«…Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo…» (2Cor 4, 8-10).

“Se volete davvero farvi santi, l’Istituto ve ne dà i mezzi. Anche i limiti vostri e degli altri possono aiutarvi a conseguire il fine. Come afferma S. Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). E voi siete precisamente di questi chiamati alla santità e a una santità singolare. Fate dunque che tutto, compresi i difetti vostri e altrui, cooperi al vostro bene.” (Così vi voglio, n. 2 p.38)

Di fronte ad un lutto che ci si abbatte addosso improvviso, ad una malattia grave, a una delusione in comunità spesso abbiamo il senso di essere travolti, spezzati, annientati dalle circostanze dolorose che la vita ci chiama a vivere e siamo come bloccati, in un’atmosfera di sospensione, dove nulla di ciò che ci è noto può farci da ancoraggio. Ci arrabbiamo, ci lamentiamo, cerchiamo in qualsiasi modo qualcosa o qualcuno che ci dia sollievo: esperienze che sembrano arrecarci sollievo, ma che in realtà ci stanno alienando da noi stessi e dalla nostra scelta vita.

Tutte esperienze queste che a volte ci immettono in una spirale regressiva tale da provocare, nei casi più seri, l’estremizzarsi della passività o dell’agitazione, o la scissione e il collasso. Il controllo e la gestione di noi stessi sono fuori di noi, affidati ad altro/i, mettendo in discussione anche ciò che è stato fondamentale nel guidare la nostra vita, compresa la relazione fondante con il Signore. 

Alla passività della rassegnazione, c’è un’altra possibilità: la resilienza. Dal latino resilire “rimbalzare”, adatto a definire quella proprietà di alcuni materiali, come i metalli, di assorbire un urto senza rompersi, riprendendo la forma originaria. La resilienza è l’attitudine a perseguire gli obiettivi, nonostante le sconfitte e gli inevitabili imprevisti che la vita riserva; è quella forza interiore che ci fa rialzare sempre, consapevoli che il traguardo è lì ad aspettarci; è a capacità di ristrutturare i fallimenti e vederli come esperienze di crescita; è vincere la paura del domani. Resiliente è chi ama la vita, chi affronta avversità, dolori o sventure senza fuggirli, ma anche senza auto-commiserarsi o disperarsi; è chi ha il coraggio di intraprendere una via anche se impervia e tortuosa, perché sa che è la scelta giusta per raggiungere i propri sogni. La resilienza non è una caratteristica di pochi, ma un potenziale di ogni essere umano e una caratteristica che può essere allenata e incrementata. La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando.

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La resilienza vede nella fragilità il punto di partenza della via per la risalita. Inizia da lì, solo nell’accettazione dei propri limiti, si possono scoprire le risorse del nostro essere, solo affrontando la sofferenza, che possiamo imparare a conoscerla e di conseguenza dedicarci alla cura dell’Uomo che siamo noi, della nostra mente e del nostro corpo. Resilienti si diventa, ciò è possibile solo in una relazione significativa da cui nessuno è escluso, a priori, perché la resilienza non è una caratteristica dell’essere, non un esito, ma un processo, un atto di apprendimento, al quale possono contribuire e devono contribuire tutti.

La resilienza non va intesa tanto come qualcosa di immutabile, quanto come un processo di cambiamento: non si tratta di resistere a un evento negativo senza cadere, quanto piuttosto di cadere e poi rialzarsi, rigenerandosi. È molto di più. È il risultato dell’incontro tra la naturale capacità di rimettersi in gioco e contesti amicali e sociali che sostengano il rialzarsi e la ripresa. Perché da un tunnel quasi mai si esce da soli!

Il trucco è trasformare le avversità in opportunità, vedere il fallimento come occasione di apprendimento e tirare fuori il meglio da ogni situazione, consci che anche la qualità delle relazioni affettive e delle reti sociali hanno influenza positiva o negativa sulla capacità di adattamento alle situazioni avverse. Non ci sono destini già disegnati, situazioni personali che non possono cambiare, dipendenze che non possano essere vinte, ma solo vicende di persone che hanno trovato nuove strade di costruzione di sé.

Naturale compimento della resilienza è la speranza che scaturisce dal piacere di esistere anche quando nel presente manca il benessere, anche quando la vita fa sperimentare dolore malattie, perdite. La speranza presuppone fiducia nelle proprie e altrui risorse, si ciba di perseveranza e influisce positivamente sulla capacità di creare il proprio futuro. (1 Pt 3,15)

I Missionari della Consolata del Gruppo Messico abbiamo celebrato il nostro ritiro annuale dal 13 al 17 febbraio 2023 a Chiquilistlán, a 160 km dalla nostra comunità di San Antonio Juanacaxtle, nello Stato di Jalisco. Padre Peter Ssekajugo, il superiore della Delegazione, è venuto dal New Jersey per accompagnarci in questo momento di incontro con Dio, di fraternità e di ringraziamento per la vita missionaria.

Il luogo dove siamo stati è stato davvero una vera scoperta per tutti noi: perché tutto ci invitava a essere in comunione con la natura e a rendere grazie a Dio. Poi non è affatto mancata la figura del nostro Beato Fondatore già che il nostro ritiro coincideva con gli ultimi giorni della novena precedente alla sua festa. 

Il padre Peter ci ha invitato a fare della nostro impegno in questo paese un cammino verso le periferie e nel caso nostro ci ha ricordato che la frontiera dei migranti è un'interpellanza molto concreta per noi anche nel contesto della nostra preoccupazione per l’Animazione Missionaria Giovanile e Vocazionale che ha collegato a questo possibile impegno. Accompagnare i migranti come hanno fatto Mosè e Aronne nel deserto quando stavano con un popolo profugo e in fuga dall’Egitto.

Ha messo anche in evidenza che la stessa vita consacrata era nata dalla spiritualità di comunità cristiane che volevano in tutto somigliare a Cristo... che aveva sofferto sulla croce. Anche oggi la nostra consacrazione ci identifica con tutti i crocifissi della terra ai quali dobbiamo stare vicini.

Abbiamo poi dato spazio alla riflessione sulla qualità della nostra vita comunitaria, anche se sappiamo che questo aspetto è migliorato molto nel nostro gruppo e poi approfondito in una riflessione sulla nostra vocazione e su quella chiamata radicale che ognuno di noi ha sentito a un certo punto della sua vita a consacrarsi a Dio nella missione ad gentes.

Non sono mancate nemmeno riunioni interessanti in cui abbiamo avuto modo di discutere e contribuire in temi per noi importanti come le condizioni che potrebbero qualificare il nostro ministero vocazionale o una nuova apertura in Messico, la terza, sulla quale avevamo riflettuto lo scorso anno durante la visita canonica.

Il 16 non è stata solo la festa del Beato Giuseppe Allamano, ma anche il compleanno del nostro confratello Patrick Waiganjo, che è stato celebrato con semplicità e fraternità e abbiamo avuto l'opportunità di visitare le cascate di Comala, che si trovavano a dieci minuti da dove alloggiavamo. Nell’ultima eucaristia abbiamo anche ringraziato le persone che si sono dedicate a noi durante i cinque giorni; abbiamo apprezzato il servizio e l’ambiente incomparabile de “La cabaña de Don Roge”.

Ringraziamo Dio e padre Peter Ssekajugo per questo tempo e torniamo alle nostre comunità e ai nostri servizi missionari rinnovati per affrontare anche la Quaresima che già bussa alla porta. I buoni Esercizi Spirituali sono quelli che riescono a produrre cambiamenti e a portarci a un'azione più profetica, evangelica e missionaria.

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Pochi giorni fa, il 15 febbraio, è morto a Tosamaganga all'età di 85 anni, Fratel Paolino Rota. Bergamasco di origine era arrivato per la prima volta in Tanzania nel 1962, quando di anni ne aveva solo 25 e quindi ha vissuto tutta la sua vita in quel paese che non ha mai abbandonato. Ricordandolo trascriviamo una intervista fatta a gennaio di 2018 che aveva concesso al padre Jaime Patias in visita nella sua missione a Iringa. Ricordava sommariamente tante avventure vissute in quel paese dell’africa orientale; tanti cambi a cui ha potuto assistere; la sua ormai precaria condizione di salute; il suo desiderio di poter rimanere fino alla fine in quella terra che ha amato. È stato esaudito: il giorno prima della festa di Giuseppe Allamano, il Fondatore se l’è portato in cielo dalla sua Tosamaganga dove è anche sepolto.

Sono arrivato in Tanzania nel 1962 e ormai sono 55 anni. Al principio ho lavorato nella falegnameria di Tosamaganga. Poi dopo mi sono dovuto adattare a fare il muratore perché quello non era il mio mestiere.

Ma il vescovo mi aveva chiesto di aiutare a costruire il seminario diocesano di Tosamaganga. da quel momento ho continuato a fare il costruttore in molte missioni del Tanzania, un po’ ovunque... e non solo per i Missionari o le Missionarie della Consolata, anche per altre congregazioni... per esempio sono stato otto anni nel monastero dei Camandolesi per aiutarli a costruire la chiesa ed altre loro strutture. 

Ho quindi costruito varie missioni, chiese, cappelle, case di formazione. Per un po’ di tempo ho anche aiutato il procuratore che provvedeva le missioni di quanto avevano bisogno. Per anni la mia sede è stata la casa regionale ma poi partivo tutte le settimane ed andavo a lavorare nelle missioni dove fosse necessaria la mia collaborazione. 

Nella mia vita missionaria ho visto come tante cose sono cambiate da quando sono arrivato, posso dire anche di un significativo sviluppo del paese. Il Tanzania è abbastanza cambiato: per esempio prima le strade erano quasi tutte sterrate, adesso sono molte quelle che sono asfaltate e ci si muove abbastanza bene.

È bello anche vedere tanti seminaristi giovani, magari non tutti sono perseveranti... li ho anche accompagnati un tempo nel seminario propedeutico di Morogoro.

Adesso sono nella casa di Iringa, ormai gli anni sono passati, non sto più tanto bene, devo fare attenzione con il cuore che non mi accompagna più come quando ero giovane, non posso più fare come prima gli anni ormai ci sono tutti. 

Ringrazio tutti, ringrazio il Tanzania e tutte le persone che mi hanno accolto e mi hanno fatto sentire come a casa. Per adesso cerco di rimanere qui, tornerei in Italia solo se la situazione della mia salute si dovesse aggravare. Ad ogni modo se il Signore mi da la grazia di morire qui... lasciatemi in Tanzania.

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La chiesa di Tosamaganga (Foto. JC Patias)

Una famiglia fatta di Sacerdoti e di Fratelli 

L’Istituto Missioni Consolata è una famiglia fatta di Sacerdoti e di Fratelli che si dedicano per tutta la vita alla causa missionaria. Ora il servizio missionario non è opera esclusivamente clericale, ma comporta anche una varietà di servizi e attività laicali, che sono essenziali al raggiungimento della sua finalità.

Così come ci ricordava Fratel Sandro Bonfanti, anche morto in Tanzania nel 2021: “sacerdoti e Fratelli, come membri della stessa famiglia, nelle varie attività, mansioni ed uffici, collaborano per il fine comune: amore a Dio e servizio ai fratelli, e lo facciamo uniti essendo nelle nostre rispettive responsabilità un cuor solo ed un anima sola”.

Come la vita di Fratel Paolino ci insegna, con spirito di umiltà e di abnegazione tutti indistintamente dobbiamo essere disposti a tutto, anche agli uffici più umili, perché tutto è grande nella casa di Dio.

“Nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona. Alcune cose si possono imparare solo facendone esperienza. Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti. La forte attrattiva di Gesù su chi lo incontrava dipendeva dalla verità della sua predicazione, ma l’efficacia di ciò che diceva era inscindibile dal suo sguardo, dai suoi atteggiamenti e persino dai suoi silenzi. Infatti, in Lui – il Logos incarnato – la Parola si è fatta Volto, il Dio invisibile si è lasciato vedere, sentire e toccare, come scrive lo stesso Giovanni (cfr. 1 Cv 1,1-3). La parola è efficace solo se si “vede”, solo se ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo. Per questo motivo il “vieni e vedi” era ed è essenziale” (Papa Francesco, Messaggio per la 55.ma Giornata Mondiale della Comunicazione, 2021).

Comunicazione e vita

Vivere è comunicare. "La vita di tutti è un matrimonio con le parole; camminiamo con loro dalla mattina alla sera; ci accompagnano come il nostro respiro; sono nostro respiro. Noi siamo le nostre parole" (G. Colombero, Dalle parole al dialogo).

La comunicazione è un bisogno vitale per l’uomo, ma spesso è anche una sofferenza, le parole possono creare disagio, incomprensioni e malintesi, soprattutto in contesti di comunità religiose multiculturali.

Le difficoltà del parlare e in genere del comunicare consistono, tra l’altro, nel fatto che quando comunichiamo noi non diciamo o non comunichiamo solo qualcosa, ma “ci diciamo”, “ci riveliamo”, dunque ci “sveliamo” e perciò dobbiamo sentire di avere un contesto in cui ci sappiamo accolti, di cui abbiamo fiducia, per poterci dire ed esprimere. 

La responsabilità del parlare è la responsabilità stessa che abbiamo verso gli altri e verso la costruzione comune che con essi intendiamo attuare. È la responsabilità della comunità. Ha scritto Emmanuel Lévinas: “Il linguaggio è universale perché è il passaggio dall’individuale al generale, perché offre le cose mie ad altri. Parlare significa rendere il mondo comune, creare dei luoghi comuni”.

Se vogliamo creare una comunicazione autentica con una persona, se vogliamo davvero ascoltarla, non possiamo non farci accompagnare dalle nostre emozioni. E si comunica con le parole, ma anche con il corpo vivente, con lo sguardo e con il silenzio. 

Se comunicare è indispensabile, allora occorre imparare a comunicare: un processo lento, non semplice, continuamente da riprendere e da verificare nei comportamenti quotidiani, evitando di cadere nella illusione - naturale e quasi ovvia - di pensarsi buoni comunicatori. Qualsiasi tipo di comunità sta in piedi se i suoi membri si accorgono che accanto a loro vi sono altre persone con le quali si entra necessariamente in contatto. Comunicare non è una tecnica ma un’arte che esige umiltà.

Le radici della comunicazione: l'ascolto e il silenzio

La vera comunicazione prevede la condivisione di ciò che si è, e L’ASCOLTO PROFONDO di ciò che l’altro è. 

Ascoltare significa innanzitutto accettare in profondità di sacrificare ciò che ci pare sempre più prezioso: il tempo: per fermarsi, per incontrare, per rispettare i tempi dell’altro e accoglierlo nella vita.

Ascoltare significa, essere attenti, accogliere le parole di chi ci sta di fronte ma anche tentare di ascoltare il suo "non detto", ciò che egli sottintende o nasconde.

Ascoltare significa anche essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco. È farsi condurre dalla parola dell’altro là dove la parola conduce e ci permette di cogliere l’altro per quello che è e si narra, e non per quello che io credo che sia.

Ascoltare significa accogliere l’altro è permettere che le differenze si contaminino e perdano la loro assolutezza. Non si tratta solo di acquisire informazioni sull’altro, ma di aprirsi al “racconto” che l’altro in mille modi fa di sé stesso e della propria storia: così l’altro non abiterà più tra di noi ma in noi. Non si tratta solo di “ospitarlo”, di vivere sotto lo stesso tetto, ma di accoglierlo nel cuore e nella nostra vita!

La comunicazione più riuscita è quella in cui si osserva IL SILENZIO che è la condizione perché avvenga l’incontro e vi sia l’ascolto. Allora è urgente per aumentare la qualità della comunicazione riscoprire la necessità del silenzio, la sua ricchezza, poiché solo chi ama il silenzio e lo cerca, è capace di parlare, di ascoltare e di stare in ascolto. Il silenzio diventa quindi il contenuto segreto delle parole che importano, che lasciano il segno nella vita dell'altro che ascolta.

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La comunicazione come parola detta

Solo quando nasce dall’ascolto e dal silenzio la parola è sana e costruisce fraternità, diversamente la parola è inutile se non dannosa. 

PAROLA CHIARA. La parola deve trasmettere in modo chiaro e immediatamente comprensibile un contenuto. Questa è anche parola diretta, rivolta all’interlocutore cui è destinata e non bisbigliata dietro le spalle o detta a uno perché l’intenda un altro. È una buona regola generale: preferibilmente non parlare del fratello, ma al fratello.

PAROLA DA CUSTODIRE. Naturalmente la cosa funziona anche in senso inverso, non solo come capacità di rivolgere la parola al diretto interessato, ma anche di custodire la parola affidata dall’altro. Chi ascolta riceve dunque in consegna non una parola qualsiasi, ma un fratello che in qualche modo si è affidato a lui. 

PAROLA FRUTTO D'ESPERIENZA. Un’altra dimensione della parola autentica è quella dell’esperienza: la parola dovrebbe essere la fedele traduzione dell’esperienza di vita, come un narrativo di ciò che la persona ha realmente sperimentato e che ha toccato in profondità la sua vita. Certo, la parola è uno strumento insufficiente per condensare in sé la ricchezza di certi eventi ed esperienze di vita, per questo la parola è umile, non pretende “dire” tutto dell’evento, ma in qualche maniera lo traduce, lo trascrive e lo fa intuire.

PAROLA NON MORMORAZIONE. La parola può diventare luogo di misericordia o di possibile violenza, prevaricazione, arroganza. I richiami di papa Francesco all'uso sobrio e intelligente e caritatevole e rispettoso della parola ormai non si contano più. Lui parla di terrorismo delle chiacchiere. Una comunità può essere distrutta dalle parole al vento, dalle parole cattive, dalle parole insincere, menzognere e doppie. Il lamento è un linguaggio che non edifica: a volte è una chiamata alla complicità; altre volte contribuisce a creare gruppi che si fanno portatori di una contro-verità, di una lettura alternativa di ciò che avviene.

Con quasi 10 milioni di ettari, la riserva indigena dello stato del Roraima, con una popolazione di poco superiore ai 25 mila abitanti, sta vivendo una crisi senza precedenti, come ci raccontano quelle persone che da anni vivono e lavorano per la difesa dei diritti dei Popoli e della foresta pluviale che è la loro casa. In tutto questo dramma è molto evidente la colpevole negligenza dell'ultimo governo federale presieduto dal ex presidente Jair Bolsonaro (2019 al 2022).

L'estrazione dell'oro dal suolo o dai sedimenti dei corsi d'acqua, effettuata con tecniche manuali o con macchinari pesanti, è favorita da vere e proprie organizzazioni criminali ed è stata la causa principale della crisi umanitaria che ha svigorito le comunità Yanomami.

Uno studio condotto dalla University of South Alabama degli Stati Uniti rivela che la quasi totalità delle miniere illegali ( ben il 95%) si concentra in tre territori indigeni: Kayapó, Munduruku e Yanomami, che sono le zone più colpite da questa attività. 

Non è complicato capire che, se queste riserve sono abbandonate a se stesse, com’è successo in questi ultimi anni, si impone chi ha più risorse, appoggi e forze. 

L’abbondanza dei giacimenti di tutta la conca amazzonica ha quindi investito le popolazioni più deboli: favorita dai poteri economici, dalle élite locali e dall'aumento del prezzo dell'oro sul mercato internazionale l’estrazione illegale (garimpo) ha avuto la meglio. Grazie all’appoggio del precedente governo è stato perfino presentato in Parlamento un progetto di legge, poi dichiarato incostituzionale, per regolamentare e promuovere l'estrazione mineraria nei territori indigeni.

La strada di 10 km che conduce al territorio Yanomami appare oggi come una ferita aperta nel cuore della foresta. La deforestazione, l'inquinamento senza precedenti e gli enormi crateri aperti che squarciano la terra hanno conseguenze drastiche sulla vita, la cultura, la spiritualità e la salute fisica delle popolazioni autoctone. 

In un'intervista, padre Corrado Dalmonego IMC, che sta conducendo una ricerca di dottorato sull'impatto dell'attività estrattiva nel territorio indigena, ha dichiarato: "I centri sanitari hanno esaurito i medicinali di base come il diprone, il paracetamolo e i farmaci per il trattamento della malaria. Di conseguenza, più di 500 bambini sono morti per malattie curabili. A questo si aggiunge che il garimpo illegale non solo ha danneggiato la salute degli indigeni ma ha anche sconvolto la vita familiare, spingendo molte donne alla prostituzione o i giovani alla migrazione verso le periferie povere della città dove sono spesso vittime della tossicodipendenza e della miseria”.

Non c’è dubbio. Coloro che si addentrano nella foresta hanno atteggiamenti predatori nei confronti delle ricchezze naturali; i facili guadagni sono sempre realizzati a spese della vita della foresta e delle persone che la abitano e sanno vivere in armonia con essa. 

 

Le altre vittime

Per padre Bob Mulega, 34 anni, missionario della Consolata di origine ugandese e nel Catrimani dal 2019, anche le manovalanze minerarie sono a loro volta vittime di un sistema di sfruttamento: "noi sappiamo che nelle miniere le condizioni di vita sono terribili e coloro che vi lavorano sono i più poveri, senza terra e senza altre opportunità”. Gli fa eco Gilmara Fernandes, leader cattolica e membro del Consiglio indigeno missionario di Roraima (Cimi) che dice: "i veri responsabili della tragedia mineraria non sono coloro che stanno nelle miniere ma quelli che forniscono logistica, manutenzione, cibo e finanziamenti senza i quali il garimpo diventa una impresa impossibile. I lavoratori delle miniere sono solo la punta di un iceberg che va molto più in profondità; sono i poteri occulti, spesso vere e proprie imprese criminali sostenute da politici conniventi, quelle che devono essere ritenute responsabili e assicurate alla giustizia”.

Quando nel 1993, quasi trent’anni fa, è stata espulsa dalle terre indigene una prima ondata di garimpeiros questi hanno potuto diventare agricoltori, ottenendo l'accesso alla terra e partecipando a progetti di riforma agraria. Oggi è tutto più difficile continua Gilmara: “con l'arrivo della soia, il valore della terra è aumentato considerevolmente e la maggior parte della terra in Roraima è concentrata nelle mani di politici, uomini d'affari, grandi produttori di soia, e diventa impossibile comprarla. Come potranno questi lavoratori illegali mantenere le loro famiglie? Se il governo non pensa a soluzioni per loro... saranno probabilmente riciclati in altre attività illecite o in nuove frontiere del garimpo”.

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Suor Mery Agnes, MC, visita una comunità Yanomami.

Dietro le quinte

I missionari della Consolata che vivono con gli Yanomami nella regione del Catrimani da più di 50 anni conoscono quello che le telecamere non possono vedere e ciò che si muove dietro le quinte. Per padre Mulega, gli Yanomami sono una società strutturata e fortemente ancorata alle loro credenze e alla loro forma di concepire la vita e la creazione. Tutto è ben costruito: l'ora di mangiare, le regole per vivere bene in società, la cura della natura, il posto delle donne e dei bambini, il ruolo degli uomini... questo mondo merita il massimo rispetto.

Il padre Mulega si appella alla società affinché non veda gli indigeni come dei poveri disgraziati ma come un popolo originario che condivide con tutti diritti, doveri, dignità e bisogni. "Non dimentichiamoci che loro sono persone degne, e non una popolazione che vive rinchiusa in una riserva ed è oggetto di studi. A loro bisogna offrire politiche di salute pubblica ed educazione basate sulla loro lingua. Difendere la selva è difenderne la vita, la casa e luogo sacro per tutti loro".

In questo contesto, appare fondamentale una conversione dello sguardo e del cuore che permette un incontro autentico con la popolazione indigena. Un rapporto di colonizzazione, da qualsiasi parte provenga –dal governo, dai proprietari terrieri o perfino da organizzazioni che sono al servizio delle comunità indigene–, non farà altro che aumentare i danni. Il genocidio e l'etnocidio, che oggi è alla luce del sole, continueranno.

* Rosinha Martins è Missionaria scalabriniana e giornalista. FONTE

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