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 Si celebra, 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato. Il fenomeno della migrazione diventa sempre più allarmante, aggravato dai conflitti sparsi in tutto il mondo. Le persone sfollate o richiedenti asilo continuano ad aumentare e i bambini costituiscono la fascia più vulnerabile. Guerre come quelle in corso in Africa hanno provocato finora lo sfollamento forzato di oltre 14 milioni di persone. Solo in sud Sudan più di un milione di bambini sono nati in campi profughi e non hanno mai avuto alcuna possibilità di vivere la loro età.
Tra le varie iniziative in tuttl i continenti, la campagna “Diritto a giocare senza giocarsi la vita” promossa dalla ong spagnola Entreculturas dei gesuiti, è impegnata a favore dell’istruzione, di opportunità che possano offrire stabilità e speranza a bambini e giovani in situazioni di emergenza. Nei Paesi colpiti dai conflitti armati, l’istruzione infatti può giocare un ruolo molto importante per la promozione di una cultura di pace, educando ai valori, alla tolleranza a alla convivenza. Negli Stati Arabi, del totale di minori rifugiati e sfollati, più dell’ 87% non hanno accesso alla scuola. Dei quasi 5 milioni di bambini siriani in età scolare, circa 2 milioni non vanno a scuola nel Paese.
In questi contesti di violenza generalizzata, risulta impossibile frequentare sia per la distruzione delle infrastrutture e delle istituzioni scolastiche che per la mancanza di risorse umane. In molti Paesi, andare a scuola è diventata una attività ad altissimo rischio per la vita dei bambini. Infatti, nell’ultimo decennio, è aumentata anche la violenza contro scuole, studenti o insegnanti. L’obiettivo di Entreculturas è che questi minori possano godere del loro diritto a giocare e apprendere in libertà, senza giocarsi la vita, che possano recuperare la loro infanzia per aspirare al futuro che desiderano e che ogni essere umano ha diritto di avere.

 

Fonte: Agenzia Fides

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Buona Festa della Consolata

  • Giu 19, 2015
  • Pubblicato in Notizie

I Missionari della Consolata augurano a tutti i missionari, parenti, amici e benefattori una buona Festa della Consolata. Suo è il titolo che ci accompagna ogni giorno, sua è la missione che riceviamo di portare la versa Consolazione, Gesù Cristo, al mondo.

Buona Festa a tutti.

Viva la Consolata

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Messaggio del Superiore Generale

  • Giu 14, 2015
  • Pubblicato in Notizie

“Il cammino verso la santità è fatto di piccoli passi”


Carissimi missionari, carissimi sorelle e fratelli,
La festa della Consolata quest’anno ha un tono tutto speciale e particolare, infatti arriva subito dopo la Beatificazione della nostra Suor Irene Stefani svoltasi a Nyeri in Kenya il 23 maggio scorso e, nello stesso giorno, c‘è stata anche la celebrazione della Beatificazione del vescovo Oscar Romero del Salvador. I due nuovi beati missionari accompagnano bene la festa della Consolata e la rendono ancora più importante e universale. I due nuovi beati uniscono due Continenti, quello Africano e quello Americano, e danno fondamento missionario alla loro donazione che diventa anche espressione dell’universalità della Chiesa. La Consolata e i due nuovi beati, Irene e Romero, sono un ulteriore invito a prendere sul serio il cammino della santità che, come ci ricorda anche il Papa Francesco: “ il cammino verso la santità è fatto di piccoli passi!”.
Nel grande combattimento per salvare la vita e dunque proteggere l’amore, nessuno ci dà tanto coraggio quanto questi amici che hanno, per amore, donato la loro vita. I Santi, avendo esaltato l’amore fino al punto di versare anche il loro sangue, sono in verità i nostri “maestri di cordata”.
Essi trasfondono in noi il loro coraggio, il loro entusiasmo, la loro determinazione. E Dio sa se noi ne abbiamo un urgente bisogno, in questi tempi di scoraggiamento, di debolezza, se non disperazione.

1. Suor Irene: “Partecipava alle gioie, alla vita e ai dolori della gente!” testimonianza di un uomo di Gikondi!
Arrivata in Kenya 100 anni fa, nel gennaio 1915, in un percorso di appena 39 anni di vita, morta sulle colline del Kikuyu il 31 ottobre 1930 di peste, malattia contrattata visitando un ammalato. Una breve vita fatta di dedizione totale, senza riserve alla famiglia, alla Parrocchia, all’Istituto delle Missionarie della Consolata e all’attività missionaria.
Nyaatha, madre di misericordia, era l’appellativo più comune con cui la popolazione kikuyu di Nyeri chiamava Sr Irene. La carità proverbiale di questa missionaria rimase incisa nella memoria della gente che apprezzava in lei non solo le opere di carità che faceva, ma anche l’atteggiamento materno che dimostrava. Dice Bernard Mugambi, un testimone del tempo: “Era chiamata col nome di Nyaatha che vuol dire: Madre della misericordia. Molta gente, vicino e lontano dalla missione la conosceva solo con questo nome: Nyaatha”.
La sua carità veniva da lontano. Subito dopo la professione religiosa fatta nelle mani dell’Allamano, il 29 gennaio 1914 scriveva in un taccuino il suo programma di vita: “Gesù solo. Tutta con Gesù. Nulla da me. Tutta di Gesù. Nulla di me. Tutta per Gesù. Nulla per me. Amerò la carità più di me stessa”.
E’ la proclamazione per noi di come l’amore vivo di Gesù e dei fratelli possano saldarsi in unità e diventare carne nella nostra vita, fino a trasformarla. Meravigliati, i medici degli ospedali militari di Dar-es-Salaam dicevano “Quella creatura non è una donna, è un angelo” e la popolazione di Gikondi lo conferma: “Era mware mwendi ando, la Suora che vuole bene a tutti”.
“Visitare gli ammalati, i poveri, battezzare i malati e curarli era il suo lavoro giornaliero. Infatti ella era solita percorrere lunghe distanze andando su e giù per sentieri scoscesi cercando questi poveretti. Ella non si prendeva neppure un solo minuto di riposo perché si era completamente dedicata a questo popolo” (Joseph Macharia Di Gichuru).
Il suo essere madre di misericordia fu anche il suo principio ispiratore di metodologia missionaria, e lo può essere anche per noi oggi, in un mondo bisognoso di tenerezza e di vicinanza.  “Quando vedeva uno nella sofferenza, era presa da compassione e piangeva e cercava di far tutto quello che poteva per poterlo aiutare. Molti venivano alla missione a confidarle le loro pene perché lei era la madre di tutti” (Bernard Mugambi).
Consolava con la sua presenza, curava i malati, andava a cercare i poveri, sempre vicina a chi piangeva, donando se stessa in sacrificio a Dio gradito. “Partecipava alle gioie, alla vita e ai dolori della gente” (Martino Wang’Ondu) e conosceva bene la loro lingua.
“Era molto buona, pregava molto Dio, amava il prossimo, era donna di sacrificio poiché camminavamo a piedi tutto il giorno, rincasando alla sera. Non disprezzava nessuno, amava tutti” (Pancrazio Gathirwa).
Era una donna forte, dal tratto delicato. Numerosi testimoni la ricordano come forte e generosa, costante, senza paura e decisa, zelante nel suo lavoro. Era mite, camminava svelta per non perder tempo, affabile quando parlava con la gente.
Misericordia e consolazione erano la via da lei usata per portare Gesù e testimoniare il suo vangelo. E’ noto a tutti come le stesse a cuore la catechesi, l’insegnamento cristiano e soprattutto l’amministrazione del battesimo, da lei considerato come il dono più grande che il missionario possa dare. “Quando nasceva un bimbo andava a fare gli auguri o assisteva lei stessa la donna. Ricordo che quando Marta tribolò per avere quei due gemelli, lei l’ assistette, e quando nacquero, se li prese in braccio e diceva contenta: “Ringraziamo Dio che mi ha scelto a vedere queste creature che saranno battezzate e diventeranno figli di Dio” (Martino Wang’Ondu).
Irene ci è di modello anche nel momento supremo della vita, quando la morte si avvicina e il ritorno alla casa del Padre si fa prossimo. Morire per amore, come Gesù, è il suo insegnamento per noi.
 “Io, Pancrazio Gathirwa, conobbi bene suor Irene Stefani nella missione di Gikondi negli anni 1920-1930. Quando lei venne da noi io ero qui, e quando morì ero ancora qui: siamo cioè stati con lei fino a quando morì. Si buscò la malattia mortale nel villaggio Mbari ya Ndumbe, qui a Gikondi, dove era andata a curare Julius Ngari, malato di peste”.
Lo curò con amore, questo insegnante che gli aveva creato problemi seri nella scuola, e a causa sua morì, trasformando come Gesù la sua morte in atto d’amore. Aveva soltanto 39 anni. L’Amore “obbliga” chi è amato ad amare a sua volta!
Terminando mi piace ricordare quanto il nostro Beato Allamano con insistenza ripeteva: “ Quanto più vogliamo essere missionari e missionarie, tanto più dobbiamo essere convinti che per esserlo veramente è necessaria una santità “speciale, anche eroica e all’occasione anche straordinaria da operare miracoli” (Conf, I, pag. 617)

2. Monsignor Oscar Romero:” Ha detto la verità. Ha difeso i poveri. Per questo l’hanno ucciso!” testimonianza di un contadino!
Vescovo giudicato “conservatore” e posto alla guida della Diocesi di El Slvador dal 3 febbraio 1977 al 24 marzo 1980, ucciso sull’altare mentre celebrava la Santa Messa. Un breve tempo passato come vescovo, vissuto accanto alla sua gente, soprattutto ai poveri che lo hanno trasformato in profeta evangelico, voce degli ultimi, “vescovo rivoluzionario”.
Grande eco ha avuto nell’opinione pubblica internazionale la firma che Papa Francesco ha messo nel decreto che sancisce che l’arcivescovo Romero, a capo della diocesi di San Salvador fu ucciso, il 24 marzo 1980, “in odio della fede” e quindi è un martire. Il suo assassinio avvenne durante la celebrazione dell’Eucarestia. I mandanti furono le oligarchie e il potere politico di allora.
Subito, per il popolo povero del Salvador e di tutta l’America Latina, fu San Romero d’America. A sigillare che il suo sacrificio fu un vero e proprio martirio per la lotta per la giustizia e la liberazione dei poveri.
La Chiesa, così, riconosce un martire della Chiesa Latinoamericana, quella del Salvador. Diviene così un “Padre della Chiesa” dell’America Latina. Tanti Vescovi di quell’immenso continente negli ultimi 60 anni, senza dimenticare i precursori come Bartolomeo De Las Casas che nel ‘500 si batterono per la dignità degli indios contro la dominazione spagnola e portoghese, hanno edificato, con la loro testimonianza, per alcuni di loro fino al sacrificio estremo, la Chiesa dell’ America Latina.
In questo modo, questa Chiesa diventa una protagonista della Storia della Chiesa. Sono tanti i nomi di questi padri: dom Helder Camara, dom Manuel Larrain, dom Enrique Angelleli, dom Luis Proaño, dom Evaristo Arns, dom Aloisio Lorscheider, dom Samuel Ruiz, Dom Luciano Mendes. Solo per citarne alcuni.
La svolta teologica e pastorale avviene con l’assemblea del CELAM a Medellin nel 1968. Quell’incontro avvenuto nell’immediato post-concilio prese a cuore la situazione di oppressione dei poveri, le sue parole chiave furono: l’opzione preferenziale per i poveri, giustizia e liberazione.
Una svolta per quella che non molto tempo prima era considerata una Chiesa “coloniale”. Certo, il cammino del dopo Medellin ha conosciuto le resistenze della Curia romana e della normalizzazione. Ma il seme di Medellin ha continuato a dare i suoi frutti con la teologia della liberazione, le comunità di base e la lotta degli innumerevoli testimoni della fede.
In questo solco si colloca la vita e la testimonianza di Oscar Romero.
Il Salvador negli anni ottanta era dominato da oligarchie terriere e da militari violenti. C’erano gli “squadroni della morte”, vere bande di criminali al soldo del potere, che facevano stragi di vittime innocenti tra i contadini e chiunque difendesse i diritti dei poveri. Tra questi c’era Mons. Romero. Come tutti sanno Oscar Romero era stato scelto alla guida della Diocesi di San Salvador perché ritenuto un “conservatore”. Invece il suo cuore di Pastore, messo di fronte alla povertà del popolo, ebbe una conversione radicale, si schierò dalla parte dei poveri e di tutti quelli che operano a favore dei poveri. La sua conversione avvenne con l’omicidio, ad opera degli oligarchi produttori di caffè, di Padre Rutilio Grande.
“A Monsignore caddero le bende dagli occhi e si convertì”, così scrive magnificamente il teologo gesuita Jon Sobrino (Rivista Concilium 5/2009). Da li è cominciata la proiezione continua verso la svolta pastorale e teologica della Chiesa salvadoregna. La Chiesa dei Poveri, le comunità di base, le organizzazioni per i diritti umani. Denunciò senza sosta l’oppressione politica, economica del potere politico e militare nei confronti del popolo del Salvador: “inserita tra gli oppressi la Chiesa doveva e poteva essere medicina per sanare i sottoprodotti negativi della lotta” (J.Sobrino). Una Chiesa lievito che fa fermentare lo spirito del Vangelo nella società. Ma anche una Chiesa di martiri: “Monsignor Romero ha propiziato una Chiesa della “liberazione”, il che presuppone l’incarnazione storica nelle lotte per la giustizia, per i diritti fondamentali del popolo. Non si poteva essere Chiesa dei poveri e abbandonarli alla loro sorte. Il fatto che si trattava di “lotta”, con la sua ambiguità non lo ha bloccato” (J.Sobrino).
Le oligarchie gli gettarono addosso calunnie di ogni tipo. Ma lui prendendo sul serio Dio e la realtà come un profeta biblico denunciò il grande male che affliggeva il Salvador ovvero: “la ricchezza, la proprietà privata, come un assoluto intoccabile. E guai a chi tocca questo filo ad alta tensione! Si brucia”.
Oppure in un omelia affermava: “È inconcepibile che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, un’opzione preferenziale per i poveri. È uno scandalo che i cristiani di oggi critichino la Chiesa perché pensa “in favore” dei poveri. Questo non è cristianesimo! [...] Molti, carissimi fratelli, credono che quando la Chiesa dice “in favore dei poveri”, stia diventando comunista, stia facendo politica, sia opportunista. Non è così, perché questa è stata la dottrina di sempre. [...] A tutti diciamo: Prendiamo sul serio la causa dei poveri, come se fosse la nostra stessa causa, o ancor più, come in effetti poi è, la causa stessa di Gesù Cristo.”
Nella sua ultima omelia sapeva di dover morire quando, il giorno prima, in cattedrale, aveva affermato: «Io vorrei lanciare un appello in modo speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della Guardia nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, che fate parte del nostro stesso popolo, voi uccidete i vostri stessi fratelli contadini! Mentre di fronte a un ordine di uccidere dato a un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: “Non uccidere”! Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno è tenuto a osservarla. È ormai tempo che riprendiate la vostra coscienza e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che alla legge del peccato. La Chiesa, sostenitrice dei diritti di Dio, della dignità umana, della persona, non può restarsene silenziosa davanti a tanto abominio. In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono ogni giorno più tumultuosi fino al cielo, vi supplico, vi prego, vi ordino: basta con la repressione!”.
 “È un fatto provvidenziale che, questa beatificazione giunga con il pontificato del primo papa latinoamericano”, che essa avvenga “in un momento di grande travaglio storico, rappresentando una fede che non resta nei principi, che sceglie di sporcarsi le mani coi più poveri, per far capire che Dio è dalla loro parte”. ( Mons. Paglia, postulatore della causa di beatificazione)
Davvero, come affermava Ignacio Ellacuria (un gesuita anche lui martire in Salvador), “con Monsignor Romero Dio è passato per il Salvador”.

3. Noi missionari: consacrati per la missione nella santità di vita!
La Chiesa, con il dono del Concilio Vaticano II, ci ha aiutato a capire che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità (cfr Cost. Lumen Gentium, 39-42). Anche il nostro Fondatore, Giuseppe Allamano, ne ha fatto il suo tema fondamentale. Ma in che cosa consiste questa vocazione universale ad essere santi? E come possiamo realizzarla ispirandosi a questi due beati che la Chiesa ci offre?
Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui. Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25-26). Ecco, davvero la santità è il volto più bello della Chiesa: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano. Tutti siamo chiamati a diventare santi: “Tante volte, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare una faccia da immaginetta, no non è quella la santità; la santità è qualcosa di più grande, più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi”. (Papa Francesco)
Come consacrati per la missione siamo chiamati ad essere santi vivendo con gioia la nostra donazione, il nostro ministero ed impegnandosi per la costruzione del Regno di Dio nella pace e nella giustizia, solidali con la gente di buona volontà per un altro mondo possibile. Essere santi diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi. È Dio che dà la grazia! L’unica cosa che chiede il Signore è che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli.
“Ciascuno di noi può fare un po’ di esame di coscienza e rispondere dentro di sé. Come abbiamo risposto finora alla chiamata del Signore alla santità? Ho voglia di diventare un po’ migliore? Di essere più cristiano? Questa è la strada della santità. Quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante e di triste, tutt’altro! È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto. Se comprendiamo questo, tutto cambia e acquista un significato nuovo, un significato bello, a cominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Tanti piccoli passi verso la santità! Ogni passo verso la santità ci renderà delle persone migliori, libere dall’egoismo e dalla chiusura in se stesse, e aperte ai fratelli e alle loro necessità.” (Papa Francesco)
Carissimi missionari, nella Prima Lettera di san Pietro ci viene rivolta questa esortazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (4,10-11). Ecco l’invito alla santità che i nostri beati: Irene e Romero, insieme al nostro Fondatore l’Allamano ci propongono per il nostro oggi! Accogliamolo con gioia, e sosteniamoci gli uni gli altri, perché il cammino verso la santità non si percorre da soli, ognuno per conto proprio non può farlo, ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo. Andiamo avanti con coraggio in questa strada della santità!
Grazie, buona festa, coraggio e avanti in Domino!

Domande per la riflessione:
1.    Come ho accolto la notizia della Beatificazione di Suor Irene di Mons. Oscar Romero, e come le ho vissute?
2.    Quali sono gli insegnamenti che questi due beati trasmettono alla mia vita? Che cosa ho imparato dal loro esempio?
3.    Quali orientamenti e decisioni pratiche sono disposto ad assumere per l’oggi della mia vita?

Roma 20 giugno 2015

P. Stefano Camerlengo

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Si tratta di padre Jacques Mourad, della Chiesa siro-cattolica della diocesi di Homs

Tre persone a volto coperto hanno sequestrato padre Jacques Mourad giovedì 21 maggio nel primo pomeriggio nel suo monastero di Mar Elian a Qaryatayn, mentre lavorava all'organizzazione della prevedibile accoglienza di un flusso di rifugiati da Palmira.

Membro della comunità Al Khalil, era succeduto a padre Paolo Dall'Oglio – del quale non si hanno notizie da quasi due anni – alla direzione del monastero. Padre Mourad ha sempre agito in spirito di servizio nei confronti di tutta la popolazione, cristiana e musulmana.

Da L'Oeuvre d'Orient, padre Ziad Hilal, gesuita di Homs, ha spiegato le circostanze dell'accaduto: “Dopo la caduta di Palmira, molti civili si sono recati a Qaryatayn, un piccolo villaggio a 30 chilometri da Homs, e soprattutto al monastero di Mar Elian, dove padre Jacques Mourad aveva iniziato a organizzare l'accoglienza delle famiglie sfollate”.

“Tre uomini incappucciati lo hanno sequestrato insieme a un cristiano di 37 anni originario di Aleppo, Boutros. Lo hanno portato in un luogo sconosciuto sulla sua macchina e non abbiamo notizie, il che è assai inquietante per la comunità cristiana”.

Padre Ziad lavora in collaborazione con padre Jacques ed era in contatto con lui qualche ora prima: “Quando gli ho proposto di lasciare per un po' di tempo Qaryatyan, mi ha risposto che come sacerdote e pastore non se ne sarebbe mai andato finché c'erano delle persone, a meno che non l'avessero espulso”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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“Buddisti e cristiani: insieme per contrastare la schiavitù moderna”. Questo il titolo del messaggio che il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ha inviato ai buddisti per la festa di Vesakh, durante la quale si commemorano i principali avvenimenti della vita di Buddha. La festa del Vesakh/Hanamatsuri 2015, nei vari Paesi di cultura buddista, è celebrata in date diverse, secondo le differenti tradizioni. Quest’anno essa viene celebrata in alcuni Paesi il 3 maggio, mentre in altri tra il 25 maggio e il 2 giugno.

Nel messaggio, il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ricorda che questa ricorrenza “è l’occasione per farci prossimi a coloro che soffrono e per rinnovare il nostro impegno a portare a loro conforto e felicità attraverso atti di amicizia e compassione”.

Ispirandosi al Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015 di papa Francesco, il Pontificio consiglio pone l’accento sul tema della schiavitù. Si rileva che il Santo Padre fornisce esempi di schiavitù dei nostri giorni: “uomini, donne e bambini lavoratori; migranti che subiscono abusi fisici, emotivi e sessuali e sono soggetti a condizioni di lavoro vergognose; persone, molte delle quali minorenni, costrette alla prostituzione e alla schiavitù sessuale, maschile e femminile; persone sequestrate dai terroristi e costrette a combattere, per non parlare di quelli che sono torturati, mutilati o uccisi”. Una serie di “mali contro l’umanità” dovuti a “cuori umani deformati dalla corruzione e dall’ignoranza”.

Nel messaggio si riprende una sezione della dottrina centrale buddista, laOttuplice sentiero (La retta vita), nella quale “il Buddha dichiara che il commercio di esseri viventi, compresi schiavi e prostitute, è una delle cinque occupazioni nelle quali non ci si deve impegnare (an 5, 177)”. Egli insegna - prosegue il messaggio - “a procacciarsi i beni pacificamente, con onestà e con mezzi legali, senza coercizione, violenza né inganno, e con mezzi che non provochino danni o sofferenze. In questo modo, il buddismo promuove il rispetto per la vita e la libertà di ogni persona”.

Di qui l’appello a collaborare insieme, buddisti e cristiani, “perché si ponga fine a questa piaga”. Il messaggio si conclude con la preghiera “affinché la vostra celebrazione del Vesakh, che comprende anche un particolare sforzo per portare felicità a chi è meno fortunato in mezzo a noi, possa essere un momento di approfondimento sulle modalità di collaborazione tra noi affinché non ci siano più schiavi, ma fratelli e sorelle che vivono in fraternità, bontà e compassione per tutti”.

Fonte: 20/04/2015

 

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