Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

La Quaresima è un tempo privilegiato per effettuare il nostro pellegrinaggio interiore verso Colui che è la sorgente della misericordia che, nel deserto delle nostre povertà, ci sostiene nel cammino verso la gioia immensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci spinge a disperarci e a riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio non ci abbandona, ma ci custodisce e ci sostiene appassionatamente.

Le letture odierne invitano a rivedere le nostre certezze, il nostro modo di pensare e di agire. Perché la Quaresima è il tempo opportuno per la “metanoia”, in vista del rinnovamento della nostra vita. Sta a ciascuno di noi approfittare di questo tempo per riavvicinarci al Signore che è la fonte della vera vita e evitando di seguire altre proposte apparentemente affascinanti ma vuote.

La prima lettura (Dt 26,4-10) riporta una “confessione di fede” che gli Israeliti fecero quando presentarono a Dio le primizie della terra. Riconoscendo l'azione salvifica e liberatrice di Dio nella loro vita, il popolo di Israele afferma la propria fede e incrollabile fiducia nella potenza e nell'amore di Dio. Ciascuno si rendeva così conto che tutto ciò era e tutto quello che possedeva era dono gratuito della generosità e della sollecitudine premurosa del Signore che è la fonte della vita in abbondanza. In Quaresima è opportuno chiederci: che posto ha Dio nella mia vita? Puoi identificare gli “dei” in cui riponi la tua fiducia e trovare il modo di liberartene?

Paolo ricorda ai Romani che la salvezza ci è donata per mezzo di Gesù Cristo (Rom 10,8-13). Chi crede in Gesù è chiamato ad abbracciare il suo stile di vita e così sarà salvato e diventerà membro di una “nuova” famiglia dove “non c'è differenza tra ebrei e greci”. Chiediamoci allora: ci sentiamo una famiglia nata da un “sì” a Gesù, che testimonia la comunione e la fraternità? Nella nostra comunità cristiana c'è spazio per tutti, valorizzando le “differenze”, come un dono che arricchisce la fraternità?

Il vangelo di oggi (Lc 4,1-13), ci presenta le tentazioni di Gesù nel deserto che, di fatto, mostrano i capisaldi del suo ministero. Il tempo trascorso nel deserto, è stato certamente per Gesù un tempo di prova e di purificazione per comprendere bene lo stile che avrebbe assunto durante la sua vita.

Le tentazioni avvengono in diversi passaggi con i quali il “diavolo” incalza il Signore per costringerlo a scegliere.

Prima di tutto Gesù è sfidato sui beni materiali, gli viene chiesto di usare la sua condizione divina per soddisfare i suoi bisogni più elementari: «se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra di diventare pane» (v. 3). Segue poi l’invito rivolto a Gesù di intraprendere la strada del potere, del dominio e dell’arroganza come fanno i grandi della terra (vv. 5-7). I due contendenti si spostano sul “culmine del tempio” di Gerusalemme, nell'angolo sud-ovest dell'edificio, dove i visitatori del santuario potevano godere di una magnifica vista sulla valle del Cedron (v. 9), al Signore gli viene chiesto di buttarsi e lasciare che vengano gli angeli a salvarlo. Gesù chiude il dramma delle tentazioni ammonendo il diavolo come sta scritto “non tenterai il Signore Dio tuo” (v. 12).

In questo modo Gesù fin dall’inizio ha chiaro la strada che sarà chiamato a seguire per annunciare la venuta del Regno in parole e opere: niente accumulo di beni, nemmeno dominio sulle persone, né utilizzare la potenza di Dio per un tornaconto personale. Al contrario Gesù si mette al servizio del progetto di Dio, facendo solamente la volontà del Padre che lo ha inviato.

Alla luce dell’esempio integerrimo di Gesù, anche noi lungo il percorso quaresimale, siamo chiamati a verificare, con lucidità e senso di responsabilità, le nostre opzioni, le nostre priorità, i nostri valori, il senso della nostra vita.

Auguri di una santa e feconda Quaresima!

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

Sir 27,5-8; Sal 91;1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45

Per il cristianesimo la morale non è autonoma, non si auto giustifica, ma trova il suo fondamento nella risposta al Vangelo. Gesù, riprendendo il linguaggio sapienziale dell’Antico Testamento, si presenta come un maestro che comunica non solo con parole ma anche con il cuore perché la sua bocca esprime ciò che dal suo cuore sovrabbonda, come è ben evidenziato sia nel Siracide, sia nel Vangelo. In tale senso, siamo invitati a seguire questo maestro saggio e sapiente e non un maestro cieco e stolto.

La parola rivela i pensieri del cuore

Sia il brano dal libro del Siracide, sia la pagina del Vangelo affermano, in comune, che l’essere umano si riconosce da come parla, perché “la parola rivela i pensieri del cuore” oppure “la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. Sono al centro della riflessione non solo la parola ma il cuore, dove la parola, un mezzo privilegiato di comunione e di comunicazione, svela ciò che si trova nel cuore. L’essere umano coi suoi discorsi, dall’ uso che fa delle sue parole, dal modo di ragionare comunica “all’altro” che cosa ha nel cuore: “così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo” oppure “il frutto dimostra come è coltivato l'albero”.

Dalle nostre parole possono uscire o verità o menzogne, la verità rivelerà la sincerità e la limpidezza del cuore, la menzogna rivelerà la cattiveria e la sporcizia del cuore dell’uomo. Dobbiamo dunque avere un cuore sincero e limpido per, attraverso le nostre parole, trasmettere, comunicare le cose buone. La comunità a cui apparteniamo ha bisogno dei buoni frutti che provengono dai nostri cuori.

Ad esempio, se siamo sempre pronti a criticare gli altri, vuole dire che il nostro cuore è cattivo, non sono gli altri cattivi, ma noi, che abbiamo sempre bisogno di criticare, di bestemmiare, se avessimo un cuore buono, troveremmo sempre il modo di scusare gli altri, d’incoraggiarli e di difenderli.

Come già detto, Gesù è il maestro sapiente che parla con parole sapienti e sagge e soprattutto con il cuore, noi suoi discepoli dobbiamo seguirlo, lasciarci guidare da Lui per essere come Lui.

Un discepolo ben preparato, sarà come il suo maestro

Il brano evangelico ci invita allo sforzo di prepararci ad essere come il maestro poiché “un discepolo… che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Si tratta di essere come il maestro: il discepolo, nella fedeltà al maestro, deve poter ripetere le parole del maestro ed insegnare a sua volta. Il discepolo è colui che imita il Signore Gesù, il vero sapiente. Il Maestro insegna a noi, ancora oggi, attraverso le parabole, il modo come dobbiamo essere.

Per farci capire, Gesù usa la parabola del cieco che guida un altro cieco: “può forse un cieco guidare un altro cieco?”. Molti di noi si credono detentori della verità, camminano in mezzo agli altri con atteggiamento di superiorità; hanno la pretesa di sapere perfettamente ciò che dovrebbero fare e dire, vogliono allora essere guida agli altri, mentre loro stessi sono ciechi.

Dobbiamo invece andare incontro dell’altro con atteggiamento di apertura: ecco l’insegnamento della parabola della pagliuzza nell'occhio del fratello. Gesù chiede “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Se vogliamo essere guida degli altri, se vogliono insegnare agli altri, dobbiamo prima e anzitutto convertire noi stessi, togliendo la trave che c’è nel nostro occhio. Molte volte, siamo indulgenti con noi stessi ed esigenti con gli altri, invece, dovremmo essere esigenti con noi stessi e indulgenti con gli altri, il contrario nuoce molto alla vita di carità e crea tensioni, incomprensioni e conflitti nella comunità. Impariamo a fare osservazioni agli altri con umiltà.

Il discepolo missionario, come l’ha affermato Papa Francesco, è colui che ha la capacità di accusare sé stesso. Dunque, il «primo passo» è: «accusa te stesso». Per Papa Francesco quando a noi vengono i pensieri su altre persone, del tipo: «Ma guarda questo così, quello così, quello fa questo, e questo...». Proprio in quei momenti è opportuno domandare a se stessi: «E tu che fai? Cosa fai? Io cosa faccio? Io sono giusto? Io mi sento il giudice per togliere la pagliuzza dagli occhi degli altri e accusare gli altri?». Al discepolo missionario Papa Francesco suggerisce questo consiglio pratico: «Quando mi viene in mente di pensare ai difetti degli altri, fermarsi: “Ah, e io?”. Quando mi viene la voglia di dire agli altri i difetti degli altri, fermarsi: “E io?”».

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).

 

 

 

 

1 Sam 26, 2.7-9.12-13. 22-23; Sal 102; 1 Cor 15,45-49; Lc 6, 27-38

Davanti alla possibilità che Davide aveva di uccidere Saul, suo nemico, e di porre fine alla persecuzione che c’era tra di loro, egli si rifiuta di alzare la mano contro Saul, il consacrato del Signore, rinunciando alla vendetta e si è affidando al Signore.

Gesù, nel Vangelo, non solo ci invita a rinunciare alla vendetta, come fece Davide, ma ad andare oltre, cioè, amare il nemico, anzi ad essere misericordioso come il Padre è misericordioso.

Non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore

La prima lettura, presenta l’episodio che precede la salita al potere di Davide. Scelto da Dio, ma perseguitato dal geloso re Saul, Davide deve fuggire, in attesa che i piani di Dio si compiano. Un giorno, Davide ha la possibilità di uccidere Saul e porre fine alla persecuzione. Infatti, Abisài era del parere di rispondere alla violenza di Saul con una violenza maggior cioè quella di ucciderlo. Infatti, Abisai disse a Davide: “oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l'inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”.

Si tratta dell’atteggiamento aggressivo che ripaga e risponde una violenza con un’altra violenza. Invece Davide ha un atteggiamento di misericordia, di un cuore magnanimo: infatti egli risponde ad Abisài: “non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. Questo è l'atteggiamento di chi rifiuta di entrare in una logica di aggressione e si propone di perdonare, impedendo che la spirale della violenza raggiunga livelli incontrollabili... Questo è l'atteggiamento di Davide.

Certamente sarebbe stato facile per Davide uccidere Saul, suo nemico. Ma per ispirazione divina, egli ha rinunciato a questa vendetta e si è affidato al Signore. Cosi Davide ci offre un bell’esempio di rinuncia alla vendetta. Molte volte, nella nostra vita rispondiamo alla violenza con la violenza, le parole violente con le parole violente. Siamo dunque invitati a seguire l’esempio di Davide e di assumere l’atteggiamento di amore, come proposto da Gesù: non rispondere la violenza con la violenza, l’odio con l’odio ma mettendo l’amore dove non c’è amore.

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso

La pagina del Vangelo è la continuazione “discorso dalla pianura” che abbiamo iniziato a leggere domenica scorsa. Infatti, abbiamo visto che le “Beatitudini” proponevano discepoli di Gesù una nuova dinamica, diversa da quella del mondo; seguendo esse, Gesù esige dai suoi discepoli una trasformazione dei loro sentimenti e atteggiamenti, affinché l'amore sia sempre al primo posto. Perciò propone ai discepoli di amare i nemici: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”.

Gesù presenta degli atteggiamenti del discepolo con tre verbi che sono i quattro verbi pratiche che rivelano la misericordia del Padre: “amare, fare del bene, benedire e pregare”. Per Gesù si deve amare proprio chi non ci ama, si deve fare del bene a chi ci nuoce, benedire che dice male di noi e pregare per coloro che sperano nella nostra disfatta. Dobbiamo vincere i nostri nemici non con la violenza, con l’odio ma con amore. Alla violenza, all’odio e all’ingiustizia dei nostri nemici ed avversari dobbiamo rispondere con la generosità disinteressata e con l’amore. Solo così saremo “misericordiosi come il Padre è misericordioso”.

Commentando questa brano del Vangelo il Santo Padre scrive “questo comando, di rispondere all’insulto e al torto con l’amore, ha generato nel mondo una nuova cultura: la «cultura della misericordia – dobbiamo impararla bene!, e praticarla bene questa cultura della misericordia – che dà vita a una vera rivoluzione» e cioè la rivoluzione della misericordia… A volte per noi è più facile ricordare i torti che ci hanno fatto e i mali che ci hanno fatto e non le cose buone; al punto che c’è gente che ha questa abitudine e diventa una malattia. Sono “collezionisti di ingiustizie”: ricordano soltanto le cose brutte che hanno fatto. E questa non è una strada. Dobbiamo fare il contrario, dice Gesù. Ricordare le cose buone, e quando qualcuno viene con una chiacchiera, e parla male dell’altro, dire: “Ma sì, forse…ma ha questo di buono…”.

Il discepolo missionario è capace di rovesciare il discorso, vivendo la rivoluzione della misericordia per essere misericordiosi come il Padre nostro è misericordioso.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).

Ger 17,5-8; Sal 1; I Cor 15,12.16-20 e Lc 6, 17.20-26

La Parola di Dio, proposta in questa domenica, ci presenta due categorie di persone: i beati e i maledetti: i beati sono coloro che costruiscono la loro esistenza nella fiducia in Dio e nei Suoi valori “beato l'uomo che confida nel Signore” , dall’altra, i maledetti sono gli “autosufficienti”  coloro che confidano negli uomini e mettono Dio ed i suoi valori ai margini della loro esistenza “maledetto l'uomo che confida nell'uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”.

Benedetto l’uomo che confida nel Signore

Con-fidare è il verbo e il conseguente atteggiamento di base che serve d’appoggio all’antitesi che la prima lettura e il salmo ci presentano: maledetto l’uomo che confida nell’uomo e beato l’uomo che confida nel Signore. Si tratta di una antitesi: maledetto e benedetto. Sia il profeta, sia il salmista ci mettono davanti ad una domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere: in chi vogliamo riporre la nostra fiducia? In Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e grande nell’amore o negli uomini potenti, che manovrano le sorti dei poveri, degli affamati, di coloro che piangono…?

Il profeta, in primo luogo, denuncia l’uomo che pone la sua fiducia in un altro uomo, nei mezzi o nelle relazioni umane, e sulle cose materiali. Questi ripongono la loro fiducia in se stessi, sulla propria vanagloria, sulle proprie imprese. Coloro che non mettono la propria fiducia in Dio fanno a meno di Lui. Per il profeta Geremia, colui che confida nell’uomo, invece che nel Signore, “sarà come un tamerisco nella steppa”. Il tamerisco è una pianta che cresce nella steppa o nel deserto vicino a quei torrenti che solo per poco tempo si riempiono di acque impetuose, ma per il resto dell’anno sono aridi. Il profeta afferma che coloro che confidano nell’uomo dimorano in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere, si trovano nell’aridità dell’esistenza, nella desolazione e nella morte spirituale. Il salmista afferma che questi entrano nel consiglio dei malvagi, restano nella via dei peccatori e si siedono in compagnia degli arroganti.

La nostra fiducia, invece, deve essere in Dio: “beato l’uomo che confida nel Signore” perché Egli solo è la sorgente della vera felicità.  Questi è come un albero che ha le sue radici nell’acqua, simbolo della vita e poiché hanno le radici nell’acqua, sono molto rigogliosi, pieno di foglie e di frutti. Il salmista afferma che le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Dio è dunque la sorgente della forza e della felicità. Dobbiamo dunque con-fidare in Lui e cercare di compiere la sua volontà.

Beati voi… la vostra ricompensa è grande nei cieli

Il Vangelo di Luca di questa domenica ci parla delle Beatitudini. Il Vangelo di Matteo presenta nove “beatitudini”, quello di Luca quattro e le mette a confronto con i cosiddetti “guai”: Da una parte, parla dei beati e, dall’altra, li ammonisce con i “guai”.  Gesù invita i beati alla speranza ma i “guai” sono minacciati per invitarli alla conversione. Matteo parla di “beati i poveri…” e Luca parla di “beati voi, i poveri” e “guai voi, ricchi”. Gesù parla ai presenti, ai discepoli e alla folla che era attorno a lui. “Beati voi, poveri... voi, che ora avete fame... voi, che ora piangete». Ma, “guai a voi, ricchi... voi, che ora siete sazi... voi, che ora ridete”.

Il messaggio di Gesù è sconvolgente in un mondo, come il nostro, nella nostra civiltà del consumo e del profitto a cui tutto viene sacrificato in cui si usa dire e pensare “beati i ricchi, i sazi e quelli che sono nella felicità”. Gesù vuole sottolineare che beati sono quelli che hanno un atteggiamento di distacco dalle cose, “dalla roba”, che non vivono nell’egoismo, nell’orgoglio e nell'autosufficienza, nell’ostentazione e nel potere. Perciò beati i poveri. Queste cose rappresentano gravi pericoli nella crescita spirituale per coloro che confidano in se stessi e nelle cose di questo mondo. La felicità non consiste nel puro benessere ma nella fiducia in Dio.

Gesù infine ammonisce i suoi uditori e noi tutti, con un grido che suona come un potente avvertimento per i ricchi che si ritengono autosufficienti, sono orgogliosi e ostentano ricchezze e potere. Non si tratta di una maledizione ma di una constatazione e un lamento che invitano alla conversione a non attaccarsi alle cose superficiali e provvisorie diventandone schiavi.

Il discepolo missionario è colui che, come ha detto il Santo Padre, si lascia guidare dalle beatitudini perché consapevole che esse “sono la guida di rotta, di itinerario, sono i navigatori della vita cristiana: proprio qui vediamo, su questa strada, secondo le indicazioni di questo navigatore, come possiamo andare avanti nella nostra vita cristiana”.

Poniamoci dunque accanto a Gesù uomo nuovo delle beatitudini e sfidiamo la vecchia morale: non uccidere, non rubare, …. i dieci comandamenti  per accettare quella nuova che rivoluziona la graduatoria con un solo verbo “amare” e solo così saremo beati.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).

Is 6,1-2,3-8; Sal 137; 1 Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

La disponibilità e la prontezza a collaborare, anche attraverso un cammino non facile, nel progetto salvifico di Dio sono il tema conduttore delle tre letture di questa domenica. Nella prima lettura davanti alla domanda, “chi manderò e chi andrà per noi”, il profeta Isaia si mette a disposizione dicendo “eccomi, manda me”.

Nel Vangelo, Simon Pietro, sebbene abbia passato tutta la notte senza successo nella pesca, scommette sulla proposta e si rimette in servizio, seguendo il mandato del Maestro, solo sulla Sua parola: “abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. È in base a questa disponibilità e fede che riceve la sua vocazione e missione: “d'ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Eccomi, manda a me

La prima Lettura racconta di un’impressionante visione ove Isaia vede i Serafini che proclamano la grandezza e la santità di Dio: “Santo, Santo, Santo il Signore degli eserciti”. Dio è tre volte Santo, questa ripetizione è un modo superlativo di esprimere la santità di Dio, in ebraico quando si ripete un aggettivo due volte è un comparativo; quindi, tre volte Santo esprime un superlativo: Dio è super santo e anche questi esseri celesti ne riconoscono la santità. Allora, Dio che è santo interviene per purificare il profeta: le sue labbra vengono toccate, da questo punto Isaia si sente pronto per la missione, colui che aveva detto “ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito”, ora si mette a disposizione per la missione: “eccomi, manda me”.

È bello contemplare come Isaia davanti alla grandezza e alla santità di Dio riconosca se stesso e si senta “perduto” a causa non solo del suo peccato ma anche di quello del suo popolo con cui egli abitava: “io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito.” Bisognerà però attendere l’intervento del Serafini che lo rendano un uomo nuovo, affinché Isaia possa rivolgersi a Dio, tre volte santo e dichiarare la sua totale disponibilità nel mettersi al suo servizio: “Eccomi, manda me”. Nella risposta si notano l’affidarsi di Isaia, non solo alle sue forze, ma anche e soprattutto sulla santità di Dio, la cui misericordia è senza limiti, pertanto Isaia manifesta l’atteggiamento tipico del servo pronto a eseguire gli ordini del suo Re.

Sulla tua parola getterò le reti

Gesù arriva al lago di Gennèsaret, trova due barche, entra in esse, comincia a insegnare, quando finisce di parlare, dice a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone risponde: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti". Anche se i pescatori hanno passato tutta la notte a pescare senza successo, Simone accetta la proposta e si rimette al lavoro, seguendo il comando del Maestro: “sulla tua parola getterò le reti”. Solo a questa condizione la pesca si rende generosa, “presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano”.

La pesca miracolosa ha provocato un’impressione molto profonda simile a quella del profeta Isaia. Simone come Isaia si accorge non solo della santità di Dio ma anche della sua potenza e nel contempo della propria impurezza e piccolezza, Simone prova spavento e dice: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”. Da quell'esperienza di riconoscere la grandezza e santità di Dio, da una parte, e la propria piccolezza umana, dall’altra, nasce una chiamata al discepolato: “Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini”.

Il lago e la barca sono luoghi abituali per Simon Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù entra nella loro vita ed entra in un momento di frustrazione per il fallimento della pesca della sera prima. È in quella solitudine causata dal fallimento, dall'insuccesso, quando tutto sembra essere inutile, che Gesù propone un nuovo inizio: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”; “fatti coraggio e ricomincia da dove hai finito”; ricomincia dalla delusione, riprova ancora”. Ma per quei pescatori professionisti, pescare dopo una notte di lavoro inutile era certamente una follia, tanto più che tale istruzione veniva dal figlio di un falegname.

“Visto che lo dici, getterò le reti” Simon Pietro che con grande coraggio e umiltà obbedisce a Gesù, ora non più come semplice figlio di un falegname, ma come “Maestro” e “Signore”. Simon Pietro non riparte dal fallimento e dall'insuccesso umano, ma dalle parole e dal comando di Gesù. È dunque la fiducia e l'obbedienza, cioè la fede di Simon Pietro nella parola di Gesù, che ha reso efficace la pesca miracolosa. Non tanto per le capacità e abilità di Pietro, ma perché questi ha seguito il comando di Gesù, Maestro e Signore. Solo nell'obbedienza alla parola del Signore si può ottenere ciò che è impossibile con le forze umane, la fede non ha altro sostegno che la parola di Dio.

Sono dunque la fede, la disponibilità e l'obbedienza le basi della nuova missione: “Non avere paura. D'ora in poi sarai un pescatore di uomini”. Gesù dice a Simon Pietro di non aver paura del suo passato e dei fallimenti della vita e lo invita ad essere un “pescatore di uomini”, cioè a preoccuparsi della vita, della salvezza, della dignità, della salute e della libertà di tutti, a cominciare dai più deboli.

Siamo tutti indegni, ma siamo tutti chiamati dal Signore, che non teme le nostre indegnità, a diventare missionari il Regno di Dio, seppur con compiti diversi. Siamo chiamati ad andare avanti sempre e comunque, nonostante tristezze, fallimenti e delusioni, fidandoci dalla Sua chiamata.     

Il discepolo missionario, come sottolinea Papa Francesco, è consapevole che “la logica che guida la missione di Gesù e la missione della Chiesa è andare alla ricerca, “pescare” gli uomini e le donne [...] per restituire a tutti la piena dignità e libertà, mediante il perdono dei peccati. Questo è l’essenziale del cristianesimo: diffondere l’amore rigenerante e gratuito di Dio, con un atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita”.

* Mons. Osório Citora Afonso, IMC, è vescovo ausiliare dell’Archidiocesi di Maputo e segretario della Conferenza Episcopale del Mozambico (CEM).

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