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UFFICIO DELLE LETTURE

Dal Comune delle vergini o delle sante, con salmodia del giorno dal salterio.

La Beata Suor Irene (Auelia Iacoba Mercede Stefani) nacque il 22 agosto 1891 a Anfo (Brescia). Fin da giovane dimostrò spiccato impegno di vita cristiana e apostolica, che la portò alla vocazione missionaria tra le Suore Missionarie della Consolata. Dopo la prima professione (29 gennaio 1914), fu destinata alle missioni del Kenya e vi rimase ininterrottamente fino alla morte. Durante la prima guerra mondiale, fu destinata alla assistenza dei portatori indigeni ricoverati negli ospedali militari in Kenya e Tanzania, in situazioni ripugnanti. Con dolcezza e sorriso, diede prova di eroica carità e dedizione. Terminata la guerra, ritornò in Kenya. Morì il 31 ottobre 1930 per infezione contratta per assistere un ammalato di peste. Gli africani affermarono: «l’ha uccisa l’amore». E continuano a chiamarla Nyaatha: madre tutta misericordia. Altrettanto travolgente fu la sua ansia di annunciare Gesù per condurre al battesimo. Fu beatificata il 23 maggio 2015.

Seconda lettura

Dalle Conferenze spirituali del Beato Giuseppe Allamano alle Suore Missionarie

  (Vol. I, 39-40; II, 484-485; III, 15, 101; VS 460-461)

Santità e Missione

   Ricordatevi che l’opera della missione esige una grande santità. Non basta una santità mediocre, ci vuole gran santità. L’opera dell’apostolato è un’opera divina. S. Paolo diceva: “Noi siamo aiutanti di Dio”. Siamo corredentori; corredentrici voi altre.

   Quante anime battezzerete! Quante anime potrete attirare a Nostro Signore. Siete “ministresse” della Chiesa. Nostro Signore ha dato l’ordine d’insegnare a tutto il mondo: Andate, dunque, istruite tutte le genti. Ora chi è che va a spargere la parola di Dio? I missionari e le missionarie. Gli altri non vanno a predicare. Vedete l’opera dei missionari che cos’è! È proprio un’opera divina. Sia perché sono aiutanti di Dio, sia perché sono ministri della Chiesa, la quale ha l’ordine di spargere il Vangelo per tutto il mondo. All’eccellenza dell’apostolato deve corrispondere la nostra santità. Se alle altre suore basta essere sante, le missionarie devono esserlo doppiamente, perché tanto quanto sarete sante, altrettanto sarete migliori aiutanti di Dio, migliori corredentrici e migliori ministresse della Chiesa.

   Siete qui per farvi sante e poi missionarie. Tenete bene in mente: per salvare gli altri prima dovete farvi sante voi. Dovrò rendere conto di me prima di tutto e poi delle anime che il Signore mi ha affidate. Dovete prima farvi sante; se sarete così, sarete pure valenti missionarie; se non sarete sante religiose, non sarete niente. Farete come il vento che fa un po’ di rumore e niente altro; lavorerete molto, forse, ma rimarrete colle mani vuote perché le opere si misurano non nella materialità, ma col cuore, collo spirito con cui si fanno. È lo spirito religioso che deve informare la vostra vita. Pregate il Signore perché possiate formarvi vere religiose di spirito e intanto preparatevi, studiate, fate tutto quello che è necessario per poter fare del bene.

   La conversione dipende dalla santità dei missionari. E quale dev’essere questa santità? Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, più distinta che quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari deve essere speciale, anche eroica e all’occasione straordinaria da operare miracoli.

   Non sarà da attribuire alla deficienza di questa pingue santità, che dopo tanti secoli ancora tutto il mondo pagano non sia convertito; e mentre nei primi secoli la parola di Dio venne seminata e produsse conversioni in tutto il mondo allora conosciuto, nei secoli posteriori il lavoro dei missionari non produsse più simile frutto, pari al loro numero abbastanza considerevole, inviati ovunque?

   Persuasi i nostri giovani missionari di questa verità s’impegnino a divenire santi, ma tutti; ed usando di tutti i mezzi che propriamente a questo scopo ci sono in questa Casa Madre. Questo sia il proposito comune qui e nelle missioni, di voler essere santi e grandi santi.

   Ci vuol fuoco per essere apostoli. Essendo né caldi né freddi, cioè tiepidi, non si riuscirà mai a niente.  L’uomo vive in quanto è attivo per amor di Dio. Si può stare in intima comunione con Dio ed operare nel medesimo tempo. Se c'è amore, c'è zelo; e lo zelo farà sì che non poniamo riserve o indugi nella dedizione di noi stessi per la salvezza delle anime. Quel che si può fare oggi, non bisogna lasciarlo per domani. Ah, che non sarà mai missionario, chi non arde di questo fuoco divino!

   Non solamente il nostro zelo dev’essere infiammato dall’amore verso Dio, ma altresì dall’amore verso il prossimo. Bisogna aver tanta carità da dare la vita. Noi Missionari siamo votati a dare la vita per la salvezza delle anime. Amare il prossimo più di noi stessi, dev'essere il programma di vita del missionario. Se non si viene al punto di amare le anime più che la propria vita, potrete avere il nome, ma non la realtà, la sostanza dell'uomo apostolico. Noi dovemmo avere per voto di servire alle Missioni anche a costo della vita; dovremmo essere contenti di morire sulla breccia.

 

 Responsorio                                              Cf. Fil. 2, 4; 1Ts 5, 14-15

R/. Abbiate in voi la carità di Cristo: *ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

V/. Sostenere chi è debole, siate magnanimi con tutti, cercate sempre il bene tra voi e con tutti;

   * ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

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MESSA DELLA BEATA IRENE STEFANI, religiosa

Dal Comune dei Santi e delle Sante o delle Vergini

 

Antifona d’ingresso                                   [Da Com. Vergini  3]                    

Vieni, sposa di Cristo, ricevi la corona che il Signore da sempre ha preparato per te.

                                  

Colletta                       

Dio di infinita tenerezza,
che hai acceso nella Beata Irene, vergine,
un ardente desiderio di essere tutta e sempre di Gesù
per dedicarsi all’annuncio del Vangelo
e servire i bisognosi con generosità materna,
fino alla offerta di se stessa,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
di diventare missionari/e del tuo amore,
testimoniando ovunque consolazione e pienezza di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio e vive e regna …..

 

Sulle offerte                                            [Da Com. Vergini  3]

Accetta, Signore, l’umile servizio che ti offriamo
nel ricordo della Beata Irene Stefani, religiosa missionaria,
e per il santo sacrificio di Cristo tuo figlio
trasformaci in ardenti apostoli del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.                                                                                                             

 

Antifona alla comunione                           Gv 15, 4-5  [Da Com. Missionari]

«Rimanete in me  e io in voi», dice il Signore,
«chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto».

   

Preghiera dopo la comunione                    [Da Com. Santi e Sante 11]

O Dio, presente e operante nei tuoi santi sacramenti
illumina e infiamma il nostro spirito,
perché ardenti di santi propositi
portiamo frutti abbondanti di opere buone.
Per Cristo nostro Signore.                        

               LETTURE BIBLICHE DELLA MESSA

 

 PRIMA LETTURA   

  Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio

 Dal libro del profeta Isaia (52, 7-10)

 

Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme esultano,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore a Sion.

Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.

Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.

         Parola di Dio.

    

Salmo Responsoriale  (95, 1-2a. 2b-3. 7-8. 10.)

         R/. Popoli tutti, lodate il Signore!

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra,
Cantate al Signore, benedite il suo nome. R/.

Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza,
in mezzo ai popoli narrate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi. R/.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. R/.

Dite tra le genti: “Il Signore regna!”
É stabilisce il mondo, non potrà vacillare!
Egli giudica i popoli con rettitudine. R/.

 

SECONDA LETTURA

Sopra tutte queste cose rivestitevi della carità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (3, 14-17)

Fratelli, rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!

La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. 17E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

         Parola di Dio.

 

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           Oppure  -  Più grande è la carità

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi  (13, 1-13)

Fratelli, se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.

E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

         Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Gv 13,34

R/ Alleluia, alleluia.

Vi do un comandamento nuovo:
amatevi come io ho amato voi.

R/ Alleluia, Alleluia

 

VANGELO

Il Giudizio finale

Dal Vangelo secondo Matteo (25, 31-40)        

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».

Parola del Signore.

 

Solo citazioni

PRIMA LETTURA: Dal libro del profeta Isaia  = 52, 7-10 

Salmo Responsoriale : 95, 1-2a. 2b-3. 7-8. 10.

R/. Popoli tutti, lodate il Signore! 

SECONDA LETTURA: Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi: (3, 14-17) Oppure - Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (13, 1-13)

CANTO AL VANGELO (Gv 13,34)

VANGELO: Dal Vangelo secondo Matteo (25, 31-40)

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Sotto si può scaricare il file

 Messa e Ufficio della Beata irene Stefani (DOC)

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“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Gv. 6,51-58

 

Nel brano evangelico di oggi, troviamo la conclusione del discorso sul pane della vita, così come viene riferita da s. Giovanni, e che abbiamo meditato nelle Domeniche precedenti.

Tutto il discorso riflette il ricordo serbato da Giovanni, della rivelazione che Gesù ha fatto di se stesso, attraverso la sua parola e la sua croce: Egli è stato e continua ad essere per noi il pane vivo disceso dal cielo, carne e sangue donati per la vita del mondo, comunione col Padre e con lo Spirito, cibo di vita eterna e pegno di risurrezione. La conclusione del discorso si riferisce in maniera esplicita all’Eucaristia, con parole che si ricollegano strettamente ai racconti dell’ultima Cena.

Gesù, nel suo sacrificio, sta per offrire la propria persona concreta, come cibo e bevanda, che bisognerà mangiare e bere.

/ Quando Gesù disse: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”, i suoi ascoltatori, forse avevano capito che questa affermazione poteva prendersi come riguardante la fede, che aveva come oggetto il Figlio di Dio incarnato, oppure si riferiva alla sua dottrina o alla sapienza di Dio. Ma quando Gesù insiste sul pane come “sua carne da mangiare”, il discorso si fa più serio e più realistico, con espressioni di verismo che raggiungono, umanamente parlando, l’assurdo e lo scandalo, poiché il Signore non esita ad affermare che bisogna “mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue”. Cosa, oltre tutto, ributtante: mangiare la sua persona fisica! Di qui l’ovvio imbarazzo e obiezione dei giudei: “come può costui darci la sua carne da mangiare”? Ma Gesù non si sgomenta, anzi procede anche più chiaro nel suo discorso, e sa dove vuole arrivare. E se ciò non avviene, dice ancora Gesù, non ci sarà né vita, né risurrezione, né comunione con Dio.

/ Ora Gesù non lascia dubbi e comincia a “scandalizzare” i suoi interlocutori. Non usa più semplicemente la parola “pane”, ma va oltre, usa la parola “corpo”, anzi nel linguaggio semitico, ha parlato di “carne”: “questa è la mia carne”. Gesù offre se stesso, la sua realtà, una realtà quasi fisica, reale, percepibile: questo sarà il vostro pane. La mia carne e il mio sangue, saranno il vostro cibo!. L’espressione era ancora più scandalizzante per gli ebrei che ascoltavano. Il sangue per un ebreo era simbolo di impurità; non lo si poteva mai toccare. E Gesù invece dice: voi berrete il mio sangue, perché è vera bevanda! La carne, il corpo, era considerato soltanto “tomba dell’anima”, Gesù invece dice: la mia carne è vero cibo: la mia carne è il grande segno della mia continua presenza tra voi. Attraverso l’Eucaristia, segno sacramentale del sacrificio della Croce, Gesù diventerà il cibo e la bevanda che nutriranno la vita di fede dei discepoli.

/ Il linguaggio ridonda di verismo. Il verbo greco “trogo” usato qui dal Signore(vv.56-57), dice il “masticare, sminuzzare coi denti, maciullare” il cibo per farne il proprio nutrimento. L’effetto di simile manducazione sarà la trasformazione dell’uomo, dotato ora della vita divina originata dal cibo che è la carne di Cristo. Simile vita non può perire, perché è “eterna”.

/ Certo Gesù non parla di manducazione del suo corpo fisico, tanto è vero che nell’ultima Cena, quando istituirà l’Eucaristia, paragona la sua persona sotto il segno del pane(=corpo di Cristo) da mangiare, e sotto il segno del vino(=sangue di Cristo) da bere, per avere la vita eterna. Tuttavia il discorso di Gesù è fin troppo chiaro, anche se sconcertante.

/ Una volta accettato nella fede il realismo dell’Incarnazione di Cristo, cioè che Gesù è una persona(=carne) che si dona per la vita del mondo, allora bisogna accettare anche le conseguenze di questa fede: cioè mangiare il suo corpo e bere il suo sangue. Dobbiamo però stare attenti a non cadere nei malintesi dei giudei. L’Eucaristia non è solo corpo(pane) e sangue(vino) eucaristici, ma anche “credere” alla Parola di Cristo per avere la vita eterna.

/ Scrive il Card. C.M.Martini: “La Comunione frequente fatta per abitudine, come si dice, per “avere la grazia di Dio”, non ha fondamento, quasi fosse solo una medicina per curare i nostri peccati, o un rito magico! Ricevere l’Eucaristia(mangiare il Corpo di Cristo e bere il suo Sangue), vuol dire essere assimilati e identificati con Lui. Gesù non intende “chi mi mangia” nel senso di “chi fa la comunione”, ma intende piuttosto “chi riceve me con fede sotto il segno sacramentale”, ossia chi accetta in senso ecclesiale il dono della mia morte e risurrezione. Difatti Gesù dice pure:

Lo Spirito è quello che vivifica, la carne non giova a niente”. Questo mangiare e bere di Lui significa perciò unirsi, per mezzo del segno sacramentale, alla Passione e Morte di Cristo: significa entrare nel suo mistero per ricevere e donare la vita. Va benissimo la Comunione frequente e quotidiana, che è certamente mezzo sicuro di santificazione, però attenti a non trasformare questa Comunione in rito magico e senza fede!”.

/ Difatti quando i giudei dissero a Gesù: “Questo discorso è duro, e molti se ne andarono”, è appunto dovuto ad un malinteso, all’interpretazione fondamentalista e materialista delle parole di Cristo.

/ Nel banchetto si esprime meglio l’accoglienza, la comunicazione, l’ospitalità. Non per caso, proprio durante un banchetto, Gesù ha comunicato ai peccatori il perdono, ha rivelato ai poveri il pane che viene dal cielo, si è confidato con umanissima intimità ai suoi discepoli e ha donato la sua stessa vita.

/ Gli uomini, a differenza degli animali, vogliono stare insieme a condividere il cibo. Non si tratta semplicemente dell’azione materiale del mangiare, ma di un incontro di persone. Anche l’incontro eucaristico è posto sotto il segno della legge della carità e del servizio reciproco.

/ Un pezzo di pane consacrato, è tutto ciò che ci rimane di Gesù, con le sue parole che chiariscono il gesto di prendere e mangiare, entrando in comunione con Lui, ed essere assimilato a Lui.

Potremmo sperare una prova d’amore più grande di questo straordinario scambio?

/ Se consideriamo che Giovanni non riporta le parole del Signore sul pane e sul calice, nell’ultima Cena, allora immaginiamo che il presbitero delle comunità giovannee, dopo aver fatto la sua omelia sulla Parola, che è presenza di Dio pane di vita, e sulla seconda presenza, il pane di vita che è la Carne e il Sangue di Cristo, in quel momento stendesse le mani e consacrasse:

Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”(Gv.6,51).

Questa forse era la formula di consacrazione nelle chiese giovannee. Il pane che Cristo offre e che è davanti a noi sulla mensa eucaristica, è la “mia carne”, la realtà del Cristo, per la nostra vita e per la vita di tutto il mondo.

I cristiani, in quel momento, celebravano non più soltanto “l’Eucaristia”, celebravano anche quella che è la “comunione” e che s. Paolo aveva chiamato “koinonìa” con il Corpo di Cristo.

/ Gesù ha mandato i suoi apostoli: la Chiesa manda noi, ci manda “nei crocicchi, nelle piazze e lungo le siepi”, cioè nei punti più bassi della città, là dove di solito ci sono i poveri, gli affamati, gli ultimi, la gente che aspetta qualcosa… La Messa non “è finita” in Chiesa, ma continua fuori!..

Ognuno di noi dovrebbe farsi un impegno di convincere qualcuno di questi fratelli che aspettano fuori, a venire con noi al banchetto dell’Agnello. C’è ancora posto, c’è sempre posto per tutti, perché come ci esorta s. Paolo: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finchè egli venga”(1Cor.11,26).

/ Sulla porta di una Chiesa c’era scritto: “Voi non siete tanto cattivi da non poter entrare, e nemmeno tanto buoni da poter stare fuori. Entrate per ascoltare voi stessi, per ascoltare Dio e parlargli”.

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A Taize

Canti

Jésus le Christ
Ubi caritas

Salmo

Tra una strofa e l’altra si può riprendere un Alleluia.

Ti amo, Signore, mia forza,
mio salvatore, mi hai salvato dalla violenza.
Signore, mia roccia, mia fortezza,
mio liberatore, mio Dio.

Mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato.

Nell’angoscia invocai il Signore,
nell’angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido.

Mi assalirono nel giorno della mia sventura,
ma il Signore fu il mio sostegno;
mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene.

dal Salmo 18

Lettura

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Matteo 5,1-12

Canto

Beati voi poveri

Preghiera di frère Alois

Dio di compassione, ti ringraziamo per la vita di frère Roger. In un mondo spesso lacerato dalle violenze, ha creato con la sua vita e quella dei suoi fratelli una parabola di comunione. Ti ringraziamo per la sua testimonianza del Cristo Risorto e per la sua fedeltà fino alla morte.

Manda su di noi il tuo Santo Spirito affinché anche noi siamo dei testimoni di riconciliazione nella nostra vita quotidiana. Facci creature di unità tra i cristiani quando si separano, dei portatori di pace tra i popoli quando si oppongono. Donaci di saper vivere in solidarietà con i più poveri, vicini o lontani.

Con frère Roger vorremmo dirti: Beato chi si abbandona in te, o Dio, nella fiducia del cuore. Tu ci custodisci nella gioia, la semplicità, la misericordia.

Silenzio

Preghiera di lode

Tra un’intenzione e l’altra si può cantare Laudamus te.

O Cristo, hai rivelato l’amore del Padre e sei vivo per sempre, noi ti benediciamo.
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, sei salito verso il Padre tuo e presso di lui intercedi per noi. 
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, ti sei fatto vicino ai più piccoli di questo mondo e continui a chiamarli fratelli. 
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, come sui tuoi discepoli, soffi su ciascuno di noi il tuo Spirito Santo. 
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, ispiri il cuore di tante persone nel mondo ad accogliere dei rifugiati, a venire in aiuto alle vittime di catastrofi naturali, a impegnarsi per la pace e la fraternità. 
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, hai chiamato i tuoi discepoli a essere uno affinché il mondo creda. Sostieni gli sforzi di tutti quelli che cercano cammini di unità tra le Chiese cristiane.
 Lode a te, Signore risorto.

O Cristo, sei accanto a tutti quelli che operano per la giustizia e per la pace in Siria, in Iraq, in Afghanistan, nel Sud Sudan, a Cuba. 
 Lode a te, Signore risorto.

Padre Nostro

Canti

  • Bless the Lord
  • Il Signore ti ristora
  • Tui amoris ignem
  • Laudate omnes gentes
  • In resurrectione tua

 

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“Iglesia que camina con Espírituy desde los pobres”
"Por la necesaria reforma que la Iglesia está desafiada a realizar"

 "Iglesia que camina con Espíritu y desde los pobres" es el tema del II Congreso Continental de Teología, organizado por Amerindia Continental con el propósito de reunir a teólogos y teólogas de América Latina y el Caribe, comunidades eclesiales y cristianos/as comprometidos,"para discernir desde la Palabra de Dios la presencia del Espíritu Santo al interior de las prácticas de solidaridad con los excluidos, como raíz de una nueva manera de ser comunidad cristiana y de la necesaria reforma que la Iglesia está desafiada a realizar hoy".

El Congreso se sitúa en consonancia con la Encíclica Programática del papa Francisco, la Evangi Gaudium, y se inspira en la misión programática de Jesús, según el evangelio de Lucas: "El Espíritu del Señor está sobre mí, porque me ha ungido para anunciar la buena noticia a los pobres" (Lc 4,18). Se llevará a cabo en la ciudad de Belo Horizonte, Brasil, del 26 al 30 de octubre de 2015.

En su presentación, el Comité Organizador ha destacado que después del primer Congreso de 2012 en São Leopoldo, al sur de Brasil, que movilizó a la comunidad teológica latinoamericana, "este II Congreso pretende continuar esta movilización, en un momento eclesial nuevo que ha generado cambios en la agenda pastoral y teológica universal, referidos a la ecclesiasemperreformanda. Por eso, el Congreso tendrá como destinatarios no sólo a los teólogos y a las teólogas profesionales, sino a las comunidades cristianas del Continente".

En este sentido, las ponencias, los talleres y las comunicaciones científicas buscarán abordar tres grandes núcleos temáticos, estrechamente relacionados: Pueblo de Dios, Neumatología, y Reforma de la Iglesia; reconociendo también que "la teología en América Latina se concibe a sí misma como inteligencia crítica de la experiencia de fe de las comunidades eclesiales y de su misión, insertas en un mundo globalizado y excluyente".

Es por eso que el Congreso buscará ofrecer insumos para recuperar algunas prácticas sociales y pastorales significativas, y para desentrañar las interpelaciones del Espíritu desde la realidad y las luchas de los sujetos invisibilizados y excluidos; al tiempo que promoverá una mayor participación de la Iglesia latinoamericana y caribeña en el actual proceso de reforma eclesial, "con propuestas para que las estructuras de las Iglesias locales reconozcan y animen el testimonio evangélico, la opción por los pobres, el permanente discernimiento en el Espíritu y el servicio recíproco en las comunidades cristianas".

Metodológicamente, el Congreso combinará dinámicas y lenguajes entre conferencias, paneles, talleres, comunicaciones científicas, y momentos culturales y celebrativos. Para la orientación de las ponencias y los talleres se ha confirmado la participación de reconocidos/as teólogos/as como Virginia Azcuy, José O. Beozzo, Leonardo Boff, Pablo Bonavía, Víctor Codina, Isabel Corpas, Eduardo De la Serna, Juan Luis Hernández, Juan Hernández Pico, Armando Lampe, Vicenta Mamani, Carlos Mesters, Socorro Martínez, Etel Nina Cáceres, Francisco Orofino, Carlos Schickendantz, Pedro Trigo, Juan Manuel Hurtado, Margot Bremer, Alejandro Ortiz, Afonso Murad, Alirio Cáceres, Sergio Navarro, Alzira Munhoz, Carlos Eduardo Cardozo, Pedro Ribeiro de Oliveira, Paulo Suess, Faustino Teixeira y Marta Zechmeister, entre otros.

La presentación del congreso, con su proceso de preparación, programación y posibilidades de inscripción on-line, así como algunos orientaciones para el alojamiento de los congresistas y la participación la comunidad académica en comunicaciones científicas, se encuentran disponibles en el sitio web: http://amerindiaenlared.org/congreso2015 o a través del correo electrónico de la Secretaría de Amerindia Continental: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Frente al actual pontificado del papa Francisco, los organizadores destacan que "asistimos a una verdadera ‘eclesiogénesis', conducida por el Espíritu, que necesita ser reflexionada más profundamente, a nivel teológico, y ante el imperativo de la ecclesiasemperreformanda". A esto apunta el II Congreso Continental de Teología en Belo Horizonte, del 26 al 30 de octubre de 2015

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Pregare con le viscere; l’inoperosità dell’actuosa partecipatio... un invito a Segni della destinazione di F. Riva e P. Sequeri. Appunti di Andrea Lonardo

Fede e/o religione? F. Riva e P. Sequeri tornano su questa possente questione - forse il lascito più famoso del pensiero di K. Barth - nel loro lavoro comune Segni della destinazione[1]

È grande merito epocale del teologo evangelico Karl Barth (1886-1968), quello di avere illustrato, a nostro parere in modo ancor oggi insuperato, l'ambivalenza radicale della religione, che deve essere inquadrata - in una prospettiva rigorosamente teolo­gico-cristiana - nella sua rigorosa necessità e nella sua invalicabile insufficienza.

Non è questa la sede per dilungarci su una tesi, del resto notissima, anche se per lo più fraintesa. Basti rammentare, almeno, la forzatura dell'interpretazione più corrente, che dà per scontata l'idea di una purezza della fede ottenuta mediante la ri­mozione della religione, come se il tema della dialettica barthiana fosse il superamento della religione medesima.

Barth ha piuttosto sostenuto l'esatto contrario, mettendo esplicitamente in guardia da questa ingenuità. Altra questione è, invece, quella del modo di elaborare teoricamente il senso di quella dialettica, e di svilupparne le implicazioni teologiche. La discussione del suo svolgimento non dovrebbe tuttavia far perdere di vista la verità cristiana dell'assunto fondamentale, che coglie la necessità antropologica insuperabile dell'orizzonte religioso, insieme con la radicale impotenza della religione, in quanto succedaneo della grazia, ad assicurare la qualità della fede[2].

La tesi barthiana della religione come istituzione storica della tangenza fra gli assoluti del desiderio e l'intimità di Dio, di cui la fede rivelata da Gesù Cristo decide la verità, vale in un duplice senso. Da un lato, indica che è l'evento cristologico a decidere la verità della religione, e non il contrario.

Dall'altro lato, stabilisce che la fede cristiana abita necessariamente la religione, pur lottando contro la sua inevitabile tendenza all'autolegittimazione salvifica, perché essa è il luogo storicamente appropriato e insostituibile della proclamazione della salvezza come opera di Dio.

La tesi di Barth rischia certo ad ogni passo il surrealismo della scissione radicale fra teologia e antropologia della religione, che il mysterium conjunctio­nis della cristologia rimuove letteralmente. Ma l'assunto dialettico, che inibisce la metamorfosi della grazia salvifica in dispositivo reli­gioso, è degno di ogni considerazione.

La fede che decide la qualità della religione, da un lato, è anzitutto una fede che si decide per la qualità della religione come luogo in cui l'uomo cerca la salvezza di Dio e si espone all'azione di Dio che la offre. In tal modo, la religione pone la radicale serietà del tema che in nessun altro modo può essere posto: abitandola dialetticamente, il cristiano si espone coraggiosamente alla drammatica della ricerca di Dio, che accomuna l'umano.

La fede evangelica non pensa affatto che abbandonando la religione alla sua ambiguità - la storia della religione è stanza del tesoro e museo degli orrori, San Francesco e il Grande Inquisitore, inestricabilmente - la relazione con Dio possa conseguire la sua definitiva purezza. Al contrario, essa cerca la propria perfezione proprio nella passione del suo modo di abili­tare e riabilitare l'esperienza religiosa, della quale urge la purezza, in spirito e verità, che essa stessa non può darsi.

La abita e la riabilita sul campo, rilanciando, proprio con gli strumenti del suo linguaggio e della sua grammatica, l'affectus Dei come origine insondabile, desti­nazione incorruttibile, causa suprema di ogni justitia Dei: la sola che possa giustificare l'esistenza dell'uomo

Abitandola e riabilitando la, la fede contende la religione, millimetro per millimetro, all'astuzia delle potenze del maligno, come alla prevaricazione dei devoti di professione. La incalza e la sfida, persino, affinché riconosca nella sua stessa tradizione le derive dell'adattamento, dell'ottundimento, del settarismo, della superstizione e della contraddizione.

Il modo in cui la religione annuncia e insieme oscura la verità di cui vive è il lato più enigmatico dell'eredità del peccato dei figli di Adamo, che si riflette inevitabilmente anche sulla immemoriale custodia della originaria relazione creaturale con Dio - in sé sacrosanta - con ef­fetti di fraintendimento pieni di sorprese[3].

Nel prosieguo del discorso i due autori ricordano come la fidanzata di Bonhoeffer gli ricordasse la fisicità dei Salmi:

Maria von Wedemeyer scrive a Bonhoeffer, in una nota lettera, che da «qualche parte nella Bibbia sta scritto che bisogna partecipare con il “cuore e le viscere”» di modo che i «salmi non vengono soltanto pensati con la testa e cantati con la bocca, ma che possono cantare anche le mani e i piedi e tutto il resto»[4].

Illuminante risulta essere una citazione di J.-Y. Lacoste che afferma in Esperienza e assoluto[5]:

definiamo, dunque, la liturgia come attesa o desiderio della parusia nella certezza di una presenza non parusiaca di Dio[6].

La liturgia ricorda all’uomo che il regno non è di questo mondo:

L’«etica vuole il Regno ma non può istituirlo» perché la sua dimora è sempre la storia, luogo terrestre della violenza, del patteggiamento con il male: luogo, con una rilettura escatologica di Kant, del «male radicale». Il teologo ha qui buon gioco, sulla base del dispositivo messo in atto, a far risaltare l’eccedenza che sorpassa l’etica: l’irruzione del perdono, il Dio della promessa[7].

La riflessione di F. Riva e P. Sequeri si sofferma anche a descrivere come la liturgia sia festa che apre la comunità alla scoperta della sua destinazione[8]:

 

L'universalità della festa è quella di persone che ricordano in un luogo e in un tempo precisi, con azioni specifiche e inconfondibili, l'una all'altra la propria destinazione. L'universalità della festa esce dalla pura razionalità come segno distintivo dell'umano e segue perciò il cammino di una comunità - è sempre una comunità che fa festa -, ma senza scivolare nemmeno lungo i burroni dell'etnicità.

 

La festa è comunitaria in un senso alternativo rispetto a quello di comunità autoripiegate su se stesse, perché l'aspetto comunita­rio della festa coincide con l'umano comune, che è l'universale. La comunità della festa non è un comunitarismo ripiegato su se stesso: la festa «non è semplicemente l'essere insieme come tale, ma l'in­tenzione che unisce tutti e che impedisce loro di cadere in discorsi singoli, o di disperdersi in esperienze vissute singolarmente»[9]

 

La festa è «comunanza, ed è la rappresentazione di questa comunanza nella sua forma più completa»: non perché nella festa si travasi ciò che precede la festa stessa, ma perché in essa emerge l'eccedenza di una «comunanza non più facilmente determinabile, in un riunirsi per qualcosa, senza che nessuno possa più dire per che cosa ci si raccoglie e ci si riunisce». La festa implica un distacco, che riporta all'unità rispetto alla dispersione del quotidiano, che ricrea comu­nanza, perché la «festa è sempre di tutti»[10].

 

La festa è, appunto, festa.

 

La comunità fa festa, ma la comunità è a sua volta fatta dalla festa. La festa è un fare la comunità, un allargarla e un ricrearla in qualche modo. Dalla festa non si esclude nessuno, nemmeno lo straniero, nemmeno l'asino e il bue (Dt 5, 12-14), di modo che la «comunità è collegata alla festa perché e quando ne vive il valore intrinseco, la fraternità e l'amicizia che lega tra loro i membri»[11].

 

La comunanza della festa si esprime quindi sia in una partecipa­zione corale e comunitaria, sia nella grande attenzione che va pre­stata alla sua forma: la festa tende all'intima unità dei suoi elementi, di cui denuncia il possibile isolamento l'uno rispetto all'altro. L’uni­tà della festa è, nello stesso tempo, comunità e opera d'arte perché «la liturgia non dice "io", bensì "noi"»: non è «opera del singolo, bensì della totalità dei fedeli. Questa totalità non risulta soltanto dalla somma delle persone, che si trovano in Chiesa in un determi­nato momento, e non è neppure la "comunità" riunita. Essa si dilata piuttosto oltre i limiti di uno spazio determinato ed abbraccia tutti i credenti della terra intera»[12].

 

Emerge allora l’assoluta novità dell’eucarestia che restituisce alla comunità la sua ricettività nei confronti dell’azione di Dio[13]:

 

L’eucaristia forma e riforma la Chiesa, in primo luogo ed essenzialmente perché la ferma intorno al corpo del Signore.

 

Deve essere enfatizzato il rilievo cruciale di questa parola/gesto, in cui la Chiesa ferma se stessa per ricomporsi nella sua forma originaria, plasmata dalla presenza e dall’azione del Signore. Quella forma cristiana della comunità inoperosa – apparentemente cultuale – non sta semplicemente all’inizio di uno sviluppostorico della ekklesia della fede: essa rimane sulla verticale della permanente restituzione della fede alla differenza evangelica.

 

Per questo è proprio la liturgia a rivelare la natura della chiesa[14]:

 

Le mille parole, i mille gesti, le mille relazioni nelle quali la comunità dei discepoli si edifica e svolge la sua missione, interrompono il loro corso normale. Giungono a placarsi, si può dire, fino a ridursi all’essenziale: diventano cenno, memoria, segno, simbolo di loro stessi nella celebrazione dell’eucaristia. Dal papa all’ultimo dei battezzati, l’intera Chiesa fa una sola cosa, uguale per tutti ed essenziale per tutti: si raduna intorno al Corpo del Signore, ascolta la sua parola, si nutre della sua presenza. Proclama semplicemente di non poter fare a meno di questo, e di non poter fare più di questo. Riconosce che nessuna delle sue parole può sostituire quella che il Signore rivolge; né alcuna delle sue opere può trovare la sua destinazione, se il Corpo del Signore non ne definisce l’effettivo legame con la vita di Dio.

 

Riva e Sequeri citano a questo proposito uno stupendo passaggio di Clemente Alessandrino che afferma[15]:

 

I cristiani di cui parlo pongono il carattere divino che posseggono nell’assemblea (synagoghé), quando se ne allontanano si fanno in tutto simili alla gente in mezzo alla quale vivono (Clemente di Alessandria, Pedagogus, III, 11,89,3).    

 

La priorità dell’azione di Dio costituisce il motivo dell’inoperosità tipica della partecipazione attiva dei credenti all’eucarestia[16]:

 

Quando celebra l'eucaristia, la Chiesa intera si raccoglie, sospendendo il tempo, intorno all'intimità abissale di questo mistero, in cui tutto è rinchiuso. La Chiesa rinchiude se stessa nel cerchio della consegna ricevuta. Ne riceve in dono un tempo sospeso, uno spazio sigillato, un sostare inoperoso, che sono la chiave di accesso per la benedizione che quel mistero, in questa forma, porta in sé per tutto il mondo e fino alla fine dei tempi. E l'inoperosità di questo fare («actuosa participatio») che edifica la Chiesa, salva l'immenso volume delle parole e dei gesti in cui si esercita il discepolato della sequela dall'insidia della sostituzione che essi - fatalmente - accu­mulano. Tutti, qui, con le insegne del loro ministero e i segni del loro carisma, al servizio del Corpo del Signore, fanno rigorosamente l'identica cosa. Eseguono la consegna. Ripetono la parola e il gesto del Signore, in cui tutte le sue parole e i suoi gesti si raccolgono.

 

E in ciò ricevono salvezza - per loro stessi e per la Chiesa tutta ­- dall'enormità del peso di parole e opere, eventi e fatti, tempi e storie, che finirebbero per seppellirli, se questa inoperosità non li ripassas­se, ogni volta e sempre, nel crogiuolo della morte del Signore e nella frattura della sua risurrezione: che confermano il riscatto dell'orribile peccato del mondo e della modesta resistenza religiosa ad esso. Tale modestia, infatti, riconosciuta come tale di fronte al Corpo dato e al Sangue sparso del Figlio, è posta sotto la protezione della sua fedeltà. E confortata, sostenuta, rallegrata persino, dalla vitalità dello Spirito, che non si nega neppure ai gemiti[17]. E cura la crescita del Regno anche quando dormiamo[18].

 

La disputa sul privilegio che deve essere accordato alle immagini «ecclesiologiche» - Corpo del Signore, Popolo di Dio - per quan­to non priva di giustificazione contingente, deve ormai apparire, nell'odierno kairos, poco più che un esercizio di scuola. Da non in­sistervi, oltre tutto, per non concedere alle burocrazie dei controlli demografici del sacro temi troppo alti, che non le riguardano.

 

La presenza del Signore nel suo Corpo proprio, sacrificato per la salvezza dei molti, che accade - in mysterio - precisamente nella celebrazione di questo sacramento, dentro lo spazio della fraternità dei suoi, che sanno di non esserne all'altezza, ripete la contiguità del Corpo del Signore, fra i suoi, con i molti. Il Corpo del Signore presenta un'asimmetria irriducibile alla ekklesia dei discepoli, che coincide con la singolarità del Figlio Gesù. La celebrazione ripete il mistero del suo immeritato darsi, ed essere udito e toccato, senza che ciò possa essere consumato o requisito da nessun cenacolo, né da alcuna generazione.

 

A questo proposito, Riva e Sequeri ricordano un passaggio di G. Boselli che afferma[19]:

 

L’assemblea eucaristica nel giorno del Signore rappresenta per la maggioranza dei cristiani l'unico segno di appartenenza alla Chiesa, il solo momento ecclesialmente mediato di comunione con Dio e con i fratelli nella fede. A colui che inizia il cammino catecumenale si chiede: "Che cosa domandi alla Chiesa di Dio?". Egli risponde: "La fede". Questa domanda si ripete idealmente ogni volta che un cristiano è chiamato a darsi ragione del suo convenire in unum con altri cristiani. Se infatti la fede è dono di Dio, la vita della fede si compie all'interno della Chiesa di Dio, in quanto si è pienamente soggetti della fede cristiana solo nella comunione dei credenti. E la vita della fede ciò che in profondità il credente ricerca, in modo a volte inconsapevole, quando interiormente risponde alla chiamata di Dio a prender parte alla comunità liturgica. Per questo l'assemblea euca­ristica domenicale è in modo permanente il luogo sacramentale dell'identità cristiana, dove la persona si riceve e si identifica come credente, ricevendo e identificando la propria fede nelle parole e nei gesti rituali che manifestano e comunicano la fede. Oggi i credenti esprimono in modo forte, anche se spesso inarticolato, il bisogno di trovare nella liturgia un luogo dove riconoscersi ed essere costituiti e incessantemente ricostituiti come soggetti della fede» (p. 166) [20].

 

Note al testo

 

[1] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009.

 

[2] P. Sequeri, Karl Barh, in: G. Angelini – S. Macchi, a cura di, La teologia del Novecento. Momenti maggiori e questioni aperte, Glossa, Milano 2008, 113-134.

 

[3] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, pp. 38-40.

 

[4] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 210.

 

[5] J.-Y. Lacoste, Esperienza e assoluto. Sull’umanità dell’uomo, Cittadella, Assisi, 2004, p. 98.

 

[6] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 226.

 

[7] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 231.

 

[8] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, pp. 307-308.

 

[9] Cf. H.G. Gadamer, L’attualità del bello, cit., 46.

 

[10] Ivi, 43.

 

[11] A. Rizzi, Il problema del senso e del tempo. Tempo, festa, preghiera, Cittadella Editrice, Assisi 2006, 84.

 

[12] Cf. H.G. Gadamer, L’attualità del bello, cit., 46; R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1996, cap. 2, 47-48.

 

[13] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, pp. 384-385.

 

[14] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 385.

 

[15] Citato in F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 385.

 

[16] Citato in F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, pp. 427-428.

 

[17] «Sappiamo bene, infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati» (Rom 8,22-24b).

 

[18] «Il Regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27).

 

[19] F. Riva - P. Sequeri, Segni della destinazione. L’ethos occidentale e il sacramento, Cittadella, Assisi, 2009, p. 429.

 

[20] G. Boselli, Convenire in unum. L’assemblea liturgica nei testi delConcilio: due nodi ancora irrisolti, «Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 165-186.

 

Fonte: gli scritti.it

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