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Il Giubileo straordinario della Misericordia che si inaugura oggi va vissuto nello “spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano”, per continuare la “spinta missionaria” e “l’entusiasmo” apertisi con quell’evento di 50 anni fa, che è stato “un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo”. Il programma di questo Giubileo è dunque “andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo”.

Sono alcune delle sottolineature che, prima di aprire la Porta Santa della basilica, papa Francesco ha fatto emergere nella sua omelia spiegando l’importanza del Giubileo e mettendola in relazione con i 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Proprio per questo, la celebrazione eucaristica è stata preceduta da alcune letture dei documenti conciliari (da Dei Verbum, Lumen gentium, Sacrosanctum concilium e Gaudium et spes), e da due brani di Unitatis redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa.

Fra solide misure di sicurezza, i fedeli sono fluiti nella piazza fin dalle 6.30 (la messa è iniziata alle 9.30). Nonostante le minacce di atti di terrorismo diffuse nei giorni scorsi, nella piazza sono presenti almeno 60 mila persone, oltre a centinaia di vescovi, sacerdoti e cardinali, insieme a personalità politiche italiane e del mondo diplomatico.

Il Giubileo della Misericordia si apre con la festa dell’Immacolata Concezione. Il pontefice ne spiega il senso: “La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio che abbiamo ascoltato non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento”.

“Entrare per quella Porta – spiega ancora il papa - significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma”.

“Oggi varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo. Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio. Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”.

Le preghiere dei fedeli sono proclamate in diverse lingue: in cinese, arabo, francese, swahili, malayalam, a dare il senso di universalità del Giubileo e la possibilità di celebrarlo nel proprio Paese o diocesi. Proprio a sottolineare questo aspetto, la prossima domenica, 13 dicembre, in tutte le cattedrali del mondo saranno aperte le Porte Sante. Il pontefice aveva già anticipato l’apertura di una Porta Santa a Bangui, in Centrafrica la scorsa settimana, durante il suo pellegrinaggio africano.

Quasi a conclusione della messa, il pontefice viene rivestito di un piviale, mentre il diacono proclama solennemente l’inaugurazione del Giubileo straordinario della Misericordia e l’apertura della Porta Santa, segno di Cristo stesso, “la Porta”. Mentre il coro canta un canone della tradizione di Taizé (“Misericordias Domini in eternum cantabo”, canterò in eterno la misericordia del Signore), Francesco si è diretto nell’atrio  della basilica e prima di aprire la Porta Santa ha abbracciato il papa emerito Benedetto XVI, lì presente.

Dopo un’invocazione, il papa si è recato alla porta, adornata di fiori, e l’ha spinta aprendola. Poi si è fermato alcuni minuti in silenzio e ha invocato la scoperta della misericordia nell’entrare “nella casa del Signore”. Dopo di lui, Benedetto XVI ha varcato la Porta Santa, seguito da tutti i cardinali e vescovi concelebranti, insieme ai sacerdoti e a una delegazione di religiosi, religiose e laici.

In processione, guidati dal pontefice, tutti si sono recati all’altare della confessione, dove era esposto il crocefisso, davanti al quale il papa si è soffermato in preghiera a capo chino. E dopo un’orazione conclusiva, ha benedetto tutti i presenti, terminando la cerimonia.

Fonte: AsiaNews

Festa dell'Immacolata, Papa apre la Porta Santa: Giubileo della tenerezza di Dio

Papa Francesco ha solennemente inaugurato l’Anno Santo straordinario della Misericordia aprendo e varcando, poco dopo le 11, la Porta Santa della Basilica vaticana, dopo aver presieduto poco prima in Piazza San Pietro, di fronte a 70 mila persone, la Messa nel giorno della Solennità dell’Immacolata. In un tweet, Francesco ha condensato il suo auspicio per l’Anno Santo: “Che il Giubileo della Misericordia porti a tutti la bontà e la tenerezza di Dio!”. La cronaca della celebrazione nel servizio di Alessandro De Carolis

Un uomo con un abito color oro cupo – in precedenza verde, evoluzione di un’umanità che sta per essere redenta – trasportato sulle spalle da Cristo vestito di un bianco candido quasi accecante, i visi di entrambi che aderiscono in un gesto di così intima unità che l’occhio destro del Cristo e l’occhio sinistro dell’uomo sono la stessa cosa. La tenerezza fatta immagine sacra, la compassione divina condensata in una intuizione grafica.

Apritemi le porte della giustizia
È sotto questa immagine del buon samaritano, il “testimonial” dei prossimi dodici mesi giubilari, che Papa Francesco passa due volte, quando alle 9.30 esce sul sagrato della Basilica vaticana e poi poco dopo le 11, quando vi rientra per compiere il gesto che tutto il mondo attende, le mani poggiate a premere sul bronzo della grande Porta Santa – anche se il privilegio della prima apertura lo ha già riservato al cuore dell’Africa, al legno di una Porta meno maestosa ma per il Papa delle periferie non meno sacra:

“O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il persone, donaci di vivere un anno di grazia, tempo propizio per amare te e i fratelli nella gioia del Vangelo (…) Apritemi le porte della giustizia…”

L'apertura della Porta Santa
Alle 11.11 i battenti si schiudono e la sagoma in controluce a braccia spalancate di Francesco ripresa in mondovisione “buca” la penombra nella quale è immersa la Basilica. Alle sue spalle, distanziato leggermente sulla destra, staziona a mani giunte il Papa emerito, Benedetto XVI.

“…per la tua grande misericordia entrerò nella tua casa, Signore”.

La Porta della tenerezza
Lentamente Francesco avanza verso l’Altare della Confessione, dietro di lui la lunga processioni di cardinali, presuli, sacerdoti. Fuori, negli stessi istanti, come per una misteriosa coreografia, anche i cumuli bassi e scuri che fin lì hanno appesantito il cielo di Roma, lucidandola con qualche spruzzo di pioggia, si allargano per far spazio a un raggio di sole che in breve aumenta di intensità orlando di luce le nuvole e dissipandole in gran parte:

“Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza”.

L’amore che perdona
Misericordia, tenerezza, perdono. In settantamila dentro la piazza e moltissimi altri rimasti all’esterno si sono sottoposti dall’alba al rito delle strettissime misure di sicurezza – ripetuti varchi di controllo, perquisizioni minuziose, processioni al metal detector prima che alla Porta Santa, elicotteri come uccelli da guardia alti e dissonanti col rumore dei rotori che si mischia al canto del coro della Sistina – tutto pur di ascoltare dal vivo il messaggio del Papa per l’Anno Santo. Francesco lo introduce con un pensiero a Maria Immacolata, nel giorno della solennità che la celebra, perché proprio in Lei, afferma, si vede come la “storia di peccato nel giardino dell’Eden” si risolva “nel progetto di un amore che salva”:

“C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato soltanto sotto questa luce si capisce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre”.

Il Concilio che incontrò il mondo
E c’è un secondo filo di ordito a rendere più preziosa la trama del tessuto giubilare. È l’eredità del Vaticano II, che l’8 dicembre di 50 anni fa chiudeva i lavori per donare alla Chiesa, rammenta Francesco, una monumentale “ricchezza” di fede:

“Il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro”.

Come buoni samaritani
Un anno di grazia, conclude Papa Francesco, acceso dal propulsore della “stessa forza”, dello “stesso entusiasmo”, della “spinta missionaria” che scaturì mezzo secolo fa dal cuore dei padri conciliari:

 “Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio. Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”.

Fonte: Radio Vaticana

 

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Papa a Bangui apre Porta Santa

  • Nov 30, 2015
  • Pubblicato in Notizie

“Dovunque, anche e soprattutto là dove regnano la violenza, l’odio, l’ingiustizia e la persecuzione, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza di questo Dio che è Amore” e a “essere gli artigiani di una pace fondata sulla giustizia”. Queste parole pronunciate dal Papa dopo l’apertura della Porta Santa della cattedrale di Bangui sono quasi una spiegazione della decisione di Francesco di “anticipare” l’inizio del Giubileo della Misericordia in un Paese, come la Repubblica centrafricana, insanguinato dalla guerra civile e afflitto dalla povertà, malgrado possieda grandi ricchezze naturali. Un Paese da dove lanciare un appello “a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo”, perché le depongano e si armino della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace”.

“Bangui diviene la capitale spirituale del mondo”, ha detto il Papa davanti alla Porta Santa, prima di aprirle. “Bangui – ha ripetuto- diviene la capitale spirituale della preghiera. L’Anno Santo della Misericordia viene in anticipo in questa Terra. Una terra che soffre da diversi anni per la guerra e l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace. Ma in questa terra sofferente ci sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace, misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per tutta la Repubblica Centrafricana, per tutto il mondo, per i Paesi che soffrono la guerra chiediamo la pace! E tutti insieme chiediamo amore e pace. Tutti insieme! - La folla ha ripetuto "amore e pace" in sango - E adesso con questa preghiera incominciamo l’Anno Santo: qui in questa capitale spirituale del mondo, oggi”.

“Amore, perdono e giustizia sono stati al centro del pomeriggio del Papa che, prima di celebrare la messa in cattedrale con sacerdoti, consacrati, catechisti e giovani, si è recato alla Facoltà teologica evangelica di Bangui (FATEB). Lo “scandalo” della divisione tra i cristiani in un Paese il popolo del quale “da troppo tempo è segnato dalle prove e dalla violenza che causano tante sofferenze”. “Dio – ha detto ancora - non fa differenze tra coloro che soffrono. Ho spesso chiamato questo l’ecumenismo del sangue. Tutte le nostre comunità soffrono indistintamente per l’ingiustizia e l’odio cieco che il demonio scatena; e vorrei in questa circostanza esprimere la mia vicinanza e la mia sollecitudine verso il Pastore Nicolas, la cui casa è stata recentemente saccheggiata e incendiata, come pure la sede della sua comunità. In questo contesto difficile, il Signore non cessa di inviarci a manifestare a tutti la sua tenerezza, la sua compassione e la sua misericordia. Tale comune sofferenza e tale comune missione sono un’occasione provvidenziale per farci progredire insieme sulla via dell’unità; e ne sono anche un mezzo spirituale indispensabile. Come il Padre rifiuterebbe la grazia dell’unità, benché ancora imperfetta, ai suoi figli che soffrono insieme e che, in diverse circostanze, si dedicano insieme al servizio dei fratelli?”.

Idea ribadita durante la messa, con l’esortazione ai cristiani a dare testimonianza “anche e soprattutto là dove regnano la violenza, l’odio, l’ingiustizia e la persecuzione”. Ad ascoltarlo, in chiesa, anche due leader musulmani.

“In questa Prima domenica di Avvento, tempo liturgico dell’attesa del Salvatore e simbolo della speranza cristiana – ha detto all’omelia - Dio ha guidato i miei passi fino a voi, su questa terra, mentre la Chiesa universale si appresta ad inaugurare l’Anno Giubilare della Misericordia, che noi oggi qui abbiamo iniziato. E sono particolarmente lieto che la mia visita pastorale coincida con l’apertura nel vostro Paese di questo Anno Giubilare. A partire da questa cattedrale, con il cuore ed il pensiero vorrei raggiungere con affetto tutti i sacerdoti, i consacrati, gli operatori pastorali di questo Paese, spiritualmente uniti a noi in questo momento. Attraverso di voi, vorrei salutare tutti i Centrafricani, i malati, le persone anziane, i feriti dalla vita. Alcuni di loro sono forse disperati e non hanno più nemmeno la forza di agire, e aspettano solo un’elemosina, l’elemosina del pane, l’elemosina della giustizia, l’elemosina di un gesto di attenzione e di bontà. E tutti noi aspettiamo la grazia, l’elemosina della pace”.

Gli evangelizzatori devono essere prima di tutto artigiani del perdono

“Ma come gli apostoli Pietro e Giovanni che salivano al tempio, e che non avevano né oro né argento da dare al paralitico bisognoso, vengo ad offrire loro la forza e la potenza di Dio che guariscono l’uomo, lo fanno rialzare e lo rendono capace di cominciare una nuova vita, ‘passando all’altra riva’ (cfr Lc 8,22). Gesù non ci manda soli all’altra riva, ma ci invita piuttosto a compiere la traversata insieme a Lui, rispondendo, ciascuno, a una vocazione specifica. Dobbiamo perciò essere consapevoli che questo passaggio all’altra riva non si può fare se non con Lui, liberandoci dalle concezioni della famiglia e del sangue che dividono, per costruire una Chiesa-Famiglia di Dio, aperta a tutti, che si prende cura di coloro che hanno più bisogno. Ciò suppone la prossimità ai nostri fratelli e sorelle, ciò implica uno spirito di comunione. Non è prima di tutto una questione di mezzi finanziari; basta in realtà condividere la vita del popolo di Dio, rendendo ragione della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15), essendo testimoni dell’infinita misericordia di Dio che, come sottolinea il Salmo responsoriale di questa domenica, «è buono [e] indica ai peccatori la via giusta» (Sal 24,8). Gesù ci insegna che il Padre celeste «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45). Dopo aver fatto noi stessi l’esperienza del perdono, dobbiamo perdonare. Ecco la nostra vocazione fondamentale: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48)”.

 “Una delle esigenze essenziali di questa vocazione alla perfezione è l’amore per i nemici, che premunisce contro la tentazione della vendetta e contro la spirale delle rappresaglie senza fine. Gesù ha tenuto ad insistere su questo aspetto particolare della testimonianza cristiana (cfr Mt 5,46-47). Gli operatori di evangelizzazione devono dunque essere prima di tutto artigiani del perdono, specialisti della riconciliazione, esperti della misericordia. E’ così che possiamo aiutare i nostri fratelli e sorelle a ‘passare all’altra riva’, rivelando loro il segreto della nostra forza, della nostra speranza, della nostra gioia che hanno la loro sorgente in Dio, perché sono fondate sulla certezza che Egli sta nella barca con noi. Come ha fatto con gli apostoli al momento della moltiplicazione dei pani, è a noi che il Signore affida i suoi doni affinché andiamo a distribuirli dappertutto, proclamando la sua parola che assicura: «Ecco verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda» (Ger 33,14)”.

Riconciliazione, perdono, amore e pace

“Nei testi liturgici di questa domenica, possiamo scoprire alcune caratteristiche di questa salvezza di Dio annunciata, che si presentano come altrettanti punti di riferimento per guidarci nella nostra missione. Anzitutto, la felicità promessa da Dio è annunciata in termini di giustizia. L’Avvento è il tempo per preparare i nostri cuori al fine di poter accogliere il Salvatore, cioè il solo Giusto e il solo Giudice capace di riservare a ciascuno la sorte che merita. Qui come altrove, tanti uomini e donne hanno sete di rispetto, di giustizia, di equità, senza vedere all’orizzonte dei segni positivi. A costoro, Egli viene a fare dono della sua giustizia (cfr Ger 33,15). Viene a fecondare le nostre storie personali e collettive, le nostre speranze deluse e i nostri sterili auspici. E ci manda ad annunciare, soprattutto a coloro che sono oppressi dai potenti di questo mondo, come pure a quanti sono piegati sotto il peso dei loro peccati: «Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra -giustizia» (Ger 33,16). Sì, Dio è Giustizia! Ecco perché noi, cristiani, siamo chiamati ad essere nel mondo gli artigiani di una pace fondata sulla giustizia”.

 “La salvezza di Dio attesa ha ugualmente il sapore dell’amore. Infatti, preparandoci al mistero del Natale, noi facciamo nuovamente nostro il cammino del popolo di Dio per accogliere il Figlio venuto a rivelarci che Dio non è soltanto Giustizia ma è anche e innanzitutto Amore (cfr 1 Gv 4,8). Dovunque, anche e soprattutto là dove regnano la violenza, l’odio, l’ingiustizia e la persecuzione, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza di questo Dio che è Amore. Incoraggiando i sacerdoti, le persone consacrate e i laici che, in questo Paese, vivono talvolta fino all’eroismo le virtù cristiane, io riconosco che la distanza che ci separa dall’ideale così esigente della testimonianza cristiana è a volte grande. Ecco perché faccio mie sotto forma di preghiera quelle parole di san Paolo: «Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti» (1 Ts 3,12). A questo riguardo, la testimonianza dei pagani sui cristiani della Chiesa primitiva deve rimanere presente al nostro orizzonte come un faro: «Vedete come si amano, si amano veramente» (Tertulliano, Apologetico, 39, 7)”.

“Infine, la salvezza di Dio annunciata riveste il carattere di una potenza invincibile che avrà la meglio su tutto. Infatti, dopo aver annunciato ai suoi discepoli i segni terribili che precederanno la sua venuta, Gesù conclude: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc21,28). E se san Paolo parla di un amore ‘che cresce e sovrabbonda’, è perché la testimonianza cristiana deve riflettere questa forza irresistibile di cui si tratta nel Vangelo. E’ dunque anche in mezzo a sconvolgimenti inauditi che Gesù vuole mostrare la sua grande potenza, la sua gloria incomparabile (cfr Lc 21,27) e la potenza dell’amore che non arretra davanti a nulla, né davanti ai cieli sconvolti, né davanti alla terra in fiamme, né davanti al mare infuriato. Dio è più forte di tutto. Questa convinzione dà al credente serenità, coraggio e la forza di perseverare nel bene di fronte alle peggiori avversità. Anche quando le forze del male si scatenano, i cristiani devono rispondere all’appello, a testa alta, pronti a resistere in questa battaglia in cui Dio avrà l’ultima parola. E questa parola sarà d’amore e di pace!”.

“A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io lancio un appello: deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace. Discepoli di Cristo, sacerdoti, religiosi, religiose o laici impegnati in questo Paese dal nome così suggestivo, situato nel cuore dell’Africa e che è chiamato a scoprire il Signore come vero Centro di tutto ciò che è buono, la vostra vocazione è di incarnare il cuore di Dio in mezzo ai vostri concittadini. Voglia il Signore renderci tutti «saldi … e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1 Ts 3,13). Riconciliazione, perdono, amore e pace. Amen”.

Fonte: AsiaNews

 

 

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“Bisogna smetterla di versare il sangue dei congolesi” scrivono i Vescovi della Repubblica Democratica del Congo nel loro messaggio pubblicato al termine del Comitato Permanente della Conférence Episcopale Nationale du Congo (CENCO).
Nel messaggio, giunto all’Agenzia Fides, si esprime preoccupazione per la situazione politica del Paese, per le tensioni su possibili modifiche costituzionali al fine di permettere al Presidente Joseph Kabila di presentarsi alle elezioni presidenziali del 2016 per un terzo mandato.
“Facendo seguito alla nostra presa di posizione del 12 novembre 2015 sul dialogo nazionale (vedi Fides 16/11/2015, ndr.) nel rispetto assoluto del quadro costituzionale e istituzionale vigente, ci siamo confrontati sulla situazione del Paese, un anno prima delle elezioni di novembre, che è inquietante e preoccupante. Abbiamo evocato il ricordo sciagurato e doloroso delle guerre e delle tribolazioni che hanno gettato nello sconforto la popolazione congolese e fatto versare il sangue di milioni di figli e figlie del nostro Paese, soprattutto a causa di un certo modo di accedere al potere attraverso la forza e di esercitarlo a scapito del bene comune”.
I Vescovi proseguono ricordando che, nonostante l’appello lanciato con il loro messaggio durante la Visita ad Limina nel settembre 2014 (vedi Fides 17/9/2014), e nel messaggio del gennaio 2015, “purtroppo è stato versato altro sangue a seguito del tentativo di aggirare le disposizioni costituzionali. Occorre smettere di far scorrere altro sangue”. Nel gennaio di quest’anno a seguito di un tentativo di revisione della legge elettorale, che avrebbe comportato un prolungamento del mandato del Presidente Kabila, si erano avuti gravi incidenti con morti e feriti (vedi Fides 24/1/2015).
Pur riconoscendo gli sforzi effettuati dal governo per la democratizzazione del Paese, i Vescovi deplorano “le restrizioni delle libertà individuali, l’aumento delle repressioni e delle intimidazioni. La democrazia non deve essere un semplice slogan, ma una cultura e l’alternanza è una sua espressione”.
Per chiedere la pace e il rispetto della Costituzione la CENCO organizza una serie di iniziative, tra cui una Novena di preghiera in tutte le parrocchie dall’8 dicembre; una processione da tenersi il 16 febbraio in tutte le diocesi in occasione dell’apertura dell’Anno giubilare della storica Processione del 16 febbraio 1992, organizzata dai cristiani congolesi per chiedere la democrazia; una preghiera per la pace da tenersi ogni primo sabato del mese nelle parrocchie e nei movimenti d’azione cattolica.

Fonte: Agenzia Fides

 

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“Vengo come messaggero di pace” e “ministro del Vangelo” per proclamare l’amore di Gesù e il suo messaggio di “riconciliazione, perdono e pace”. Lo dice il Papa in due videomessaggi diffusi in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana alla vigilia del viaggio che Francesco compirà nei tre Paesi dal 25 al 30 novembre.

Nel messaggio alla Repubblica centrafricana, inoltre, ricorda che in quel Paese, il 29, aprirà la Porta santa della cattedrale di Bangui, aprendo così, “un po’ in anticipo”, l’Anno santo della misericordia, “che sarà per ognuno, spero , l’occasione provvidenziale di un autentico perdono, da ricevere e dare, e di un rinnovamento nell’amore”.

”Il vostro Paese – prosegue il messaggio – conosce da troppo tempo situazioni di violenza e di insicurezza, delle quali molti di voi sono le vittime innocenti. Lo scopo della mia visita e in primo luogo di portare, in nome di Gesù, il conforto della consolazione e della speranza. Spero di tutto cuore che la mia visita possa contribuire, in un modo o nell’altro, a lenire le vostre ferite e ad aprire un futuro più sereno per il Centrafrica e tutti i suoi abitanti”.

“Il tema del viaggio sarà: passiamo sull’altra riva. E’ un tema che invita le vostre comunità cristiane e guardare risolutamente in avanti e incoraggia ciascuno a rinnovare il suo rapporto con Dio e con i suoi fratelli per edificare un mondo più giusto e più fraterno”.

Al Kenya e all’Uganda, prime due tappe del viaggio, il Papa dice che la sua visita “ha lo scopo di confermare la comunità cattolica nel suo culto di Dio e la sua testimonianza del Vangelo, che insegna la dignità di ogni uomo e donna, e ci comanda di aprire il cuore agli altri, specialmente ai poveri e ai bisognosi”.

“Allo stesso tempo, desidero incontrare tutte le persone di Kenya e Uganda, per offrire a tutti una parola di incoraggiamento. Viviamo in un'epoca in cui i credenti e le persone di buona volontà in tutto il mondo, sono chiamati a promuovere la comprensione e il rispetto reciproci, e a sostenersi l'un l'altro come membri della nostra famiglia umana. Per tutti noi sono figli di Dio. Punto culminante della mia visita saranno i miei incontri con i giovani, che sono la vostra più grande risorsa e la nostra speranza più promettente per un futuro di solidarietà, di pace e di progresso”.

KENYA - “Il messaggio di riconciliazione di Papa Francesco ci aiuti a superare le violenze tribali” dice il Vescovo di Maralal

(Agenzia Fides) –

 “Siamo in attesa del messaggio che il Papa ci donerà, specialmente sulla pace e la riconciliazione” ha detto in un’intervista a Waumini communications, Sua Ecc. Mons. Virgilio Pante, Vescovo di Maralal, nel nord del Kenya, il Paese dal quale Papa Francesco inizierà domani, 25 novembre, la sua visita in Africa. “Qui siamo pastori e qualche volte litighiamo per i furti di bestiame. Il messaggio che il Papa ci porterà sul dialogo e la riconciliazione ci aiuterà a migliorare le relazioni tra di noi” dice Mons. Pante.
Nel 2006 Maralal era stato teatro di gravi scontri tra tribù differenti: dopo una serie di omicidi, due gruppi etnici rivali erano entrati in una spirale di vendetta e di rappresaglia. Le donne e i bambini erano fuggiti dai villaggi per rifugiarsi nelle missioni cattoliche, mentre gli uomini avevano cercato riparo nella boscaglia pronti a condurre raid contro gli avversari (vedi Fides 28/4/2006).
“Altrettanto importante è il messaggio di Papa Francesco sul rispetto della natura. Qui viviamo nel mezzo di un grande parco naturale nazionale dove dobbiamo condividere insieme le risorse naturali. Nella sua bellissima Lettera enciclica ‘Laudato Si’ il Santo Padre ci esorta a prenderci cura della creazione. La nostra speranza è che il Papa ci dirà qualcosa anche su questo argomento per riconciliarci con la natura, con gli animali, con l’acqua, e con le differenti tribù. Speriamo quindi che questi scontri possano finire” conclude il Vescovo di Maralal. (L.M.) (Agenzia Fides 24/11/2015)

 

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Con una solenne e commossa celebrazione eucaristica, il Nunzio apostolico Sua Ecc. Mons. Christophe Pierre, ha presieduto il 14 novembre la chiusura dell'Anno Giubilare per il V Centenario della nascita dei Bambini Beati Martiri di Tlaxcala: Cristobal, Antonio e Juan. Insieme al Nunzio hanno concelebrato circa 40 Vescovi. Il Vescovo di Tlaxcala, Sua Ecc. Mons. Francisco Moreno Barron, nel suo saluto all’inizio della Messa, ha sottolineato che questo appuntamento sta diventando una delle più importanti feste religiose del paese, perché ogni anno aumenta il numero di fedeli. "I bambini Martiri di Tlaxcala, sono martiri di tutta l'America Latina, perché sono stati i primi a dare testimonianza della fede" ha detto il Vescovo.
Secondo la nota pervenuta a Fides, prima della celebrazione eucaristica è stata ricordata la storia dei Bambini Martiri e le tappe del processo di beatificazione, concluso da San Giovanni Paolo II il 6 maggio 1990 presso la Basilica di Guadalupe, durante la sua seconda visita pastorale in Messico.
I bambini beati sono tra i primi nativi di etnia americana convertiti alla fede cattolica e sono anche i promartiri dell'America, i primi a versare il loro sangue per Cristo in questo continente. 
Cristobal nacque probabilmente nell'anno 1514, Antonio e Juan intorno al 1516, ecco perché il Vescovo di Tlaxcala ha decretato che nel 2015 si celebrasse il V centenario della loro nascita.
Furono tra i primi evangelizzati dai francescani e dai domenicani subito dopo la conquista. Vennero crudelmente uccisi dai loro conterranei perché, in nome della fede cattolica, rifiutavano l’idolatria e la poligamia: Cristobal morì nel 1527, Antonio e Juan nel 1529. Ora si prega e si lavora per la loro canonizzazione.

 Fonte: Agenzia Fides

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Zio e nipote: Cafasso e Allamano

23-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Zio e nipote: Cafasso e Allamano

Lettura parallela della spiritualità di due uomini di Dio Il Beato Giuseppe Allamano iniziò da giovane una graduale scoperta della santità...

Festa della Consolata con un sapore afro-colombiano

23-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Festa della Consolata con un sapore afro-colombiano

Per i Missionari della Consolata il 20 giugno non è un giorno qualunque ma è la celebrazione della festa della...

XII Domenica del TO / B - “Passiamo all'altra riva"

22-06-2024 Domenica Missionaria

XII Domenica del TO / B - “Passiamo all'altra riva"

Gb 38, 1. 8-11; Sal 106; 2 Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41 L’esperienza dolorosa della sofferenza alquanto assurda e ingiustificata...

Bolivia. «Noi conosciamo l’Amazzonia. Ascoltateci»

21-06-2024 Notizie

Bolivia. «Noi conosciamo l’Amazzonia. Ascoltateci»

L’XI riunione del Foro social panamazonico (Fospa) Foresta pluviale e fiumi, ma anche 2,5 milioni di specie animali, 40mila specie floreali...

Maria Consolata, mistero d'amore e di vita...

21-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Maria Consolata, mistero d'amore e di vita...

Maria di Nazareth, lì mi piace ricordarti, nella vita di tutti i giorni,nel lavoro e nella cura,nella casa e nella...

Festa della Consolata: “Non hanno più vino”... “Fate quello che vi dirà”

19-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Festa della Consolata: “Non hanno più vino”... “Fate quello che vi dirà”

Messaggio del Superiore Generale, padre James Bhola Lengarin “Tutti abbiamo gioito, il 23 maggio scorso, alla notizia del riconoscimento del miracolo...

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