Feb 23, 2020 Last Updated 10:06 PM, Feb 20, 2020

LA PASQUA NELLA LITURGIA E NELLA VITA CRISTIANO-ORTODOSSA

Categoria: Finestra sul Mondo
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Secondo il Cristianesimo ogni Domenica è Pasqua. Questa comprensione è vissuta in modo particolare all’interno dell’Ortodossia. L’evento pasquale della morte e Resurrezione del Signore non viene concepito come un dogma al quale semplicemente credere ma fa parte della vita spirituale del fedele e trova continuo riscontro nella liturgia della Chiesa. Ancora oggi la Pasqua, festa delle feste, ha una solennità particolare. Lungo tutto il periodo della Grande e Santa Settimana che precede la Domenica di Resurrezione la Chiesa Ortodossa celebra ogni giorno delle lunghe liturgie nelle quali commemora con alta poesia e pathos la passione e morte del Signore. I segni e i simboli presenti sono pieni di forza e di significato. Fiori, foglie, acqua, processioni, incensazioni, canti, prosternazioni sono solo alcuni degli elementi inseriti nella liturgia che chiunque può osservare visitando una chiesa ortodossa nel periodo della Grande e Santa Settimana. Perfino a livello sociale in un Paese ortodosso la Pasqua crea un’atmosfera di particolare festività paragonabile pressapoco a quella che si sente in Italia nel periodo natalizio.

La Chiesa ortodossa crede che Cristo abbia sofferto veramente come uomo e, come tale, sia morto e risorto. Tale morte e resurrezione non riguarda solo Lui ma, in Lui, viene associata tutta l’umanità passata e futura. L’iconografia con la quale si rappresenta la discesa di Cristo agli inferi è, in tal senso, particolarmente significativa. Cristo calpesta le porte dell’Ade e riporta alla vita Adamo ed Eva strappandoli dal luogo in cui stavano. Dio irrompe nel dominio usurpato dal demonio e distrugge il suo potere sull’umanità. La morte viene distrutta.

Così, per l’Ortodossia, chiunque vive e muore in Cristo ha modo di pregustare quella vita nuova situata nell’orizzonte dell’eternità. La morte rimane certamente come fenomeno fisico ma non domina l’uomo come destino inevitabile e definitivo. A tal fine San Giovanni Crisostomo dice: “È vero, noi moriamo ancora come prima ma non rimaniamo nella morte: e questo non è morire. Il potere e la forza reale della morte è soltanto questo: che un uomo non ha alcuna possibilità di ritornare alla vita. Ma se dopo la morte egli riceve di nuovo la vita e, ancor più, gli è data una vita migliore, allora questa non è più morte, ma un sonno” (In Haebr. hom. 17,2).

Questo concetto era ben chiaro alla Cristianità primitiva al punto che i martiri andavano incontro alla morte con serenità non avendone paura: avevano pregustato che la morte era stata vinta e che esisteva una vita dopo di essa! Non avevano più timore della morte fisica. Tale convinzione era così forte che se c’era qualche timoroso si pensava che costui avesse ripudiato il proprio battesimo o non fosse ancora stato battezzato. Chi è già morto con Cristo nel battesimo (ecco il significato della totale immersione del corpo del battezzando nella vasca battesimale il Sabato Santo) non può che risorgere con Lui (ecco il significato dell’emersione del corpo del battezzato). Sant’Atanasio dice a tal proposito:

“Gli uomini, prima di credere in Cristo, vedono la morte come terribile e la temono; mentre quando passano alla fede e all’insegnamento di Lui disprezzano talmente la morte che le si muovono incontro coraggiosamente, divenendo testimoni della Resurrezione operata dal Salvatore contro di lei. Uomini e donne, ancor giovani di età, hanno fretta di morire e si esercitano a combatterla praticando l’ascesi. La morte è divenuta così debole che anche le donne, che prima erano state ingannate da lei, adesso si prendono gioco di lei considerandola morta e debilitata” (De incarnatione Verbi, 27).

Il fatto riveste un significato profondo e permanente nella vita. I cristiani non divennero tali perché erano più morali o pii dei pagani. Non divennero tali per riscattare l’umanità dai dispotismi politici o da eventuali ingiustizie economico-sociali. Lo divennero semplicemente perché il Cristianesimo portò loro la liberazione dalla morte. Così se qualcuno vuol penetrare nel cuore del Cristianesimo Orientale deve tenere conto di ciò e constatarlo la notte in cui si celebra la liturgia pasquale ortodossa: di questa liturgia tutti gli altri riti non sono che riflessi o figure. Le parole del tropario pasquale – l’inno di Pasqua – ripetute moltissime volte in tono sempre più esultante, ripetute fino ad una travolgente ma composta gioia mistica – “con la tua morte hai calpestato la morte” – sono il grande messaggio della Chiesa Ortodossa: la gioia di Pasqua, l’aver bandito l’antico terrore che assediava la vita dell’uomo.

Tale credo è stato tradotto in tutte le lingue ma non ha mai perso la sua forza e si presenta ogni anno intatto nel suo gioioso mistero. La gioia Pasquale si affaccia perfino durante la celebrazione della Passione di Cristo. Così il Venerdì Santo ai vespri, nel momento stesso in cui Cristo rese lo spirito, già risuonano i primi inni di resurrezione: “La mirra conviene ai morti, ma Cristo si è mostrato libero dalla corruzione”. È per tale gioia pasquale che l’icona di Cristo in croce non ha alcun segno di tragicità ma rappresenta un uomo serenamente addormentato. Il trionfo sulla morte, nascosto ma decisivo, permea pure la celebrazione liturgica del Sabato Santo: “Benché il tempio del tuo corpo fosse distrutto al momento della passione, pure anche allora unica era l’ipostasi della tua divinità e della tua carne” (Sabato Santo, Mattutino, Canone, Ode 6).

Questa radiosa prospettiva ha creato nei paesi di fede cristiano-ortodossa una cultura nella quale non si riflette alcun terrore della morte. Ad esempio nei tradizionali canti popolari greci la morte viene semplicemente canzonata e la si considera in modo sereno. Non si può dire altrettanto in altre parti del mondo nelle quali è andata perdendosi la profondità del messaggio pasquale e la morte è oramai uno spettro da rimuovere dalla coscienza. Per chiunque vive in questa penosa situazione valgono le parole di Sant’Atanasio:

“Se uno rimane incredulo anche dopo prove così grandi, dopo che tanti sono diventati martiri in Cristo, dopo che la morte viene derisa ogni giorno da coloro che si distinguono in Cristo; se rimane ancora in dubbio circa la distruzione e la fine della morte, fa bene a porsi delle domande su un argomento così importante, ma non sia duro fino all’incredulità né impudente di fronte a fatti così evidenti. Ma come chi prende l’amianto riconosce che non può essere intaccato dal fuoco e chi vuol vedere il tiranno incatenato va nel regno di colui che l’ha vinto, così chi non crede alla vittoria sulla morte, accetti la fede di Cristo e si metta alla sua scuola: vedrà allora la debolezza della morte e la vittoria su di lei. Molti che prima non credevano e ci deridevano, poi, divenuti credenti, disprezzarono talmente la morte che divennero martiri di Cristo” (De incarnatione Verbi, 28).

 

 

 


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