Nov 15, 2018 Last Updated 11:01 PM, Nov 14, 2018
Missione

Oltre mille leader governativi presenti. Partecipa ai lavori anche Salvatore Martinez, presidente della Fondazione vaticana “Centro internazionale Famiglia di Nazareth”

Si aprirà domani (15/11) e si terrà per due giorni a Dubai, nell’Armani Hotel, il “World Tolerance Summit”, la prima conferenza internazionale che affronta i temi della tolleranza, della pace e della comprensione culturale dell’umanità. L’iniziativa, che si svolgerà in concomitanza con l’International Day of Tolerance, è promossa dall’International Institute for Tolerance con il patrocinio dello sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum, vicepresidente Uae, primo ministro ed emiro di Dubai.  

Incentrata sul titolo “Prosperare dal pluralismo: abbracciare la diversità attraverso  

l’innovazione e la collaborazione”, la due giorni ospiterà il più grande raduno di 1.500 leader governativi provenienti da ogni parte del mondo, oltre a personalità di spicco del settore pubblico e privato, esponenti politici, nonché influencer sociali e internazionali. Un’autentica comunità diplomatica in grado di confrontarsi attraverso una piattaforma volta a individuare soluzioni innovative e a stringere collaborazioni fruttuose, che possano contribuire a promuovere il rispetto per la diversità e per il pluralismo. 

Domani, dopo la cerimonia di apertura, interverrà un primo gruppo di relatori che, tra i trenta previsti, prenderanno la parola nelle sessioni plenarie. Tra questi anche  

Salvatore Martinez, presidente della Fondazione Vaticana “Centro internazionale Famiglia di Nazareth”, il cui contributo verterà sul tema de “Il ruolo dei Governi nell’incoraggiare la tolleranza attraverso la coesistenza pacifica e la diversità”.  

Numerosi e diversificati gli interventi previsti dal programma, a partire dallo sceicco 

Nahyan bin Mubarak Al Nahyan, ministro della Tolleranza e presidente del Consiglio di Amministrazione dell’International Institute for Tolerance, proseguendo con importanti relatori internazionali provenienti, prevalentemente, dal Medio Oriente. Nel corso dell’evento sono previsti, inoltre, forum e workshop mirati a sostenere la cultura globale della tolleranza attraverso i contribuiti offerti dai sostenitori della tolleranza globale, dalle associazioni religiose internazionali e locali, dalle società private. 

Particolare attenzione verrà prestata anche al mondo giovanile, con il coinvolgimento delle istituzioni educative. Questo al fine di veicolare il principio/valore della tolleranza e gli sforzi per includere il coinvolgimento delle donne, con l’intento di superare la barriera globale delle differenze culturali, politiche e religiose e di generare un ponte per una maggiore collaborazione e un rispetto reciproco. 

Da Dubai, Salvatore Martinez ha dichiarato: «La crisi spirituale che il mondo vive, necessita di un sussulto di responsabilità da parte degli uomini religiosi, in special modo di quanti hanno una responsabilità sociale e politica. Servono, pertanto, nuove sintesi, nuove forme di dialogo, nuove piattaforme di collaborazione che vedano le tre religioni monoteiste andare in discontinuità testimoniale con il passato. La pace si costruisce alimentando l’ideale umano della libertà e della giustizia, due dimensioni che promuovono e preservano la “tolleranza” tra i popoli».  

«Il Summit di Dubai - il primo del genere in Medio Oriente, al quale cristiani e occidentali partecipiamo, seppure in numero ridottissimo rispetto alla componente musulmana - pone le basi per un futuro che ponga al centro l’uomo, la sua dignità integrale e trascendente, il protagonismo dei giovani e il valore della donna». 

While the world awaits the fate of Asia Bibi, who remains in hiding in Pakistan following the acquittal of her death sentence for blasphemy, religious freedom advocates are calling for an end to blasphemy laws across the globe.

“Blasphemy laws are a way for governments to deny their citizens – and particularly those of minority religions – the basic human rights to freedom of religion or belief and freedom of expression,” Dr. Tenzin Dorjee, chairman of the U.S. Commission on International Religious Freedom, said in the statement in October.

However, Dorjee’s statement was not directed at Pakistan -- but Ireland.

Irish citizens voted to remove a provision criminalizing blasphemy from their Constitution on Oct. 26, although the law had not been enforced in recent years.

The Irish Bishops’ Conference said that the blasphemy reference, although “largely obsolete,” could raise concern because of how it could be used “to justify violence and oppression against minorities in other parts of the world.”

More than one-third of the world’s countries maintain laws that criminalize blasphemy -- defined as “the act of insulting or showing contempt or lack of reverence for God.” Punishments for blasphemy across the 68 countries range widely from fines to imprisonment and death.

In Sudan and Saudi Arabia, corporal punishment, such as whipping, has been used in blasphemy cases. Recently, Saudi blogger Raif Badawi was sentenced to 1000 public lashes, given in installments of 50 lashes every week, in addition to 10 years in prison separated from his wife and children, and a 10-year travel ban after his prison sentence.

Compulsory and correctional labor are the prescribed punishments in the blasphemy laws in Russia and Kazakhstan.

Iran has the world’s most severe blasphemy laws, followed closely by Pakistan, according to the U.S. Commission of International Religious Freedom. Both countries’ laws enforce the death penalty for an insult to the prophet Muhammad. In 2015 alone, Iran executed 20 people for “enmity against God.”

In addition to Iran and Pakistan, Yemen, Somalia, Qatar, and Egypt have among the world’s worst blasphemy laws, the USCIRF study found in 2017.

Although many of the world’s blasphemy laws are enforced in largely Muslim countries, they exist in every region of the world.

Some Western nations, such as Malta and Denmark, have repealed their national blasphemy laws in recent years, while other countries still enforce them.

In Spain, an actor was prosecuted in September for explicit comments insulting God and the Virgin Mary in Facebook posts that supported the procession of a giant model of female genitalia through the streets of Seville, mocking the Catholic tradition.

Spain’s penal code requires monetary fines for “publicly disparaging dogmas, beliefs, rites or ceremonies” of a religion, and include similar penalties for those who publicly disparage people without a religious faith.

Greek law maintains that “anyone who publicly and maliciously and by any means blasphemes the Greek Orthodox Church or any religion tolerable in Greece shall be punished by imprisonment for not more than two years.”

The Italian criminal code also includes provisions for “insulting the state religion,” however the government does not generally enforce the law against blasphemy.

In Thailand, the constitution calls for the state to “implement measures to prevent any forms of harm or threat against Buddhism” with potential punishment from two to seven years imprisonment.

In Pakistan, Catholic mother-of-five Asia Bibi was recently acquitted after spending eight years on death row. However, her life is still in danger, as the ruling is under government review as part of a deal to appease groups that were leading riots in the streets. And the Human Rights Commission of Pakistan reports that at least 40 other people in Pakistan are either on death row or currently serving life sentences for blasphemy.

Nearly half of those facing the death penalty under Pakistan’s blasphemy law have been Christians in a country that is 97 percent Muslim.

“Bibi's case illustrates how blasphemy laws are used to persecute the weakest of the weak among Pakistan's religious minorities,” Religious Freedom Institute fellow Farahnaz Ispahani wrote earlier this year.

“As a poor Christian from a low caste, Bibi was among the most vulnerable and susceptible to discrimination. And the legal system -- which, in theory, should be designed to protect the innocent -- failed her in every way.”

All’Angelus, papa Francesco ricorda la fine della Grande guerra, e chiede a tutti di “respingere la cultura della guerra”. Il gesto di san Martino, di condivisione con il povero, “indichi a tutti la via per costruire la pace”. La “vedova povera e generosa come modello di vita cristiana da imitare”. “Dare al Signore e ai fratelli non qualcosa di noi, ma noi stessi”. Beatificati a Barcellona tredici consacrati e tre fedeli laici, martiri della guerra civile spagnola. Domenica prossima, 18 novembre, si celebra la seconda Giornata mondiale dei poveri.

 “Investiamo sulla pace, non sulla guerra!” è l’appello che, dopo l’Angelus, papa Francesco ha rivolto oggi al mondo intero nel ricordo dei 100 anni dalla fine della Prima guerra mondiale, che Benedetto XVI definì “l’inutile strage”. Si calcola che la guerra del 1915-1918 sia stata una delle più cruenti con 37 milioni di morti, contando 16 milioni di uccisi e 20 milioni di feriti e mutilati fra militari e civili.

Ricordando che alle 13.30 le campane di san Pietro, insieme a quelle di tutto il mondo suoneranno in ricordo della fine del conflitto, Francesco ha aggiunto che la memoria dei 100 anni “è per tutti un severo monito a respingere la cultura della guerra e a ricercare ogni mezzo legittimo per porre fine ai conflitti che ancora insanguinano parecchie regioni del mondo”.

“Mentre preghiamo per tutte le vittime di quella immane tragedia – ha continuato - diciamo con forza: investiamo sulla pace, non sulla guerra! E, come segno emblematico, prendiamo quello del grande San Martino di Tours, che oggi ricordiamo: egli tagliò in due il suo mantello per condividerlo con un povero. Questo gesto di umana solidarietà indichi a tutti la via per costruire la pace”.

In precedenza, commentando il vangelo di oggi (32ma domenica per anno, B, Marco 12, 38-44), il papa ha messo a confronto i due personaggi presenti nel brano: “lo scriba e la vedova. Il primo rappresenta le persone importanti, ricche, influenti; l’altra rappresenta gli ultimi, i poveri, i deboli”.

La superiorità e la vanità degli scribi, “li porta al disprezzo per coloro che contano poco o si trovano in una posizione economica svantaggiosa, come le vedove”. La vedova invece, “va a deporre nel tesoro del tempio due monetine, tutto quello che le restava, fa la sua offerta cercando di passare inosservata, quasi vergognandosi. Ma, proprio in questa umiltà, ella compie un atto carico di grande significato religioso e spirituale. Quel gesto pieno di sacrificio non sfugge allo sguardo attento di Gesù, che anzi in esso vede brillare il dono totale di sé a cui vuole educare i suoi discepoli”.

“Il nostro ‘dare’ a Dio nella preghiera e agli altri nella carità – ha sottolineato - dovrebbe sempre rifuggire dal ritualismo e dal formalismo, come pure dalla logica del calcolo, ed essere espressione di gratuità. Proprio come ha fatto Gesù. Gesù non ci ha fatto pagare la redenzione!... Ecco perché Gesù indica quella vedova povera e generosa come modello di vita cristiana da imitare… La Vergine Maria, donna povera che si è donata totalmente a Dio, ci sostenga nel proposito di dare al Signore e ai fratelli non qualcosa di noi, ma noi stessi, in una offerta umile e generosa”.

Dopo la preghiera mariana, Francesco ha detto che ieri a Barcellona, sono stati beatificati p. Teodoro Illera del Olmo (1883-1936) e quindici compagni martiri. Si tratta di tredici consacrati e tre fedeli laici. “Questi nuovi beati – ha detto il pontefice - sono stati tutti uccisi per la loro fede, in luoghi e date diversi, durante la guerra e la persecuzione religiosa del secolo scorso in Spagna. Lodiamo il Signore per questi suoi coraggiosi testimoni”. E ha chiesto ai presenti di applaudirli.

Infine, il papa ha ricordato che domenica prossima, il 18 novembre, si celebrerà̀ la Seconda Giornata Mondiale dei poveri, con tante iniziative di evangelizzazione, di preghiera e di condivisione.

La Giornata è stata voluta proprio da papa Francesco, per sensibilizzare il mondo alla condivisione coi poveri. “Anche qui in Piazza San Pietro – ha detto - è stato allestito un presidio sanitario che per una settimana offrirà cure a quanti sono in difficoltà. Auspico che questa Giornata favorisca una crescente attenzione alle necessità degli ultimi e degli emarginati”.

La socióloga brasileña Marcia de Oliveira es la única mujer asesora del Sínodo de la Amazonía, que ella ve como "una oportunidad que la Iglesia de la Amazonía tiene para darse a conocer", pero también para que "revise su metodología, su acción pastoral".

En esta entrevista nos cuenta sus impresiones sobre su participación en el proceso sinodal, en la elaboración del Documento Preparatorio, reflexionando sobre algunos elementos que deben ser importantes en el futuro de la Iglesia de la Amazonía, destacando el papel decisivo de las ciudades para entender buena parte de lo que sucede en la región en la actualidad, pues ella acoge a muchos de los que se ven obligados a abandonar sus lugares de residencia como consecuencia de las problemáticas existentes.

¿Qué es el Sínodo de la Amazonía?

Creo que es una oportunidad que la Iglesia de la Amazonía tiene para darse a conocer un poco más para la Iglesia, de retomar un proceso histórico que a veces es difícil para nosotros como Iglesia, de manera especial para una Iglesia más tradicional, jerarquizada, de reconocer algunos errores del pasado y avanzar, aprender de esos errores. También es una oportunidad para que la Iglesia revise su metodología, su acción pastoral y, si desea hacer nuevos caminos, de planear mejor su actuación en la región. Yo lo veo como un momento de gracia, momento oportuno de repensar realmente la presencia de la Iglesia en la región.

Siendo la única mujer asesora del Sínodo de la Amazonía, ¿cómo se siente como mujer en el ambiente vaticano, tradicionalmente dominado por los hombres?

Yo tenía un temor muy grande, sobre todo con el grupo que llamaba vaticanistas, preguntándome cómo es que ese personal ve la presencia de una mujer allí. De hecho, no están acostumbrados a tener una mujer en la discusión, a lidiar con la presencia de una mujer. Por un lado, sentí gran respeto, me llamaba doctora, tenía toda esa cosa de autoridad en el asunto. Sentí cierta acogida, no por el hecho de ser mujer, sino por el hecho de tener un conocimiento de aquello que ellos necesitaban de informaciones para elaborar el documento y pensar la Amazonía. Pero de hecho, ser mujer en ese grupo preparatorio no es algo muy sencilla, no es algo que ellos trabajen bien, que ellos lidien de forma tranquila con eso.

Por otro lado, veo que el hecho de haber tenido la valentía de invitar a una mujer o de aceptar la invitación a una mujer, ya representa un cambio importante en este proceso de discusión. No me sentía discriminada por el hecho de ser mujer, pero me di cuenta de que no hicieron mucho hincapié en tener una mujer en el equipo, en el sentido de reconocer la presencia de una mujer y que eso marcase la diferencia para ellos. Entonces, utilizaron esa sutileza de la especialista en el asunto, pero como si fuera cualquier otro especialista en el asunto Amazonía.

También es interesante, para que las mujeres nos pongamos en ese desafío, porque es algo en lo que evitamos exponernos, en buscar el conflicto, la tensión, que es algo propio de esos ambientes, donde no se está acostumbrados a tener otras perspectivas, como es una perspectiva desde las mujeres.

¿Cuáles son las dificultades que enfrentaron a la hora de elaborar el Documento Preparatorio?

Cuando Mauricio López nos invitó y dijo exactamente lo que la Secretaría esperaba de nosotros, me sentía bastante preocupada en responder a todo el volumen de informaciones que la Secretaría estaba solicitando. Y una enorme preocupación que tuve, no sólo yo, creo que todo el equipo, era en relación al tiempo. Era un tiempo muy corto, aunque para nosotros que estamos acostumbrados a escribir artículos y toda esa cosa, era un tiempo hábil. Por otro lado, nos exigía lecturas más específicas de algunas cuestiones.

Se nos pidió mucho pensar en la Pan-Amazonía, no pensar sólo en Brasil o la realidad a la que estamos más acostumbrados. Fue un gran desafio, cómo es que voy a hablar de ciudades en la Amazonía teniendo en cuenta Iquitos, Yurimaguas, teniendo en cuenta otros grandes contextos, la cuestión de las fronteras, la cuestión migraciones, la cuestión de los desplazamientos forzados de indios para la ciudad, lo que hay por detrás de eso, son elementos que por más que sean comunes en la región, tienen especificidades en cada país, en cada región de la Pan-Amazonía.

Entonces eso exigió mucho, fue para mí un gran desafío contribuir con una discusión, que no podía ser localizada, que tendría que conversar con todos los países de la Pan-Amazonía y que acabó fragilizando un poco el documento. Por ejemplo, no logramos pensar en la Guayana Francesa, no conseguimos pensar en la República de la Guayana inglesa, cómo entra en esa Amazonía, cómo la Guayana entra en esa discusión. Ecuador un poco menos, porque Mauricio estaba ahí, dándonos todo un soporte, y presentando toda una discusión que la REPAM ya venía haciendo en esa región hace más tiempo. De hecho, el proceso que la REPAM ya venía haciendo la documentación, las informaciones, una escritura de la región. Fue importantísimo para nosotros pensar varias dimensiones en el documento, pero la cuestión del tiempo fue para mí, una de las cuestiones cruciales. Muy poco tiempo para dar cuenta de muchas informaciones y para nosotros de la sociología eso es lo más delicado, que es la cuestión de la síntesis, nosotros siempre pensamos las temáticas de una forma muy amplia.

El documento es una cosa muy sintetizada, reducir la discusión a siete páginas, a cinco páginas, a cuatro páginas, como máximo. Eso es como si fueras recortando la discusión, el debate, y siempre queda ese sentimiento de faltar eso, faltó aquello, faltó profundizar determinada situación. Después va a aparecer en el documento, algunos obispos van a decir que aparece muy poco el tema urbano, no aparece el tema ecumenismo... Es como si quisiéramos que mucha cosa entrase en un espacio que no nos permite debatir todas las cuestiones. Llegó un momento en que tuvimos que priorizar realmente qué cuestiones entrarían en esa primera parte del documento, que funcionaron más como una provocación para grandes debates que como síntesis de lo que sería la realidad.

¿Piensas que esas temáticas, si aparecen en las asambleas pre-sinodales, después van a ser recogidas en el documento sinodal o piensan que el documento sinodal ya tiene un foco específico?

El Documento Preparatorio da a entender que tiene algunas cuestiones que son centrales en la discusión del documento. Una que he reflejado bastante en los grupos en que ha discutido sobre el Documento Preparatorio es ese vínculo con la Laudato Si, como estar casi que retomando la Laudato Si en el Sínodo de la Amazonía. Otra cuestión que me parece importante, y que debe aparecer más allá de las preguntas, es que muchas preguntas no tienen mucho que ver con la discusión que aparece a lo largo del Documento.

Esto sucede con el tema de la comunicación, sólo aparece en dos preguntas, eso en el caso de la Amazonía brasileña, que enmendamos dos preguntas, pero en el documento original es sólo una pregunta relacionada con la comunicación. La Vida Religiosa, también aparece sólo en las preguntas, no está contenida en el documento, en la discusión, en la propuesta de discutir la Vida Religiosa en la Pan-Amazonía, y la cuestión de las mujeres también aparece al final del documento y luego en una de las preguntas.

Si las discusiones de las asambleas territoriales quedan muy reducidas sólo a las preguntas, corremos el riesgo de no traer para ese segundo proceso del instrumento de trabajo, las lineamenta, elementos que son ampliamente discutidos en el documento. De ahí que defiendo la idea de ir más allá del instrumento de escucha, más allá de las preguntas, más allá de las respuestas. En la medida de lo posible crear otras posibilidades de escucha más allá de las preguntas que se presentan allí, y no quedarse mucho en aquella inducción de responder sólo lo que se está poniendo allí, sino ampliar un poco esos debates en torno a las preguntas y respuestas.

Hablas sobre el tema de la mujer, que en la Iglesia en general, pero especialmente en la Amazonía, tiene una presencia decisiva. ¿Cómo reflejar en el documento sinodal esas cuestiones, como el documento debería valorar institucionalmente, a través de algún ministerio, esa presencia de las mujeres en la Iglesia de la Amazonía?

Tengo una preocupación por esta cuestión ministerial en el formato que está presente en la Iglesia actual, con una carga de conservadurismo muy grande. Algunos ministerios que surgen por ejemplo en la liturgia, que me parece que no corresponden en nada a lo que sería una perspectiva amazónica, con todo respeto al personal que lidia con monaguillos, con la parte más sacramental, pero que están muy fuera de lo que sería una perspectiva amazónica. No sé hasta qué punto sería importante institucionalizar ministerios en la Amazonía sin tener en cuenta esa perspectiva amazónica.

Un punto central sería reconocer el papel de las mujeres en todo este proceso, romper con esa idea de que somos sentimiento, somos semilla, somos intuición. No somos sólo eso, nosotras somos protagonismo, lucha, pelea, discusión, tensión, somos dialéctica en los procesos de la Iglesia y de la sociedad. Entonces pienso que reconocer ese papel nuestro en los movimientos sociales, en las organizaciones, por parte de la Iglesia como un todo es un primer paso, reconocer. Y segundo, escuchar a las mujeres lo que ellas quieren de hecho, como ellas se ven en ese nuevo proceso de la Iglesia, y lo que de hecho ellas sugieren.

Yo no sabría decirte, por ejemplo, si las mujeres quieren ser ordenadas, que parece que esa es una de las grandes preocupaciones, cómo lidiar con ese tema de ordenación de mujeres. Yo no veo que esa sea una gran bandera de las mujeres de la Amazonía. Tal vez otros ministerios, otras intervenciones, pero también yo no sé decirte cuáles serían. Tal vez el Sínodo sea una oportunidad para pensar esas posibilidades, pero creo que las mujeres necesitan ser escuchadas, que las mujeres necesitan participar en esa discusión y sentir qué rumbo quieren.

En el caso de los ministerios, independientemente del reconocimiento sacramental, las mujeres están haciendo, llevando adelante papeles muy importantes en la Iglesia, incluso en las coordinaciones, en las articulaciones, en la cuestión social, política, económica, ese papel que ya desempeñamos y seguimos desempeñando independientemente de un reconocimiento más ministerial. Pero si durante estas discusiones se identifican ministerios desde una perspectiva amazónica que corresponden a esos desafíos, creo que es válido estar pensando en eso.

En el Documento Preparatorio, trabajas la parte más relacionada con el mundo urbano. ¿Cómo traer al mundo urbano la reflexión sinodal, y cómo llevar la realidad urbana hacia las problemáticas del Sínodo?

Una cuestión central en la urbanización de la Amazonía es esa dimensión de procesos no programados, esos desplazamientos forzados, directo a la ciudad, lo que va a ser un síntoma de problemas en el campo. Tenemos problemas gravísimos en el campo, tenemos regiones enteras de bosque con el pueblo siendo desplazado en pos de una perspectiva naturalista, ecologista, que no toma en consideración a las personas que están en la región. Por otro lado, tenemos también la migración transfronteriza, recientemente tratamos con toda la migración haitiana y ahora con la migración venezolana.

Son procesos dentro de la Pan-Amazonía que desafían a la Iglesia como un todo, y en la perspectiva de la urbanización y de los movimientos demográficos, pensamos mucho esta cuestión de las ciudades como resultado de procesos, conflictos políticos, étnicos y culturales presentes en Amazonía desde hace mucho tiempo. El crecimiento de las ciudades también representa un poco las consecuencias de esos conflictos, las consecuencias por ejemplo de la cuestión agraria, de la expulsión de los campesinos de sus tierras, de comunidades indígenas enteras desplazadas por grandes proyectos económicos, de proyectos que tienen mucha implicación e intereses de políticos región y que se guían por el mercado, una región que está siendo muy apropiada por intereses de mercado.

En ese sentido, las ciudades representan un desafío grande en el sentido de lo que pensamos al final como Iglesia, ¿qué estamos haciendo, qué propuestas tendremos para esas nuevas comunidades que se van formando a partir de esos desplazamientos, cómo quedan esas personas? Conversando con los migrantes venezolanos, prácticamente el 90% se declara católico, y no está inserto en las comunidades, en ese proceso que los venezolanos vienen sufriendo ahora. Como Iglesia, ¿qué respuesta podemos dar? Abrigar todo el mundo en esos refugios colectivos sin una perspectiva de comunidad, sin una perspectiva de participación, de protagonismo, no es una respuesta de Iglesia. La asistencia es necesaria, es importante, es fundamental, pero hay que ir más allá.

Aquella perspectiva del Papa Francisco del proyecto de acogida a los migrantes y refugiados, creo que vale mucho para que nosotros pensemos el Sínodo, que tiene desafíos muy latentes en esta actual coyuntura. A mí me parece que el crecimiento de las ciudades, o la centralidad de algunas ciudades y los desplazamientos migratorios, son fundamentales para que nosotros pensemos en una Iglesia sinodal con desafíos muy presentes en ese contexto, y al mismo tiempo que estos desafíos nos dicen a la Iglesia como un todo. Es decir, desestabiliza a la Iglesia mientras fija e invita a la Iglesia a ir al encuentro de esas personas, a desinstalarse y ser Iglesia junto con ellos, en el improviso, en la precariedad de la situación, en lo que la propia condición de los procesos urbanos y migratorios representa.

Hay unas discusiones por ahí, que actualmente vienen surgiendo muy fuerte en la Pan-Amazonía como un todo, que es esa cuestión de la "favelización". No me gusta mucho ese término de "favelización", porque es como si la favela hubiera traído esos procesos de control del tráfico de drogas, de ausencia del Estado, pero por un lado tiene sentido que algunos teóricos lidiando con esas cuestiones, comparen las ciudades de la Amazonía con grandes ciudades, con Bogotá, con Medellín, con São Paulo, Río de Janeiro, y así sucesivamente. Pero nosotros tenemos que pensar en elementos que nos ayuden a pensar las ciudades de la Amazonía en la Amazonía, con las características de la Amazonía.

Por un lado, existe este problema gravísimo de ciudades que invaden el bosque, que avanzan, que penetran en el bosque, por otro lado hay también esa dinámica de vaciamiento de algunas ciudades de menor porte. En las regiones distantes de la Amazonía el último censo del IBGE identificó importantes crecimientos negativos en esas regiones. Hay desplazamientos de las pequeñas a las grandes ciudades, lo que va a revelar también que en la Pan-Amazonía los bienes y servicios están muy centralizados en los grandes centros urbanos.

Una de las discusiones importantes en toda esta dinámica es provocar un debate en torno a ello. ¿Por qué las cosas son tan centralizadas en Belém, en Manaos, en Iquitos, sin pensar la descentralización de la atención a la cuestión indígena, a la cuestión ribereña, a los pueblos que viven en los márgenes de las pequeñas ciudades también?

¿Cómo el Sínodo puede cambiar una visión un tanto estereotipada que en Europa y en la Iglesia europea y vaticana se tiene de la Amazonía como algo exótico, con indígenas dispersos y poco más que eso?

La propia condición del Sínodo que es la de dar a conocer la Amazonía y ese ya es un proceso interesante de desconstrucción, en esa perspectiva de desnaturalizar la Amazonía como algo volcado sólo en la fauna y flora, sin pensar en las personas y la sociedad que está en esa región. Otra cosa importante en esta cuestión de conocer para entender, para repensar tal vez la propia presencia de la Iglesia en la región, es que tenemos varios misioneros, obispos, mucha gente que viene de fuera para aquí, para la Amazonía, que tampoco la conoce. El Sínodo es una oportunidad interesante para profundizar cuestiones que a menudo son muy superficiales. Hay gente que está en las ciudades que nunca ha ido a las comunidades, que no conoce los ríos y los lagos, la dinámica que los pueblos establecen en esas regiones, lo que da margen para prejuicios, muchas veces en el sentido de cuál es el papel social, político, económico de los pueblos indígenas que tratan con el bosque sin destruirlo, el valor de ese bosque en pie. Un valor no sólo local, un valor también para el planeta.

Son discusiones que involucran muy fuertemente la cuestión del bioma y esa relación de los sujetos de la Amazonía con el bioma. Mientras que para unos la región representa ganancias económicas en el sentido de la destrucción del bosque, de sus ríos, la cuestión predatoria, en aquel sentido del extractivismo puro y calculista del mercado. Por otro lado, conocer y denunciar estas cuestiones ayudan a entender los procesos que se plantean en la región de resistencia, de lucha contra las empresas mineras, contra el agro negocio, que viene llegando de forma muy indiscriminada en la región, pensando en posibilidades de supervivencia, de resistencia, a partir de lo que son los recursos del bosque, de las aguas, de la región, y así sucesivamente.

Alguien que avanzó mucho en el conocimiento, en la escucha de los pueblos de la Amazonía, fue el Padre Cláudio Perani, fallecido hace diez años. ¿Hasta qué punto las ideas y la metodología de Claudio Perani podrían ayudar en el proceso sinodal?

Veo a Claudio como una persona que nos ayudó a pensar la Amazonía, anteponiendo incluso algunos de esos desafíos que son presentados por el Sínodo. Una cuestión que Claudio siempre decía es que si los poderosos logran dominarnos es porque ellos están muy organizados entre ellos, y que la única forma que teníamos como sociedad, como clases populares, de enfrentar esos grandes proyectos que venían a la Amazonía, era articularnos y fortalecernos a partir de los pequeños. Me parece que ese es uno de los caminos, una de las posibilidades que tenemos de enfrentarnos a todo ese proceso de destrucción de la Amazonía.

Este era un punto en el que Claudio Perani insistía mucho, trabajar juntos, en red, articulados, fortalecernos entre nosotros, los pequeños, las clases populares, porque es la única forma de hacernos fuertes y con condiciones de enfrentamiento. Esto es una cuestión muy pertinente en la perspectiva de Claudio Perani, y puede ser uno de los caminos para el Sínodo también.

Pensar en la forma de fortalecer las bases populares, de sumar las comunidades con los trabajos que se vienen realizando. Yo destaco aquí papeles importantes de las pastorales que tratan con las migraciones, a Caritas, que tiene un papel importantísimo de articulación de las bases, de protagonismo de las comunidades, de las mujeres, de los más excluidos de la sociedad. Y esa fue una perspectiva muy pertinente en la visión del Padre Claudio Perani.

La otra dimensión que destaco en su pensamiento en relación con el Sínodo es esa metodología participativa. El Sínodo se propone ese proceso de escucha bastante participativa, bastante colectiva y Claudio insistió mucho en hacernos reaprender, revisar esas metodologías participativas, teniendo como referencia a Paulo Freire, los teóricos que lidian con la organización marxista en la organización de los trabajadores, en las bases, de pensar en metodologías que fueran posibles para las pequeñas comunidades. Pienso que uno de los resultados de su trabajo al frente del SARES (Servicio Amazónico de Acción, Reflexión y Educación Socio-ambiental), más importante fue la elaboración de una guía metodológica popular, de forma muy sencilla, fluyente, de conducir el grupo a pensar su propia realidad, y a partir de esa discusión pensar posibilidades de intervención, de salida.

Creo que cuando el Sínodo nos propone una Iglesia a la salida, una Iglesia en camino, los nuevos caminos, pasan mucho por esa cuestión de la metodología, cómo podemos descolonizar una Iglesia que en muchas situaciones trajo todo listo, muy formateado, para una reproducción en las comunidades, en las bases. Ahora es otra perspectiva, de reaprender, de reorganizar, de hacer juntos, de construir caminos juntos. Me parece que esta cuestión es profunda, y Claudio Perani llamaba mucho la atención de la Iglesia hacia esa perspectiva, de repensar sus métodos, sus prácticas, a partir de lo que el pueblo también tenía que enseñarnos.

En ese sentido, creo que aprendemos mucho con los pueblos indígenas, a trabajar colectivamente, a trabajar ese saber, a aprender a distribuir lo poco que se tiene, hacer mucho lo que parece poco. Y recoger de las personas su capacidad de donarse, de comprometerse sin esa imposición de cosas listas, pero hacer juntos, de planear juntos. A veces eso es agotador, pero el resultado de todo ello es fantástico, cuando las personas se sienten en el proceso, cuando perciben que ellas están haciendo por ellas mismas, no hay lo que pague eso, no hay como ignorar eso.

“O siamo missionari, o non siamo Chiesa!”: quest’affermazione di un Vescovo in Bolivia indica il senso del documentario “Cœur missionnaire” (Cuore missionario), una produzione delle Pontificie Opere Missionarie nel Canada francese, la cui realizzazione è stata affidata alla "Salt and Light Catholic Media Foundation". Il documentario "ci fa riscoprire la missione da un punto di vista dinamico", spiega all'Agenzia Fides José Ignazio Sierra, Direttore delle comunicazioni nelle Pontificie Opere Missionarie del Canada francese. Nell'arco di tre anni di riprese realizzate in quattro paesi – Bolivia, Puerto Rico, Uruguay e Canada – "laici e consacrati hanno aperto il cuore per raccontare cosa è la missione per loro", racconta. Da qui è nata una profonda riflessione, in sintonia con quanto ha affermato il Vº Congresso Missionario Americano (CAM 5), celebrato a luglio 2018 nella città boliviana di Santa Cruz de la Sierra.

“Tutte le testimonianze raccolte ricordano con chiarezza che la missione è per tutti. E' bene considerare che esistono molte culture nel continente americano per le quali la missione è in primo piano nella società”, dichiara Sierra, Direttore di produzione del documentario.

“Cœur missionnaire sintetizza perfettamente la ragione d'essere delle Pontificie Opere Missionarie: ravvivare lo slancio missionario, proprio della Chiesa. Questo documentario sarà uno strumento di animazione missionaria valido per tutti”, afferma p. Yoland Ouellet, OMI, Direttore nazionale delle POM nel Canada francese.

In un'epoca in cui "siamo chiamati ad annunziare il Vangelo con uno stilo nuovo e anche un linguaggio nuovo", conclude il Direttore, "il documentario Cœur missionnaire invita ad approfondire l’identità missionaria della Chiesa. È un ritorno necessario alla sorgente della vita cristiana affinché possiamo rispondere con zelo alla chiamata universale della missione".

Il documentario "Cuore missionario"

Formazione solida e atteggiamento positivo e intraprendente sono gli ingredienti del mix vincente. I giovani devono essere consapevoli dei propri talenti. La duplice lezione della parabola evangelica. Parla l’esperto al Sinodo, Alessandro Rosina

“Forse il compito più alto” per una comunità educativa è far sentire i giovani “non solo accolti, ma anche aiutati a scoprire – nel passaggio cruciale tra fase infantile e adolescenziale – il valore della propria grandezza riscontrando ciò che di positivo il proprio ‘essere e fare’ produce ‘con e per’ gli altri”. Ne è convinto Alessandro Rosina, direttore del Dipartimento di Scienze statistiche all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani promosso dall’Istituto Toniolo. Rosina, che ha partecipato al Sinodo sui giovani appena conclusosi in qualità di esperto collaboratore del segretario speciale, oggi terrà la prolusione in occasione dell’apertura del 64° anno accademico della Pontificia Facoltà Auxilium di Roma.

Professore, dal Sinodo è emersa da parte dei giovani una forte domanda di accompagnamento.

Esiste una domanda insoddisfatta di istituzioni e persone in grado di accompagnare in modo affidabile le nuove generazioni nel progettare la propria vita e nel discernere mettendo in atto scelte di valore. Un accompagnamento che non riguarda solo i percorsi individuali, ma anche le scelte collettive che contribuiscono a cambiare e migliorare la realtà circostante. Come ha messo in evidenza il Sinodo, più e ancor prima che aiutare il giovane a prendere una decisione, l’accompagnatore deve aiutarlo a mettersi in ascolto e a prepararsi a lasciare le sicurezze del passato. Aiutarlo a costruire la nave e il sistema di orientamento, ma senza determinarne la rotta. Solo così il giovane potrà davvero prendere “la” decisione esercitando la sua libertà per qualcosa di più grande.

Questo come si applica/declina nel processo educativo?

Accompagnando un cambiamento del modo in cui il giovane si pone in relazione con il mondo nella formazione della sua identità adulta. E’ importante sostenere attivamente le nuove generazioni nella fase più delicata e fertile della loro formazione, affinché facciano emergere i loro talenti e imparino a moltiplicarli acquistando fiducia nella propria capacità di agire positivamente.

Qual è il ruolo delle generazioni adulte?

Aiutare i giovani a riconoscere fragilità da contenere e potenzialità da sviluppare. Il “nuovo” va incoraggiato ad emergere, acquistare consapevolezza di ciò che può diventare, affinarsi per trarre il meglio di sé.

Spesso però i giovani si trovano davanti a ostacoli difficili da superare: resistenze o posizioni acquisite e consolidate da chi è venuto prima di loro.

Occorre che l’esistente non diventi “resistente” e le posizioni consolidate non diventino barricate dietro le quali difendersi. Solo così è possibile lasciare spazio ad energie e intelligenze nuove in grado di promuovere il cambiamento e raggiungere traguardi a volte impensabili. Ogni generazione ha un proprio valore che va riconosciuto e messo in condizioni di dar frutto rispetto alle sfide del proprio tempo.

Serve quindi un riconoscimento reciproco?

I giovani devono riconoscere il valore di quello che hanno ricevuto, le vecchie generazioni il valore di cui le nuove sono portatrici. E oggi in Italia questo è ancor più necessario. Gli squilibri prodotti nel nostro paese non si possono superare, tornando a generare crescita, se non mettendo virtuosamente e sinergicamente in campo tutte le forze “mobilitabili”.

Dal punto di vista formativo, c’è bisogno di nuove modalità e strategie di insegnamento?

Il processo di formazione non è acquisizione statica di nozioni e conoscenze, bensì costruzione dinamica e riflessiva della nostra visione di noi stessi nel mondo, a cui si aggiunge la capacità di saper essere e saper fare nella realtà che ci è data. In un mondo sempre più complesso e in continuo mutamento è essenziale imparare a gestire la complessità per non scadere nell’ipersemplificazione della realtà.

In che modo?

Occorre acquisire una formazione solida in partenza e un atteggiamento positivo e intraprendente nel costruire il proprio percorso professionale; mantenendo elevate le abilità che possono indebolirsi nel tempo e valorizzando le esperienze sviluppate. E’ inoltre necessario cogliere l’opportunità della cooperazione tra persone con sensibilità e competenze diverse mettendo continuamente in discussione i propri schemi di lettura della realtà e le modalità di azione al suo interno. Se però non crescono le opportunità lavorative per i giovani

si rischia di scadere in una competizione al ribasso, con nuove generazioni che si trovano a temere la concorrenza di anziani, immigrati e robot.

Lo scenario odierno è caratterizzato da un diffuso clima sociale di incertezza e sfiducia.

Quando surclassa sistematicamente il nostro grado di controllo, l’incertezza alimenta uno stato psicologico di insicurezza ed espande la condizione di vulnerabilità sociale, aumenta la sfiducia nei giovani e ne congela le scelte restringendo la possibilità di costruire un futuro migliore. Eppure è importante che si mettano in gioco. Mi viene in mente la parabola evangelica dei talenti.

Come mai?

Mi pare che suggerisca che se ti viene offerta una opportunità non puoi lasciarla scappare, devi coglierla. Tanto più se te ne viene data una sola, è una colpa sprecarla. Ecco perché la parabola è così severa con chi spreca il suo unico talento. L’idea è che il cogliere opportunità porta a creare ulteriori opportunità, il dare valore consente di promuovere ulteriore valore. Il talento è come la chiave di una porta: se lo usi per aprirla anche altri potranno poi entrare e da quella stanza aprire altre porte.

Questo sta alla base dell’agire per e con gli altri in un contesto in cui tutti si arricchiscono. Chi, pur avendo la chiave, lascia la porta chiusa, crea danno per tutti, è giusto e doveroso allora consentire a chi può dare di più di poterlo fare ancora meglio.

Quale lezione per la società?

Un duplice insegnamento. Per i giovani quello di aumentare le occasioni di mettersi in gioco ed esporsi attivamente ad esperienze positive, mentre genitori e educatori sono chiamati a pretendere che le colgano al meglio contribuendo ad un processo di moltiplicazione di opportunità e valore per tutti. Poi, l’importanza di un sistema che non lascia indietro nessuno, incoraggiando chi ha sprecato il proprio talento a mettersi all’opera con fiducia nella certezza che più dai, per quanto poco inizialmente, più ti sarà dato e più riuscirai ad ottenere.

"É como estar diante de coisas realmente sagradas", disse Jaider Esbell depois de se reunir com o Santo Padre.

A anciã Macuxi, Bernaldia José Pedro, conhecida como “Vovó Bernaldina”, da comunidade indígena Maturuca, Terra Indígena Raposa Serra do Sol, extremo norte da amazônia brasileira no estado de Roraima, e o artista indígena contemporâneo Jaider Esbell,  se encontraram com o Papa Francisco na manhã desta quarta-feira (7), em Roma, durante a Assembleia Geral na Praça São Pedro.

Atualmente, o povo Macuxi é formado por cerca de 50 mil pessoas. A visita dos indígenas se deve em razão do documentário “Amazonian Cosmo”, produzido pelo suíço Daniel Schweizer. “O documentário busca, a partir da perspectiva da nossa visão indígena em relação ao grande mundo, várias formas de olhares para tentar compreender e buscar meios de acompanhar  a grande transformação também na perspectiva sobrenatural. Digamos, nas visões dos Xamãs, dos Pajés, das lideranças”, explicou Jaider Esbell.

Em entrevista à Vatican News-Rádio Vaticana, ele disse que os Macuxis estão bastante esperançosos e afirmou ter vindo buscar um reforço espiritual. Falou ainda do encontro com o Santo Padre: “Foi muito emocionante. É como estar diante de coisas realmente sagradas da natureza. Ele é um senhor muito abençoado  e para mim foi um encontro onde eu pude sentir, de forma especial, a própria manifestação espiritual que tem guiado os meus projetos e a minha vida. Foi um encontro muito positivo”, finalizou.

Os índios também se reuniram com o Cardeal Lorenzo Baldisseri, secretário-geral do Sínodo dos Bispos, que em 2019 realizará uma assembleia dedicada à Amazônia. No encontro, eles receberam do Cardeal o documento preparatório: Amazônia, Caminhos para a Igreja e para uma Ecologia Integral e um rosário enviado pelo Papa Francisco.

Veja a entrevista concedida ao Silvonei José, da Rádio Vaticana, na íntegra aqui:

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