ha origine semi-divina, attraverso lui la forza vitale di Dio giunge al popolo. Indovino: iniziato a un codice che gli consente di decrittare i messaggi che provengono dal mondo degli spiriti e degli antenati, scopre le cause degli avvenimenti e può interpretare i sogni. Guaritore: usa le piante medicinali, spesso è uno specialista che guarisce solo certe malattie, comunica intensamente con il malato e opera su un piano psicologico e religioso. Mago: cerca di captare e dominare certe forze, a volte ha un ruolo positivo, ma altre volte negativo, quando cerca di far del male a qualcuno.

- Due categorie privilegiate di mediatori dal basso:

1) Gli antenati: conoscono meglio di chiunque la condizione e i bisogni umani. Scrive Birago Diop: “Coloro che sono morti non sono mai partiti / Sono nell’ombra che si schiarisce / e nell’ombra che si ispessisce. / I morti non sono sottoterra: / sono nell’albero che freme / sono nel legno che geme / sono nell’acqua che scorre / sono nell’acqua che dorme / sono nella capanna, sono nella folla: / i morti non sono morti”. Gli antenati (chiamati morti-vivi) sono viventi di un genere particolare. La morte non ne ha alterato la personalità, solo il loro modo di vita è cambiato. Continuano a fare parte della comunità dei vivi. Alla base di questa concezione comune a tutta l’Africa sta il primato assoluto accordato alla vita: la vita è il solo bene reale, la forza stessa di Dio. E’ impensabile quindi che la vita possa cessare, che possa essere vinta dalla morte. Gli antenati sono le vere guide direttive della società. Sono fatti oggetto di un culto premuroso e costante, con offerte di cibo e rispetto da parte di tutti i membri del clan. Gli antenati assicurano la continuità del gruppo e quindi la fecondità, e conservano l’armonia tra i vivi e i defunti.

2) Gli eroi civilizzatori: trasmettono e accrescono la vita del singolo o del clan sul piano storico, culturale, spirituale. Sono ad esempio il re saggio, il guerriero valoroso, l’anziano riflessivo, l’inventore di una particolare tecnica. Non si tratta di una paternità fisica, ma una paternità che accresce la vita illuminandola, potenziandola.

 

LE FORZE NEGATIVE

Accanto agli intermediari positivi esistono anche delle forze del male. Può trattarsi di forze anonime, impersonali, o di persone che fanno del male, come per esempio i ritornanti (persone morte malamente, provando risentimento, che tornano per vendicarsi una volta divenuti potenti), gli aberranti (viventi che cercano di fare del male agli altri: omosessuali, uomini-leopardo, associazioni segrete di persone malvagie), gli stregoni (mentre la magia è una tecnica, la stregoneria è uno stato di vita, spesso inconscio. Nello stregone abita un’entità malefica che sottrae energia alle persone agendo a distanza. Lo stregone non usa strumenti e può essere smascherato dall’indovino).

 

IL CULTO

Manca quasi completamente il culto pubblico e ufficiale reso all’Essere Supremo: egli deve essere disturbato il meno possibile, solo in situazioni estremamente gravi (persistente siccità, epidemie, guerre), o in relazione con i grandi momenti della vita (nascita, iniziazione, morte). D’altra parte, l’uomo africano è convinto che Egli abbia affidato ogni cosa a entità subordinate. Il sacrificio fatto all’Essere Supremo mira alla salvezza del popolo. Si offrono in genere cose trascurabili, ma di alto valore simbolico, oggetti che simboleggiano la vita (uova, piante da frutto, colore bianco).

Il culto compare spesso nell’ambito della vita privata; le sue maggiori espressioni sono la preghiera e l’offerta. La preghiera ha una tipologia molto varia: ci sono preghiere abituali e occasionali, espresse in formule, spesso brevi esclamazioni, oppure preghiere consistenti in semplici gesti. L’offerta ha lo scopo di rigenerare la forza vitale del singolo o del gruppo. In genere viene fatta agli antenati e agli spiriti, la cui forza vitale non è costante perché non possiedono vita in proprio, come l’Essere Supremo, per cui donandola la perdono, si depotenziano, e hanno bisogno di rigenerarla. L’antenato possiede l’immortalità finché qualcuno si ricorda di lui; l’offerta serve a mantenerlo in vita, a vantaggio dei sopravvissuti.

 

CONCLUSIONE

L’uomo africano non è interessato a dominare, ma a comprendere, a farsi del mondo che lo circonda un’immagine in grado di guidarlo nelle sue scelte, e di rassicurarlo nei suoi smarrimenti. Si interroga continuamente sul perché di ciò che accade: una malattia, una siccità, un insuccesso nella caccia. Cerca personalmente o insieme al proprio gruppo una risposta in grado di rassicurarlo e di persuaderlo che tutto è in ordine, che tutto funziona a dovere. Quando, nonostante tutto, non si riesce a trovare una risposta, resta sempre come via d’uscita all’assurdo, al non-senso, l’Essere Supremo. La cultura africana è antropocentrica, non teocentrica. L’assenza di Dio, il suo “esilio” volontario, diventa la conditio sine qua non della libertà umana. Solo così l’uomo può passare dalla condizione di assistito, incompleto e irresponsabile, alla condizione di persona responsabile di se stessa e del mondo. La religione tradizionale africana proietta l’uomo più verso il passato che non verso il futuro. La conservazione e l’accrescimento della forza vitale richiedono che l’individuo, il clan, la tribù, restino aggrappati alle loro origini mitiche, rispettando le tradizioni sacrali e sociali stabilite dagli antenati.

 

 

• Da quanto esposto, e da altre letture qui non sintetizzate perché molto simili ai due saggi proposti, si può affermare che le religioni tradizionali d’Africa abbiano in un certo modo conservato una mentalità di fondo che le collega a una visione molto antica nell’uomo.

La religione africana si è ormai da tempo slegata dal puro ambito magico (nell’accezione discussa da Masi nel primo saggio), ma trattiene in sé una visione del mondo che si può definire molto arcaica, remota, specialmente per quanto riguarda il rapporto tra il mondo materiale e quello invisibile, tra l’uomo e l’unica Entità Suprema, e poi il concetto del flusso vitale che scorre incessantemente e ha bisogno di essere sempre rivitalizzato, il rispetto e il culto degli antenati come ancora facenti parte della comunità, l’importanza del mito e della tradizione.

Questa visione, questo sentire religioso, sembra porsi “a metà strada” fra il semplice pensiero magico primordiale e primitivo, e l’elaborazione teoretica e sistematica delle grandi religioni (cristianesimo, islamismo, ebraismo, induismo): l’uomo africano ha raggiunto la piena consapevolezza del dato divino, sa benissimo con quale tipo di mondo invisibile e trascendente ha a che fare, ma non ha bisogno della mediazione formale di una dottrina, di un dogma, di un sistema anche filosofico ordinato e magari scritto.

La funzione dell’anziano consiste anche in questo: trasmettere oralmente la religione tradizionale e il rispetto delle entità superiori (antenati e spiriti), e i loro profondi significati. Nella cultura africana i bambini e i vecchi sono le persone viventi più importanti: attraverso i bambini passa e si rafforza il flusso vitale che rinsalda la comunità, attraverso i vecchi la tradizione non morirà mai.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

1) G. Masi, Lo spirito magico. Saggi sul pensiero primitivo. CLUEB Bologna, 1999.

Contributi: J. G. Frazer, The golden bough. Londra, 1911-15 (tr. it. Il ramo d’oro. Torino, 1950)

                  R. Cantoni, Il pensiero dei primitivi. Milano, 1963.

                  E. B. Tylor, Primitive culture. Londra, 1871    

                  R. Otto, Il Sacro, tr. it. 1926.

2) R. Fabbri, Le religioni tradizionali d’Africa. (per conto della Campagna “Chiama l’Africa”).

Contributi: J. Mbiti, Oltre la magia. Religioni e culture del mondo africano. SEI, Torino, 1992.

                  Padre Maurilio Montefiori, I Burunge. Editrice Cesare Ferrari.

                  Padre P. Calloni, Tam tam. Editrice Cammino.

 

 

 


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