Dalla violenza totale alle azioni di emergenza.

Durante l’incontro organizzato dal Centro Cultures and Mission (CAM) di Torino in Italia, il sabato 18 maggio 2024 il Padre Corrado Dalmonego, IMC, antropologo e missionario in Brasile, presenta la situazione attuale delle comunità indigene nel territorio Yanomami, nello Stato di Roraima,

L’invasione illegale del garimpo è cresciuta più di 20 mila volte in 37 anni” (nel 1987 erano 15 ettari - nel 2022 = 3.278 ettari), osserva il missionario della Consolata che svolge una ricerca di dottorato esattamente sull'impatto dell'attività estrattiva illegale nel territorio Yanomami dove è in corso una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti causata dai cercatori d'oro (garimpeiros).

Il popolo Yanomami conta circa 30mila individui sparsi nei territori di Brasile e Venezuela. Si stima che nel 2023 fossero oltre 20mila i garimpeiros illegalmente nelle loro terre.

Padre Corrado spiega che, le comunità sono vittime di “una violenza totale perché, oltre alla degradazione della foresta (tagliano alberi, scavano buche enormi, usano pompe idrauliche, avvelenano i fiumi per l’uso criminale del mercurio per separare l’oro dal resto) aumenta anche la diffusione di malattie, l’epidemia di malaria, denutrizione, violenze sulle donne, introduzione di armi di fuoco, della droga, ecc… Quindi, non è solo una violenza ambientale, è una violenza totale, violenza sociale, (distruzione delle comunità e l’aumento di conflitti interni e fra le comunità), ma anche una violenza spirituale. Attaccare la foresta vuol dire toccare tutto il mondo dei simboli e significati della nostra vita compreso il mondo invisibile della vita spirituale”, avverte.

“Nonostante tutte queste difficoltà gli Yanomami sono ancora vivi”.

Vedi qui il video sull’intervento di padre Corrado nel CAM di Torino

La Terra Indigena Yanomami (TIY) copre un’area estesa oltre 9 milioni di ettari nel Nord del Brasile. In questa regione, i fiumi sono canali di comunicazione che uniscono le diverse comunità. Fu a monte del fiume che i missionari della Consolata, Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi fondarono, nel 1965, la Missione Catrimani, a 250 chilometri da Boa Vista, capitale di Roraima. Nel corso degli anni, la coesistenza del popolo Yanomami con i missionari ha contribuito a rafforzare un modello di missione basata sul rispetto e il dialogo, nella difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta. Tre missionari e quattro missionarie della Consolata sono attualmente impegnati nella Missione Catrimani.

Padre Corrado Dalmonego

Nato nel 1975 e cresciuto a Sant’Antonio di Porto Mantovano, Mantova – Italia, dopo essersi impegnato come animatore in parrocchia ha frequentato il Centro Missionario Diocesano e ha collaborato con l’Associazione Mappamondo che si occupa di commercio equo e solidale. Inizia la formazione nei missionari della Consolata nel 1999, prende i voti religiosi  nel 2004 e viene ordinato sacerdote nel 2010. In Amazzonia è giunto per la prima volta nel 2002, quando era ancora seminarista. Dopo avere concluso la teologia a San Paolo - Brasile, è ritornato nella stessa missione, presso il popolo Yanomami. Attualmente svolge una ricerca di dottorato sull'impatto dell'attività estrattiva nel territorio indigeno Yanomami. Padre Corrado Dalmonego, nel 2019, ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia che si è svolto a Roma ed è autore insieme a Paolo Moiola, del libro Nohimayu – L’incontro. Amazzonia: gli Yanomami e il mondo degli altri. Storia della Missione Catrimani, EMI, Bologna 2019.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Ufficio Generale della Comunicazione

Come se non bastasse l'estrazione mineraria (garimpo) e la conseguente crisi umanitaria (influenza, malaria, malnutrizione, stupri, morte e distruzione dell'ambiente), il popolo Yanomami sta ora soffrendo per una serie di incendi che stanno devastando le loro case comuni, le loro piantagioni e i loro beni di sussistenza. L'allarme arriva dalla Missione Catrimani nello stato di Roraima, nel nord del Brasile, in una nota pubblicata sui social media questo mercoledì 21 febbraio 2024.

Padre Bob Mulega, missionario della Consolata che fa parte dell'équipe della Missione, conferma la situazione critica in cui si trovano le comunità e spiega le possibili cause degli incendi nella regione del medio Catrimani della Terra Indigena del popolo Yanomami (TIY), dove vivono circa 1170 abitanti in 29 comunità. Secondo il sacerdote, gli incendi sono iniziati circa dieci giorni fa e si stanno intensificando ogni giorno.

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Una delle case comunitarie Yanomami bruciate dagli incendi

"Le cause degli incendi sono legate al clima secco e ai venti che colpiscono la regione in questo periodo dell'anno", ha dichiarato padre Bob. "Dai semplici fuochi fatti dagli Yanomami per coltivare i loro campi, con il vento e l'attrito tra gli alberi, le scintille sono trasportate più lontano dal vento, causando principi di incendio in altre parti della foresta già molto secca" Il missionario lancia allora un appello: "È un momento estremamente complicato per le comunità che stanno lottando per proteggere ciò che è essenziale per il loro sostentamento".

La distruzione delle coltivazioni, "fa scattare l'allarme della fame che è imminente perché le nuove piantagioni sono state devastate dal fuoco, che, a partire dalla missione si sta propagando su una vasta area della foresta, in un raggio di tre o quattro ore di cammino lungo il fiume Catrimani", spiega padre Bob. Finora sono state colpite 10 comunità, con tre case comunitarie perse e sei coltivazioni danneggiate, compresa la sede della Missione. "Per fortuna finora non ci sono state vittime, ma il 50% della popolazione locale è ha subito danni", ha affermato il missionario.

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L'incendio si propaga lungo il fiume Catrimani.

Come aiutare

L’équipe dei missionari e delle missionarie della Consolata del Catrimani, nel territorio della diocesi di Roraima, sta lavorando per fornire assistenza alle persone colpite. Padre Bob conclude invitando a un gesto di solidarietà: "Chiediamo le preghiere e la collaborazione di ognuno di voi. Qualsiasi forma di aiuto, dai contributi finanziari al sostegno morale, sarà molto apprezzata. Insieme, possiamo fare la differenza e offrire a questo popolo il sostegno di cui ha bisogno per superare questa avversità". In particolare, gli Yanomami hanno urgente bisogno di cibo, reti e materiali da pesca, essenziali per la loro sopravvivenza. Le donazioni possono essere effettuate tramite il conto dell'Istituto Missioni Consolata. Il vostro aiuto farà la differenza. A nome dell'équipe, grazie di cuore"-

Il “garimpo” nella Terra Yanomami

Con una popolazione di circa 30.000 abitanti, il popolo Yanomami è stato danneggiato per decenni dall'estrazione mineraria illegale, che ha causato il deteriorarsi dell’ambiente naturale, contaminazione delle acque e del terreno, malattie e morti, più volte denunciate al governo come genocidio. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2023 sono morti più di 300 Yanomami, il 50% dei quali erano bambini sotto i quattro anni.

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Piantagione di banane colpita dagli incendi

A un anno dall'inizio delle politiche del Governo federale nella Terra Indigena Yanomami (TIY) con l'obiettivo di proteggere il territorio e riprendere in loco un’azione sanitaria, il Rapporto dell’anno 2022 compilato dal Consiglio Indigeno Missionario (Cimi) sulla violenza contro i popoli indigeni in Brasile, mostra il permanere della critica situazione sanitaria e l’accanimento del “garimpo” - l'attività estrattiva - nel territorio. Il Rapporto evidenzia la scia di omissioni del governo precedente, con la sistematica inosservanza delle decisioni legali e l' intenzionale omissione di proteggere il popolo Yanomami.

Ancora oggi, nonostante gli sforzi di persone e professionisti impegnati, le misure adottate dall'attuale Governo Lula, non sono state sufficientemente efficaci e non hanno trovato la necessaria applicazione da parte di tutti gli organi statali interessati che avrebbero dovuto attuarle. A tutto questo si aggiunge ora la devastante situazione di una parte della popolazione che si trova a dover affrontare le drammatiche conseguenze degli incendi.

* Padre Jaime C. Patias, Comunicazione Generale IMC, Roma.

20240222Catrimani7L'équipe della Missione Catrimani visita le comunità colpite dagli incendi

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All'inizio del nuovo anno 2024, sono state diffuse immagini dove si vedevano bambini Yanomami malnutriti, uguali o addirittura peggiori di quelle del 2023. Un anno dopo l'azione federale la Terra Yanomami deve affrontare il persistere dell'estrazione mineraria illegale e della crisi umanitaria che rivelano le sfide crescenti e l'urgenza di misure efficaci per proteggere la comunità indigena e preservare l'ecosistema.

Un anno fa –si legge in una nota del Consiglio Missionario Indigeno dell’11 gennaio– il nuovo governo ha annunciato l'urgenza di un'azione di forza nello Stato di Roraima per combattere l’emergenza della malnutrizione e la morte degli Yanomami. Si era proclamato il bisogno di sviluppare una task force, attraverso la Polizia Federale, la Forza di Sicurezza Nazionale e l'Esercito, con l'obiettivo di rimuovere i minatori illegali dal territorio indigeno e prevenire ulteriori incursioni. Oggi le immagini mostrano chiaramente che il genocidio degli Yanomami è ancora in corso.

All'epoca furono lanciate accuse contro il precedente governo Bolsonaro, che aveva incoraggiato l'invasione mineraria, e furono pronunciati numerosi discorsi da parte di funzionari governativi sull'importanza delle iniziative che stava prendendo il presidente Lula eppure –secondo gli analisti– nonostante gli sforzi di molti funzionari pubblici e leader indigeni per pianificare azioni e servizi per combattere la fame e le malattie, questi non hanno avuto successo perché, allo stesso tempo, altri attori statali - l'Esercito, l'Aeronautica e le Forze di Sicurezza – “hanno sabotato l'Operazione Yanomami”.

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Unità sanitaria di Homoxi. Accanto al cratere prodotto dall'operazione mineraria. Foto: Júnior Hekurari

Gli organismi diretti da Sônia Guajajara, Ministro per i Popoli Indigeni, e da Joênia Wapichana, presidente della Fondazione Nazionale per i Popoli Indigeni (FUNAI), non dispongono di elicotteri, aerei, barche, armi da fuoco, né di un numero sufficiente di dipendenti pubblici o di risorse necessarie per svolgere il compito. Inoltre, non hanno potere di comando sulle Forze Armate, sulla Polizia federale e sulla Forza Nazionale. Questi erano i tre settori responsabili di fornire tutto il supporto necessario, compresa la sicurezza fisica, per le azioni delle squadre del Ministero della Salute, dell'Istituto Brasiliano per l'Ambiente e le Risorse (Ibama) all'interno del Territorio indigeno.

Le invasioni non sono recente

"Le invasioni e gli abusi vanno avanti da diversi anni, creando una situazione di dipendenza da parte degli Yanomami. I minatori sanno come superare la resistenza e sedurre alcuni Yanomami. Ma non è questo il caso in generale, poiché gran parte della Terra Yanomami è libera degli invasori. Purtroppo in Roraima la maggior parte del territorio è stata invasa. L'attività mineraria è attraente", sottolinea fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata a Boa Vista che da più di 50 anni accompagna il popolo Yanomani. "Stanno distruggendo le risorse, l'acqua è contaminata dal mercurio, ci sono casi di indigeni con un'alta percentuale di mercurio nel corpo, la malaria è in aumento, così come i casi di tubercolosi perché il personale sanitario non è in grado di fare il proprio lavoro", denuncia il missionario.

La Terra Indigena Yanomami (TIY) include un'area estesa oltre 9 milioni di ettari nel nord del Brasile. In questa regione, i fiumi sono preziosi canali di comunicazione che uniscono le diverse comunità indigene. Fu a monte del fiume che i missionari della Consolata italiani, P. Giovanni Calleri e P. Bindo Meldolesi fondarono, nel 1965, la Missione Catrimani, a 250 chilometri da Boa Vista, Roraima.  La Missione contribuisce alla difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta. Nel corso degli anni, la coesistenza di Yanomami con i missionari ha contribuito a rafforzare un modello di missione basata sul rispetto e il dialogo. Tre missionari e quattro missionarie della Consolata sono attualmente impegnati nella Missione di Catrimani.

Finché il problema delle invasioni non sarà risolto, non sarà possibile proteggere gli Yanomami. Secondo fratel Zacquini, “l'Esercito deve essere maggiormente coinvolto. L'Aeronautica dovrebbe interdire lo spazio aereo e l'Ibama dovrebbe controllare i fiumi dove entrano le imbarcazioni. Purtroppo le azioni non sono state sufficienti e in alcuni casi sono state ridicole", dice. "So che ci sono molte persone che stanno facendo un buon lavoro, ma ci sono anche persone che sono contrarie. In Roraima non c'è un politico, deputato o un senatore, che sia a favore degli indigeni", lamenta Zacquini.

Secondo la valutazione di fratel Zacquini, il governo pensava che l'adozione di misure all'inizio del 2023 avrebbe scoraggiato i cercatori e interrotto il flusso ed effettivamente “è risultato che all'inizio un buon numero se ne è andato, alcuni sono stati aiutati ad andarsene, altri se ne sono andati da soli e altri ancora anche se arrabbiati, se ne sono andati".

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La situazione sanitaria degli Yanomami rimane precaria. Foto: Revista Forum

Ma poi sono apparsi aerei ed elicotteri che vanno e vengono in continuazione. “Non si tratta più di cercatori, ma di uomini d'affari che possiedono aerei, elicotteri e macchinari pesanti. Utilizzano piste di atterraggio ancora aperte, anche se Ibama ha rimosso centinaia di motori, pompe di aspirazione e distrutto alcune piste. Questo ha reso l'attività estrattiva un po' più difficile, ma in Venezuela c’erano già delle piste d'atterraggio dove non esistono controlli e dove operano militari corrotti. Loro possono contare con otto o dieci aerei situati vicino al confine dove gli imprenditori minerari operano in piena libertà", denuncia Zacquini.

Salute precaria

“La situazione sanitaria era precaria - continua fratel Zacquini - il Ministero della Salute del Distretto Sanitario Speciale Indigeno (Dsei Yanomami / Ye'kuana) ha cercato con alcune persone di affrontare la calamità, ma la persona incaricata di coordinarla non aveva la competenza: si sono trovati di fronte alla mancanza di personale qualificato per il lavoro. Le difficoltà erano molte, dalla preparazione del personale alla logistica dei centri sanitari, dove alcuni erano stati distrutti, altri erano in pessime condizioni o non erano mai stati allestiti".

Fratel Zacquini spiega che "pochi operatori sanitari si adattano alle condizioni precarie di vita sotto un telone e diventa un lavoro molto pesante".

Una task force senza forze

In questo contesto di contraddizioni, gli Yanomami hanno continuato a morire e i minatori hanno continuato a sfruttare e devastare la terra e il suo ambiente. “Dolore, malattia, fame, malnutrizione, stupro, devastazione, omicidio, caos". Queste sono le parole che riassumono un anno di una task force senza forze. Lo dimostra l'informazione dell'Ibama secondo cui i suoi ispettori hanno subito almeno 10 attentati nel corso del 2023" (Carlos Madeiro, editorialista di UOL, 05/01/2024).

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Gruppo di bambini Yanomami nella scuola della Missione Catrimani. Foto: Jaime C. Patias

Secondo Fratel Zaquini, "quello che è mancato è stata la partecipazione dell'Esercito, dei militari che avrebbero dovuto portare cibo alle regioni colpite dalla fame e dalla malnutrizione dei bambini. Hanno fatto delle azioni spettacolari, lanciando scatole di sardine su alcune piste, cose assurde. Il risultato è scarso, è come una barzelletta", dice. Le azioni, "non sono riusciti a rimuovere tutti i minatori e gran parte di quelli rimasti sono legati al traffico di droga, sono banditi e non minatori, molti dei quali legati a organizzazioni di São Paolo e Rio de Janeiro. Sono armati e hanno iniziato a controllare il personale sanitario; gli stessi indigeni sono stati minacciati e alcuni uccisi in attacchi. Ci sono stati casi di violenza e stupro di donne e ragazze e hanno cercato di sedurre alcuni Yanomami offrendo telefoni cellulari e persino armi e munizioni. La situazione è davvero caotica”, sottolinea Zacquini.

Le immagini trasmesse dalle reti televisive e le testimonianze dei leader indigeni e dei fornitori di servizi all'interno del Distretto Sanitario Yanomami denunciano la drammaticità di quella realtà consumata dalla violenza.

Secondo il Consiglio Missionario Indigeno, il Governo federale deve, al di là dei discorsi e dei piani, “investire risorse, assumere e formare persone, organizzare infrastrutture, predisporre attrezzature e medicinali che permettano operare stabilmente sul territorio. Oltre a questo sarà necessario combattere gli invasori allontanandoli dai territori indigeni e facendoli responsabili civilmente e penalmente, ma soprattutto, perseguendo i principali finanziatori di questo massacro”.

Hugo Loss, un agente dell'Ibama, –in un servizio del programma Fantástico della TV Globo (14/01/2024) – ha rivelato la presenza di sostanze illecite negli accampamenti: "si commercializzano sigarette, polvere e pietre, in altre parole cocaina e crack", ha detto. La presenza di droghe rafforza la natura pericolosa e violenta dell'attuale profilo dei minatori, molti dei quali sono associati a gruppi criminali armati. Il pubblico ministero Alisson Marugal ha sottolineato che il profilo dei minatori è diventato più audace e violento, associato a gruppi criminali armati.

In un anno, l'Ibama ha distrutto più di 35 aerei ed elicotteri utilizzati dai criminali, con una riduzione dell'85% dell'area disboscata dal garimpo. Tuttavia, una pista di atterraggio in Venezuela, a soli cinque chilometri dal confine, è fuori dalla portata delle forze brasiliane, evidenziando la complessità della situazione.

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I giovani yanomami studiano la Costituzione brasiliana e imparano a conoscere i loro diritti. Foto: Missione Catrimani

La Polizia Federale ha più di 400 indagini aperte relative all'estrazione mineraria nella terra degli Yanomami e ha bloccato beni per 600 milioni di reais di coloro che sono indagati. Per combattere efficacemente il crimine, il sovrintendente della Polizia Federale sottolinea l'importanza di eliminare il finanziamento dell'attività mineraria. L'anno scorso il governo ha speso un miliardo di reais per tutte le azioni di emergenza. I soli voli equivalgono a più di 40 giri della Terra.

Per quanto riguarda la crisi umanitaria, nonostante gli sforzi del governo, la situazione nella Terra degli Yanomami non è migliorata significativamente dall'intervento del gennaio 2023. Il Presidente Lula ha annunciato un cambio di strategia, con la presenza permanente di forze di sicurezza nella regione e la creazione di una casa del governo a Boa Vista, con un budget di 1,2 miliardi di reais.

Il ministro per i Popoli indigeni, Sônia Guajajara, sottolinea l'importanza di risanare la terra per ripristinare la salute del popolo Yanomami, mettendo in evidenza il massiccio impatto lasciato dalle attività minerarie nella regione.

"Il territorio indigeno Yanomami è una sfida enorme, sia per le sue dimensioni, ma anche per i trasporti e gli spostamenti. Oggi è un'area che può essere percorsa solo in aereo e i corsi d’acqua si possono usare per portare attrezzature in modo molto limitato", afferma il presidente di Funai, Joenia Wapichana.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, con informazioni di G1 e Cimi.

Carlo Zacquini è un fratello Missionario della Consolata che ha raggiunto l’Amazzonia brasiliana alla fine degli anni sessanta... e non l’ha mai abbandonata. Molto, nella missione del Catrimani, parla di lui.

Come è stato il tuo arrivo nelle missioni della Prelazia di Boa Vista

Quando sono arrivato non parlavo nemmeno portoghese, mi hanno dato una grammatica e un dizionario e ho dovuto cominciare da solo e senza aiuto ma non capivo niente. Dovevano essere certamente una buona grammatica e un buon dizionario ma non erano pensate per uno straniero: ci sarebbe stato bisogno di una guida o di una persona che mi potesse aiutare. Ho chiesto al nostro superiore di andare in una scuola della prelazia per assistere a qualche classe di portoghese assieme ai bambini ma lui mi ha risposto che non era necessario. Quindi sono stato assegnato a dei lavori manuali per i quali non avevo molto bisogno di usare il portoghese, la mia professione era meccanico aggiustatore ed ero andato là per montare una scuola professionale,  e così lavoravo dalla mattina alla sera. 

Gli indigeni li ho scoperti quando alcuni di loro, di passaggio in città, tendevano le loro amache in un portico della Prelazia e si alloggiavano da noi. Loro venivano in città cercando di risolvere alcuni problemi e dovevano ricorrere alle istituzioni statali incaricate degli indigeni, si trattava quasi sempre di funzionari che non risolvevano un bel niente. L’unico appoggio esterno che ricevevano era quello della chiesa e per quello si fermavano con noi.

Loro parlavano un portoghese molto elementare e quindi io riuscivo a capirli magari anche meglio degli altri; anni dopo vennero pubblicati in un libro chiamato “Ritorno alla Maloca” tanti dei loro racconti che il padre Silvano Sabatini aveva registrato. Ricordo la testimonianza di un leader che era venuto in città per recuperare una giovane donna che una famiglia aveva portato a Boa Vista con tantissime promesse, poi alla fine tutte disattese, ma che alla fine lavorava gratuitamente nella casa.

Molto presto mi sono innamorato della causa degli indigeni e della missione in mezzo a loro. La prima volta che ho abbandonato la città è stato per raggiungere un gruppo di indigeni non contattato che era stato avvistato: li abbiamo potuti raggiungere e siamo stati con loro tre giorni. È stata una cosa veramente fantastica: io sono rimasto super impressionato da questa esperienza e da quel momento ho cercato di fare tutto quello che era possibile per poter andare a lavorare con questa popolazione.

La missione del Catrimani

Quella missione, dove ho passato tutta la mia vita missionaria, è stata fondata quando io ero già là ma stavo lavorando alla famosa scuola che era stato il mio primo lavoro. I primi missionari nella missione del Catrimani sono stati p. Giovanni Calleri e p. Bindo Mendolesi che erano partiti alla fine del 1965. Loro con delle barche e un certo numero di uomini, la maggior parte di loro indigeni, avevano disceso il Rio Branco e risalito il Rio Catrimani, superando anche rapide e cascate, fino a un certo punto dove decisero fermarsi e organizzare una prima sede della missione aprendo anche una piccola pista di atterraggio. Gli indigeni erano nei paraggi ma non vicino al fiume grande anche perché quello è il regno di una quantità straordinaria di zanzare che fanno, per dirlo nel migliore modo possibile, la vita quasi impossibile. Questo gli indigeni lo sapevano e invece noi no. Io usavo pantaloni lunghi, mettevo le calze sopra i pantaloni, usavo anche camicie con maniche lunghe e anche così non ero al sicuro del tutto. 

Quando io raggiunsi quella missione, pochi mesi dopo essere stata aperta, c’era già la pista che si poteva usare, anche se poi ho dovuto lavorarci non poco per metterla in buone condizioni. Ero andato là perché Calleri era andato via e il padre Bindo era anche parecchio stanco: non riusciva a imparare la lingua e non riusciva nemmeno a cominciare a battezzare e far catechesi; per lui quella non era una missione.

Mi avevano mandato per fargli compagnia durante un mese e alla fine di quel mese ci sarebbe stata la visita canonica che avrebbe dovuto prendere delle decisioni con rispetto alla nuova missione. Quando arrivò l’aereo che doveva portare i visitatori da quello scendono il superiore generale Fiorina, il vescovo, il superiore regionale... c’era spazio solo per il padre Bindo che aveva l’intenzione di tornare a Boa Vista. 

Non era per niente facile rimanere là. Anche a me sarebbe piaciuto dire che volevo tornare a Boa Vista ma né ebbi il coraggio di farlo soprattutto perché temevo che se l’avessi fatto forse non mi avrebbero più rimandato indietro e io ci tenevo a continuare quella avventura.

Loro rimasero con noi non più di due o tre ore; in quel tempo il padre Fiorina, Superiore Generale, mi convocò nella baracca di paglia che era la nostra casa e mi chiese se volevo rimanere in quella missione. Quando dissi di sì la mia consacrazione al Catrimani era completa. Certamente avrei magari anche dovuto dire che erano finite le munizioni per la caccia così necessaria per mettere qualcosa sotto i denti; anche la baracca non era stata ben costruita, aveva il tetto troppo alto e quando pioveva forte ci pioveva dentro;  anche la barca aveva problemi... ad ogni modo accettai la decisione e non aggiunsi nient’altro; le cose materiali si sarebbero poco a poco sistemate. 

Oggi se dovessi rifarlo lo rifarei esattamente allo stesso modo, volevo rimanere con quella gente della quale tra l’altro capivo ancora abbastanza poco. Non ero affatto preparato per quell’incontro, per quella cultura, per studiare una lingua sconosciuta (non si sapeva di qualcuno che l’avesse studiata e se magari questi studi ci fossero noi non ne avevamo accesso). Addirittura non sapevo nemmeno come si chiamasse questo popolo: si usavano nomi comuni e generici per indicarlo.

Che si chiamassero Yanomami... l’ho saputo quando un giorno, mentre stavo sistemando delle cose nella mia baracca, ho sentito due uomini adulti che parlavano fra di loro e sembrava stessero indicando loro stessi con questo nome. Li ho interpellati e mi hanno confermato il nome e anche detto che tutti gli altri, me compreso, si chiamavano Nap. Era la prima volta che sentivo quel nome, dopo vari mesi. Chissà quante volte avevano detto quella parola anche in mia presenza, ma io non l’avevo mai percepito. Nap era per indicare persone straniere e anche persone pericolose.

Quando sono tornato a Boa Vista la prima volta ero così malconcio che mi hanno subito portato all’ospedale dove sono rimasto due mesi. Appena mi hanno dimesso sono partito in fretta e furia per comprare alcune cose di cui avremmo avuto bisogno nella missione e sono ritornato.

Il primo anno sono stato alla fine quasi tutto l’anno da solo fino a quando mi ha raggiunto il padre Saffirio. Erano quelli i giorni in cui il padre Calleri, che si era imbarcato in una missione pericolosa, aveva smesso di comunicare via radio e si stava temendo il peggio. La prima notizia della morte di Calleri io la seppi dalla radio “Voice of America” che era l’unica che si poteva sentire. Poche settimane dopo il silenzio radio la sua spedizione venne ritrovata massacrata.

Con il padre Saffirio abbiamo fatto abbastanza tempo assieme e assieme è un modo di dire perché quando io dovevo tornare a Boa Vista per essere curato all’ospedale Saffirio era nel Catrimani. Poi magari ci davamo il cambio, io al Catrimani e lui all’ospedale. Era davvero una missione difficile. Oggi noi là abbiamo una piantagione e prodotti che possiamo coltivare, raccogliere e consumate ma allora si era al principio e non c’era niente di tutto questo. Nemmeno gli Yanomami coltivavano alcunché. Da buoni cacciatori e raccoglitori, ogni giorno andavano in foresta per raccogliere o cacciare quello di cui avevano bisogno per sfamarsi. Al principio io li seguivo con la mia calibro 22 che è risultata essere abbastanza efficiente: tutto quel che cadeva dagli alberi era commestibile; il frutto della cacciagione si divideva fra tutti con un criterio tipico degli Yanomami.

Noi poco a poco abbiamo introdotto anche “rinnovamenti” nei costumi degli Yanomami: utensili, strumenti di lavoro per l’agricoltura. Ci eravamo anche inventati una specie di “moneta interna”: dei piccoli cartellini colorati che erano consegnati a cambio di lavoro o servizi prestati. Le buste erano tutte assieme ma nessuno ha mai pensato sottrarre ad altri i cartellini... per la loro mentalità tutto era per la comune utilità. 

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Immagine di una comunità Yanomami. Foto Sabatini. Archivio IMC

Come vedi il futuro del popolo indigeno a Yanomami?

Non è un futuro affatto facile... in tutti questi anni si è fatto proprio di tutto per eliminarli in qualche modo: l’abbandono, l’invasione delle terre, la contaminazione dei fiumi, lo sfruttamento minerario, la mancanza di servizi... tutto congiura contro i popoli indigeni amazzonici come gli Yanomami.

Certamente tanto è stato fatto come per esempio quella campagna internazionale per mezzo della quale si è giunti al riconoscimento e alla protezione del loro territorio ancestrale che è il più grande del Brasile. Quindi ci sono tutti gli strumenti legali... ma non sempre sono rispettati. In modo drammatico, soprattutto durante il governo Bolsonaro che era un nemico giurato degli indigeni, si stava cercando di annullare tante conquiste.

La strada che il governo militare aveva costruito nelle prossimità di questo territorio, era costata milioni di dollari e l’abbiamo sfruttata anche noi (e in parte anche mantenuta) per non dipendere troppo dai taxi aerei che erano costosi, incerti e a volte anche pericolosi. Ma alla fine abbiamo rinunciato perché era diventata la via di ingresso di ogni genere di cose e persone che venivano a fruttare le ricchezze dell’Amazzonia e a distruggere l’unico ambiente nel quale gli Yanomami possono vivere degnamente. La situazione a volte degenerava a tal punto che c’erano anche stati degli scontri armati ai quali gli Yanomami non prendevano opporsi né per numero né per capacità militare ed erano costretti a fuggire.

È difficile dare una dimensione a questo sterminio e a queste morte: non esiste un censimento sicuro del numero di indigeni e nemmeno un registro delle causa di morte.

Dopo il periodo terribile di Bolsonaro è arrivato il governo di Lula che, pur non essendo specialmente sensibile alla situazione indigena anche perché le sue estrazioni sono molto diverse, si è dichiarato a favore delle minoranze etniche ed è disposto a riparare molti dei danni che sono stati fatti. 

Non sarà facile, sarà un lavoro duro e anche molto lungo: ci sono poche persone preparate per poter risolvere certi problemi in mezzo a una popolazione come quella; ci sono molti medici che si offrono come volontari per andare, ma non sanno cosa fare; la mancanza di interpreti e di una minima conoscenza di questa popolazione tante volte è perfino controproducente. Io spero solo che possano persistere in questa lotta perché la situazione è terribile e i bambini continuano a morire.

Poi bisogna anche sottolineare che, malgrado le buone intenzioni del governo, in varie occasioni la polizia non è riuscita a mandare via i garimpeiros. Loro sono ben organizzati, ben armati e sufficientemente protetti. Le minacce sono all’ordine del giorno e fanno desistere o posticipare azioni che sarebbero necessarie ed urgenti. La legge è bella ma come sempre quando il danneggiato è un povero che non ha peso politico, militare ed economico... allora non sempre si applica come si dovrebbe. 

Le popolazioni indigene e i migranti venezuelani, vittime di pregiudizi nella società di Roraima, sono stati i protagonisti dell'accoglienza al nuovo Vescovo diocesano di Roraima davanti alla Cattedrale del Cristo Redentor a Boa Vista. Essere accolti da coloro che non contano è un segno di Dio, che sceglie coloro che la società scarta. 

Così ha preso possesso della sua nuova diocesi di Roraima Mons. Evaristo Spengler che è stato accompagnato, in una emozionante liturgia, dai Vescovi della Regione Nord della Conferenza Episcopale Brasiliana (CNBB), da altri prelati provenienti da diversi angoli del Brasile e del Venezuela, da un folto numero di sacerdoti, religiosi e rappresentanti di parrocchie e comunità e dai suoi due predecessori, mons. Mario Antonio da Silva e mons. Roque Paloschi.

La cerimonia si è svolta nella cattedrale di Cristo Redentor  con una liturgia ricca di simboli amazzonici e nel giorno della solennità dell'Annunciazione del Signore, quando questa comunità diocesana si appresta a cominciare la preparazione ai 300 anni di evangelizzazione che si compiranno nel 2025. I popoli indigeni e i migranti venezonali, presenti numerosi nella cattedrale, hanno avuto un ruolo importante: la lingua spagnola e Macuxi è stata utilizzata nella proclamazione delle letture, nel canto e in altri momenti della celebrazione.

Riflettendo a proposito del Mistero dell'Annunciazione, il vescovo Evaristo ha messo in evidenza come Dio abbia inviato il suo angelo in una regione disprezzata, per incarnare un Messia che ha voluto far parte della povera gente e che ha rivelato che "il Regno di Dio è presente soprattutto nelle persone più umili". Questo è molto evidente nella figura di Maria che ha superato tutte le paure per far suo il progetto di Dio e "portare nel cuore la certezza che Dio cammina con lei e con i poveri. Alcune paure fanno molto male –ha ricordato Mons. Evaristo– e ci impediscono di camminare e di costruire un futuro coerente e più autentico con il Vangelo".

Da qui il nuovo Vescovo della Diocesi di Roraima ha visto l'urgenza di "costruire una Chiesa di speranza e fiducia in Dio" e, chiamando tutti ad assumere la propria vocazione battesimale, ha insistito che dobbiamo continuare ad essere “popolo di Dio in cammino, sempre insieme, senza paura, disposti a costruire comunità di servizio per mezzo delle nostre Comunità Ecclesiali di Base”.

Sull'esempio di Maria "questa Chiesa particolare ascolta la chiamata di Dio attraverso il grido del suo popolo", lo stesso che hanno fatto i primi missionari che sono arrivati 300 anni fa e, "con molto sacrificio per le difficoltà che hanno sperimentato in spostamenti, comunicazioni e risorse qui si sono lasciati consumare nella testimonianza del Vangelo vivo. Loro hanno costruito questa Chiesa che non si è mai lasciata guidare dagli applausi o dalle critiche, ma dalla fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo", fino a dare la vita, come è accaduto a padre Calleri IMC.

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Commentando il momento attuale il nuovo vescovo ha detto che “la nostra Chiesa non può tacere di fronte alla tragedia del popolo Yanomami, di fronte alle loro terre invase dalle miniere illegali che li hanno privati del territorio, della salute, della pace, dei mezzi di produzione alimentare e, in poche parole, della vita stessa. Quindi la Chiesa di Roraima ribadisce ancora una volta il suo impegno a favore dei popoli indigeni in difesa della vita e del territorio”. Questo impegno, ha aggiunto il Vescovo, si estende anche ai migranti che "desidera accogliere e inserire in questa terra, molti di loro partecipano già alla vita delle comunità cristiane della diocesi”.

Mons. Evaristo Spengler ha anche ricordato, riflettendo sul ministero del vescovo, che "più importante del Vescovo è la Chiesa" e ha concluso con una professione di fede nella Chiesa in cui crede: una Chiesa fedele al Vangelo e sempre attenta alla Parola; una Chiesa al servizio dell’umanità e a difesa della vita soprattutto dove è più minacciata; una Chiesa alleata dei poveri, degli indigeni, dei migranti, delle donne, dei giovani e degli affamati; una Chiesa che fa l'esperienza della condivisione e della solidarietà; una Chiesa responsabile della Casa Comune, che ama, cura e difende la nostra sorella Madre Terra; una Chiesa profetica e ministeriale, fatta di Comunità e testimone di sinodalità.

“In questa Chiesa del Roraima tre volte centenaria –ha concluso mons. Evaristo– mi sento tranquillo e abbastanza sicuro, non per le mie forze, ma per la testimonianza, la fedeltà e profetismo della Chiesa stessa".

Al termine della celebrazione, c'è stato un momento di ringraziamento per il nuovo vescovo che  ha coinvolto sacerdoti, religiosi e laici. Il nuovo vescovo è stato anche accolto dal sindaco della città, che gli ha dato il benvenuto nella città di Boa Vista, sede della diocesi di Roraima.

* Padre Luis Miguel Modino, consigliere per la comunicazione della CNBB Nord.

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