Incontro con le autorità, con la societa civile e con il corpo diplomatico (2 settembre)

Ringrazio il Signor Presidente per l’accoglienza e per le parole che mi ha rivolto, e porgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Sono onorato di essere qui, felice di aver viaggiato verso questa terra affascinante e vasta, verso questo popolo che ben conosce il significato e il valore del cammino. Lo rivelano le sue dimore tradizionali, le ger, bellissime case itineranti. Immagino di entrare per la prima volta, con rispetto ed emozione, in una di queste tende circolari che punteggiano la maestosa terra mongola, per incontrarvi e conoscervi meglio. Eccomi dunque all’ingresso, pellegrino di amicizia, giunto a voi in punta di piedi e con il cuore lieto, desideroso di arricchirmi umanamente alla vostra presenza.

Ho saputo che dalla porta della ger, di prima mattina, i bambini delle vostre campagne stendono lo sguardo sul lontano orizzonte per contare i capi di allevamento e riferirne il numero ai genitori. Fa bene anche a noi abbracciare con lo sguardo l’ampio orizzonte che ci circonda, superando la ristrettezza di vedute anguste e aprendoci a una mentalità dal respiro globale, come invitano a fare le ger che, nate dall’esperienza del nomadismo delle steppe, si sono diffuse su un territorio vasto, divenendo elemento identificativo di diverse culture vicine. Gli spazi immensi delle vostre regioni, dal deserto del Gobi alla steppa, dalle grandi praterie alle foreste di conifere fino alle catene montuose degli Altai e dei Khangai, con le innumerevoli anse dei corsi d’acqua, che visti dall’alto sembrano decorazioni raffinate su antiche stoffe pregiate: tutto questo è uno specchio della grandezza e della bellezza dell’intero pianeta, chiamato a essere un giardino ospitale. La vostra sapienza, la sapienza del vostro popolo, sedimentata in generazioni di allevatori e coltivatori prudenti, sempre attenti a non rompere i delicati equilibri dell’ecosistema, ha molto da insegnare a chi oggi non vuole chiudersi nella ricerca di un miope interesse particolare, ma desidera consegnare ai posteri una terra ancora accogliente, una terra ancora feconda. Quello che per noi cristiani è il creato, cioè il frutto di un benevolo disegno di Dio, voi ci aiutate a riconoscere e a promuovere con delicatezza e attenzione, contrastando gli effetti della devastazione umana con una cultura della cura e della previdenza, che si riflette in politiche di ecologia responsabile. Le ger sono spazi abitativi che oggi si potrebbero definire smart e green, in quanto versatili, multi-funzionali e a impatto-zero sull’ambiente. Inoltre, la visione olistica della tradizione sciamanica mongola e il rispetto per ogni essere vivente desunto dalla filosofia buddista rappresentano un valido contributo all’impegno urgente e non più rimandabile per la tutela del pianeta Terra.

Le ger, presenti nelle zone rurali così come nei centri urbanizzati, testimoniano inoltre il prezioso connubio tra tradizione e modernità; esse infatti accomunano la vita di anziani e giovani, raccontando la continuità del popolo mongolo, che dall’antichità al presente ha saputo custodire le proprie radici, aprendosi, specialmente negli ultimi decenni, alle grandi sfide globali dello sviluppo e della democrazia. 

Entrati in una ger tradizionale, lo sguardo è portato a elevarsi verso il punto centrale più alto, dove c’è una finestra sul cielo. Vorrei sottolineare questo atteggiamento fondamentale che la vostra tradizione ci aiuta a riscoprire: saper tenere gli occhi rivolti in alto. Alzare gli occhi al cielo – l’eterno cielo blu da voi sempre venerato – significa restare in un atteggiamento di docile apertura agli insegnamenti religiosi. C’è infatti una profonda connotazione spirituale tra le fibre della vostra identità culturale ed è bello che la Mongolia sia un simbolo di libertà religiosa. Nella contemplazione degli orizzonti sterminati e poco popolati da esseri umani, si è affinata infatti nel vostro popolo una propensione al dato spirituale, a cui si accede dando valore al silenzio e all’interiorità. Davanti al solenne imporsi della terra che vi circonda con i suoi innumerevoli fenomeni naturali, nasce anche un senso di stupore, il quale suggerisce umiltà e frugalità, scelta dell’essenziale e capacità di distacco da tutto ciò che non lo è. 

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Le religioni quando si rifanno al loro originale patrimonio spirituale e non sono corrotte da devianze settarie, sono a tutti gli effetti sostegni affidabili nella costruzione di società sane e prospere, dove i credenti si spendono affinché la convivenza civile e la progettualità politica siano sempre più al servizio del bene comune, rappresentando anche un argine al pericoloso tarlo della corruzione.

Di sguardo verso l’alto e di ampie vedute furono invece protagonisti molti dei vostri leader antichi, i quali dimostrarono una non comune capacità di integrare voci ed esperienze diverse, anche dal punto di vista religioso. Un atteggiamento rispettoso e conciliante era infatti riservato anche alle molteplici tradizioni sacre, come testimoniano i diversi luoghi di culto – tra cui uno cristiano – tutelati nell’antica capitale Kharakhorum. È stato dunque quasi naturale per voi arrivare alla libertà di pensiero e di religione, sancita dalla vostra attuale Costituzione; superata, senza spargimento di sangue, l’ideologia atea che credeva di dover estirpare il senso religioso, ritenendolo un freno allo sviluppo, vi riconoscete oggi in quel valore essenziale dell’armonia e della sinergia tra credenti di fedi diverse, che –ognuna dal proprio punto di vista– contribuiscono al progresso morale e spirituale.

In tal senso, la comunità cattolica mongola è lieta di continuare ad apportare il proprio contributo. Essa ha cominciato, poco più di trent’anni fa, a celebrare la sua fede proprio all’interno di una ger e pure la cattedrale attuale, che si trova in questa grande città, ne ricorda la forma. Sono segni del desiderio di condividere la propria opera, in spirito di servizio responsabile e fraterno, con il popolo mongolo, che è il suo popolo. Sono perciò contento che la comunità cattolica, per quanto piccola e discreta, partecipi con entusiasmo e con impegno al cammino di crescita del Paese, diffondendo la cultura della solidarietà, la cultura del rispetto per tutti e la cultura del dialogo interreligioso, e spendendosi per la giustizia, la pace e l’armonia sociale.

La Chiesa cattolica, istituzione antica e diffusa in quasi tutti i Paesi, è testimone di una tradizione spirituale, di una tradizione nobile e feconda, che ha contribuito allo sviluppo di intere nazioni in molti campi del vivere umano, dalla scienza alla letteratura, dall’arte alla politica. Sono certo che anche i cattolici mongoli sono e saranno pronti a dare il proprio apporto alla costruzione di una società prospera e sicura, in dialogo e collaborazione con tutte le componenti che abitano questa grande terra baciata dal cielo.

«Sii come il cielo». Con queste parole, un famoso poeta invitava a trascendere la caducità delle alterne vicende terrene, imitando la magnanimità ispirata proprio dall’immenso e terso cielo blu che si contempla in Mongolia. Anche noi, oggi, pellegrini e ospiti in questo Paese che tanto può offrire al mondo, desideriamo raccogliere tale invito, traducendolo in segni concreti di compassione, dialogo e progettualità comune. Possano le diverse componenti della società mongola, qui ben rappresentate, continuare a offrire al mondo la bellezza e la nobiltà di un popolo unico. Come la vostra scrittura, così possiate restare “in piedi” e sollevare tante sofferenze umane intorno a voi, ricordando a tutti la dignità di ogni essere umano, chiamato ad abitare la casa terrena abbracciando il cielo. Bayarlalaa! [grazie!].

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Incontro ecumenico e interreligioso (3 settembre)

Permettetemi di rivolgermi a voi così, come fratello nella fede con i credenti in Cristo e come fratello di tutti voi, in nome della comune ricerca religiosa e dell’appartenenza alla stessa umanità. L’umanità, nel suo anelito religioso, può essere paragonata a una comunità di viandanti che cammina in terra con lo sguardo rivolto al cielo. La Mongolia ricorda il bisogno, per tutti noi, pellegrini e viandanti, di volgere lo sguardo verso l’alto per trovare la rotta del cammino in terra.

Sono dunque felice di essere con voi in questo importante momento di incontro. Il fatto di essere insieme nello stesso luogo è già un messaggio: le tradizioni religiose, nella loro originalità e diversità, rappresentano un formidabile potenziale di bene a servizio della società. Se chi ha la responsabilità delle nazioni scegliesse la strada dell’incontro e del dialogo con gli altri, contribuirebbe certamente in maniera determinante alla fine dei conflitti che continuano ad arrecare sofferenza a tanti popoli.

È bello ricordare la virtuosa esperienza dell’antica capitale imperiale Kharakhorum, al cui interno si trovavano luoghi di culto appartenenti a diversi “credo”, a testimonianza di una encomiabile armonia. Armonia: vorrei sottolineare questa parola dal sapore tipicamente asiatico. Essa è quel particolare rapporto che si viene a creare tra realtà diverse, senza sovrapporle e omologarle, ma nel rispetto delle differenze e a beneficio del vivere comune. Mi chiedo: chi, più dei credenti, è chiamato a lavorare per l’armonia di tutti?

Fratelli, sorelle, da quanto riusciamo ad armonizzarci con gli altri pellegrini sulla terra e da come riusciamo a diffondere armonia, lì dove viviamo, si misura la valenza sociale della nostra religiosità. Ogni vita umana, infatti, e a maggior ragione ogni religione, è tenuta a “misurarsi” in base all’altruismo: non un altruismo astratto, ma concreto, che si traduca nella ricerca dell’altro e nella collaborazione generosa con l’altro. 

L’altruismo costruisce armonia e dove c’è armonia c’è intesa, c’è prosperità, c’è bellezza. Anzi, armonia è forse il sinonimo più appropriato di bellezza. Al contrario, la chiusura, l’imposizione unilaterale, il fondamentalismo e la forzatura ideologica rovinano la fraternità, alimentano tensioni e compromettono la pace. La bellezza della vita è frutto dell’armonia: è comunitaria, cresce con la gentilezza, con l’ascolto e con l’umiltà. 

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L’Asia ha moltissimo da offrire in tal senso e la Mongolia, che di questo continente si trova al cuore, custodisce un grande patrimonio di sapienza, che le religioni qui diffuse hanno contribuito a creare e che vorrei invitare tutti a scoprire e valorizzare. Mi limito a citare, senza approfondirli, dieci aspetti di questo patrimonio sapienziale: il buon rapporto con la tradizione; il rispetto per gli anziani e gli antenati;  la cura per l’ambiente, nostra casa comune; il valore del silenzio e della vita interiore; un sano senso di frugalità; il valore dell’accoglienza; la capacità di resistere all’attaccamento alle cose; la solidarietà; l’apprezzamento per la semplicità; la tenace ricerca del bene del singolo e della comunità.

L’umanità riconciliata e prospera, che come esponenti di diverse religioni contribuiamo a promuovere, è simbolicamente rappresentata da questo stare insieme armonioso e aperto al trascendente, in cui l’impegno per la giustizia e la pace trovano ispirazione e fondamento nel rapporto col divino. Qui, cari sorelle e fratelli, la nostra responsabilità è grande, specialmente in quest’ora della storia, perché il nostro comportamento è chiamato a confermare nei fatti gli insegnamenti che professiamo; non può contraddirli, diventando motivo di scandalo. Nessuna confusione dunque tra credo e violenza, tra sacralità e imposizione, tra percorso religioso e settarismo. La memoria delle sofferenze patite nel passato –penso soprattutto alle comunità buddiste– dia la forza di trasformare le ferite oscure in fonti di luce, l’insipienza della violenza in saggezza di vita, il male che rovina in bene che costruisce. Così sia per noi, discepoli entusiasti dei rispettivi maestri spirituali e servitori coscienziosi dei loro insegnamenti, disposti ad offrirne la bellezza a quanti accompagniamo, come amichevoli compagni di strada. in società pluralistiche e che credono nei valori democratici, come la Mongolia, ogni istituzione religiosa ha il dovere e in primo luogo il diritto di offrire quello che è e quello che crede, nel rispetto della coscienza altrui e avendo come fine il maggior bene di tutti.

In tal senso io vorrei confermarvi che la Chiesa cattolica vuole camminare così, credendo fermamente nel dialogo ecumenico, nel dialogo interreligioso e nel dialogo culturale. La sua fede si fonda sull’eterno dialogo tra Dio e l’umanità, incarnatosi nella persona di Gesù Cristo. Il dialogo non è antitetico all’annuncio: non appiattisce le differenze, ma aiuta a comprenderle, le preserva nella loro originalità e le mette in grado di confrontarsi per un arricchimento franco e reciproco. 

Fratelli e sorelle, il nostro trovarci qui oggi è segno che sperare è possibile. In un mondo lacerato da lotte e discordie, ciò potrebbe sembrare utopico; eppure, le imprese più grandi iniziano nel nascondimento, con dimensioni quasi impercettibili. 

Coltiviamo la speranza. Le preghiere che eleviamo al cielo e la fraternità che viviamo in terra nutrano la speranza; siano la testimonianza semplice e credibile della nostra religiosità, del camminare insieme con lo sguardo rivolto verso l’alto, dell’abitare il mondo in armonia come pellegrini chiamati a custodire l’atmosfera di casa, per tutti. Grazie.

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Incontro con i vescovi, i sacerdoti, i missionari, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali (2 settembre)

Cari fratelli e sorelle, sono felice di incontrarvi. La gioia del Vangelo è il motivo che ha spinto voi, uomini e donne consacrati nella vita religiosa e nel ministero ordinato, a essere qui e a dedicarvi, insieme alle sorelle e ai fratelli laici, al Signore e agli altri. Benedico Dio per questo. Lo faccio attraverso una bella preghiera di lode, il Salmo 34, a cui mi ispiro per condividere alcuni pensieri con voi. Esso dice: «Gustate e vedete com’è buono il Signore».

Gustare e vedere, perché la gioia e la bontà del Signore non sono qualcosa di passeggero, ma rimangono dentro, danno gusto alla vita e fanno vedere le cose in modo nuovo; come ci hai detto tu, Rufina, nella tua bella testimonianza. Vorrei dunque assaporare il gusto della fede in questa terra facendo anzitutto memoria di storie e di volti, di vite spese per il Vangelo. Spendere la vita per il Vangelo: è una bella definizione della vocazione missionaria del cristiano, e in particolare di come i cristiani la vivono qui. Spendere la propria vita per il Vangelo!

Ricordo allora il Vescovo Wenceslao Selga Padilla, primo Prefetto Apostolico, pioniere della fase contemporanea della Chiesa in Mongolia e costruttore di questa cattedrale. Qui, tuttavia, la fede non risale solo agli anni novanta del secolo scorso, ma ha radici molto antiche. Alle esperienze del primo millennio, segnate dal movimento evangelizzatore di tradizione siriaca diffusosi lungo la via della seta, è seguito un considerevole impegno missionario: come non ricordare le missioni diplomatiche del XIII secolo, ma anche la cura apostolica manifestata dalla nomina, intorno al 1310, di Giovanni da Montecorvino come primo Vescovo di Khan Baliq, e dunque responsabile di tutta quest’ampia regione del mondo sotto la dinastia mongola Yuan? Fu proprio lui a fornire la prima traduzione in lingua mongola del libro dei Salmi e del Nuovo Testamento. 

Ma perché spendere la vita per il Vangelo? È una domanda che vi faccio. Come diceva Rufina, la vita cristiana va avanti facendo delle domande, come i bambini che domandano sempre cose nuove, perché non capiscono tutto nell’età dei perché.

Spendere la vita per il Vangelo perché si è gustato (cfr Sal 34) quel Dio che si è reso visibile, toccabile, incontrabile in Gesù. Sì, è Lui la buona notizia destinata a tutti i popoli, l’annuncio che la Chiesa non può smettere di portare, incarnandolo nella vita e “sussurrandolo” al cuore dei singoli e delle culture. Il linguaggio di Dio, tante volte, è un sussurro lento, che prende il suo tempo; Egli parla così. Questa esperienza dell’amore di Dio in Cristo è pura luce che trasfigura il volto e lo rende a sua volta luminoso. Fratelli e sorelle, la vita cristiana nasce dalla contemplazione di questo volto, è questione di amore, di incontro quotidiano con il Signore nella Parola e nel Pane di vita, e nel volto dell’altro, nei bisognosi in cui Gesù è presente.

In questi trentun anni di presenza in Mongolia, voi, carissimi sacerdoti, consacrati, consacrate e operatori pastorali, avete dato vita a una molteplice varietà di iniziative caritative, che assorbono la maggior parte delle vostre energie e riflettono il volto misericordioso di Cristo buon samaritano. È come il vostro biglietto da visita, che vi ha resi rispettati e stimati per i tanti benefici arrecati a molte persone in vari campi: dall’assistenza all’educazione, passando per la cura sanitaria e la promozione culturale. 

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Al tempo stesso vi invito a tornare sempre e di nuovo a quello sguardo originario da cui tutto è nato. Senza di esso, infatti, le forze vengono meno e l’impegno pastorale rischia di diventare sterile erogazione di servizi, in un susseguirsi di azioni dovute, che finiscono per non trasmettere più nulla se non stanchezza e frustrazione. Invece, rimanendo a contatto con il volto di Cristo, scrutandolo nelle Scritture e contemplandolo in silenzio adorante davanti al tabernacolo, lo riconoscerete nel volto di quanti servite e vi sentirete trasportati da un’intima gioia, che anche nelle difficoltà lascia la pace nel cuore. 

Non dimenticate l’adorazione! Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione in questo secolo pragmatico: non dimenticatevi di adorare e, dall’adorazione, fare le cose. 

I fratelli e le sorelle della Mongolia, che hanno uno spiccato senso del sacro e un’ampia e articolata storia religiosa, attendono da voi questa testimonianza e ne sanno riconoscere la genuinità. È una testimonianza che voi dovete dare, perché il Vangelo non cresce per proselitismo, il Vangelo cresce per testimonianza.

Il Signore Gesù, inviando i suoi nel mondo, non li mandò a diffondere un pensiero politico, ma a testimoniare con la vita la novità della relazione con il Padre suo, diventato “Padre nostro” (cfr Gv 20,17), innescando così una concreta fraternità con ogni popolo. La Chiesa che nasce da questo mandato è una Chiesa povera, che poggia solo su una fede genuina, sulla disarmata e disarmante potenza del Risorto, in grado di alleviare le sofferenze dell’umanità ferita. Ecco perché i governi e le istituzioni secolari non hanno nulla da temere dall’azione evangelizzatrice della Chiesa, perché essa non ha un’agenda politica da portare avanti, ma conosce solo la forza umile della grazia di Dio e di una Parola di misericordia e di verità, capace di promuovere il bene di tutti.

Carissimi Missionari e Missionarie, gustate e vedete il dono che siete, gustate e vedete la bellezza di donarvi interamente a Cristo che vi ha chiamati a testimoniare il suo amore proprio qui in Mongolia. Continuate a farlo coltivando la comunione. Realizzatelo nella semplicità di una vita sobria, a imitazione del Signore, entrato a Gerusalemme a dorso di un mulo e spogliato persino delle vesti sulla croce. Siate sempre vicini alla gente, con quella vicinanza che è l’atteggiamento di Dio: Dio è vicino, compassionevole e tenero. Siate così con la gente, prendendovene cura personalmente, imparando la lingua, rispettando e amando la loro cultura, non lasciandovi tentare da sicurezze mondane, ma rimanendo saldi nel Vangelo attraverso un’esemplare rettitudine di vita spirituale e morale. Semplicità e vicinanza, dunque, senza stancarvi di portare a Gesù i volti e le storie che incontrate, i problemi e le preoccupazioni, spendendo tempo nella preghiera quotidiana, che vi permette di stare in piedi nelle fatiche del servizio e di attingere al «Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3) la speranza da riversare nei cuori di quanti soffrono.

Carissimi, in questo cammino di discepoli-missionari avete un sostegno sicuro: la nostra Madre celeste, che –mi è piaciuto tanto scoprirlo!– ha voluto darvi un segno tangibile della sua presenza discreta e premurosa lasciando che si trovasse una sua effigie in una discarica. Nel luogo dei rifiuti è comparsa questa bella statua dell’Immacolata: lei, senza macchia, immune dal peccato, ha voluto farsi così vicina da essere confusa con gli scarti della società, così che dallo sporco della spazzatura è emersa la purezza della Santa Madre di Dio, la Madre del Cielo.

Alzando lo sguardo a Maria, siate dunque rinfrancati, vedendo che la piccolezza non è un problema, ma una risorsa. Sì, Dio ama la piccolezza e ama compiere grandi cose attraverso la piccolezza, come Maria testimonia (cfr Lc 1,48-49). Fratelli, sorelle, non abbiate paura dei numeri esigui, dei successi che tardano, della rilevanza che non appare. Non è questa la strada di Dio. Guardiamo a Maria, che nella sua piccolezza è più vasta del cielo, perché ha ospitato in sé Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere (cfr 1 Re 8,27).

Fratelli e sorelle, affidiamoci a lei, chiedendo uno zelo rinnovato, un amore ardente che non si stanca di testimoniare il Vangelo con gioia. E andate avanti, coraggiosi, non stancatevi di andare avanti. Grazie tante per la vostra testimonianza. Lui, il Signore, vi ha scelti e crede in voi; io sono con voi e con tutto il cuore vi dico: grazie; grazie per la vostra testimonianza, grazie per le vostre vite spese per il Vangelo. Continuate così, costanti nella preghiera, continuate creativi nella carità, continuate saldi nella comunione, gioiosi e miti in tutto e con tutti. Vi benedico di cuore e vi ricordo. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

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In vista del viaggio apostolico del Papa nel Paese asiatico, dal 31 agosto al 4 settembre, l'intervista ai media vaticani del cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar e missionario della Consolata. "Questa visita - afferma - servirà anche a rafforzare i già buoni rapporti tra la Santa Sede e lo Stato”. L’arrivo del Pontefice preceduto dal pellegrinaggio, in tutte le comunità cattoliche, della statua della Vergine trovata in una discarica

Eminenza, cosa s’aspetta da questo viaggio del Papa che ha come tema "Sperare insieme"?

Credo che aiuterà soprattutto i fedeli cattolici mongoli a sentirsi veramente nel cuore della Chiesa. A noi, che viviamo geograficamente in una zona del mondo molto periferica, la presenza del Papa ci farà sentire non lontani ma vicini, al centro della Chiesa. E poi sarà importante per il rafforzamento dei rapporti tra la Santa Sede e lo Stato mongolo, che già sono buoni.

La Chiesa come si è preparata ad accogliere il Pontefice?

Questa visita per noi è molto importante e per questo l’abbiamo voluta far precedere dal pellegrinaggio della statua della Vergine Maria che fu trovata, qualche tempo fa, in una discarica del nord del Paese da una donna povera e non cristiana. Questa statua, che è la nostra patrona, sta visitando le varie comunità cattoliche.

(video di Gianni Valente, Agenzia Fides)

Quali sono le dimensioni della Chiesa che il Santo Padre verrà a visitare?

La chiesa mongola è composta da un gregge molto esiguo: millecinquecento battezzati locali radunati in otto parrocchie ed una cappella. Cinque di esse si trovano nella capitale e le altre in zone più remote. E’ una comunità piccola ma molto viva.

Quali sono le principali attività ecclesiali?

La Chiesa è impegnata per il settanta per cento delle sue attività in progetti di promozione umana integrale: dall’educazione alla sanità, passando per la cura delle persone più fragili. Ma si occupa anche della vita di fede che si concretizza con il pre-catecumenato, con il catecumenato, con la vita liturgica e con la catechesi continua. E’ una pastorale che cerca di concentrarsi soprattutto sulla qualità della scelta di fede delle persone. 

La Chiesa in Mongolia quali sfide deve affrontare?

La prima, quella più importante, è vivere secondo il Vangelo. La grande sfida per ogni comunità è quella di essere discepoli e missionari. E questa coerenza di vita si traduce nella necessità di un radicamento sempre maggiore nella società mongola, con la speranza di una più forte coesione della Chiesa particolare intorno ad un progetto comune. Un’altra sfida è quella dell’inculturazione, che ha bisogno di tempi lunghi perché accompagna la maturazione della fede in un determinato contesto culturale. Infine, c’è la sfida della formazione dei catechisti locali, degli operatori pastorali e, ovviamente, del clero locale ed internazionale.

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La maggioranza della popolazione si dichiara buddista. Per la Chiesa locale, quanto è importante il dialogo interreligioso?

Il dialogo interreligioso da sempre ha segnato l’esperienza ecclesiale in Mongolia. La Chiesa si trova ad essere, anche per necessità, in una situazione di assoluto bisogno di relazioni con i fedeli di altre tradizioni religiose. E’ una dimensione fondamentale che ci ha sempre accompagnato e che, negli ultimi anni, si è intensificata a tal punto che gli incontri tra i leader religiosi, che prima avvenivano annualmente, ora si organizzano ogni due mesi. 

La Chiesa della Mongolia come sta vivendo il cammino sinodale?

Quasi spontaneamente, perché la dimensione della sinodalità fa parte della nostra esperienza ecclesiale. La dinamica della consultazione di tutte le componenti ecclesiali appartiene alla prassi di questa Chiesa. È bello sentirsi in piena sintonia con tutto il mondo cattolico in questa fase in cui la Chiesa universale si ferma a riflettere maggiormente sulla sinodalità.

Qual è oggi la situazione sociale nel Paese?

La società mongola è in una fase di grande trasformazione. C’è una rincorsa veloce a modelli sociali e culturali che sono nuovi rispetto alla tradizione. E’ una nazione in fermento la cui crescita economica sta imponendo un cambiamento anche negli stili di vita che stanno diventando più aperti alla globalizzazione. Questo rapido sviluppo comporta delle opportunità ma anche dei rischi, come quello di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo oppure quello di indebolire alcune tradizioni locali che invece favoriscono una maggiore coesione sociale. 

Ascolta l'intervista completa

“Muovemmo i primi passi nella missione in Mongolia con una certa emozione e anche commozione. Il 10 luglio del 1992 entrammo in punta di piedi in un Paese sconosciuto, forti solo della compagnia di Cristo Gesù, che invocavamo a ogni nostro passo del nostro cammino”. Il racconto di padre Gilbert Sales, oggi sessantenne sacerdote e missionario filippino della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Cicm) – anche definita dei “missionari di Scheut”, dal nome della località belga dove fu avviata – ritorna agli esordi della presenza cattolica che riprese agli inizi degli anni ’90, e che l’imminente visita apostolica di Papa Francesco nel vasto Paese dell’Asia centrale (1-4 settembre) vede, in trent’anni, cresciuta fino a 1.500 battezzati, e consolidata con parrocchie, scuole, opere educative e sociali.

Il missionario racconta all’Agenzia Fides il “nuovo inizio” della presenza cristiana in Mongolia: “Ci sentivamo come alieni, in una terra in cui non conoscevamo né la lingua, nè alcuna persona. Ma la fede non ci è mai mancata. Eravamo certi della presenza di Gesù tra noi e abbiamo sempre confidato che tutto sarebbe andato per il meglio: il Signore avrebbe aperto le porte cui bussavamo e ci avrebbe condotto per mano in quella steppa fredda e sterminata che vedevamo attorno a noi. Il Signore mi aveva condotto lì, come dice al Profeta, con due confratelli. Oggi posso testimoniare che davvero Dio ha aperto tutte le porte, ci ha donato la sua grazia e il suo amore che è stato fecondo in terra mongola e ha fatto rinascere la Chiesa”.

Il cristianesimo, nella sua versione nestoriana, giunse in Asia centrale, Mongolia e Cina già nel VII secolo ed ebbe una significativa influenza tra i mongoli nel corso del medioevo. Dopo scossoni e varie vicende storico-politiche, nell’epoca del comunismo di matrice sovietica, era sparita ogni esperienza di fede cristiana, e nel Paese non c’erano chiese né fedeli. “Arrivare lì e seminare nuovamente il Vangelo, con semplicità, pazienza e carità, è stato un momento straordinario, una esperienza che resterà nel mio cuore per sempre”, dice oggi il missionario filippino. Con padre Gilbert Sales, gli altri due pionieri erano i confratelli del Cicm Robert Goessens, belga, e l’altro missionario filippino Wenceslao Padilla, che diverrà poi il primo Prefetto apostolico della Mongolia, deceduto nel 2018.

La presenza dei tre missionari che nel 1992 giunsero in Mongolia era il primo passo di quelle che essi stessi chiamarono “una rinascita”. Il contesto politico internazionale era mutato, con la caduta del muro di Berlino, e il nuovo governo di Ulaanbaatar mostrò il desiderio di riallacciare i rapporti con la Santa Sede, che si disse disposta a instaurare relazioni diplomatiche, con l’accordo contestuale di poter inviare missionari nel Paese. “Quando la Santa Sede manifestò la volontà di avviare una missione in Mongolia, rispondemmo con entusiasmo: ci sembrò una nuova opportunità e una nuova chiamata di Dio: infatti già nei primi anni del ‘900 i missionari Cicm intendevano aprire una comunità in Mongolia”, progetto poi abbandonato a causa della guerra. “Allora trentenne, ero appena stato ordinato sacerdote e diedi la mia disponibilità non senza alcuni timori, ma confidando nel Signore Gesù. Lui mi chiamava a una missione speciale”, ricorda padre Gilbert.

Scelti i tre missionari per avviare la comunità, dopo un periodo di conoscenza reciproca e di formazione a Taiwan, i tre pionieri partirono per l’avventura missionaria alla volta di Ulaanbaatar tra speranze e incognite che segnano ogni nuova opera.

“Per farci coraggio, ogni giorno leggevamo il passo evangelico in cui Gesù dice ‘Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono con loro’. Ci aiutava a farci forza, a essere certi, in ogni momento, della sua Provvidenza”, riferisce. “Va detto che ricevemmo la massima assistenza e cortesia dal governo mongolo. Vennero perfino ad accoglierci all’aeroporto con tutti gli onori. Grazie all’aiuto e alla mediazione di un funzionario che parlava francese (comunicare era una sfida), riuscimmo ad affittare un piccolo appartamento dove ci stabilimmo”.

Il primo passo per inserirsi nel Paese, come avviene per ogni opera missionaria, fu studiare la lingua locale, “un idioma ostico fato di suoni non facili da pronunciare. Sorridevamo provando a emulare quei suoni, ma non ci arrendevamo”, ricorda. I missionari si tuffano nello studio della lingua mongola, frequentando l’Università nella capitale e intanto, gradualmente, tramite solo il passaparola, si sparge la voce della loro presenza e della possibilità di celebrare i Sacramenti propri della fede cattolica nel Paese.

“Celebravamo la messa in una stanza della casa, adibita a cappella. Iniziarono a frequentarla alcuni ambasciatori di fede cattolica e alcuni membri del personale delle ambasciate occidentali, che portarono con loro alcune persone locali, incuriosite. Fu quella la prima forma di evangelizzazione, una missione eucaristica: Gesù si dona all’umanità e offriva se stesso anche ai mongoli”, nota p. Sales. La missione procedeva grazie a contatti informali e a chi rispondeva all’invito “vieni e vedi”. “Accoglievamo tutti con il sorriso e con tanta gioia. La gente veniva a parlarci chiedendoci della ragione della nostra fede, e facendo più domande proprio su Gesù. Vedevamo i primi mongoli partecipare alla messa. Non ci è mai mancata la fiducia in Dio, che ogni giorno ci manifestava il suo amore e agiva toccando i cuori”, rimarca il missionario.

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I tre missionari cominciano lentamente a inserirsi in un contesto del tutto nuovo, ad avere le prime relazioni umane e instaurare legami di amicizia con persone locali, ma anche a stabilire contatti con le istituzioni civili, sociali e culturali. Mettono a disposizione le loro competenze e risorse e padre Gilbert Sales ben presto, se da un lato è studente di lingua mongola, dall’altro tiene un corso di lingua inglese all’Università, insegnando a giovani mongoli.

In questa cornice nasceranno le prime opere sociali avviate dalla piccola comunità cattolica. Prosegue p. Gilbert: “Vedevo molti ragazzi per le strade, da soli. I colleghi di Università mi spiegarono che erano i ragazzi di strada di Ulaanbaatar, che vivevano di espedienti e, nella stagione fredda (con temperature di 40 gradi sotto zero), si rifugiavano nelle fogne, dove passano i condotti del riscaldamento”. Gilbert volle andare a scovarli proprio in quelle loro grigie e maleodoranti dimore di cemento, trovandovi annidati ragazzi tra gli 8 e i 15 anni, “alcolizzati, violenti, malati e vulnerabili, in situazione di promiscuità sessuale”. “Mi feci forza – racconta – il cuore mi scoppiava di compassione verso quei piccoli, dei rifiuti umani. Tornai a trovarli portando con me del cibo. Tornai ancora diverse volte e ogni volta era un momento più bello. Intravidi perfino qualche accenno di un sorriso”. Il missionario, con gesti gratuiti di tenerezza e gentilezza “del tutto sconosciuti a quei ragazzi, maltrattati e disprezzati dalla società”, guadagna pian piano la loro fiducia e cerca di strapparli a quella vita da scarti umani.

Così prende forma la prima iniziativa socio-caritativa dei nuovi missionari: un centro per bambini di strada che, governato da padre Sales, fu avviato nel pianterreno di un edificio della capitale. E’ il “Verbist Care Center”, che aprirà ufficialmente i battenti come struttura assistenziale nel 1995. “Quei bambini iniziarono ad accogliere la nostra proposta di cambiare vita. Donammo loro cure, attenzioni, amore. Venivano da situazioni familiari segnate da alcolismo e violenza. Con noi cominciavano a recuperare la dimensione di piccoli indifesi e bisognosi di affetto”. Il Centro si attrezzò per fornire vitto, alloggio, cure mediche e un percorso scolastico che li conduceva a reinserirsi nella società. “Molti di quei ragazzi ora hanno completato gli studi universitari, lavorano stabilmente, sono padri di famiglia. Sono ancora in contatto con alcuni. Sono eternamente grati per quell’aiuto che fu per loro una svolta nella vita. Dico loro sempre di rendere insieme lode a Dio”, racconta p. Sales.

La testimonianza evangelica dei missionari attrae i cittadini mongoli: “Iniziammo a celebrare i primi battesimi. Ricordo ancora la commozione del primo battezzato, un ragazzo mongolo adottato da una coppia di cittadini inglesi cui venne dato il nome di Pietro. Cantammo insieme il magnificat: era un’opera di Dio che si compiva. Nei primi anni si formò così una comunità di una trentina di cattolici mongoli. Era davvero una piccola comunità di discepoli, con un tratto che ci distingueva: la gioia, la gioia di essere amati, salvati da Cristo e di portare il suo amore al prossimo”, ricorda.

Pian piano, grazie al sostegno della Santa Sede e di benefattori da tutto il mondo, la piccola Chiesa in Mongolia si arricchisce di opere ed esperienze pastorali e sociali, con la presenza di nuove comunità di religiosi e suore. “Wenceslao Padilla, che era il responsabile della missione, ebbe sin da subito uno sguardo universale e volle chiamare congregazioni da tutto il mondo, ognuna con il suo carisma, per contribuire alla missione nello sconfinato paese dell’Asia centrale. Molti ordini religiosi risposero positivamente e cominciarono così a giungere nuovi missionari, religiosi e suore dall’Asia, dall’Africa, dall’Europa e dall’America Latina che aiutarono a creare parrocchie, scuole tecniche, orfanotrofi, case per anziani, cliniche, rifugi per la violenza domestica e asili nido, spesso costituiti in periferie in cui mancavano i servizi di base, beneficiando soprattutto persone povere e famiglie indigenti”.

La missione compie passi avanti. “In una decina d’anni venne creato un Centro pastorale cattolico e poi fu costruita la prima chiesa, che è oggi la cattedrale di Ulaanbaatar, consacrata nel 2002. Il nostro vescovo Padilla (dal 2002 Prefetto apostolico) diceva che era necessario avere una struttura e una chiesa per dare al Paese, alle autorità civili e alla popolazione, l’idea di una presenza stabile e per dire: siamo qui in Mongolia e vogliamo restare, non siamo precari o passeggeri, vogliamo stare accanto a voi per sempre, come l’amore di Dio che non abbandona mai”, prosegue.

Fiorirà, poi, la prima vocazione al sacerdozio di un giovane mongolo e, nel frattempo, si organizza e si consolida l’opera di catechisti e volontari, si aprono parrocchie. Padre Gilbert Sales lascia la Mongolia nel 2005 – chiamato dalla sua congregazione un altro servizio, nelle Filippine – quando la comunità dei cattolici mongoli conta oltre 300 persone e la missione si va espandendo anche oltre la capitale Ulaanbaatar. Ora, in occasione della visita di Papa Francesco, torna nel Paese, con viva gratitudine. Potrà incontrare e riabbracciare tanti dei fedeli mongoli che lo ricordano con affetto. Alla comunità dove ha lasciato un pezzo del suo cuore dirà: “Andate avanti con pazienza. Lo Spirito soffia quando e dove e vuole e porta frutto. Lasciate spazio alla grazia di Dio perché possa guidare i vostri passi. Il Signore ha fatto e farà grandi cose: cantiamo insieme il magnificat”.

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