LEGGI

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».

Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». (At 1,1-11)

RIFLETTI

Secondo il racconto di Luca, le ultime parole del Risorto, prima della sua Ascensione alla destra del Padre, sono: “sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, in Samaria e fino ai confini della terra” (Atti 1,8). A prima vista questa frase sembra voler indicare una semplice attività ma in realtà contiene tutto il programma di evangelizzazione di tutto il libro degli Atti degli Apostoli. Vediamolo più da vicino. 

La frase cita quattro termini geografici: "Gerusalemme", "Giudea", "Samaria" e "fino ai confini della terra" ma, come è normale nella Bibbia, dietro le parole ci sono contenuti più profondi, un intero messaggio di fede. La prima cosa che appare in questi quattro luoghi geografici è il simbolismo numerico: il numero "quattro" simboleggia normalmente nella Bibbia la totalità della terra e dell'universo. Ma poi qui quei quattro nomi esprimono un movimento espansivo, una traiettoria che avanza da un punto di partenza, che è Gerusalemme, verso una meta che è la parte più remota del mondo conosciuto. 

A GERUSALEMME. Il punto di riferimento, che Luca impiega per organizzare eventi all'interno delle due parti della sua opera, è Gerusalemme. Nella prima parte, il Vangelo, è di grande importanza il viaggio di Gesù e dei suoi discepoli verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,28). Nella seconda parte, il Libro degli Atti, l'evangelizzazione è descritta come un cammino da Gerusalemme fino ai confini della terra con la finalità di testimoniare il Risorto. La Città Santa ha per Luca un grande valore rappresentativo, perché per secoli è stata il simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ma poi è anche la città nella quale è avvenuta la morte e la risurrezione di Gesù che è l'evento centrale della storia della salvezza. Questa buona notizia deve raggiungere da lì tutti gli angoli del mondo. Nel libro degli Atti i capitoli da 1 a 8 raccontano della formazione della prima comunità a Gerusalemme.

IN TUTTA LA GIUDEA... E IN SAMARIA. La Giudea è la regione in cui si trova Gerusalemme è il primo passo nell'espansione della Buona Novella. Da un punto di vista sociale e religioso, la Giudea rappresenta gli ebrei fedeli, che hanno atteso per secoli la venuta del Messia. In Atti 8,1 ci viene dato avviso di questo primo passo nella diffusione del Vangelo, quando si dice che "tutti, tranne gli apostoli, erano sparsi per le regioni della Giudea e della Samaria". Ma nella prima espansione del vangelo c’è anche la Samaria. Come conseguenza della sua storia e della sua collocazione geografica la regione della Samaria era guardata con disprezzo dagli ebrei, I Samaritani erano considerati fuorilegge, quasi come non ebrei e sotto tanti punti di vista emarginati (cf Gv 4). La causa di tutto la poca fedeltà alla purezza della legge e dell’Alleanza. Nel racconto degli Atti, l'evangelizzazione attraverso la Samaria occupa i capitoli da 8 a 11. Qui compaiono personaggi molto significativi come Filippo (cap 8) che lo spirito manda ad evangelizzare e battezzare il primo pagano che appare nel libro degli atti, un funzionario della regina dell’Etiopia, Candace. Termina questo segmento con la conversione del centurione Cornelio, il primo pagano che riceve lo Spirito Santo e il battesimo (prima lo Spirito e poi il battesimo per mano di Pietro). Sempre in questa sezione inizia la sua attività Paolo, il grande annunciatore del Vangelo ai non ebrei.

FINO AI CONFINI DELLA TERRA. Poi la Buona Notizia di Gesù arriva fino ad Antiochia, lasciando così i confini della Palestina. Fu lì che i discepoli di Gesù cominciarono a chiamarsi cristiani. L'evangelizzazione ad Antiochia occupa i capitoli 11 e 12. I capitoli da 13 a 15 descrivono l'evangelizzazione di Cipro e dell'Asia Minore; dal 15 al 21 quella della Grecia e gli ultimi capitoli del libro (dal 21 al 28) sono dedicati a raccontarci il processo giudiziario seguito contro Paolo e che lo porterà a Roma, capitale dell'Impero. Per un abitante della Palestina in quel momento, raggiungere Roma era come raggiungere la fine del mondo, perché ciò che accadeva a Roma aveva ripercussioni su tutto l'Impero, che era equivalente al mondo allora conosciuto. Si è compiuto il disegno voluto dal Risorto, che deve continuare a compiersi finché durerà questo mondo. Il programma missionario, quindi, si riflette chiaramente nel seguente schema, che struttura il libro: Introduzione (Atti 1,1-11); la Chiesa di Gerusalemme (Atti 1,12-5,42); da Gerusalemme ad Antiochia (Atti 6,1-12,25); da Antiochia a Roma (Atti 13,1-28,31).

Ciò che importa è ricevere lo Spirito Santo, la forza dell'amore che sosterrà i passi dei credenti nel loro arduo cammino e manterrà accesa nel loro cuore, di generazione in generazione, la fiaccola della fede. Gli angeli inviano i discepoli ad annunciare a tutto il mondo il suo Nome e il suo Vangelo e a raggiungere il cielo camminando sulle vie del Signore sulla terra, facendolo conoscere a tutti e raccogliendo i fratelli per andare insieme a Dio e per salire insieme in alto, in cielo. Questo deve essere il nostro impegno: desiderare di ascendere e di prendere il largo da tutte le strettezze del male, di elevarci con animo libero con la forza dello Spirito Santo che ci è dato e come sospinti da questa brezza leggera per essere uniti nel suo Nome e ascoltare la sua Parola, per crescere nella fede e operare nella carità, annunziando agli altri in modo credibile il regno di Dio.

DOMANDE

Tutto il libro degli Atti descrive lo sviluppo della missione che Gesù ha lasciato ai discepoli con l’assistenza dello Spirito. Che presenza ha, nella tua vita, lo Spirito Santo? Sai testimoniare la tua fede cristiana nel tuo ambiente? Come chiesa cosa dovremmo fare per non rimanere a “guardare il cielo”? A che pagani portare la Buona Notizia? Come?

PREGA

Ti preghiamo, Signore, questa Parola che abbiamo ascoltato trafigga anche il nostro cuore e susciti in noi un sincero desiderio di conversione, per essere interiormente rinnovati e vivere immersi nel Signore Gesù Cristo, nel mistero della sua Chiesa, in quella comunione d'amore che continuamente lo Spirito Santo crea e alimenta. 

Fa’ che, dimentichi di noi stessi, possiamo essere totalmente donati agli altri in letizia e semplicità di cuore. Amen. 

Il nostro passato e l’incontro con la missione

Prima del 2016 la nostra era una vita normale, come quella di altri cristiani. Abbiamo lavorato per mantenerci e crescere i nostri due figli e abbiamo vissuto nella felicità e anche nella difficoltà che quotidianamente trovavamo. Partecipavamo alla vita della comunità cristiana: negli Incontri Matrimoniali, nel gruppo di Studio della Bibbia, nei servizi alla parrocchia e così via.

Nel 2004 avevamo conosciuto i Missionari della Consolata e con loro abbiamo partecipato ad alcuni viaggi in missione che per noi sono state esperienze davvero toccanti, scoprire Dio vivo e presente nella vita dei missionari e nella vita delle comunità che loro servivano. Poco tempo dopo il rientro dall’ultimo viaggio in missione Rosa, nell’eucaristia in parrocchia, ha sentito fortemente il desiderio di partire, la presenza di Gesù che diceva “vai”! In seguito ci siamo consultati con i padri della Consolata per capire se si trattasse di un desiderio mosso dallo Spirito Santo oppure no. 

In giugno 2018 siamo partiti per la Tanzania. Avevamo un sogno: stabilire relazioni positive con ogni persona che avremmo incontrato. Al’inizio pero la gioia provata è stata di breve durata. Abbiamo sperimentato delle difficoltà comprensibili per l’impatto con l’ambiente ma anche difficoltà di comunicazione con la comunità. In quei momenti, correvamo davanti all’Eucarestia, ci lamentavamo e pregavamo: ne tornavamo confortati e con la voglia di superare le avversità. Abbiamo capito che non eravamo lì per fare la nostra volontà, ma eravamo stati mandati e saremmo dovuti tornare, solo a missione compiuta.

Ci siamo sentiti scortati nella preghiera da tanti amici, sacerdoti e suore; la loro solidarietà si è fatta concreta ogni volta che ci inviavano ciò di cui avevamo bisogno, nella mostra fragilità. È cosi che ci siamo sentiti amati anche da Dio e mamma Consolata.

Evidentemente abbiamo trovato anche molto altro: ambienti naturali belli, studenti e persone che ci hanno accolto in modo affabile e generoso, l’essere liberi da incombenze e preoccupazioni. Grazie a tutto questo abbiamo potuto raggiungere la fine del contratto e siamo tornati in Corea in Gennaio 2022.

A tu per tu con l’italiano

In questi mesi, da febbraio a aprile 2023 siamo stati a Roma, ospiti nella Casa Generalizia, con l’intenzione di studiare italiano. Ne abbiamo sentito il bisogno perché e la madre lingua del nostro Istituto e in qualche modo anche della chiesa cattolica; nella nostra esperienza in missione abbiamo avuto la visita di tante persone che parlavano italiano e con le quali non riuscivamo a comunicare. Certamente tre mesi non è un tempo sufficiente ma speriamo che possa essere un aiuto per le prossime missioni.

Ci siamo trovati molto bene nella casa generalizia con i nostri padri e fratelli. È stato un grande onore  per noi stare con loro e ci hanno sempre dimostrato una grande accoglienza e molto amore che certamente viene da Dio. Che bello poi aver condivido il nostro tempo con due gruppi di missionari che sono passati da Roma in questi mesi per la loro formazione permanente. I missionari con 25 anni di ordinazione e quelli con 50 anni. In loro e nella vita dei membri della comunità abbiamo visto la bellezza della vita del missionario consacrata a Dio e al servizio della comunità.

Con voi abbiamo celebrato la Pasqua di Gesù risorto e in qualche modo anche noi abbiamo sperimentato la risurrezione e siamo tutti stati guariti dall’amore di Dio. Adesso, possiamo ripartire con nuova forza e speranza. Siamo venuti qui per studiare l’italiano ma il Signore ha arricchito questo tempo di nuovi e grandi doni. Grazie a tutti voi. 

Il libro della missione

Dopo il nostro ritorno abbiamo in mente un piccolo progetto editoriale. Normalmente i cattolici della Corea non sanno che ci sono missionari laici all’estero e a noi sembra importante cominciare a condividere la nostra esperienza. Spesso nel 2022 siamo stati chiamati a dare testimonianza della nostra esperienza in Tanzania. Vorremmo rendere questa testimonianza un po’ più consistente per mezzo di questo libro per il quale vorremmo attingere dai nostri diari di missione.

Vorremmo anche praticare un po’ di più l’italiano con i padri che ci sono in Corea, sono tanti i documenti della chiesa cattolica in Italiano.

Non sappiamo ancora quando avremo l’opportunità di tornare in missione. Siamo disposti ad andare ovunque Dio voglia. Pregherete per noi per favore. Ci vediamo nella preghiera. Grazie di nuovo.

*Rosa e Thomas Kang sono missionari laici della Consolata coreani.

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Per “partire senza indugio” e ritornare sulle strade dell’umanità dove svolgiamo il nostro servizio missionario proponiamo dieci atteggiamenti missionari che esprimono lo stile del Beato Allamano a cui ispirarci continuamente.

1. Dedizione totale

Le proposte dell’Allamano sono sempre esigenti, conformi alla radicalità del vangelo. Egli è comprensivo della debolezza umana, pronto a capire, perdonare, incoraggiare ad «andare avanti», ma non sopporta la mediocrità. La missione esige impegno totale e perpetuo. Essa, secondo l’idea dell’Allamano codificata dalle Costituzioni, «deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza».

L’Allamano vuole missionari coraggiosi, energici, generosi.

2. Qualificazione 

L’Allamano chiede che i missionari siano qualificati. Ne è tanto convinto da ricorrere a espressioni insolite sulle sue labbra: «Dobbiamo essere tutti di prima classe. Qui voglio solo roba scelta, vasi ripieni di liquore prelibato». Per la missione, prima attività della chiesa, si deve dare il meglio. È convinto che, più del numero, valga la qualità: meglio pochi, ma in gamba, capaci di fare per molti. Non pensa a superdotati. «Non abbiamo bisogno di aquile, ma di buone e ferme volontà». 

Oggi la qualificazione è fondamentale perché la missione ad gentes ci spinge sulle frontiere e abitare in situazioni-limite. Il missionario si deve confrontare con la globalizzazione economica, la devastazione del Pianeta, la crisi ambientale, la corsa agli armamenti, il pensiero postmoderno, la mobilità umana, il dramma dei rifugiati e la multiculturalità, i movimenti religiosi, il numero crescente di battezzati che hanno perso il senso della fede e appartenenza alla chiesa, la secolarizzazione di un mondo che pretende costruirsi su basi che prescindono da Dio e dai principi morali. Ciò richiede evangelizzatori preparati, capaci di far leva sugli aspetti positivi di fenomeni in gran parte negativi.

3. Primato dello spirito 

La qualificazione è soprattutto profondità della vita spirituale. Il missionario è una persona attiva, che però pone a fondamento la ricerca di Dio. L’Allamano afferma: «Prima santi e poi missionari». È un «prima» riferito a tanti aspetti: preghiera, consacrazione religiosa, studio, pratica delle virtù umane e cristiane, impegno in ogni campo. Per far conoscere il Signore, per annunciarlo, occorre avere con Lui un rapporto personale; e per questo ci vuole la capacità di adorarlo, di coltivare giorno dopo giorno l’amicizia con Lui, mediante il colloquio cuore a cuore nella preghiera, specialmente nell’adorazione silenziosa.

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4. Avere una marcia in più 

Per essere missionari ci vuole una marcia in più, o (se si vuole usare una delle parole più frequenti nell’Allamano) «uno spirito».

Che cosa egli intenda è detto bene nel documento preparatorio al X Capitolo generale dei missionari della Consolata: «Egli parla di spirito di povertà, spirito di obbedienza, spirito di sacrificio, spirito di preghiera, spirito di silenzio, spirito di umanità, spirito di fede, spirito di lavoro, spirito di distacco, spirito di carità. Spirito è una realtà che penetra, regge e nobilita altre. È profondità, intensità. È intuizione. È l’opposto di ogni formalismo. È totalità. È verità, soprattutto nell’essere missionari. È andare all’essenza delle cose. È farle bene». «Voi - dice l’Allamano - dovete avere lo spirito dei missionari della Consolata nei pensieri, nelle parole, nelle opere».

5. Unità di intenti 

La missione non è un’attività individuale, secondo criteri personali. È azione di chiesa in spirito di comunione, «in unità di intenti». Questa è una intuizione fondamentale, un principio basilare, un’idea fissa. Si tratta di uno «spirito di famiglia» o «spirito di corpo», che per l’Allamano è il segreto di riuscita, l’obiettivo da realizzare ad ogni costo. Nel lavoro missionario l’unità è la condizione «più necessaria» e «più importante», senza la quale si rischia di lavorare invano.

La comunione tra i missionari diventa anche metodo di lavoro, estendendosi ai collaboratori, ai catechisti e ai membri più sensibili delle comunità cristiane. Si esprime all’interno e all’esterno: essere tutti per uno e uno per tutti. La missione perciò si fa insieme, non individualmente, in comunione con la comunità e non per propria iniziativa. E se anche c’è qualcuno che in qualche situazione molto particolare porta avanti la missione evangelizzatrice da solo, egli la compie e dovrà compierla sempre in comunione con la Chiesa che lo ha mandato. 

6. Collaborazione con i laici

Proprio perché pensa sempre alla missione nell’unità, Giuseppe Allamano si adopera di coinvolgere anche le comunità cristiane, iniziando da quanti frequentano il santuario della Consolata di Torino, cui è rettore. La sua opera non sarebbe riuscita senza tale partecipazione.

Oggi è maturata una visione teologica che fa meglio comprendere l’impegno di ogni comunità cristiana nell’annuncio del vangelo. Il battesimo conferisce il diritto-dovere di impegnarsi, sia come singoli sia in associazioni, perché l’annunzio della salvezza sia conosciuto e accolto da ogni uomo, in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancora di più nelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il vangelo e conoscere Gesù se non per mezzo loro» (cfr. Redemptoris missio, 71).

Questa collaborazione, espressa in varie forme nell’ambito dell’istituto dell’Allamano, ha aperto ai laici nuove vie d’impegno nei paesi di missione come in Italia. 

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7. Stare con la gente

I missionari portano il «lieto annuncio». Devono farlo stando dalla parte di chi ha più bisogno di essere sollevato, colmato di gioia, anche alleviando mali fisici e morali causati da malattia, emarginazione, povertà, ignoranza. L’Allamano raccomanda di «stare con la gente», andare a trovarla dove vive. È l’espressione del cuore compassionevole di Dio che diventa consolazione. È un programma iscritto nel nome stesso che i missionari portano: quello della «Consolata». Sul modello di Maria sollecita del bene dell’umanità, la missione tende a instaurare il regno di Dio, che è amore, bontà, misericordia. Le Costituzioni dell’Istituto hanno accolto tale istanza, proponendo di «essere presenti tra la gente con cui lavoriamo in modo semplice e fraterno, con contatti personali e con attenzione ai loro problemi e necessità concrete».

Ricordiamo che seguire Cristo vuol dire andare là dove Egli è andato; caricare su di sé, come buon Samaritano, il ferito che incontriamo lungo la strada; andare in cerca della pecora smarrita. Essere, come Gesù, vicini alla gente; condividere le loro gioie e i loro dolori; mostrare, con il nostro amore, il volto paterno di Dio e la carezza materna della Chiesa. Che nessuno mai ci senta lontani, distaccati, chiusi e perciò sterili.

8. La promozione delle persone

Non è difficile scorgere l’intima correlazione tra la consolazione-liberazione-promozione e la missione. Dio, che ha visto la miseria del suo popolo e ha ascoltato il grido di aiuto, ha inviato Mosè a liberarlo dall’oppressione (cfr. Es 3, 7-11). Chiaramente la consolazione-liberazione è missione divina, dono del Cristo salvatore. A noi è stato affidato il ministero di portarlo a tutti - si legge nel documento preparatorio al X Capitolo generale -. Senza difficoltà si può riconoscere che, nel nostro metodo di lavoro, evangelizzazione e promozione umana si sono sempre accordate. L’insegnamento del fondatore su questo è esplicito e frequente. E prese posizione per difendere questo suo principio... Noi dobbiamo assumere la condizione della gente e apprezzare i suoi valori. Le nostre certezze e pretese di superiorità, la nostra supposta e indiscussa dignità da salvaguardare si oppongono a una metodologia di comunione.

9. Nella missione tutti discepoli 

L'Allamano è ricettivo al divenire della storia con la quale saprà camminare e crescere e della missionarietà vissuta dei missionari alla scuola dei quali egli stesso si formò. Egli che non mise mai piede in Africa, accettò come componente della identità della sua opera l'ideale e il modo di viverlo di chi faceva missione sul campo. Trasformava in carisma la missione vissuta, in perfetta armonia con la sua vocazione di mettersi a servizio di chi voleva fare missione. Per questo stabilì con i suoi missionari una corrispondenza costante e l'obbligo di affidare il quotidiano alla carta dei diari che egli considerava fonte per imparare e formare.

La missione rendeva tutti discepoli perché nella sua imprevedibilità sconvolgeva i pregiudizi culturali e le protezioni sociali costruite negli anni della preparazione. 

Questo insegna a mettersi in ascolto della realtà, a superare l’autoreferenzialità, a vivere la “docibilitas” che è la disposizione interna di chi ha imparato a imparare, ad accogliere, a obbedire, a rendere cioè ogni istante della propria vita un tempo di grazia, tempo che Dio ha assunto per mettersi in un atteggiamento di formazione continua come se tutta la vita fosse un’unica stagione, quella del tempo di Dio. 

10. Guardare oltre

L'Allamano conduce l'Istituto a cogliere l'insorgere delle novità che si affermano. Egli sa per esperienza personale che la fondazione stessa dell'Istituto è un’idea nuova su una realtà ecclesiale statica. Vuole quindi che la sua opera sopravviva e si identifichi con l'insorgere di nuove idee, nuove intelligenze, ossia con ogni nuova capacità di leggere la novità dentro il presente e la semplice evidenza dei fatti. Intuisce che il "solito", l'abitudinario, il sicuro del passato, anche di quello che tale sarà appena si guardi in prospettiva il presente, sono destinati a mutare e forse anche a scomparire.

Non può essere che così perché "l'andare oltre" per l'Istituto voluto dall'Allamano non è la conseguenza di un compito ultimato, di un lavoro compiuto interamente. L'apertura è un parametro di controllo dell'autenticità dell'Istituto che dalla sua storia ha imparato non solo ad interrogarsi sul valore di quanto sta facendo, ma a contemplare l'oltre verso cui deve protendersi. 

Il punto al quale i missionari sono giunti nelle realtà e nei contesti in cui operano non può essere considerato come il modello di un perpetuo ritorno per rifare le stesse cose, ma il semplice punto di partenza per qualcosa di nuovo che va oltre sia a livello geografico che contenutistico.

Condividiamo l'omelia di padre Orlando Hoyos durante la Messa celebrata presso la Casa Generalizia dei Missionari della Consolata a Roma l'undici aprile, martedì dell'ottava di Pasqua. Come portare la Pasqua di Gesù sui sentieri della storia per mezzo della missione.

All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. (Atti 2,37-38)

Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo» (Gv 20,11.15)

Nella PRIMA LETTURA molti di coloro che ascoltavano il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste si lasciarono convincere dalla sua testimonianza e domandavano: “che cosa dobbiamo fare?”. La risposta di Pietro è molto chiara: convertirsi, abbandonare il cammino anteriore, sbagliato, proprio di una “generazione perversa”; credere in Gesù; ricevere il battesimo che darà il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo.

In questi giorni, i nostri vescovi Colombiani che sono venuti a Roma per la visita “ad limina” e per quello hanno dovuto riempire un sacco di documenti per informare i dicasteri. Loro sembrano particolarmente interessati alla statistica di sacramenti: quanti battesimi, quanti matrimoni ecc... come nei tempi da guinness dei primati di San Francesco Saverio, o di San Pietro Claver ed altri famosi missionari. Anche fra di noi questo aveva un valore. Per esempio il padre Bruno del Piero prometteva a Monsignor Cuniberti, all’inizio di un viaggio missionario in mezzo alle foreste del Caquetá dalla durata di un mese, che sarebbe tornato con almeno 100 battesimi celebrati e scritti nel libro della parrocchia.

A questo punto potremmo domandarci, noi che siamo stati parroci, se veramente abbiamo evangelizzato seguendo le tappe che indica il vangelo di Luca esposte da Pietro o si piuttosto abbiamo avuto troppa fretta di mostrare risultati. 

“Mostrare risultati” non è sempre una buona cosa, per esempio in Colombia questo esigeva il governo ai militari: i risultati in quel caso era il numero di guerriglieri, i “nemici della patria”, eliminati o fuori combattimento. Si premiavano le persone con incentivi come denaro, vacanze o un viaggio in Israele dove è operativo un contingente colombiano. Cosa facevano allora i militari? Prendevano dei contadini, li ammazzavano, li vestivano ed armavano con uniformi e armi della guerrilla e li conteggiavano come morti in combattimento. Quando si rivelò la verità, questi furono chiamati “falsi positivi”.

Nelle nostre missioni potrebbe occorrere qualcosa di simile all’ora di presentare risultati alla Chiesa istituzionale: invece dovremmo muoverci nella direzione di una chiesa meno proselitista e più disposta ad evangelizzare, soprattutto con l'esempio: abbiamo le esperienze della missione tra i Yanomami in Brasile o nella Mongolia. Ieri a Nepi, nella casa delle Suore Missionarie della Consolata, abbiamo ascoltato testimonianza molto interessanti che vanno in questa direzione da missionarie che lavorano in Usbechistan e Kirghizistan.

Nel VANGELO, Maria Maddalena, che non sa che Gesù è risorto, vuole avere almeno il corpo di Gesù, per non rimanere nell’incertezza. Anche in Colombia molte mamme e famiglie non hanno pace finché non ricuperano i corpi di famigliari uccisi dalla guerriglia o dall’esercito. Poter dare cristiana sepoltura a un congiunto è una cosa che si chiede con insistenza alla commissione di giustizia e pace, si tratta di un piccolo ma significativo sollievo alla loro sofferenza. 

Invece Maria Maddalena riceve in esclusiva un premio molto più grande e vede Gesù Risuscitato ancora prima degli apostoli. È lei che va a raccontare la buona notizia e si converte dunque in apostolo degli apostoli.

Per noi oggi l’augurio è di non essere meno di Maria in questa nuova Pasqua che il Signore ci ha permesso di celebrare: questa Pasqua ci interpella e provoca; vuole riempirci di energia e di allegria. Nel nostro stile di vita si dovrà notare che crediamo veramente nella Pasqua del Signore: che lui e risorto, che ha perdonato i peccati, che abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo e apparteniamo alla sua comunità che e la Chiesa.

Aiutati dalla fede sicuramente comprendiamo che il Signore ci ha chiamati per nome quando ci ha chiamato alla vita cristiana, religiosa e sacerdotale come abbiamo sentito nelle biografie di ognuno di noi in questi giorni. La sua chiamata ha toccato la nostra anima come era successo a coloro che ascoltavano Pietro il giorno di Pentecoste. Il nostro annuncio missionario solo sarà convincente se sgorga dall’esperienza del nostro incontro personale con Gesù. 

Nell’eucaristia che celebriamo abbiamo ogni giorno un incontro pasquale con il Risorto che condivide con noi il pane come fece con i discepoli dopo la resurrezione.  Questa è oggi la più bella apparizione che non ci fa invidiare né gli apostoli ne i discepoli di Emaus ne Maria Maddalena.

 

“Il monte, luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo, è anche il posto dove Gesù trascorse ore e ore in preghiera (cfr. Mc 6, 46), a unire terra e Cielo, noi suoi fratelli al Padre. Che cosa dice a noi il monte? Che siamo chiamati, nel silenzio, nella preghiera, ad avvicinarci a Dio e agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti”. (Papa Francesco, Omelia per la Giornata Missionaria Mondiale, 20 ottobre 2019)

L’equilibrio tra assiduità con il Signore e missione verso gli uomini è delicato, e a esso occorre prestare continuamente attenzione, come a un equilibrio instabile che deve essere ogni giorno re-instaurato. Gli Atti degli apostoli ci testimoniano che gli apostoli stessi ben presto si resero conto di una patologia che minacciava gravemente il loro ministero:

“I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è bene che noi trascuriamo la Parola di Dio per servire alle tavole. Dunque, fratelli, cercate tra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6,2-4).

Preghiera come vicinanza a Dio e alla gente 

Alcuni, per pregiudizi spiritualisti, pensano che la preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare. Al contrario nella vicinanza a Dio noi rafforziamo la vicinanza alla nostra gente; e viceversa, nella vicinanza alla gente viviamo anche la vicinanza al Signore. 

La preghiera del missionario si nutre e si incarna nel cuore dei popoli con cui condivide la vita, porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta ogni giorno davanti al Signore. Un missionario deve avere un cuore “allargato” da fare spazio al dolore e a tutta la miseria del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. 

Preghiera di intercessione 

Nell’intercessione, il missionario porta davanti a Dio i cristiani della comunità, le persone in difficoltà e i bisogni dei popoli e dell’umanità, come parte integrante del servizio missionario. 

Davvero, dunque, la preghiera per gli altri è esercizio di sollecitudine e responsabilità e lotta contro la nostra indifferenza nei confronti della realtà dell’altro, una tentazione che l’avanzare degli anni rende più concreta e forte.

Ce lo ricorda il papa Francesco: "La preghiera non è un rinchiudersi con il Signore per truccarsi l'anima: no, questo non è preghiera, questa è finta di preghiera. La preghiera è un confronto con Dio e un lasciarsi inviare a servire i fratelli. Il banco di prova della preghiera è l'amore concreto per il prossimo. E viceversa: i credenti agiscono nel mondo dopo aver prima taciuto e pregato; altrimenti la loro azione è impulsiva, è priva di discernimento, è un correre affannoso senza meta. I credenti si comportano così, fanno tante ingiustizie, perché non sono andati prima dal Signore a pregare, a discernere cosa devono fare". (Papa Francesco, Udienza, 7 ottobre 2020)

La preghiera missionaria

Ma, esiste una preghiera tipicamente missionaria? E se esiste, quali potrebbero esserne i tratti caratteristici? Non cambiano i contenuti teologici, ma è il contesto, la prospettiva e l’orizzonte che differenziano la preghiera “tradizionale” da quella missionaria. 

Nella preghiera tradizionale, il contesto è dato dalla mia situazione, dal mio stato d’animo, dai miei bisogni; la prospettiva è data dall’ambiente prossimo che mi circonda; l’orizzonte è costituito dalla porzione di chiesa a cui appartengo. 

Nella preghiera missionaria il contesto è determinato dalle situazioni dell’altro in quanto altro, diverso da me, dai suoi bisogni e dalle sue speranze; la prospettiva è il mondo intero, con tutte le sue sfide, contraddizioni e aspirazioni di pace, equità e giustizia; l’orizzonte è il Regno, fattosi carne in Gesù Cristo, ma non ancora compiuto. 

In altre parole, è preghiera missionaria:

1. quella preghiera in cui vi si trova descritta la vita delle persone, luogo in cui riconoscere l’impronta misteriosa e operante di Dio;

2. quella preghiera che continuamente educa a dilatare gli spazi del cuore e della mente; preghiera che diventa incessante esercizio di ascolto, di contemplazione, ma anche di apertura e di azione nella storia;

3. quella preghiera in cui trovano spazio i gemiti, i lamenti, le gioie e le speranze degli uomini e donne di oggi e di sempre; in cui il grido dei poveri, degli oppressi, dei migranti di questo nostro mondo è tenacemente portato al cospetto di Dio;

4. quella preghiera che sa riconoscere, anche in mezzo alle tempeste della vita e agli orrori del mondo, l’azione dello Spirito; che ne coglie la forza anche nella debolezza, che rafforza la sua fede donandola;

5. quella preghiera che ardentemente spera contro ogni umana speranza, che invita ad assumere le proprie responsabilità e a tradurle in un impegno concreto di cambiamento per il bene comune.

6. quella preghiera che non fa ripiegare mai su sé stessi, non fa attorcigliare sull’io, ma apre a prospettive nuove: invita ad andare sempre “oltre”, ad altri villaggi, ad altri bisogni, ad altre incarnazioni, ad altri rischi di novità.

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