Padre Luca, come è stai vivendo la guerra in Ucraina così vicina al luogoin cui ti trovi?

Vivo da 15 anni in Polonia, nel Paese confinante con l'Ucraina. Quando è scoppiata la guerra, ricordiamo tutti molto bene le migliaia, milioni di persone che dall'Ucraina sono improvvisamente entrate in Polonia, mamme e bambini. Ci siamo impegnati molto nell'accoglienza di queste persone nella prima fase

"Questa è stata la prima fase di accoglienza, poi la nostra attenzione si è spostata maggiormente sull'Ucraina,  dove purtroppo ancora il conflitto continua e quindi abbiamo iniziato a compiere viaggi in macchina. Solo nell'ultimo anno ci sono stato cinque volte. L'ultima volta un mese fa, a metà marzo, insieme a un altro sacerdote polacco, don Leszek Kryza, che è un profondo conoscitore dell'Ucraina. Lui ora lavora in Polonia, ma ha molti contatti in Ucraina. Insieme abbiamo iniziato a portare questi aiuti rispondendo alle necessità che sono davvero grandi in questo momento".

Cosa vuole che la gente in Italia sappia dell’Ucraina e degli ucraini che vivono questa guerra?

Ogni viaggio che ho fatto è stata un'occasione per incontrare le persone in tanti paesi, in tante città. Abbiamo visitato e portato aiuto, lo stiamo ancora portando in queste settimane in tutto il Paese: dalla zona più lontana dal fronte come, per esempio, la grande città Leopoli o altre città dove ci sono tantissimi profughi provenienti dalla zona est, ma siamo arrivati anche nelle zone del fronte: l'ultimo viaggio lo abbiamo fatto a Kherson, prima ancora a Kharkiv. Compiendo questi viaggi, incontriamo tantissime persone: sono persone stanche, stanche della guerra. Non dimentichiamo che dura da più di un anno, ma in alcune regioni del Paese da ben nove anni ininterrottamente. Non c'è giorno che da qualche parte in Ucraina non ci siano bombe, esplosioni. Questa da un senso costante di paura. 

Allo stesso tempo c'è la speranza che questa guerra possa concludersi prima o poi e speriamo il prima possibile. Ed è anche la nostra speranza. È chiaro che al momento realisticamente non è facile vedere una fine perché la situazione è molto complessa, però non dimentichiamo che l'obiettivo da raggiungere è la pace.

Secondo Lei, quale è il compito della Chiesa in questi momenti così drammatici?

Io ammiro grandemente le persone che ho incontrato – religiosi, sacerdoti, suore, vescovi – che per scelta sono rimasti tutti praticamente li dove già vivevano prima dello scoppio della guerra. Li ammiro perché non è facile. Hanno avuto e stanno dimostrando un grande coraggio e questa vicinanza alle persone è un qualcosa di impagabile, preziosa tanto quanto sono preziosi gli aiuti umanitari, forse ancora di più. Perché se le persone soffrono per mancanza di beni materiali, non dimentichiamo che la sofferenza più grande è la mancanza di umanità che queste persone vedono in pochi giorni, in pochi attimi, scomparire nella loro vita. La presenza della Chiesa, dei religiosi, delle persone che sono lì col popolo di Dio, è un segno anzitutto di presenza: “Ci sono, sono vicino a te nella sofferenza. Non scappo. Ti aiuto per quanto ti posso aiutare. Soffro con te, spero con te e condivido con te quello che ricevo”. Credo che sono un po’ gli atteggiamenti che in questo momento stanno distinguendo queste persone. Invito davvero tutti a continuare a pregare per loro perché sempre abbiano forza, abbiano coraggio e possano sempre indicare l'obiettivo che tutti speriamo, l'obiettivo della pace, che possa arrivare al più presto anche attraverso loro.

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In Ucraina le persone dicono che questa guerra le ha cambiate. Che effetto ha avuto su di lei il fatto di avere un contatto così ravvicinato con questa terra?

Credo che abbia cambiato anche me, nel senso che io mai, mai avrei immaginato di trovarmi in una situazione come questa, pur non vivendo in Ucraina, ma essendo a stretto contatto, tornandoci spesso e comunque vivendo quelle relazioni che si sono messe in moto a causa della guerra. La guerra è brutta, la guerra è tremenda, la guerra ti distrugge, porta morte, però vorrei anche essere portavoce non soltanto di questa tragedia, ma anche provare a far vedere che c'è un lato positivo: c'è una grande umanità che si sta muovendo nel corso della guerra, persone che comunque vogliono fare qualcosa, vogliono aiutare, vogliono essere vicino a queste persone. Ne ho conosciute tante. E questo per dire che di fronte a una tragedia come quella che si sta consumando in Ucraina in questo momento, la risposta del bene è forte, anche se è una risposta più silenziosa e molto meno appariscente del male. E io sono un po’ testimone anche di questo.

Il mio coinvolgimento è dovuto anche al fatto che tante persone mi hanno contattato in maniera del tutto spontanea dicendo: “Padre Luca, noi abbiamo questi beni, aiutaci a farli arrivare in sicurezza. Tanti aiuti li trovo in Italia, e anche, chiaramente, in Polonia: la mia Congregazione manda gli aiuti dalla Spagna, dal Canada, dal Sudafrica; da tutto il mondo sono venuti gli aiuti in diversi modi: chi si è fermato un mese, che si è fermato due, chi ha spedito dei container, chi una somma di denaro. Questo è un segno di come di fronte a una realtà così grande e tragica c'è, comunque, una risposta positiva che guai se venisse a mancare. Questa è una risposta positiva che occorre costruire, credere, sottolineare, ricordare perché a noi la guerra fa paura, fa impressione, giustamente, però il bene deve essere più forte, deve vincere questa guerra e crediamo fortemente in questo.

Quale, secondo Lei, dovrebbe essere la risposta dei cristiani che non vivono direttamente nei paesi colpiti, alla tragedia di guerra non solo in Ucraina, ma anche in tanti altri Paesi del mondo? 

Io credo che il compito di ognuno di noi è porsi la domanda: “Cosa posso fare io?” Io non avrò mai la possibilità di cambiare i destini della guerra perché non ho questa responsabilità, però nel mio piccolo posso fare qualcosa. Ed è una domanda che se tutti quanti ci facciamo e alla quale cerchiamo di rispondere, troveremo davvero la forza e capiremo cosa concretamente possiamo fare. E qui dai bambini, agli adulti, agli anziani – tutti possiamo fare qualcosa di concreto.

Vi racconto questo piccolo episodio. Durante l’ultimo viaggio siamo stati a Kherson che è una città a sud dell’Ucraina. La regione di Kherson è divisa dal fiume Dnipro che in questo momento è proprio il confine della linea frontale. Ero accompagnato dal parroco locale. La zona è insicura, pericolosa e come sacerdoti non soltanto abbiamo portato gli aiuti in quel contesto, ma abbiamo pregato in quel momento lì, proprio sulla riva del fiume. Spontaneamente ha voluto benedire proprio quello che stava succedendo lì, dicendo: “Signore, aiutaci, perché siamo veramente deboli di fronte a questo”. Questo è un piccolo esempio, ma senza andare in queste situazioni così esposte, credo che ognuno di noi davvero può fare e dovrebbe fare qualcosa positivamente. San Paolo dice: “Vinci il male con il bene”. E quando il male è grande, non ti devi spaventare, non riuscirai a vincerlo completamente, però per lo meno quella piccola goccia di bene che puoi fare portala e tuvedrai che tante piccole gocce potranno veramente dare un grande effetto, contribuiranno ad un grande sollievo per tante persone.

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Fonte: VATICAN NEWS

La città di Kherson si trova nel sud del paese. È costruita interamente sulla sponda occidentale del fiume Dnieper che lì vicino sfocia nel mar Nero. La città e stata occupata all’inizio della guerra alla fine di febbraio del 2022 e liberata l’11 novembre. La liberazione della città purtroppo non ha coinciso con la ritrovata pace. I soldati russi hanno arretrato sulla sponda orientale del fiume e da li costantemente colpiscono la città a poche centinaia di metri, separati soltanto dal fiume.

Qui vive don Massimo, parroco dell’unica parrocchia cattolica della città dedicata al Sacro Cuore, insieme al suo vicario anche lui don Massimo. Lì, con don Leszek Krzyza, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, li abbiamo incontrati nell’ultimo nostro viaggio avvenuto tra il 17 e il 21 marzo. Don Massimo è giovane, ha solo 36 anni ed è nativo proprio di Kherson, guida la parrocchia nella quale e cresciuto da bambino. Abbiamo deciso di venirlo a trovare perché sappiamo che sono poche le persone che qui vengono, cosa da lui molto apprezzata. Ci diamo appuntamento in macchina fuori dalla città per essere da lui accompagnati. Occorre infatti passare diversi check point per entrare. Nell’ultimo controllo dopo aver mostrato i documenti e l’aiuto umanitario che trasportiamo: generatori di corrente e una stufa a legna, il soldato, indicandoci con un cenno che potevamo proseguire, ci dice in inglese «good luck», buona fortuna. 

La città di Kherson prima della guerra aveva 300 mila abitanti, oggi ce ne sono circa 20 mila. Il coprifuoco inizia alle 17.00 col divieto di uscire per le strade ma in realtà –ci spiega don Massimo– già dalle 14.00 nessuno si vede più in giro. C’è un silenzio strano, profondo e triste, interrotto soltanto dai colpi sparati a pochi chilometri che risuonano nell’aria.

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A distanza di un anno chi vive qui riesce a capire dal rumore chi e stato a sparare. Più volte siamo tranquillizzati, non vi preoccupate questi sono i nostri.

Non potendo uscire, trascorriamo il pomeriggio e la serata nella casa parrocchiale. Facciamo lunghe chiacchierate alternando temi allegri che ci fanno sorridere a racconti più seri su quanto accade qui. Ci accorgiamo quanto sia importante l’esserci, l’ascoltarci e il guardarci, molto più prezioso di tanti aiuti materiali che comunque, ringraziando il cielo, non mancano e che sono vitali per le persone che qui cercano di sopravvivere. 

In questo luogo anche la distribuzione degli aiuti e problematica e il problema non è la mancanza di aiuti ma il fatto che le persone si radunano insieme durante la distribuzione e diventando un possibile ed invitante bersaglio. Per questo motivo il giorno e l’ora vengono sempre cambiati. Nonostante la pericolosità e i divieti, alcuni, per essere tra i primi a riceverli, trascorrono la notte all’aperto aspettando.

Don Massimo ci accompagna nel solaio e ci mostra il buco lasciato dal razzo inesploso che è entrato nella soffitta a dicembre e oggi custodito come ricordo dopo essere stato messo in sicurezza lì vicino. Era il 23 dicembre. Le donne stavano preparando la chiesa per il Natale quando improvvisamente il rumore dal tetto. La notizia del “miracolo” aveva fatto velocemente il giro, amplificata dal web. E veramente inspiegabile quello che era accaduto. Tuttavia, la pubblicità fattasi attorno a questo ha preoccupato non poco chi abita qui perché il web è visto anche da coloro che si trovano dalla parte opposta del fiume.

La notte riusciamo a riposare e al mattino di buon’ora ci mettiamo in macchina per visitare la città. Qualche persona cammina per le strade principali per fare un po’ di spesa. Con sorpresa notiamo che funzionano gli autobus anche se non quelli elettrici perché i cavi sono stati tagliati. Tuttavia, l’impressione è quella di una città vuota e triste. Andiamo sulla piazza centrale luogo prima di proteste e poi dei festeggiamenti. Il grande edifico del governatore ha sulla sinistra una parte completamente distrutta, centrata da un razzo, le finestre dell’ultimo piano che si affaccia sulla piazza sono tutte saltate e alcune penzolano nel vuoto. La parete laterale e stata centrata e distrutta.

Nel parco della città camminando con attenzione solo sui vialetti cementati colpiti dalle schegge dell’esplosioni ma evitiamo di calpestare l’erba dei giardini nascondiglio insidioso delle mine sparse dappertutto, ci avvinciamo alla grande torre televisiva che giace sul prato. Sarà lunga oltre 60 metri. Si avvicina a noi una macchina della polizia attirata forse del fatto che stiamo facendo fotografie, ma dopo pochi secondi prosegue oltre. Dai vialetti raccogliamo alcune schegge lasciate dai razzi, sono molto affilate e toccandole si può immaginare il danno che provocano lanciate all’impazzata dalla forza dell’esplosione.

Facciamo ancora un salto davvero breve fino alla sponda del fiume in una delle tante piazze della città che vi si affacciano. A poche centinaia di metri si vede la sponda opposta coperta prima dai canneti e poi la terra ferma. Qui inizia la zona occupata. Rimaniamo solo qualche istante, è pericoloso sostare qua; qualche foto e un breve video e poi ritorniamo in parrocchia.

È domenica mattina e quindi si celebra la Messa coi fedeli che sono circa 20 tra i quali anche tre bambini molto allegri e sorridenti e quasi incuranti del luogo e delle condizioni in cui vivono: apprezzano tanto la cioccolata che regaliamo loro. Era la quarta domenica di quaresima, chiamate laetare (gioire), che qui risuona come un invito da accogliere nella fede e nella speranza.

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Mikolajów

A poche decine di chilometri in direzione ovest quasi sulla sponda del mar Nero si trova la città di Mikolajów che raggiungiamo la domenica stessa. Qui si trova il Santuario di S. Giuseppe che oggi celebra la festa patronale. La città a differenza di Kherson non è stata occupata anche se porta i segni e le ferite dei tentativi di occupazione.

Dopo la celebrazione solenne, presieduta dal vescovo locale della diocesi di Odessa, a cui hanno partecipato decine di fedeli, ci troviamo coi sacerdoti. Tra loro siedono non solo i cattolici ma anche i greco cattolici e un prete ortodosso della chiesa ucraina. Il clima e piacevole e interessanti sono gli argomenti che scambiamo. È presente anche il sindaco della città anche lui cattolico.

Nella piazza principale della città si affacciano due grandi palazzi, uno del sindaco e l’atro opposto del governatore della regione. Il palazzo della regione si presenta con un gigantesco buco causato dallo scoppio di un razzo che lo ha centrato.

Erano le 8.30 di mattina quando avvenne lo scoppio e in quel giorno era convocata una riunione di ufficio. Il governatore fece ritardo e si scusò mandando un messaggio e nel frattempo avvenne l’attacco che causò la morte di oltre 40 persone. Quel ritardo gli salvò la vita. Nel pomeriggio passeggiamo in centro recandoci in quel luogo. Il clima, a differenza di Kherson, è diverso. Sono molte le persone che passeggiano, giovani e bambini corrono con le biciclette in una domenica con le temperature già primaverili. Se non fosse per gli allarmi che di tanto in tanto risuonano, sembrerebbe quasi un ritorno alla normalità.

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Fastow

Il giorno successivo sulla strada per Kiev ci fermiamo a Fastow, una cittadina a circa 100 km di distanza. Qui vive una comunità di Domenicani. Sono molto attivi. Lavorano con un gran numero di laici, giovani soprattutto. Ci accoglie padre Marco, ucraino. Dopo aver mangiato nel locale gestito dai giovani della comunità, visitiamo l’asilo e la scuola elementare. Quasi cento bambini provenienti dalle zone del fronte dove si combatte a Est, hanno trovato qui alloggio e l’accesso alla scuola. Le classi sono ben attrezzate e le insegnati garantiscono un ottimo lavoro. Nel seminterrato sono allestiti tre piccoli locali rifugio. La procedura impone che ad ogni suono di allarme i bambini devo essere qui condotti fino al termine del cessato allarme. Questo purtroppo spesso accade, come nella giornata odierna e alcuni di essi manifestano disagio e sofferenza ogni qualvolta devono qui scendere.

Nel giardino è allestita una tenda da campo sotto la quale ognuno, gratuitamente e in ogni momento, può qui venire e ricevere qualcosa di caldo, scaldato dalla cucina di campo posta all’esterno. Sul fondo della tenda si trova un gran presepio che dà il nome alla tenda.

Questa comunità e impegnata non solo qui, ma anche organizza viaggi al fronte per raggiungere i villaggi e portare aiuti alle famiglie che vivono ancora là. La sfida, ci racconta padre Marco, e quella di poter continuare a ricevere aiuti da distribuire: mensilmente sono circa 200 tonnellate. Anche noi ci impegniamo a organizzare un nuovo invio che possa arrivare qui.

Quasi alla fine di questo viaggio ci raggiunge la notizia dell’arrivo del tir che abbiamo spedito alla città di Zaporoze costantemente sotto attacco: riceviamo un video di ringraziamento del Vescovo locale. Ringrazia anche la comunità dei frati cappuccini a Dnieper ai quali abbiamo mandato un altro trasporto con aiuti e sistemi fotovoltaici che dovrebbero lenire gli effetti della mancanza di energia elettrica.

*Luca Bovio, missionario della Consolata, lavora in Polonia

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"Esprimiamo solidarietà e rinnoviamo il nostro impegno per la vita dei Popoli Indigeni dell'Amazzonia, in particolare degli Yanomami che si trovano ad affrontare gravi minacce alla loro sopravvivenza". Questo è un estratto del messaggio diffuso dai Missioni Consolata giovedì 16 febbraio, festa del Fondatore, a conclusione dell'Assemblea del Continente Americano in preparazione del prossimo Capitolo Generale. 

L'incontro online ha riunito per tre giorni 35 missionari che lavorano in diversi Paesi del continente e la Direzione Generale da Roma. "Siamo indignati per questa tragedia inflitta a un popolo che conosciamo da tempo, pieno di vitalità, bellezza e ricchezza spirituale, senso della festa e della condivisione. Questa barbarie è il risultato di un progetto di sfruttamento che la società non indigena ha imposto agli Yanomami", sottolinea la nota della Congregazione che da 75 anni accompagna i popoli indigeni in Amazzonia.

A continuazione il messaggio completo diffuso il 16 febbraio. Festa del Beato Giuseppe Allamano:

NOTA DI SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO YANOMAMI

"Dobbiamo ascoltare di più i popoli indigeni e imparare dal loro modo di vivere per capire bene che non possiamo continuare a divorare avidamente le loro risorse naturali" (Papa Francesco, 6° Incontro Mondiale del Forum dei Popoli Indigeni, Roma, 10/02/2023).

Noi, Missionari della Consolata riuniti online per l'Assemblea Continentale dal 14 al 16 febbraio 2023 in preparazione al XIV Capitolo Generale, esprimiamo solidarietà e rinnoviamo il nostro impegno per la vita dei popoli indigeni dell'Amazzonia, in particolare degli Yanomami che si trovano ad affrontare gravi minacce alla loro sopravvivenza.

Le immagini e le informazioni diffuse sugli Yanomami, all'interno del loro territorio legalmente riconosciuto nello stato del Roraima, hanno avuto grande risonanza in Brasile e in tutto mondo, generando diverse manifestazioni di indignazione, solidarietà e richieste di indagini sui vari crimini che sono stati commessi. Siamo indignati per questa tragedia che è stata inflitta a un popolo che conosciamo da molto tempo, pieno di vitalità, bellezza e ricchezza spirituale, senso di festa e condivisione. Questa barbarie è il risultato di un progetto di sfruttamento che la società non indigena ha imposto agli Yanomami.

Ciò che è emerso dai mezzi di comunicazione non è nuovo. Negli ultimi cinque anni, le organizzazioni indigene e i loro alleati hanno fatto innumerevoli denuncie: dall'invasione delle terre degli Yanomami fino all'abbandono della assistenza sanitaria pubblica

Senza ottenere una risposta adeguata, che avrebbe potuto evitare questa situazione di sterminio,  l'omissione delle autorità pubbliche è stata notoria.

Le prove indicano che negli ultimi anni la combinazione di incentivi sistematici per l'estrazione mineraria, la negligenza con rispetto all’assistenza sanitaria hanno finito per minacciare la vita fisica e culturale del popolo Yanomami. Questi fattori hanno generato, tra gli altri mali, una crescente violenza contro le comunità, la distruzione dell'ambiente, la contaminazione dei fiumi, l'aumento della malaria, della malnutrizione, della verminosi e delle malattie respiratorie.

Come fratelli e sorelle degli Yanomami, ribadiamo gli appelli della Chiesa in Amazzonia, del Consiglio Missionario Indigeno (Cimi), delle organizzazioni indigene e dei loro alleati, affinché le autorità governative competenti affrontino il problema alla radice con misure volte allo smantellamento dell’attività mineraria illegale, all'immediata espulsione dei garimpeiros dal territorio indigeno, alla protezione permanente del territorio, nonché all'indagine e alla punizione rigorosa dei responsabili dei crimini commessi contro il popolo Yanomami.

Appoggiamo tutte le misure di emergenza adottate dal governo federale per salvare vite umane, ma allo stesso tempo chiediamo la ripresa dell'assistenza sanitaria all'interno del territorio in conformità con la Costituzione.  

In spirito di comunione, esprimiamo anche il nostro sostegno e la nostra solidarietà alla Diocesi di Roraima e a quei Missionari della Consolata che da 75 anni accompagnano le popolazioni indigene del Roraima. La missione svolta con rispetto, dialogo e testimonianza profetica contribuisce alla difesa delle comunità, dei loro territori e delle loro culture, e alla cura integrale della Casa Comune. L'opzione storica per i popoli indigeni e l'Amazzonia ci aiuti a essere più fedeli alla missione ad gentes e al carisma ereditato dal Fondatore.

I partecipanti all'Assemblea Precapitolare IMC del Continente Americano.

Oggi, 6 gennaio 2023, appena alzato ho visto la nuova macchina portata questa notte da Matteo. Si tratta di una Land Cruiser bianca che sarà la nuova ambulanza per l'ospedale. Finalmente, grazie all'impegno di tanti, il sogno si è avverato ed è  diventato realtà.

Quando circa un anno fa Matteo parlava della necessità di un'ambulanza idonea per viaggiare su queste piste, io per primo - quando aveva specificato il costo per l'acquisto - avevo pensato che era una assurdità... di questi  tempi sarà impossibile raccogliere  una tale somma (60 mila €)!

Confesso che questa è la seconda volta che  mi capita di peccare per mancanza di fiducia.

La prima volta è stato quando nel 2014 Matteo era in Italia per le sue prime vacanze dopo il suo ritorno in Costa d'Avorio. Io di solito  accompagnavo Matteo ai vari incontri e appuntamenti che aveva ed una volta ho assistito, a Senigallia, ad una riunione insieme a Daniela Giuliani ed altri suoi amici Architetti e Ingegneri. Si parlava di progettare la costruzione di una chiesa a Dianra Village. 

Seduto in un angolo della stanza, ascoltavo quanto dicevano in merito all'opera da realizzare e mi dicevo tra me: "Questi sono proprio dei sognatori matti!"

Infatti, nel 2007, io avevo  visitato quel luogo dove loro, 7 anni dopo, pensavano di costruire la chiesa a Dianra Village. Il posto era un terreno sopraelevato rispetto al villaggio con tante grosse pietre. Su una di queste, all'ombra di alberi maestosi, i primi missionari della Società  delle  Missioni Africane –negli anni novanta– avevano celebrato la prima Messa, usandola come altare. Il terreno interessato era stato poi dato alla comunità cattolica perché dicevano che quel luogo elevato era abitato dagli spiriti...

Ebbene, nel 2019 ho avuto  il privilegio di essere presente all'inaugurazione della nuova chiesa!

Oggi devo dire con assoluta certezza che la Provvidenza c'è! Esiste ed è veramente all'opera! 

Basta  avere fede, confidare nel Signore ed anche i sogni più  impossibili possono realizzarsi e diventare realtà. Di questo sono stato testimone!

*Pietro Pettinari è il papà di padre Matteo che lavora in Costa d'Avorio

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Da sinistra, Pietro, babbo di P. Matteo Pettinari che segue nella foto, la signora Carla Paccoia, promotrice principale del progetto, e Igino Pettinari

Le porte sono sempre aperte. Di notte e di giorno. L’accoglienza nella parrocchia di Oujda, in Marocco, non ha orari. C’è sempre qualcuno a ricevere gli immigrati con lo spirito del samaritano: accudire chi soffre, chiunque esso sia, qualunque storia lasci alle sue spalle. «Non ci guida niente altro che la solidarietà», spiega Edwin Osaleh Duyani, missionario della Consolata e parroco di Oujda: «Non abbiamo altri fini né vogliamo offrire altro che un messaggio di amore verso chi viene da esperienze durissime». La Chiesa cattolica a Oujda è presente da decenni. Un’eredità lasciata dai colonizzatori francesi. E francese era il parroco quando, nel 2019, un gruppo di missionari della Consolata arriva nella zona. «Stavamo progettando di impegnarci a favore dei migranti», continua padre Edwin, che lavora nella parrocchia insieme a due confratelli: «Inizialmente si pensava di dar vita a una missione a Melilla, enclave spagnola in terra marocchina. Quando siamo arrivati a Oujda le condizioni ci sembravano però ottimali». La città è vicino al confine tra Marocco e Algeria. Una frontiera tribolata, spesso chiusa a causa delle tensioni politiche e diplomatiche tra Rabat e Algeri. Eppure così porosa da permettere il passaggio dei migranti verso le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. «Molti migranti vengono qui per chiedere aiuto dopo un viaggio sofferto nel deserto», osserva padre Edwin. Qui «trovano quella realtà famigliare che è necessaria per ripristinare un minimo di serenità a perso ne che hanno vissuto esperienze durissime nel loro migrare». 

Nella parrocchia, che ha locali molto grandi, i migranti hanno la possibilità di mangiare, dormire, lavarsi, cambiarsi d’abito. «Nel 2021 — continua il missionario — abbiamo accolto 2300 persone. Nei primi sei mesi di quest’anno ne abbiamo già ospitate un migliaio. Molti arrivano in condizioni terribili. Hanno ferite di tutti i tipi sul corpo, alcuni sono anche segnati nella psiche. Emigrare è un trauma che segna molti nel profondo dell’anima». Quando sono accolti nella parrocchia, i migranti vengono anche curati e assistiti nel miglior modo possibile. Li si aiuta a riprendersi dalle fatiche di un viaggio lunghissimo, iniziato nell’Africa subsahariana: Costa d’Avorio, Camerun, Guinea, Sudan, eccetera. 

L’accoglienza ha anche un valore ecumenico. I missionari della Consolata lavorano infatti fianco a fianco con i membri della locale Chiesa evangelica. «Siamo due coordinatori, io e un evangelico», sottolinea padre Edwin: «Tra noi c’è un’ottima collaborazione e un’ottima intesa. Noi offriamo anche i locali per le loro funzioni religiose perché in città non hanno un luogo dove pregare». Del gruppo di accoglienza fanno parte anche due suore cattoliche che si prendono cura delle poche donne che arrivano e delle attività di formazione. 

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I missionari accolgono tutti e con tutti parlano e si confrontano. «Molti di questi ragazzi e di queste ragazze — continua — partono attratti dal miraggio benessere. Pensano che arrivati in Europa la loro vita possa conoscere una svolta e lì possano trovare tutto ciò di cui hanno bisogno. Non sanno che per i migranti la vita in Europa è tutt’altro che semplice. Le privazioni e le difficoltà continuano, accentuate anche da un ambiente e da un clima ai quali non sono abituati». I padri del la Consolata spiegano loro come stanno le cose, parlano delle difficoltà che possono incontrare nel loro viaggio e una volta arrivati a destinazione. Qualcuno, nonostante le parole dei missionari, decide di continuare il viaggio. Altri capiscono quanto è complicato raggiungere l’Europa, quanto velleitaria sia l’impresa e decidono di rientrare in patria. «Noi non abbiamo i mezzi né la struttura né le capacità di organizzare i viaggi di rientro — osserva padre Edwin — e per questo motivo, quando un ragazzo o una ragazza si convince a rientrare a casa, noi lo mettiamo in contatto con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che organizza il rimpatrio. È un percorso lungo che può richiedere settimane o, addirittura, mesi. Nel frattempo, offriamo loro corsi di formazione». In questo modo, i migranti possono imparare i rudimenti di meccanica, falegnameria, elettrotecnica. Insegnamenti che potranno essere utili quando rientreranno a casa. 

«Il nostro non è un centro di accoglienza», conclude padre Edwin: «La nostra è una parrocchia cattolica che accoglie chi bussa al nostro portone. Il nostro unico intento è aiutare chi ha bisogno. Il nostro, lo ripeto, è lo spirito del buon samaritano. Vogliamo essere vicino agli ultimi e a chi soffre, niente di più.

* Enrico Casale collabora con varie testate missionarie. Questo articolo è apparso nell’Osservatore Romano il 14 settembre 2022.

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