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“La Chiesa del Laos è una Chiesa povera. Papa Francesco ci vuole bene. E ci ha detto: Anch’io sono un vescovo povero e vado dove ci sono i poveri. Questo ci ha confortato”. È commosso ed entusiasta mons. John Kamse Vithavong, vicario apostolico di Vientiane, qualche giorno dopo la visita ad limina dei vescovi del Laos e l’incontro con papa Francesco.

 “L’incontro con il papa – racconta -  è avvenuto lo scorso 26 gennaio ed è stato molto semplice. Non ci ha fatto un discorso, ma si è interessato a noi e ci ha chiesto come stavamo vivendo la nostra situazione. Abbiamo ascoltato molto”

“Con noi c’erano anche i vescovi della Cambogia: un francese, uno spagnolo, un indiano. Loro hanno una Chiesa piuttosto stabile. Con tutto quello che hanno vissuto sotto i Khmer Rossi, ora riescono ad avere comunità molto attive e intraprendenti. I cambogiani, molto provati in passato, oggi vivono una situazione abbastanza tranquilla e hanno molti missionari stranieri che vi lavorano e possono fare molto. Noi invece abbiamo una Chiesa che è agli inizi, molto povera e senza personale straniero”.

Mons. Kamse, 74 anni, ricorda gli ultimi mesi del 1975, quella che viene chiamata “la liberazione”, in cui i gruppi comunisti del Pathet Lao hanno preso il potere nel Paese. Egli era divenuto sacerdote da pochi mesi, dopo aver passato sette anni in Francia e quattro nelle Filippine.

“Noi stessi abbiamo chiesto ai sacerdoti stranieri di lasciare il Paese. Anzitutto perché in ogni caso i nuovi governanti lo avrebbero ordinato. E poi perché in questo modo si evitava una escalation della tensione e possibili scontri e violenze. Tutti i sacerdoti stranieri hanno lasciato il Paese, con molte lacrime, ma anche con molta saggezza. Vi erano italiani, francesi, canadesi, americani”.

Da allora, la carenza di preti e di personale specializzato è divenuta una caratteristica costante della piccola Chiesa del Laos. “La nostra – continua mons. Kamse - è una Chiesa giovane: avrà 150 anni di vita. Facendo gli ottimisti, in tutti e quattro i vicariati apostolici (Luang Prabang, Vientiane, Savannaketh, Pakhsé) ci sono circa 50mila cattolici dispersi in un grande territorio e con diversi gruppi etnici, con lingue e culture differenti.  Noi stessi siamo poco capaci di amministrare e di aiutarli: non abbiamo abbastanza preti e catechisti. I nostri cattolici, soprattutto i più giovani, sono stati battezzati da piccoli, e non hanno potuto ricevere una formazione completa, corretta e forte”.

Per incontrare i fedeli c’è bisogno di un permesso da parte del governo e questo rallenta l’impegno missionario. Mons. Kamse parla di mons. Tito Banchong Thopanhong, il vescovo di Luang Prabang, che ha dovuto aspettare alcuni anni prima di potere trasferirsi nel suo vicariato.

Mons. Tito ha passato anche diversi anni in prigione, dove ha perso un occhio.

“Ha sofferto tantissimo” commenta mons. Kamse. “Io stesso non posso viaggiare per molto tempo. Allora in una giornata andiamo magari a trovare i nostri cattolici dispersi nella regione. Li vediamo per alcune ore, ci scambiamo notizie, poi preghiamo e celebriamo l’eucaristia, preceduta dalle confessioni. E anch’io faccio queste visite pastorali: è un modo di servire le nostre comunità”.

“La nostra povertà – aggiunge - è anche economica, dovuta alla mancanza di strutture e alla mancanza di fondi per costruirne di nuove. Nel 1975 le nostre chiese sono state prese dal governo, compresa la cattedrale di Vientiane. È la più grande delle chiese del Paese ed è dedicata al Sacro Cuore. Grazie a Dio, dal 1979 il governo ce l’ha lasciata a disposizione e possiamo almeno utilizzarla”.

“Per formare catechisti o diaconi permanenti occorre molto tempo per organizzare corsi, residenze, ecc… e non è facile data la nostra povertà di personale e di mezzi. Nella nostra povertà, abbiamo costruito già tre edifici che usiamo come chiese. Ci occorre costruirne ancora due.

Costruire delle cappelle, dei luoghi di incontro, è una necessità forte. Non abbiamo bisogno di cose molto grandi, vistose, imponenti… Anche il Signore è nato in una stalla. E noi ci accontentiamo di locali senza molte pretese. Pregate per noi perché il Signore attende di essere amato in Laos. Ci sono sempre persone che ci aiutano. Con il poco che ci donano, possiamo organizzare dei corsi, comprare dei quaderni per prendere appunti …”.

Attraversata da così tanti limiti, la Chiesa laotiana sembra andare molto piano, anzi pare quasi ferma. “In realtà – dice mons. Kamse – la Chiesa cammina. E anche l’evangelizzazione cammina. Le do un esempio. Io sono stato fatto vescovo di Vientiane nel 1983. Nello stesso anno, un gruppo etnico, i Khmu, ha chiesto di poter diventare cristiano. Sono andato a trovarli, ho promesso loro di aiutarli, e abbiamo cercato di organizzare lezioni di catechismo con la gente che riuscivo a trovare. Almeno 1000 persone si sono fatte battezzare. Ancora adesso vi sono un gran numero di loro che desidera diventare cristiano: saranno almeno qualche centinaio e sono molto coraggiosi. Si tratta di un gruppo animista, non buddista. Il governo da parte sua chiude un occhio perché vede che non siamo un pericolo”.

La visita ad limina, appena conclusa “è stata magnifica, grazie a questo papa. Si vede che lui è attento ai poveri, a noi poveri. E ci ha detto: Anch’io sono un vescovo povero e vado dove ci sono i poveri. Questo ci ha confortato. Per noi venire qui è un’occasione di respirare l’aria universale della Chiesa, di visitare tutti i dicasteri vaticani, ma è stato fondamentale incontrare questo papa. Possiamo dire che la Chiesa con papa Francesco ha un grande leader, così vicino alla nostra povertà. Io ho avuto visite ad limina con Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI e ora con questo papa. Quello che Francesco ha detto sulla Chiesa dei poveri è tagliato con precisione su quanto succede in Laos, dove chi si converte sono fra i più poveri della società”.

Chiedo a mons. Kamse quale è stata la cosa più bella dell’anno passato e quale la cosa più triste.

“La cosa più bella nel 2016 – risponde - è stata la beatificazione dei martiri laotiani, lo scorso 11 dicembre. Questi martiri erano francesi, italiani, ma anche laotiani. È stata una cerimonia molto semplice, alla presenza di un cardinale delle Filippine, il card. Orlando Quevedo, uno dei Vietnam, e poi diversi sacerdoti e vescovi da Vietnam, Thailandia, ecc..

L’altra cosa bella è l’evangelizzazione dei Khmu, che continua. Ma a breve occorrerà aprire un altro campo, fra i Hmong, un altro gruppo etnico. La cosa la più triste? Beh, a causa delle nostre difficoltà c’è una tristezza un po’ diffusa. Ma rimaniamo pieni di gioia. Pregate per noi, per questi impegni”.

 

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In Eritrea quasi due milioni di persone vivono nell’insicurezza alimentare: oltre la metà sono bambini. L’allarme è lanciato dall’Unicef che riferisce di scarsi raccolti e avverse condizioni meteo dovute al El Nino. Una crisi umanitaria e sociale acuita dalla chiusura del regime eritreo e dalla fuga di migliaia di giovani che cercano di raggiungere l’Europa. Il servizio di Marco Guerra

La siccità e i conseguenti scarsi raccolti hanno portato due milioni di eritrei all’insicurezza alimentare. Di questi, il 60% sono minori. In pratica, nel Paese del Corno d’Africa su una popolazione di sei milioni e mezzo di persone quasi un cittadino su tre ha difficolta di accesso a una nutrizione adeguata. Non è facile tuttavia avere contezza di questo dramma poiché Asmara nega qualsiasi problema, limitando il movimento delle associazioni umanitarie. Sentiamo Franca Travaglino, fondatrice della Ong ‘HEWO’ (Hansenians’ Ethiopian Welfare Organization), che riferisce di un rapporto inviato dai collaboratori in Eritrea:

R - Abbiamo dei riscontri che ci presentano veramente una situazione disastrosa! Una nostra collaboratrice sul posto ci dice: “Qui manca tutto! C’è fame, c’è miseria, c’è mancanza degli alimenti necessari. Mancano la luce, il petrolio, il carbone. Il costo della vita galoppa in modo impressionante ed inaccettabile! Quello che trovi, è a un prezzo molto alto e molte persone non hanno la possibilità di comprarlo”.

D – Quali sono i problemi che si riscontrano ogni giorno?

R – Sono soprattutto di carattere alimentare e sono proprio quotidiani. Faccio qualche esempio: un tempo i pomodori costavano 10-15 nacfa (la moneta locale), invece ora costano 80 nacfa al kg; e così anche le patate… Per lunghi periodi manca del tutto l’energia elettrica. La situazione economica e sociale è molto critica. E' indescrivibile.

La  situazione è aggravata da una crisi migratoria senza precedenti che solo negli ultimi due anni ha visto 60 mila giovani lasciare il Paese alla volta dell’Europa. Uno dei più ingenti gruppi di profughi dopo i siriani. Una fuga da fame e miseria ma anche dal regime di Isaias Afewerki. Ascoltiamo ancora il commento della Travaglino:

"E’ da tenere presente che ci sono delle carestie climatiche cicliche. E poi al momento l’Eritrea è purtroppo una nazione chiusa: non ha rapporti con le altre nazioni. Come si può pensare ad uno sviluppo economico in un Paese dove scappano i giovani, dove le forze lavoro non ci sono più? Non c’è possibilità di sviluppo. Non possono parlare, non possono studiare liberalmente. E’ una prigione a cielo aperto"!

E in Eritrea preoccupa anche la recrudescenza della persecuzione anti-cristiana. Secondo il Rapporto 2017 dell'organizzazione internazionale "Porte Aperte", fondata nel 1955 dal missionario olandese "fratello Andrea", l’Eritrea è tra i 10 Paesi dove i cristiani sono maggiormente oppressi:

"Fino agli anni Settanta-Ottanta non c’era differenza tra cristiani e islamici: era un Paese veramente libero dal punto di vista religioso. Ora, invece, il regime eritreo è sostenuto dagli arabi. Dopo l’indipendenza, l’Eritrea si è trovata per forza a fare una scelta, perché è stata abbandonata. E quelli che l'hanno maggiormente sostenuta e la sostengono sono i Paesi arabi. Questo pericolo di una arabizzazione dell’Eritrea è anche un tentativo da parte degli islamici di penetrare in Etiopia, che rimane ancora spiritualmente cristiana".

 

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A Damasco sembra di essere tornati “all’età della pietra”, manca l'acqua in una città in cui per molte ore è interrotta la fornitura di energia elettrica e scarseggiano gas e carburante per il riscaldamento. È quanto racconta in un lungo rapporto, inviato per conoscenza ad AsiaNews, Sandra Awad, responsabile della Comunicazione di Caritas Siria, 38 anni sposata e madre di due figli, che vive da anni sulla propria pelle ogni giorno il dramma della guerra.

Negli ultimi giorni, secondo quanto riferisce la responsabile dell’ente cattolico, il problema maggiore è costituito dalla mancanza di acqua potabile, una vera e propria “emergenza idrica” che coinvolge milioni di persone.Oltre cinque milioni di persone a Damasco hanno trascorso il Capodanno senza acqua. Il 22 dicembre scorso si sono interrotte le forniture dalla centrale di Ain al- Fija, il centro di distribuzione più importante della regione. Esso fornisce “il 70% dell’acqua” a Damasco e nelle aree circostanti ed è situato circa 20 km a nord-ovest della capitale, nella valle del fiume Barada.

Gli abitanti della capitale, aggiunge l’attivista Caritas, “sono preoccupati” e accumulare scorte di acqua è diventata una delle priorità di quest’ultimo periodo. Una emergenza, peraltro, confermata di recente in un’intervista ad AsiaNews dal card Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria.

I governativi accusano i ribelli, che occupano Wadi Barada dal 2012, di aver avvelenato le riserve di acqua versando litri di carburante diesel all’interno dei pozzi. In passato i combattenti hanno a più riprese tagliato le forniture della capitale, come arma di ricatto nei confronti dell’esercito governativo che voleva riconquistare l’area.

Ancora oggi, a dispetto della “fragile” tregua nazionale in Siria, sottoscritta dal governo siriano e milizie ribelli in vigore dalla mezzanotte del 30 dicembre grazie alla mediazione di Russia e Turchia, nella zona sono in atto degli scontri fra i due fronti. Una preoccupazione in più per milioni di abitanti di Damasco, che più della durata del conflitto oggi guardano al bisogno immediato di acqua per bere, lavare i piatti o i vestiti, curare l’igiene personale. Mostapha, 55enne padre di quattro figli, racconta di aver atteso “in fila per tre ore” per un po’ di acqua potabile raccolta in un parco pubblico poco lontano da casa. “Quando ho raggiunto il rubinetto - aggiunge - l’acqua è stata tagliata. Ora uso i voucher per acquistare qualche bottiglia di acqua potabile, se al negozio ne sono rimaste ancora. La maggior parte sta finendo le scorte”.

Il governo siriano, spiega la responsabile Caritas, cerca di sopperire alla carenza raccogliendo acqua da alcuni pozzi e riserve sparsi attorno alla capitale, ma sono in molti a restare senza nemmeno una piccola scorta. I privati vendono al triplo del prezzo e si assiste a un progressivo aumento del mercato nero.

Sarah, madre di due figli, racconta di aver acquistato un po’ di acqua “da una persona di passaggio” a un prezzo altissimo e senza conoscerne la provenienza. “Ma - aggiunge - non avevo altra scelta. Da cinque giorni il mio pozzo è prosciugato e dovevo dar da bere ai miei figli”. Da qui il rischio, crescente secondo gli esperti, di malattie legate al consumo di acqua contaminata o non potabile. “Mio figlio - racconta Roula, 39enne madre di tre bambini - ha avuto una reazione cutanea fortissima dopo che gli ho fatto la doccia con acqua comprata da un trafficante. Non ha potuto dormire per tutta la notte. L’ho portato dal dottore, il quale mi ha confermato che si sono presentati molti casi analoghi nell’ultima settimana”.

L’inizio del 2017, afferma Sandra Awad, è stato contraddistinto da “difficoltà e stanchezza” per molti abitanti di Damasco. Si può sopperire alla mancanza di elettricità e carburante, ma non a quella di acqua. “Speriamo - conclude l’attivista Caritas - che questo incubo possa finire presto”.

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La 36a congregazione generale ha eletto padre Arturo Sosa Abascal, della Provincia del Venezuela, superiore generale della Compagnia di Gesù.

P. Arturo Sosa è nato a Caracas (Venezuela) il 12 novembre 1948. E’ stato delegato per le case e le opere interprovinciali della Compagnia di Gesù a Roma, ed è consultore del Padre Generale. Si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica Andrés Bello (1972) e ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso l’Università Centrale del Venezuela.
Il padre Sosa parla le seguenti lingue: spagnolo, italiano e inglese e comprende il francese.

Nella 35a congregazione generale del 2008, il generale Adolfo Nicolás l’ha scelto come consultore generale. Nel 2014 entra a far parte della Curia della Compagnia di Gesù a Roma come delegato per le case e le opere interprovinciali della Compagnia di Gesù a Roma. Si tratta di istituzioni che dipendono direttamente dal Superiore Generale e per le quali viene nominato un delegato. A queste, oltre alla Curia generale, appartengono anche la Pontificia Università Gregoriana, il Pontificio Istituto Biblico, il Pontificio Istituto Orientale, la Specola Vaticana, Civiltà Cattolica così come i collegi internazionali.

Tra il 1996 e il 2004 è stato Superiore Provinciale dei gesuiti in Venezuela. In precedenza è stato coordinatore dell’apostolato sociale in questo paese e direttore del Centro Gumilla, una ricerca e azione sociale dei gesuiti in Venezuela.

Padre Arturo Sosa si è dedicato a lungo all’insegnamento e alla ricerca. Ha svolto diverse posizioni e funzioni in ambito universitario. E’ stato professore e membro del Consiglio della Andrés Bello Università Cattolica Fondazione e Rettore dell’Università Cattolica di Tachira. In particolare, ha perseguito la ricerca e l’insegnamento nel campo delle scienze politiche, in diversi centri e istituzioni, come la Cattedra di Teoria politica contemporanea e il Dipartimento di cambiamento sociale in Venezuela presso la Facoltà di Scienze Sociali. E ‘stato ricercatore presso l’Istituto di Studi Politici, Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università Centrale del Venezuela e, presso la stessa università, professore presso la Scuola di Studi Politici presso il Dipartimento di Storia delle idee politiche del Venezuela.

Nel 2004 è stato invitato dal Centro di Studi Latinoamericani presso la Georgetown University negli Stati Uniti ed è stato professore del Dipartimento di pensiero politico venezuelano dell’Università Cattolica di Tachira.

Ha pubblicato diversi lavori, in particolare sulla storia e sulla politica del Venezuela.

Fonte: http://gc36.org/it/

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Padre Sosa, nuovo Superiore dei Gesuiti: inizia una grande sfida

E’ stato eletto il nuovo Superiore generale della Compagnia di Gesù. Si tratta di padre Arturo Sosa Abascal, della Provincia del Venezuela. Padre Sosa, 68 anni, venezuelano, è stato consultore del padre generale, delegato generale per le case e le opere interprovinciali della Compagnia di Gesù a Roma. Ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso l’Universidad Central de Venezuela. Padre Arturo Sosa, nato nel 1948 a Caracas, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1966 ed è stato ordinato sacerdote nel 1977. Padre Sosa è il 31.mo Superiore generale della Compagnia di Gesù. Ma con quali sentimenti padre Arturo Sosa Abascal ha ricevuto questo incarico? Ascoltiamolo al microfono di padre Bernd Hagenkord

 

"Ho il sentimento di avere bisogno di tanto aiuto: adesso incomincia una grande sfida. Questa è la Compagnia di Gesù e allora Gesù deve darsi da fare anche qua, con noi. Dopo, io mi fido dei compagni che sono così bravi. Spero anche che la Congregazione ci porti avanti con un bel gruppo di lavoro e anche con orientamenti molto precisi per potere andare avanti: questo non è il lavoro di una persona, è il lavoro del corpo della Compagnia. Io farò del mio meglio possibile. Sono molto sorpreso, molto grato al Signore. Prego per tutti".

Sulla figura di padre Arturo Sosa si sofferma, al microfono di Amedeo Lomonaco, uno dei delegati che hanno partecipato alla votazione, padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica: 

 

– Padre Sosa è un padre di grande esperienza nella Compagnia di Gesù. Ha vissuto quattro Congregazioni generali e nella prima di queste ha anche incontrato l’attuale Papa Francesco. Quindi è una persona che ha grande esperienza di governo. È stato provinciale della provincia del Venezuela, quindi in una terra piena di tensioni che ha vissuto ed affrontato personalmente. Ed è anche una figura profondamente spirituale, di una spiritualità che è capace di incarnarsi in un territorio. Lui ha studiato ed ha insegnato teorie delle politiche ed è stato anche rettore di un’università cattolica in Venezuela. Quindi è una figura complessa, a tutto tondo. Una figura che tocca l’aspetto spirituale, quello intellettuale e quello di governo.

- Ancora una volta la storia della Chiesa, presente e futura, porta l’impronta dell’America Latina. Dopo Papa Francesco, salito al soglio di Pietro, adesso è un venezuelano il nuovo Superiore dei Gesuiti …

– Sì. Indubbiamente l’America Latina si conferma in questo modo una Chiesa "fonte". Lo è per la Chiesa universale con Papa Francesco e lo è anche per la Compagnia di Gesù. Chiaramente, qui vediamo un legame molto forte: le due persone non solo si conoscono - Papa Francesco, diremo il “Papa bianco” come si suol dire e il “Papa nero” - ma si apprezzano. E quindi possiamo immaginare una Compagnia di Gesù ancora più al servizio della Chiesa sotto il Romano Pontefice come è sua natura.

- Anche in questo caso è una periferia, il Venezuela, proprio al centro della Chiesa...

- Ancora una volta una periferia, ma non solo una periferia, un luogo di tensioni! Questo è molto importante. Padre Sosa ha vissuto queste tensioni in una terra molto difficile e tuttora complessa. Quindi è una persona di grande esperienza capace anche di affrontare le tensioni che possono sorgere nel mondo, nelle varie periferie più calde. Quindi una persona di periferia certamente, nel senso in cui la intende Papa Francesco.

- È la prima volta nella storia della Chiesa cattolica che un Superiore generale della Compagnia di Gesù viene eletto durante il Pontificato di un Papa gesuita...

R . - Questa è una responsabilità in più, se vogliamo, perchè il Pontefice vive la spiritualità della Compagnia. D’altra parte, il Papa è il Papa di tutta la Chiesa e la Compagnia è al servizio del Papa chiunque egli sia. Quindi, in questo senso, una piena continuità della Compagnia di Gesù a servizio della Chiesa e del Papa.

- Padre Sosa succede a padre Adolfo Nicolas. Quali sono le sfide nell’immediato?

- Le sfide della Compagnia di Gesù le affronteremo nei prossimi giorni delle Congregazione generale. In fondo noi siamo riuniti - è un grande corpo di Gesuiti provenienti da tutte la parti del mondo - e stiamo proprio affrontando questo, ovvero cosa la Chiesa e il mondo ci chiedono in questo momento.

Come si è arrivati all'elezione
Hanno partecipato alla votazione 212 elettori, ovvero i delegati di quasi 17 mila Gesuiti del mondo. Padre Arturo Sosa succede a padre Adolfo Nicolas, dimessosi ad 80 anni come il suo predecessore Peter Hans Kolvenbach nel 2008. Il Pontefice è la prima persona - come avviene per tradizione - a cui viene comunicato il nome del nuovo Superiore dei Gesuiti. E’ la prima volta nella storia della Chiesa cattolica che un Padre generale della Compagnia di Gesù viene eletto durante il Pontificato di un Papa gesuita.

La 36.ma Congregazione
La prima Congregazione generale si è tenuta nel 1558, due anni dopo la morte fondatore della Compagnia di Gesù, Sant’Ignazio di Loyola. L’ultima, la 36.ma, è iniziata a Roma lo scorso 2 ottobre ed è stata incentrata sul tema “Verso il largo, dove è più profondo”. La maggior parte delle votazioni riguardano proposte su testi che, se adottati, diventano norme per l’orientamento della Compagnia. Per la prima volta, molte votazioni si sono svolte tramite sistemi digitali grazie a tablet forniti agli elettori. Per l’elezione del Padre generale, la procedura adottata, invece, è stata esattamente quella prescritta da Sant’Ignazio nelle Costituzioni della Compagnia attraverso il metodo tradizionale delle schede cartacee.

L’elezione del Padre generale
L’elezione si è tenuta dopo quattro giorni di “murmuratio”, ovvero un tempo di preghiera e di discernimento. Oggi dopo la celebrazione della Messa - nella quale gli elettori invocano nuovamente lo Spirito Santo perché li ispiri al momento del del voto - si sono incontrati nell’aula per la votazione. Ogni elettore ha ricevuto una scheda cartacea. Su un lato è apposta la seguente frase: il sottoscritto “giura che sta votando per chi pensa, nel Signore, che sia maggiormente in grado di esercitare questo incarico”. L’elettore, dopo aver firmato il giuramento, sul lato opposto del foglio ha poi scritto il nome della persona per cui ha votato.

Il profilo del Generale nelle Costituzioni
Il profilo delineato nelle Costituzioni è innegabilmente molto ambizioso: il Superiore generale - si legge - “dev’essere uno dei più eminenti in ogni virtù e dei più meritevoli dentro la Compagnia, dove da molto tempo dev’essere conosciuto come tale”. La guida che Sant’Ignazio auspica per la Compagnia di Gesù – si sottolinea inoltre sul sito istituzionale dei Gesuiti italiani – “è qualcuno che possa guidare prima di tutto con il suo esempio”, soprattutto “una persona di profonda spiritualità”. “Un amico di Dio nel pregare, nell’agire e nelle relazioni umane”, con “una libertà di cuore che gli permetta di guidare la Compagnia con amore umile, giusto e coraggioso”.

Fonte: Radio Vaticana

 

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Il presidente colombiano Juan Manuel Santos è il premio Nobel per la Pace 2016. Lo ha annunciato la Commissione norvegese, che ha deciso di premiare il politico per “i suoi risoluti sforzi nel far cessare la guerra civile nel suo Paese, durata più di 50 anni, una guerra costata la vita di almeno 220mila colombiani e causato sei milioni di sfollati”. Il premio, inoltre, “è un tributo anche alla popolazione colombiana, che non ha rinunciato ad una pace giusta, e a tutte le parti che hanno contribuito alla processo di pace”.

Juan Manuel Santos, 65 anni, è presidente della Colombia dal 2010, dopo aver ricoperto le cariche di ministro del Commercio, delle Finanze e della Difesa.

La guerra tra Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e Bogotà è iniziata nel 1964, dopo la repressione militare di una rivolta contadina. Manuel Marulanda Vélez (morto nel 2008) si mette alla guida di un gruppo di contadini formati al marxismo e decide di passare alla lotta armata per fondare uno Stato indipendente. Dopo più di 40 anni di guerriglia, nel 2010 Juan Manuel Santos inizia una trattativa segreta con le Farc.

Il 22 giugno scorso, il governo colombiano e i guerriglieri delle Farc hanno annunciato un accordo storico per un cessate il fuoco definitivo e hanno firmato un trattato di pace all’Avana. Il 3 ottobre scorso, però, un referendum popolare – voluto da Santos – ha bocciato l’intesa. Il 51,3% dei colombiani ha votato per il “no”, convinto che l’accordo facesse troppe concessione alle Farc. L’intesa infatti prevedeva un progetto di amnistia per i guerriglieri che non hanno compiuto crimini contro l’umanità e pene ridotte per coloro che confessano le proprie colpe.

Questo risultato, scrive il comunicato stampa di Oslo, “ha creato grande incertezza per il futuro della Colombia. C’è pericolo reale che il processo di pace si interrompa e che la guerra civile riesploda”. Il referendum, prosegue il messaggio, “non è stato un voto contro la pace […] e la Commissione norvegese per il Nobel enfatizza il fatto che il presidente Santos sta invitando tutti i partiti a partecipare ad un dialogo dalle larghe intese”.

Fonte: AsiaNews/Agenzie

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Premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Santos

Il vincitore del Premio Nobel per la Pace del 2016 è il presidente colombiano Juan Manuel Santos per l’accordo raggiunto con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Un’intesa, tuttavia, bocciata il 2 ottobre scorso da un referendum popolare. L’annuncio è stato dato ad Oslo dal Comitato norvegese per il Nobel. Nella motivazione si ricordano anche "anche il popolo colombiano" e "tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace”. Il servizio di Amedeo Lomonaco

Il presidente colombiano Santos è stato premiato per i suoi “sforzi tenaci” per mettere fine – si legge nella motivazione - ad una guerra civile lunga più di 50 anni e che è costata la vita ad almeno 220mila persone. Il Comitato che ha assegnato il Premio spiega anche che “il riconoscimento deve essere visto come un omaggio al popolo colombiano che, nonostante grandi difficoltà e abusi, non ha mai perso la speranza di una pace giusta, e a tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace”. Un processo suggellato dal recente accordo di pace, siglato il 26 settembre a Cartagena, dal governo colombiano e dalle Farc. Un’intesa storica che, tuttavia, è stata bocciata dal 50,2 per cento degli elettori che hanno partecipato al referendum dello scorso 2 ottobre. Ma “il fatto che la maggioranza abbia votato no al referendum - si legge nella motivazione del Premio - non significa che il processo di pace sia morto: il referendum - si sottolinea - non ha bocciato il desiderio di pace, ma uno specifico accordo”.

Sul significato di questo Premio, Amedeo Lomonaco ha intervistato lo storico Gianni La Bella, docente di Storia Contemporanea all'Università di Modena e Reggio Emilia, che per conto della Comunità di Sant’Egidio, ha seguito il processo di pace tra governo colombiano e Farc: 

– E’ un Premio che conferma uno sforzo intrapreso da un uomo politico che, con coraggio, ha cercato la soluzione di un problema che ha devastato la vita del suo Paese. Ed incoraggia soprattutto lo sforzo verso una pace che tutti consideravano irraggiungibile e impossibile.

– Un incoraggiamento a non demordere e a continuare proprio nel solco dei negoziati con le Farc, anche se il referendum popolare dello scorso 2 ottobre ha bocciato l’accordo di pace tra governo e Farc. Non è stato, però, bocciato il processo di pace…

– Io credo che neanche l’accordo in quanto tale sia stato bocciato: sono stati respinti alcuni aspetti di quell’accordo. Il presidente Santos, dopo l’esito del referendum, ha detto nella sua prima dichiarazione: “Io voglio continuare tutto il resto della mia presidenza a dedicarlo alla pace”. Convinto che questo sia, in un certo senso, l’obiettivo prioritario del suo mandato presidenziale. Non bisogna scoraggiarsi. Bisogna tornare al tavolo del negoziato. Tutti i colombiani devono cercare insieme la soluzione ad un conflitto che non può che essere quella del negoziato, del dialogo, dell’incontro. “Alle armi non si torna!”: lo hanno detto anche le Farc con grande chiarezza. Nessuno vuole la guerra e tutti i colombiani – anche quelli che hanno votato “no” – hanno comunque votato a favore della pace.

– Nella motivazione, il Comitato che ha assegnato il Premio ricorda il popolo colombiano, ma anche tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace. Non sono indicate esplicitamente, ma il riferimento è anche alle Farc…

– Io credo che questo Premio, in un certo senso, anche se non nominate ufficialmente, comprenda anche loro: in fondo le stesse Farc hanno accettato di rinunciare alla logica delle armi, alla logica dello scontro e di sedersi al tavolo del negoziato. E soprattutto oggi, nonostante che il referendum abbia messo un pochino in crisi questo accordo, hanno con grande chiarezza fatto una scelta di rifiuto della guerra e di rifiuto del conflitto. Quindi è un Premio che deve anche considerare una parte di questo Paese che sono loro. 

Fonte: Radio Vaticana

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