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Il presidente colombiano Juan Manuel Santos è il premio Nobel per la Pace 2016. Lo ha annunciato la Commissione norvegese, che ha deciso di premiare il politico per “i suoi risoluti sforzi nel far cessare la guerra civile nel suo Paese, durata più di 50 anni, una guerra costata la vita di almeno 220mila colombiani e causato sei milioni di sfollati”. Il premio, inoltre, “è un tributo anche alla popolazione colombiana, che non ha rinunciato ad una pace giusta, e a tutte le parti che hanno contribuito alla processo di pace”.

Juan Manuel Santos, 65 anni, è presidente della Colombia dal 2010, dopo aver ricoperto le cariche di ministro del Commercio, delle Finanze e della Difesa.

La guerra tra Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e Bogotà è iniziata nel 1964, dopo la repressione militare di una rivolta contadina. Manuel Marulanda Vélez (morto nel 2008) si mette alla guida di un gruppo di contadini formati al marxismo e decide di passare alla lotta armata per fondare uno Stato indipendente. Dopo più di 40 anni di guerriglia, nel 2010 Juan Manuel Santos inizia una trattativa segreta con le Farc.

Il 22 giugno scorso, il governo colombiano e i guerriglieri delle Farc hanno annunciato un accordo storico per un cessate il fuoco definitivo e hanno firmato un trattato di pace all’Avana. Il 3 ottobre scorso, però, un referendum popolare – voluto da Santos – ha bocciato l’intesa. Il 51,3% dei colombiani ha votato per il “no”, convinto che l’accordo facesse troppe concessione alle Farc. L’intesa infatti prevedeva un progetto di amnistia per i guerriglieri che non hanno compiuto crimini contro l’umanità e pene ridotte per coloro che confessano le proprie colpe.

Questo risultato, scrive il comunicato stampa di Oslo, “ha creato grande incertezza per il futuro della Colombia. C’è pericolo reale che il processo di pace si interrompa e che la guerra civile riesploda”. Il referendum, prosegue il messaggio, “non è stato un voto contro la pace […] e la Commissione norvegese per il Nobel enfatizza il fatto che il presidente Santos sta invitando tutti i partiti a partecipare ad un dialogo dalle larghe intese”.

Fonte: AsiaNews/Agenzie

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Premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Santos

Il vincitore del Premio Nobel per la Pace del 2016 è il presidente colombiano Juan Manuel Santos per l’accordo raggiunto con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Un’intesa, tuttavia, bocciata il 2 ottobre scorso da un referendum popolare. L’annuncio è stato dato ad Oslo dal Comitato norvegese per il Nobel. Nella motivazione si ricordano anche "anche il popolo colombiano" e "tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace”. Il servizio di Amedeo Lomonaco

Il presidente colombiano Santos è stato premiato per i suoi “sforzi tenaci” per mettere fine – si legge nella motivazione - ad una guerra civile lunga più di 50 anni e che è costata la vita ad almeno 220mila persone. Il Comitato che ha assegnato il Premio spiega anche che “il riconoscimento deve essere visto come un omaggio al popolo colombiano che, nonostante grandi difficoltà e abusi, non ha mai perso la speranza di una pace giusta, e a tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace”. Un processo suggellato dal recente accordo di pace, siglato il 26 settembre a Cartagena, dal governo colombiano e dalle Farc. Un’intesa storica che, tuttavia, è stata bocciata dal 50,2 per cento degli elettori che hanno partecipato al referendum dello scorso 2 ottobre. Ma “il fatto che la maggioranza abbia votato no al referendum - si legge nella motivazione del Premio - non significa che il processo di pace sia morto: il referendum - si sottolinea - non ha bocciato il desiderio di pace, ma uno specifico accordo”.

Sul significato di questo Premio, Amedeo Lomonaco ha intervistato lo storico Gianni La Bella, docente di Storia Contemporanea all'Università di Modena e Reggio Emilia, che per conto della Comunità di Sant’Egidio, ha seguito il processo di pace tra governo colombiano e Farc: 

– E’ un Premio che conferma uno sforzo intrapreso da un uomo politico che, con coraggio, ha cercato la soluzione di un problema che ha devastato la vita del suo Paese. Ed incoraggia soprattutto lo sforzo verso una pace che tutti consideravano irraggiungibile e impossibile.

– Un incoraggiamento a non demordere e a continuare proprio nel solco dei negoziati con le Farc, anche se il referendum popolare dello scorso 2 ottobre ha bocciato l’accordo di pace tra governo e Farc. Non è stato, però, bocciato il processo di pace…

– Io credo che neanche l’accordo in quanto tale sia stato bocciato: sono stati respinti alcuni aspetti di quell’accordo. Il presidente Santos, dopo l’esito del referendum, ha detto nella sua prima dichiarazione: “Io voglio continuare tutto il resto della mia presidenza a dedicarlo alla pace”. Convinto che questo sia, in un certo senso, l’obiettivo prioritario del suo mandato presidenziale. Non bisogna scoraggiarsi. Bisogna tornare al tavolo del negoziato. Tutti i colombiani devono cercare insieme la soluzione ad un conflitto che non può che essere quella del negoziato, del dialogo, dell’incontro. “Alle armi non si torna!”: lo hanno detto anche le Farc con grande chiarezza. Nessuno vuole la guerra e tutti i colombiani – anche quelli che hanno votato “no” – hanno comunque votato a favore della pace.

– Nella motivazione, il Comitato che ha assegnato il Premio ricorda il popolo colombiano, ma anche tutte le parti che hanno contribuito al processo di pace. Non sono indicate esplicitamente, ma il riferimento è anche alle Farc…

– Io credo che questo Premio, in un certo senso, anche se non nominate ufficialmente, comprenda anche loro: in fondo le stesse Farc hanno accettato di rinunciare alla logica delle armi, alla logica dello scontro e di sedersi al tavolo del negoziato. E soprattutto oggi, nonostante che il referendum abbia messo un pochino in crisi questo accordo, hanno con grande chiarezza fatto una scelta di rifiuto della guerra e di rifiuto del conflitto. Quindi è un Premio che deve anche considerare una parte di questo Paese che sono loro. 

Fonte: Radio Vaticana

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Continua ad aumentare il fenomeno della tratta di esseri umani in Vietnam, i gruppi di difesa sostengono che le vittime si lasciano anche coinvolgere dai social media. Tra il 2011 e il 2014 i casi sono cresciuti dell’11,6% rispetto ai precedenti quattro anni. I dati sono emersi nel corso di una conferenza contro la tratta tenuta ad Hanoi, a luglio, dal Ministero della Pubblica Sicurezza. Secondo le ong le cifre sarebbero più alte, soprattutto perché i trafficanti approfittano del crescente utilizzo dei social tra i giovani vietnamiti. Il Sudest asiatico è tra le regioni peggiori al mondo per il traffico di esseri umani, vede coinvolti un terzo di tutte le donne e bambini vittime di tratta in tutto il mondo. Alcune delle vittime di tratta in Vietnam sono donne vendute per i matrimoni al confine con la Cina, dove ci sono significativamente più uomini che donne. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, il Governo ha istituito e celebrato la prima Giornata Nazionale contro la Tratta di esseri umani. Il Vietnam ha inoltre annunciato una strategia per affrontare il fenomeno dal 2016 al 2020. Tra il 2011 e il 2014, le autorità governative hanno indagato su più di 2.200 casi di tratta, hanno arrestato 3.300 delinquenti, e salvato circa 5.500 vittime.

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Una "guerra dell’informazione” fatta di bugie, proclami, presunte rivelazioni e che scorre parallela ai “combattimenti con le armi” per distrarre e pilotare l’opinione pubblica internazionale e la popolazione locale. È quanto afferma ad AsiaNews il Patriarca melchita Gregorio III Laham, commentando la notizia secondo cui almeno 18mila persone sarebbero morte per torture e privazioni nelle carceri del governo siriano dall’inizio del conflitto nel marzo 2011. “Come si può credere a questa cifra, alla correttezza dei dati - si chiede il prelato - se non vi è accesso alle carceri e ci si basa solo su alcune testimonianze parziali”. 

In queste ore Amnesty International ha diffuso un rapporto in base al quale emerge che fra il 2011 e il dicembre 2015 si sono registrate “almeno 18mila” vittime nelle prigioni siriane. La denuncia è frutto dei racconti di 65 “sopravvissuti alle torture”, secondo cui vi sarebbe “un uso sistematico” della tortura, dello stupro e di maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie. 

Il governo siriano ha già respinto con forza il rapporto, negando le accuse di torture e la stima dei morti in cella, pari a 300 vittime al mese. 

Il documento di AI parla inoltre di abusi sessuali durante le operazioni di controllo, perpetrati il più delle volte da secondini maschi ai danni di detenute femmine. Inoltre, ai detenuti sono negate cure mediche e non possono lavarsi in modo adeguato per prevenire la diffusione di malattie. 

Per il capo della Chiesa greco-melchita “non è possibile provare” queste cifre e verificare la “veridicità” di queste informazioni. Inoltre la fonte Amnesty International “non è così indipendente” e nel contesto del conflitto siriano “si sono spesso verificate manipolazioni di notizie”. “Dietro queste [presunte] rivelazioni - aggiunge il patriarca - vi è un colore politico, nel contesto di una guerra di informazione, come è avvenuto in passato per la vicenda delle armi chimiche”. 

Gregorio III parla di una “manovra” in atto per screditare “il governo siriano e la Russia” nel momento in cui sta nascendo un nuovo asse - Mosca, Teheran, Pechino - in grado di contrastare le ambizioni statunitensi nell’area. “Questa è un’altra partita - riferisce - nel contesto della ‘guerra’ fra Stati Uniti e Russia”. 

Una valutazione, racconta il prelato, che è condivisa da gran parte della popolazione siriana che si sente vittima “di una guerra sporca” che, in cinque anni, ha causato 250mila morti e 11 milioni di sfollati. “Noi patriarchi - afferma Gregorio III - da tempo diciamo che una vera alleanza internazionale può vincere il terrorismo, ma vi sono interessi contrapposti”. L’unica “voce di verità” è quella di papa Francesco che non si stanca “di lanciareappelli per l’amata Siria”, che denuncia l’ipocrisia di una comunità internazionale “che parla di pace e poi vende armi” alle parti in lotta. 

“In realtà - prosegue il patriarca - la situazione in alcune aree della Siria sotto il controllo governativo, come Damasco e Homs, è di relativa calma e dal mese di febbraio non si registrano gravi episodi di violenza. I problemi maggiori sono al confine con la Turchia e ad Aleppo, metropoli vittima di distruzioni, bombe, devastazioni. Il 50% della popolazione è fuggito e la città di prepara a vivere la madre di tutte le battaglie”. Criticità, aggiunge, si registrano anche a Madaya, dove vi sarebbero almeno 40mila abitanti bisognosi di cure mediche. “L’area è sotto l’assedio di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] e dei governativi - spiega - e gli aiuti non arrivano anche perché i terroristi si mescolano fra la cittadinanza e usano i civili come scudi umani come successo a Palmira e Homs in passato”. 

Intanto, approfittando di un miglioramento nella situazione la Chiesa a Damasco ha organizzato campi scout, momenti di incontro e di svago per i giovani. “Il patriarcato greco-melchita in collaborazione con l’Unicef - prosegue Gregorio III - ha lanciato un programma scolastico per i bambini. Si tratta di 45 centri sparsi sul territorio, in grado di accogliere fino a 13mila bambini garantendo loro il diritto allo studio”. Infine, il patriarcato ha organizzato anche giornate di preghiera e di ritiro spirituale, perché “anche l’anima possa trovare conforto contro i traumi della guerra”. 
 

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Rimane alta la tensione in Sud Sudan, dove secondo le Nazioni Unite durante gli scontri del mese scorso a Juba le forze governative hanno ucciso e violentato dei civili. Il presidente Salva Kiir ha destituito cinque ministri vicini all’oppositore Riek Machar, mentre continua l’emergenza umanitaria. In 60 mila sono fuggiti dal Paese, per una guerra che rischia di accentuare la compente etinica. Per un punto sulla situazione Michele Raviart ha raggiunto a Juba padre Daniele Moschetti, superiore provinciale dei comboniani in Sud Sudan: 

– Negli scontri che ci sono stati sicuramente un migliaio di persone sono morte, anche se il governo tende a parlare sempre di 300 morti. Dopo questo, logicamente con la fuga dell’opposizione e quindi di Riek Machar, c’è stato un cessate-il-fuoco, che ancora c’è a Juba. Però gli scontri continuano fuori da Juba, ad un centinaio di chilometri da qui… E’ difficile capire veramente fino in fondo quale sia la verità di questi due gruppi in questo momento.

– Per il Sud Sudan si chiede un impegno maggiore da parte della Comunità internazionale. Quali sono i rapporti con il governo?

– C’è una tensione del governo nei confronti della Comunità internazionale in genere, che sta cercando di dialogare con il governo e che cerca di riportare al tavolo delle trattative anche Riek Machar. Anche se il governo ha nominato un altro vice presidente, Taban Deng, dicendo che era temporaneo fino a quanto sarebbe tornato Riek Machar: invece il presidente ha annunciato che il nuovo vice presidente era Taban Deng. E questo ha complicato ancora di più la situazione, perché questo vuol dire che c’è una grande divisione anche nell’opposizione. E’ chiaro che si sta cercando di non accettare più quello che era l’accordo che era stato firmato da Riek Machar e Salva Kiir per il governo. Loro non hanno mai accettato fino in fondo questo accordo del 2015.

– A livello umanitario l’Onu ha lanciato vari allarmi in questi giorni: da un lato si parla di 5 milioni di persone che rischiano di morire, dall’altro di 11 mila persone che non riescono ad avere gli aiuti dell’Onu, perché non riescono a registrarsi ai campi. Qual è la situazione?

– Sono ormai due anni che siamo sempre in questa situazione di emergenza massima: tra i 3 e 5 milioni sono ancora oggi a rischio fame per la guerra, quella precedente e oggi ancora di più, perché le risorse diventano sempre di meno. Le Ong sono sparite quasi tutte da qui, sono rimaste pochissime. Poi c’è una situazione assurda dell’economia e delle finanze, che è saltata tutta: qui si cambia un dollaro a 60 pound e, se facciamo riferimento a 6-7 mesi fa, si cambiava un dollaro per 3. L’inflazione, in questo momento, è la più alta al mondo: più del 300 per cento di inflazione.

– Quali sono i rischi di escalation per questa guerra, in cui è componente anche una profonda divisione etnica?

– Se il Sud Sudan ritorna ad essere ancora una polveriera, come lo è già, ma diventa sempre più etnica e non soltanto fra due tribù ma anche con altre, è quasi genocidio, come è stato il Rwanda. Se in Rwanda c'erano due etnie e basta, qui ce ne sono 64 di etnie, ma le più importanti sono esattamente Nuer e Dinka, che sono grandi come numeri. E’ difficile il dialogo con questi leader, perché questi non sono leader politici, questi sono dei militari.

– Qual è il ruolo della Chiesa locale in Sud Sudan, che – ricordiamo – proprio in questi giorni ha fatto un appello a non dimenticare il Paese?

– La Chiesa sta cercando di dare soprattutto messaggi di speranza alla gente, ma cerca anche di dare protezione, perché in questo momento le uniche speranze per la gente sono rappresentante dalla chiese: la gente scappa nei cortili delle chiese e sono migliaia e migliaia… E questo vuol dire protezione, ma vuol dire anche assistenza, vuol dire anche cibo, cercando di aiutare al massimo che si può.

 

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Presentiamo questa riflessione a tutto campo del card. John Tong, vescovo di Hong Kong, su alcune questioni relative al dialogo fra la Santa Sede e la Cina. In essa appare ad esempio la precisazione che i dialoghi fra Roma e Pechino non vogliono dimenticare (almeno da parte della Santa Sede) la Chiesa non ufficiale, né i vescovi in prigione, né il potere spirituale del papa di nominare i vescovi… Queste domande sono spesso emerse dai cattolici dopo relazioni ed espressioni forse troppo ottimiste sui dialoghi Cina-Santa Sede. Fra coloro che più esprimono queste domande vi è anche il card. Joseph Zen Ze-kiun, che è di fatto portavoce di una folta schiera di cattolici non ufficiali e del quale presentiamo un articolo sulla stessa homepage.

Interrogato da AsiaNews sul perché di questa relazione così composita, il card. Tong ci ha detto: “Ho cominciato a scrivere questo articolo dallo scorso 24 maggio, la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina. Lo scoso è di aiutare e promuovere il dialogo fra la Chiesa di Cina e la Chiesa universale, e fra la Cina e la Santa Sede. L’ho scritto dopo consultazione con diverse fonti”.

Uno dei punti salienti dell’articolo è l’affermazione della validità della Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi. La richiesta che il Vaticano si esprimesse su questo punto è stata molto fortedopo il “voltafaccia” di mons. Taddeo ma Daqin, vescovo di Shanghai, agli arresti domiciliari da oltre 4 anni per essersi dimesso dall’Associazione patriottica. Dopo un articolo in cui mons. Ma torna sui suoi passi, ed apprezza in modo esagerato l’Associazione patriottica, il Vaticano ha taciuto proprio sulla validità o meno della Lettera di Benedetto XVI, che bolla come “incompatibile” con la fede cattolica l’Associazione patriottica.

“Certo – ci ha detto il card. Tong – la Lettera di papa Benedetto per la Chiesa in Cina è valida. I principi stabiliti nella Lettera sono assolutamente validi”. E ha aggiunto: “La Lettera di Benedetto XVI, del 2007, e i documenti del Concilio Vaticano II spingono al dialogo fra i membri della Chiesa e al dialogo con le persone all’esterno della Chiesa, anche con le autorità civili”.

L’articolo è datato 31 luglio 2017

 

Introduzione

La Chiesa cattolica è stata fondata da Gesù Cristo ed è una, santa, cattolica e apostolica. Da quando è entrata in Cina, la Chiesa ha mantenuto queste caratteristiche fondamentali. Ma dopo la fondazione della Nuova Cina nel 1949, la comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale ha incominciato a incontrare sempre maggiori difficoltà, fino all’espulsione dell’Internunzio Apostolico, S.E. Mons. Antonio Riberi, nel 1951; in tal modo, i legami con la Chiesa universale sono stati profondamente danneggiati. Per questo, oggi si ritiene che la Chiesa in Cina abbia perso visibilmente la comunione con la Chiesa universale. Tuttavia, per quanto riguarda la sua natura, non si tratta di una Chiesa scismatica; al contrario, è una Chiesa che cerca positivamente di riprendere la comunione con la Chiesa universale.

La comunione con la Chiesa universale non deve essere solo un legame spirituale, ma deve manifestarsi nell’azione concreta della nomina dei vescovi locali da parte del Santo Padre. Sebbene nella visione della Chiesa, la nomina dei vescovi da parte del Sommo Pontefice sia un affare del tutto religioso ed interno ad essa, negli ultimi sessant’anni, a causa della mancanza di comprensione da parte del Governo cinese, non è stato facile per il Santo Padre nominare formalmente i vescovi in Cina, per cui la comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale non si è potuta manifestare pienamente.

Gli sforzi compiuti per tanti anni dalla Chiesa cattolica a riguardo di questo problema hanno gradualmente guadagnato la riconsiderazione del Governo cinese; si vuole raggiungere un accordo con la Santa Sede relativo alla nomina dei vescovi in Cina e cercare insieme una soluzione accettata da entrambe le Parti. L’obiettivo è da un lato di non danneggiare l’unità fondamentale della Chiesa cattolica e l’integrità dell’autorità della Santa Sede nell’iter di nomina dei vescovi; dall’altro lato, fare in modo che l’autorità del Santo Padre nel nominare i vescovi non sia considerata una intromissione nella Cina.

Gli sforzi dei recenti Pontefici stanno producendo i primi risultati. Ancorché incoraggianti, non poche persone, però, all’interno e all’esterno della Cina, sono preoccupate, manifestano dubbi e perplessità circa la possibilità di raggiungere un accordo; temono che gli ufficiali della Curia e lo stesso Pontefice cedano sui principi fondamentali; lanciano improperi e invettive contro alcuni ufficiali di Curia; puntano la lancia anche contro l’attuale Pontefice, accusando Papa Francesco di contraddire il principi difesi da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, come pure temono che la propria fedeltà di tanti anni sia dimenticata o messa da parte a favore di quel clero che ambiguamente ha giocato tra il riconoscimento civile e quello papale. Sebbene il contenuto sostanziale dell’accordo delle due parti non sia ancora pubblico, osiamo credere che Papa Francesco, come garante dell’unità e della comunione della Chiesa universale, non accetterà nulla che possa danneggiare l’integrità della fede della Chiesa universale o mettere in pericolo la comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale.

Insieme con il gruppo di sacerdoti cinesi interessati alla Chiesa in Cina, credo che dobbiamo dare alle persone preoccupate di questi problemi una spiegazione chiara e comprensibile della posizione base della Chiesa sui punti seguenti per evitare ogni malinteso. Le domande fondamentali a cui rispondere sono: Perché la Santa Sede persevera nel portare avanti il dialogo con il Governo cinese e non si oppone ad esso? In che cosa consiste la comunione della Chiesa locale con la Chiesa universale? Nella Chiesa cattolica, come sono nominati i vescovi della Chiesa locale e secondo quali principi? Quale ruolo ha la cosiddetta ‘Conferenza episcopale dei Vescovi cinesi’ e che rapporti ha con ogni singola Diocesi?

Il significato dei negoziati tra Cina e Vaticano

Il Vangelo, entrando in un qualsiasi Paese del mondo, in qualsiasi popolo e cultura, non deve emarginare, distruggere o danneggiare quel Paese, quel popolo e quella cultura, anzi li deve perfezionare in modo da raggiungere lo scopo per cui Dio li ha creati fin dall’inizio, cioè condividere la sua vita divina. Papa Francesco nell’intervista concessa al quotidiano Asia Times il 28 gennaio scorso ha detto che la responsabilità della Chiesa cattolica è di mostrare rispetto per ogni cultura e, quindi, anche verso la cultura cinese mostra il più grande rispetto. Il Vangelo però entra non in modo astratto in un Paese, in un popolo e in una cultura, ma tramite persone concrete, i cristiani: per cui, i messaggeri della buona novella rivestono il Vangelo di un abito esteriore umano. Quando questi cristiani esprimono in profondità lo spirito e i valori del Vangelo, come la carità, la pace e la misericordia, ecc., diventa più facile per gli ascoltatori farne esperienza, comprendere ed accogliere. Ma se per i limiti personali, i cristiani presentano il Vangelo come una ‘minaccia’ o, senza che abbiano nessun intento di ‘minaccia’, la loro testimonianza fa nascere il dubbio che si tratti di un ‘complotto’, allora la diffusione del Vangelo incontra ostacoli.

Il Vangelo di Cristo, nel corso della sua diffusione in Cina, attraverso diversi successi, insuccessi e proibizioni, ha registrato entrambi gli atteggiamenti sopra descritti. In realtà, la Chiesa cattolica, negli impegni di evangelizzazione e di sviluppo nella Cina attuale, deve affrontare queste sfide, dal momento che un certo numero di cinesi conserva ancora dubbi e timori nei riguardi della diffusione della Chiesa cattolica nel Paese. Di fronte a questi dubbi e timori, non dobbiamo lamentarci sul perché le buone intenzioni dei Cattolici non siano capite, giacché lamentarsi non risolve i dubbi e timori di queste persone, né occorre passivamente attendere che tali dubbi e i timori spariscano spontaneamente ad un dato tempo. La missione di annunciare il Vangelo al popolo cinese ci spinge ad agire positivamente, non attendendo passivamente o tergiversando: per questo, di fronte a persone che nutrono sospetti e dubbi verso la Chiesa cattolica, il metodo positivo che noi dobbiamo assumere è quello della comunicazione e del dialogo.

Indubbiamente, il cammino dall’incomprensione e dal malinteso alla comprensione, fiducia, accettazione ed amicizia non è immediato. Come nelle relazioni interpersonali, la fiducia si guadagna non solo a parole, ma con i fatti e con l’impegno di entrambe le parti. Così noi non solo cerchiamo di comprenderci a parole, ma con azioni adeguate per favorire una maggiore fiducia vicendevole. L’unico metodo proprio per risolvere i dubbi e i timori richiede buona volontà e iniziative dai tempi lunghi. A partire dalla nuova politica di apertura della Cina negli anni ’80 del secolo scorso ad oggi, la Chiesa cattolica, per iniziativa dei Pontefici Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e dell’attuale Papa Francesco, ha alzato frequentemente il ramo d’olivo verso la Cina, manifestando la sua buona intenzione di dialogare: le due Parti si sono scambiate le visite delle proprie delegazioni per iniziare i negoziati. Mantenendo la buona volontà e una comunicazione paziente da circa venti anni, la Santa Sede non ha dimostrato di essere dispiaciuta per la mancanza di comprensione. Questo durevole atteggiamento di umiltà e di pazienza è la dimostrazione che la Chiesa cattolica rispetta il popolo cinese e gli concede tutto il tempo necessario perché aumenti la comprensione reciproca, tesa a mostrare che essa non è nemica del Paese o pensi ad un’invasione straniera. Non serba nessuna cattiva intenzione nei confronti del popolo cinese, anzi è una presenza amica che intende aiutare la compagine sociale a cercare il senso della vita. Come ho spesso sottolineato, per poter sciogliere i nodi del cuore, occorre umiltà, pazienza e dialogo costante: questa è appunto la via che viene dal cielo.

             Sebbene il Signore sia il padrone dell’universo, non fa uso della forza per costringere l’umanità ad attuare il suo piano. Al contrario, quando il suo piano incontra l’incomprensione e l’opposizione degli uomini, Dio inizia pazientemente il dialogo. Biblicamente parlando, ha mandato dapprima i profeti, che però non sono stati accolti dagli uomini, anzi li hanno persino uccisi. Ma Dio non ha rinunciato. Ha mandato il suo unico Figlio, che è stato lui stesso ucciso. Se dovessimo ragionare umanamente, il Signore è il più grande perdente; ma la morte del Suo figlio diventa l’occasione più importante per dimostrare l’amore di Dio, come anche l’esempio più grande per capire davvero chi è Dio. La morte del Figlio è la Parola più chiara e più forte di Dio per noi uomini ed è l’apice del dialogo di Dio con noi. Il Signore non ha fatto uso di nessuna forza per costringere l’umanità; fa uso del dialogo, dell’umiltà e della pazienza per smuovere il cuore degli uomini, in modo che acconsentano ad accettare il Suo invito.  

Lo stile del dialogo tra Dio e l’umanità è il modello per noi cristiani e per tutti coloro che cercano di dialogare con altri. Il dialogo più che decennale tra la Santa Sede e Pechino mostra le seguenti caratteristiche: calma, umiltà, onestà e pazienza. L’accordo come primo passo tra la Santa Sede e Pechino è il risultato di questo tipo di dialogo, che ha condotto gradualmente le Parti dall’incomprensione e diffidenza vicendevole alla comprensione e alla fiducia; è una vittoria per entrambe le Parti, perché tra amici c’è appoggio reciproco e arricchimento di vita. L’accordo tra la Santa Sede e Pechino diventa un modello di dialogo tra gli uomini, è l’inizio della normalizzazione dei rapporti reciproci: credo che entrambe le parti possano d’ora in avanti continuare a sperimentare la mutua fiducia per continuare il dialogo fino alla fine.

L’obiettivo del dialogo: la libertà religiosa, la Chiesa cattolica in Cina e la comunione con la Chiesa universale

Secondo quanto detto sopra, l’obiettivo del dialogo tra la Santa Sede e Pechino è di eliminare tutti i malintesi e permettere al popolo cinese di conoscere oggettivamente il senso e il valore positivo della Chiesa cattolica, in modo da eliminare le restrizioni imposte alla Chiesa cattolica in Cina. In altre parole, l’obiettivo del dialogo tra la Santa Sede e Pechino è appunto di ottenere e di garantire alla Chiesa in Cina la libertà religiosa e i diritti fondamentali che sono iscritti nella Costituzione. La Santa Sede spera che tramite il dialogo la Chiesa cattolica mostri con chiarezza il suo impegno a rispettare le leggi dello Stato, il potere costituito e le leggi amministrative. La libertà religiosa, che la Chiesa desidera, non solo è un diritto naturale dovuto ad ogni persona, ma aiuterà maggiormente tutti a cercare la verità, il bene, il bello e il giusto, migliorando i rapporti personali, come anche l’armonia e l’ordine della società.[1] Il Vangelo che la Chiesa cattolica diffonde in Cina non è solo una Buona Novella per gli individui ma anche per tutta la società.

Alcuni non apprezzano il contenuto e gli obiettivi del dialogo tra la Santa Sede e Pechino, dal momento che la Santa Sede non ha pubblicamente criticato la politica cinese sui diritti umani, che non intende far cambiare nessun aspetto del sistema politico cinese: la Santa Sede sembra rinunciare a promuovere alcuni valori base. Tale genere di critiche non è giusto né obiettivo. Papa Benedetto XVI nella Lettera a tutti i Cattolici cinesi del 2007 ha detto chiaramente che la Chiesa deve preoccuparsi della giustizia sociale e non rinunciare a fare i dovuti sforzi per promuoverla; tuttavia, la Chiesa non può certamente ingerirsi negli ambiti che sono di competenza del Governo. La missione della Chiesa cattolica non è di cambiare le istituzioni governative o amministrative di un Paese, non può e non deve entrare nella lotta politica, ma deve, tramite l’analisi razionale, esaminare e risvegliare le forze spirituali nelle singole persone per raggiungere questo obiettivo. Senza rinunciare ai suoi principi, la Chiesa cerca di risolvere i problemi tramite un dialogo costruttivo ed autorevole e non per mezzo di continui scontri. [2] Il Signore Gesù non ha fatto uso di spade, ma sacrificando se stesso, ha ottenuto la salvezza dell’umanità e la vera libertà. Per questo, la Chiesa cattolica deve dialogare con Pechino con “rispetto e carità”. L’obiettivo del dialogo, quindi, naturalmente non è di sacrificare i principi della Chiesa; [3] se non fosse per salvaguardare la verità e i principi, perché la Chiesa vorrebbe dialogare con Pechino?   

La comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale

            “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, in modo che chi crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Secondo il Vangelo di Giovanni, il piano salvifico del Signore riguarda tutti gli uomini.  Per questo, c’è un solo popolo di Dio, la cui natura regale non è umana ma divina: è composto da tutti i popoli. Per attuare questo piano del Padre celeste, il Signore Gesù ha incominciato dapprima a chiamare i Dodici Apostoli e a formarli in una ‘comunità’, cioè in una forma di istituzione comunitaria stabile. Tra di loro ha scelto Pietro come capo della comunità… Li ha mandati poi ai figli di Israele e, infine, fino ai confini della terra (Rom 1,16). Ha voluto condividere con loro la sua autorità: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, santificandole e governandole… con l’aiuto dello Spirito Santo… raccoglietele nella Chiesa universale, la Chiesa che ha come fondamento Cristo e gli Apostoli e che è costruita sulla roccia di Pietro e la cui pietra angolare è Cristo”. [4] In sintesi, “Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia di tutti i vescovi sia del popolo di Dio”. [5]  Solo in unione con il Romano Pontefice si può essere in comunione con la Chiesa universale ed essere membra della Chiesa cattolica; l’unità con il Sommo Pontefice attua la forma di comunione con la Chiesa universale ed è il segno di tale comunione.

I principi sopra esposti devono essere applicati alla Chiesa in Cina, in modo che sia parte della Chiesa universale. Sia la dimensione spirituale che la forma visibile richiedono l’unità con il Sommo Pontefice per attuare la comunione con la Chiesa universale. Il Papa emerito Benedetto XVI nella Lettera ai Cattolici cinesi ha scritto: “Come voi sapete, la profonda unità che lega fra di loro le Chiese particolari esistenti in Cina e che le pone anche con tutte le altre Chiese particolari sparse nel mondo, è radicata, oltre che nella stessa fede e nel comune Battesimo, soprattutto nell’Eucaristia e nell’Episcopato, di cui il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento”. Continua lungo i secoli mediante la successione apostolica ed è fondamento anche dell’identità della Chiesa di ogni tempo con la Chiesa edificata da Cristo su Pietro e sugli altri Apostoli. La dottrina cattolica insegna che il vescovo è principio e fondamento visibile dell’unità nella Chiesa particolare, affidata al suo ministero pastorale.  Ma in ogni Chiesa particolare, affinché sia pienamente Chiesa, dev’essere presente la suprema autorità della Chiesa, vale a dire il collegio episcopale insieme con il suo capo, il Romano Pontefice, e mai senza di esso. Pertanto, il ministero del Successore di Pietro appartiene all’essenza di ogni Chiesa particolare dal “di dentro”. Inoltre, la comunione di tutte le Chiese particolari nell’unica Chiesa cattolica e, quindi, l’ordinata comunione gerarchica di tutti i Vescovi, Successori degli Apostoli, con il Successore di Pietro, sono garanzia dell’unità della fede di tutti i cattolici. Perciò, è indispensabile, per l’unità della Chiesa nelle singole nazioni, che ogni vescovo sia in comunione con gli altri vescovi, e che tutti siano in comunione visibile e concreta con il Papa”. [6]

La Chiesa in Cina e la manifestazione e forma di attuazione della comunione universale

La nomina dei vescovi da parte del Pontefice è la manifestazione della comunione tra la Chiesa particolare e la Chiesa universale. Il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Chiesa dice a riguardo della nomina del vescovo locale: “La missione canonica dei vescovi può essere data per mezzo delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa autorità o da esse riconosciute, oppure direttamente dallo stesso Successore di Pietro; se questi rifiutano o negano la comunione apostolica, i vescovi non possono essere assunti all’ufficio”. [7]

In altre parole, la Chiesa particolare non ha l’autorità di scegliere e nominare il proprio vescovo, ma solo il permesso e la nomina del Pontefice rendono il candidato pastore della Chiesa particolare. [8] Da qui si evince che la conferenza episcopale di un luogo, separata dal Pontefice, non ha l’autorità di costituire e di nominare un vescovo locale; essa può solo, con il permesso del Sommo Pontefice, esercitare il magistero e l’autorità pastorale in comunione con la Chiesa universale. [9] Un governo secolare, a maggior ragione, non ha il potere di nominare un vescovo locale, perché “il ministero apostolico dei vescovi è stato istituito da Cristo Signore e mira ad un fine spirituale e soprannaturale. Questo Santo Sinodo ecumenico dichiara che il diritto di nominare e di costituire i vescovi è proprio, peculiare e di per sé esclusivo della competente autorità ecclesiastica. Perciò, per difendere debitamente la libertà della Chiesa e per promuovere più adeguatamente e speditamente il bene dei fedeli, questo Santo Concilio fa voti che, per l’avvenire, alle autorità civili non siano più concessi diritti o privilegi di elezione, nomina, presentazione o designazione all’ufficio episcopale”. [10]

I principi sopra esposti sono usati propriamente dalla Santa Sede per trattare i problemi della Chiesa in Cina. Papa Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici cinesi ha espresso chiaramente che “alcuni organismi voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, che pretendono di porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale non corrispondono alla dottrina cattolica. Secondo la dottrina della Chiesa, la Chiesa è apostolica, come ha ribadito anche il Concilio Vaticano II. La Chiesa è apostolica per la sua origine, essendo costruita sul ‘fondamento degli Apostoli’ (Ef 2,20); per il suo insegnamento, che è quello stesso degli Apostoli; per la sua struttura, in quanto istruita, santificata e governata, fino al ritorno di Cristo, dagli Apostoli, grazie ai loro successori, i Vescovi, in comunione con il successore di Pietro”.

Anche “l’attuazione del principio di indipendenza, autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa è inconciliabile con la dottrina cattolica”. [11] Per questo, la Chiesa in Cina nell’attuare la comunione con la Chiesa universale e l’uniformità con le altre Chiese deve obbedire alla suprema autorità del Romano Pontefice sia per il magistero che per l’amministrazione. Dal momento che in Cina vi sono persone che dubitano che spetti al Sommo Pontefice di scegliere e nominare i vescovi cinesi, la nomina dei Vescovi diventa un problema cruciale nei rapporti tra le due Parti. La Santa Sede insiste che la nomina dei vescovi è la garanzia dell’unità e della comunione della Chiesa. Nella nomina di un vescovo si esercita la suprema autorità del Pontefice, ma tale autorità non intende intromettersi negli affari politici interni dello Stato, anche se la Santa Sede è consapevole della preoccupazione del Governo cinese sulla possibilità di esercitare una certa influenza sulla società. Per questo, la Santa Sede, per la necessità di scegliere e nominare i candidati episcopali per la Chiesa in Cina, continua a promuovere il dialogo e, senza violare i principi della fede cattolica e la comunione ecclesiale, cerca di raggiungere un’intesa comune con le Autorità cinesi, dal momento che ciò non contraddice i principi fondamentali della Chiesa. [12]

 

A riguardo della nomina dei vescovi, il Codice di Diritto Canonico al canone 377 dichiara:

§1. Il Sommo Pontefice nomina liberamente i Vescovi, oppure conferma quelli che sono stati legittimamente eletti.

§2. Almeno ogni triennio i Vescovi di una provincia ecclesiastica, oppure, dove le circostanze lo suggeriscono, le Conferenze Episcopali, mediante una consultazione comune e segreta, compilino un elenco di presbiteri, anche membri di istituti di vita consacrata, che risultino particolarmente idonei all’episcopato, e lo trasmettano alla Sede Apostolica, fermo restando il diritto di ciascun Vescovo di presentare separatamente alla Sede Apostolica i nomi dei presbiteri che giudica degni e idonei alla funzione episcopale.

§3. A meno che non sia stato stabilito legittimamente in modo diverso, ogni volta che deve essere nominato un Vescovo diocesano o un Vescovo coadiutore, per proporre la cosiddetta terna alla Sede Apostolica, spetta al Legato pontificio ricercare singolarmente e comunicare alla stessa Sede Apostolica, insieme con il suo voto, ciò che suggeriscono il Metropolita e i Suffraganei della provincia, alla quale appartiene la diocesi a cui occorre provvedere o con la quale è aggregata, e altresì il presidente della Conferenza Episcopale; il Legato pontificio inoltre ascolti alcuni del collegio dei consultori e del capitolo cattedrale e, se lo riterrà opportuno, richieda anche singolarmente e in segreto il parere di altri, del clero diocesano e religioso, come pure di laici distinti per saggezza.

§4. Se non è stato legittimamente disposto in modo diverso, il Vescovo diocesano che ritenga si debba dare un ausiliare alla sua diocesi, proponga alla Sede Apostolica un elenco di almeno tre presbiteri idonei a tale ufficio.

§5. Per il futuro non verrà concesso alle autorità civili alcun diritto e privilegio di elezione, nomina, presentazione o designazione dei Vescovi.

 

Dal Codice di Diritto Canonico appaiono chiare le condizioni richieste per la nomina dei vescovi: la nomina dei vescovi da parte del Sommo Pontefice è un compito puramente ecclesiale. Tale autorità e potere sono riservati alla Chiesa stessa, che non cede alle autorità statali la prerogativa di scegliere, nominare, presentare o proporre il candidato episcopale. Il modo che il Pontefice usa per nominare un vescovo locale è in genere di due tipi: il primo, il Sommo Pontefice nomina il vescovo liberamente di persona; il secondo, il Pontefice approva il vescovo che è stato scelto in accordo con le richieste formulate dalla legge. Qui, naturalmente, per legge si indicano le disposizioni del Codice di diritto canonico e le altre disposizioni emesse dalla competente autorità ecclesiastica. [13] Se, senza osservare le leggi richieste, si decidono candidati episcopali, il Pontefice allora seguendo il suo criterio di giudizio nomina lui il vescovo, senza subire nessun vincolo di qualsiasi forza religiosa e secolare. Quando il Pontefice nomina liberamente un vescovo, sonda prima le opinioni dei membri della Chiesa e tenendo conto della lista dei candidati proposti, sceglie chi ritiene più idoneo. Tra i membri della Chiesa interpellati ci sono i vescovi delle Diocesi vicine che appartengono alla stessa regione ecclesiastica, altri vescovi membri della Conferenza episcopale di quel Paese, il vescovo attuale o emerito della Diocesi stessa e il Rappresentante Pontificio. Questi deve recarsi personalmente sul posto a raccogliere le opinioni dei membri della Chiesa locale e, dopo l’inchiesta, stende la lista dei candidati proposti e la sottopone alla Santa Sede. La lista dei candidati episcopali comprende il nome del candidato che lui giudica più idoneo, il nome del candidato ritenuto idoneo dall’Arcivescovo e dai vescovi della stessa regione ecclesiastica e il nome del candidato ritenuto idoneo dalla Conferenza episcopale del Paese. Inoltre, il Codice stabilisce che il Rappresentante Pontificio debba ascoltare il parere dei consultori diocesani e dei canonici della cattedrale, e se lo crede utile, consultare segretamente anche altri membri del clero che operano nella Diocesi e persino laici che si dimostrano particolarmente saggi.

            Quanto sopra sintetizza i grandi principi da osservare comunemente nella scelta e nella nomina dei vescovi nella Chiesa cattolica. Nell’attuazione pratica, si può scegliere il modo più adatto alle situazioni locali, che non violi i principi della fede né la comunione ecclesiale, come per esempio, il cosiddetto “modello vietnamita”, concordato con la Santa Sede, dopo una seria considerazione delle condizioni specifiche della Chiesa in Vietnam. La Santa Sede, nel trattare con il Governo cinese per la scelta dei vescovi nella Chiesa in Cina, vuole solo che non si violino i principi sopra esposti: la Santa Sede ha l’autorità di stabilire la modalità più opportuna per la nomina dei vescovi in Cina, senza dover subire nessuna censura. Per la nomina dei vescovi in Cina, il Pontefice ha l’autorità specifica di considerare le condizioni particolari della Chiesa nel Paese e stabilire leggi speciali, che però non violino i principi di fede e non distruggano la comunione ecclesiale.

            La Chiesa in Cina non ha tuttora una Conferenza episcopale riconosciuta dalla Santa Sede. Se in futuro la Conferenza episcopale, grazie al suo pieno adeguamento alle richieste fondamentali della Chiesa, fosse riconosciuta dalla Santa Sede e divenisse legale, tale Conferenza e i vescovi che vi appartengono avrebbero l’autorità e il dovere di proporre al Pontefice i candidati episcopali che ritengono idonei: questo sarebbe in pieno accordo con la fede tradizionale della Chiesa e non distruggerebbe la comunione ecclesiale.  Se l’accordo tra la Santa Sede e Pechino comprenderà la possibilità che la Conferenza episcopale, una volta riconosciuta dalla Santa Sede, proponga i candidati episcopali per la Chiesa in Cina, non dovremmo ritenere che la Chiesa abbia sacrificato la sua comunione universale e che il Pontefice abbia rinunciato alla sua autorità di governare la Chiesa in Cina. Naturalmente, la Conferenza episcopale cinese, una volta costituita e riconosciuta, e i suoi membri della regione ecclesiastica avrebbero solo il potere di proporre i candidati, dal momento che l’autorità decisiva rimane riservata al Sommo Pontefice; la Santa Sede ha il potere di scegliere il candidato più idoneo come anche ha il potere di rifiutare il candidato proposto dalla Conferenza episcopale e dai suoi membri, dando inizio ad una nuova consultazione.

La Conferenza episcopale cinese

La Conferenza episcopale di un dato luogo ha il potere di proporre i candidati episcopali. Ma nella Chiesa in Cina Continentale per ragioni note a tutti “ci sono Pastori che, sotto la spinta di circostanze particolari hanno consentito a ricevere l’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio, ma che in seguito, hanno chiesto di poter essere accolti nella comunione con il Successore di Pietro e con gli altri fratelli nell’episcopato. Il Pontefice, considerando la sincerità dei loro sentimenti e la complessità della situazione, e tenendo presente il parere dei Vescovi viciniori, in virtù della propria responsabilità di Pastore universale della Chiesa ha concesso ad essi il pieno e legittimo esercizio della giurisdizione episcopale.” [14] Questa iniziativa del Papa nasceva dalla conoscenza delle particolari circostanze della loro ordinazione e dalla sua profonda preoccupazione pastorale nel favorire il ristabilimento di una piena comunione.

   “Non mancano anche – ma in numero molto ridotto – Vescovi che sono stati ordinati senza il mandato pontificio e non hanno chiesto o non hanno ancora ottenuto, la necessaria legittimazione. Secondo la dottrina della Chiesa cattolica essi sono da ritenere illegittimi, ma validamente ordinati, qualora ci sia la certezza che hanno ricevuto l’ordinazione da Vescovi validamente ordinati e che è stato rispettato il rito cattolico dell’ordinazione episcopale.” [15]

            Nella Cina Continentale, inoltre, ci sono anche vescovi che appartengono alla Chiesa non ufficiale, i quali non sono riconosciuti dal Governo cinese e sono persino costretti a vivere in regime di detenzione o domicilio coatto, non potendo esercitare il ministero episcopale. Per questo, attualmente nella Cina Continentale non esiste una Conferenza episcopale riconosciuta dalla Santa Sede, “perché non ne fanno parte i Vescovi ‘clandestini’, cioè non riconosciuti dal Governo, che sono in comunione con il Papa. Al contrario, include Presuli, che sono tuttora illegittimi, ed è retta da Statuti, che contengono elementi inconciliabili con la dottrina cattolica”. [16] Conseguentemente, in futuro, la Conferenza episcopale dovrebbe includere non solo tutti i vescovi legittimi della Chiesa ufficiale, ma anche i vescovi della Chiesa non ufficiale in modo da formare insieme un’unica Conferenza episcopale cinese. I vescovi del continente che non sono stati ancora legittimati dovrebbero, seguendo le condizioni richieste per un vescovo legittimo, essere riconosciuti dalla Santa Sede. Il Pontefice spera ardentemente che “questi vescovi pervengano alla comunione piena con il Successore di Pietro e con tutto l’Episcopato cattolico e così portare alla Chiesa cattolica in Cina una grande ricchezza spirituale”.

            Roma deve includere nel dialogo anche la causa dei vescovi della Chiesa non ufficiale, in modo che il Governo cinese li riconosca ufficialmente, facendo di tutto per ottenere e garantire la loro legittima autorità. Alcuni sono preoccupati che le trattative tra la Cina e il Vaticano abbiano come conseguenza l’abbandono dei vescovi non ufficiali, passando in secondo luogo i principi di fede della Chiesa e la comunione ecclesiale: tale preoccupazione è indebita. Il dialogo che la Santa Sede sta intavolando con il Governo cinese da più di dieci anni e che intende continuare ha come obiettivo non certamente di sacrificare i principi di fede e la comunione ecclesiale, ma, per mezzo di questi scambi e trattative, far capire al Governo cinese i principi di fede della Chiesa e il vero significato della comunione ecclesiale, in modo che le Autorità cinesi non continuino a serbare dubbi e prendere misure amministrative indebite nei confronti della Chiesa, garantendo così la sua fede e unità. Se la Santa Sede avesse l’intenzione di abbandonare i principi di fede e la comunione ecclesiale, non avrebbe bisogno di fare il dialogo o di trattare con le Autorità cinesi. L’impegno persistente della Chiesa nel dialogo dimostra di fatto che essa continui ad essere preoccupata di tali istanze.

Altre persone temono che il dialogo tra Santa Sede e Pechino sacrifichi i diritti legittimi della Chiesa non ufficiale. Per esempio, c’è chi si preoccupa che nelle trattative, Roma si dimentichi dei vescovi clandestini che sono in prigione. Tale preoccupazione potrebbe manifestare una mancanza di fiducia nell’amore che la Santa Sede ha per la Chiesa in Cina. Tale giudizio sarebbe un affronto verso la Santa Sede e verso gli incaricati del dialogo, giudizio che non dovrebbe uscire dal cuore di noi cattolici. Il sacrificio della Chiesa non ufficiale per mantenere la fedeltà alla Chiesa è noto ed apprezzato da tutti. L’intera Chiesa universale si preoccupa degli sforzi di sussistenza nelle difficoltà da parte della Chiesa non ufficiale e con ogni mezzo cerca di aiutarla. Il dialogo tra la Santa Sede e Pechino mira appunto a risolvere tali condizioni anormali della vita della Chiesa non ufficiale, in modo che i suoi membri possano condurre al più presto una vita religiosa protetta dalla legge. Il Papa emerito Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici cinesi, fin dall’inizio, sottolinea la sua grande preoccupazione per i fratelli e le sorelle della Chiesa in Cina ed assicura la sua preghiera quotidiana per la Chiesa. [17] Papa Francesco nella sua cappella privata venera la “Madonna di Sheshan” e prega ogni mattina per la Chiesa in Cina. [18] Non dobbiamo per nulla dubitare che il Pontefice dimentichi i fratelli e le sorelle della Chiesa non ufficiale.

Il dialogo e i negoziati tra la Santa Sede e la Cina sono un processo a lungo termine. La conoscenza vicendevole delle due Parti, la mutua comprensione e fiducia, la comune intesa esigono tempo e noi non possiamo aspettarci che i problemi accumulatisi in decenni vengano risolti tutti in una volta. Dobbiamo concedere tempo e pazienza: il cammino di mille miglia inizia con il primo passo. Quando entrambe le parti incominciano a fidarsi reciprocamente, non abbiamo motivo di nutrire previsioni pessimistiche a riguardo del loro dialogo e prevederne la fine. Dobbiamo aspettare ottimisticamente che il dialogo porti i suoi frutti positivi e questo a motivo della nostra fede: noi crediamo che non è il male ma il bene la forza ultima che governa il mondo. La Chiesa cattolica considera che anche i cinesi e le loro Autorità siano amici alla ricerca del bene, della giustizia e dei valori universali, “rapporti che favoriscano l’amicizia, la condivisione della gioia del cuore, l’unità e l’aiuto vicendevole”. [19] Accompagniamo con la preghiera le trattative tra la Santa Sede e Pechino, affinché procedano tranquillamente fino a raggiungere l’obiettivo che le due Parti si prefiggono. L’accordo dev’essere una vittoria per entrambi, non si ridurrà a un gioco senza nessun risultato.

Conclusione

Non occorre nascondere che alcune persone conservino ancora gravi malintesi e incomprensioni a riguardo del meccanismo della comunione della Chiesa cattolica. Per questo la Chiesa continua a reiterare la “speranza che la Santa Sede e i vescovi della Cina sviluppino mutuo rispetto e dialogo sincero così da poter risolvere i suddetti problemi”, come anche “la speranza che si trovi un accordo con il Governo per risolvere i nodi relativi alla scelta dei candidati all’episcopato, alla pubblicazione della nomina dei vescovi e al riconoscimento, agli effetti civili, del nuovo vescovo da parte delle Autorità locali”. [20] Recentemente la Santa Sede e il Governo cinese hanno ripreso il dialogo, molti nutrono aspettative ottimistiche sui rapporti diplomatici tra la Cina ed il Vaticano nella speranza che il dialogo tra le due Parti porti ad un miglioramento nelle condizioni di vita della Chiesa in Cina. Abbiamo notato che anche molti fratelli e sorelle della Chiesa non ufficiale appoggiano il dialogo tra la Santa Sede e Pechino: “Non considerare l’accordo una volta raggiunto tra la Santa Sede e il Governo della Repubblica Popolare Cinese come un compromesso politico o persino come sottomissione”, ma considerare la normalizzazione dei rapporti tra Cina e Vaticano come “un grande orientamento” che “è di vantaggio alla nazione cinese e anche alla Chiesa cattolica”; “è un avvenimento festoso per i cattolici della grande Cina”,  “vantaggioso ai cattolici del continente per poter avere una vita religiosa normale”; “la Chiesa non ufficiale potrà naturalmente godere di maggior libertà religiosa”, per cui “noi obbediremo a qualsiasi decisione che il Santo Padre prenderà nei riguardi dei rapporti tra la Cina e il Vaticano”. [21] Attendiamo che queste belle speranze della Chiesa non ufficiale in Cina possano presto avverarsi.

______________

 

[1] Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, nn. 7.11.

[2] Benedetto XVI, Lettera ai vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica popolare cinese, 2007, n. 4.

[3] Id., n. 7.

[4] Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 19.

[5] Id., n. 23.

[6] Benedetto XVI, Lettera, n. 5.

[7] Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 24.

[8] Id., Christus Dominus, nn. 4.18.

[9] Id., Lumen Gentium, n. 21.

[10] Id., Christus Dominus, n. 20.

[11] Benedetto XVI, Lettera, n. 7.

[12] Id., n. 9.

[13] Lumen Gentium, n. 24.

[14] Benedetto XVI, Lettera, n. 8.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] Benedetto XVI, Lettera, n. 1.

[18] Sito della Radio Vaticana, febbraio 26, 2016.

[19] Benedetto XVI, Lettera, n. 4.

[20] Benedetto XVI, Lettera, nn. 3.9.12.

[21]VATICAN INSIDER, gennaio 28, 2016. 
 

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