Cari fratelli: vi ringrazio sentitamente per questo invito a presiedere l'Eucaristia della vostra casa oggi che celebriamo la memoria liturgica dei Santi Angeli Custodi, all'inizio del mese missionario.

Sicuramente è subito evidente il ricordo della nostra infanzia e, con esso, dei genitori, dei nonni, della famiglia e della preghiera che ci hanno insegnato a invocare l'Angelo custode: “Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen”.

Come ci ha ricordato recentemente Papa Francesco, la fede la abbiamo ricevuta per mezzo del linguaggio, le parole e i sentimenti trasmessi inizialmente dai genitori e dai nonni (omelia in occasione del Concistoro, 30 settembre 2023). Abbiamo cioè ricevuto queste semplici lezioni attraverso le esperienza della vita e della quotidianità che ci comunichiamo reciprocamente.

Consideriamo ora la Parola di Dio che abbiamo proclamato: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, da' ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui” (Es 23,20-21).

Il testo del libro dell'Esodo, e l’ambiente missionario di questa casa aperta e accogliente nella quale ci troviamo, suggerisce anzitutto che Dio promette di “mandare” davanti a noi un angelo e già il verbo “inviare” e il sostantivo “angelo” ci parlano di missione. Dio, per mezzo dell’Angelo, il missionario e il messaggero, anticipa la bella notizia che tutti aspettiamo; l’Arcangelo Gabriele, quando arriva il momento atteso, comunica a Maria e all’intiera umanità, la gioia del Vangelo.

In secondo luogo, appare il verbo “custodire”, “prendersi cura”. Questo ci parla dell’atteggiamento del Padre-Dio che ci protegge perché ci ama e ci conosce. Anticipa così la manifestazione della tenerezza e della misericordia di Dio, che Gesù Buon Pastore ci ha portato come buona notizia, poiché Egli stesso è la via sulla quale possiamo camminare sicuri. Ancora oggi la Chiesa ci invita a costruire una “cultura della cura”: l’attenzione gli uni per gli altri che supera l’indifferenza e costruisce  fraternità. Dobbiamo proteggere e rendere la nostra casa, o la nostra Chiesa, come una tenda aperta, un ambiente sicuro per i bambini, le persone vulnerabili e le persone delle periferie sociali, come ci ricorda tanto Papa Francesco. Il vangelo di oggi ci invita proprio a concentrarci e ad imitare la semplicità dei bambini e dei piccoli, perché «i loro angeli vedono continuamente il volto del Padre che è nei cieli». (Mt 18,10)

Infine, l’invio e l’accompagnamento lungo il cammino hanno uno scopo essenziale che è: “farti entrare nel luogo che ho preparato” (cfr Es 23,20). Il luogo preparato e voluto da Dio, possiamo ricordarlo, è il “qui” e il “là” dell'annuncio missionario. Il “qui” è il luogo dove ogni persona si trova: il suo ambiente, la sua famiglia, la comunità locale, l'ambiente lavorativo quotidiano. Il “là” è la partenza missionaria permanente, verso luoghi, parrocchie, diocesi e ambienti che aspettano sostegno, presenza e solidarietà nei nostri stessi Paesi. E il “là” significa la missione ad gentes, al di là dei propri confini o limiti territoriali o umani.

Per concludere il testo dell'Esodo termina indicando l'atteggiamento e la condizione affinché questo invio e questa partenza missionaria siano efficaci: «Rispettalo e obbediscigli» (cfr Es 23,21). Il messaggio del Vangelo e l'invio per comunicarlo è iniziativa del Signore e quindi “obbedire”, nella Sacra Scrittura, lo sappiamo, significa ascoltare e discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Questa è l'esperienza sinodale che oggi accompagniamo attraverso l'ascolto, la preghiera e il dialogo spirituale per vivere la comunione, la partecipazione e la missione che condividiamo nella fede e che ha proprio come luogo di convocazione la Chiesa di Roma.

Chiediamo a Gesù che ci converta sempre più alla disponibilità e al sacrificio nell'uscita missionaria e, alla Beata Vergine Maria della Consolata, che impariamo da Lei la sua disponibilità a fare la volontà del Signore e guidarci continuamente verso suo Figlio , la Via che ci conduce al Padre. Amen.

* Mons. Ismael Rueda Sierra è Arcivescovo di Bucaramanga. Omelia tenuta presso la Casa Generalizia dei Missionari della Consolata il 2 ottobre 2023

Testimoniare l’amore

Cara famiglia di “Vida y Misión”. È sempre più difficile per me scrivervi, scrivere della missione.

Come descrivere Dio? Come descrivere la sua Missione? Come descrivere l'AMORE?

Quando lascio gli innumerevoli canali che costituiscono l’estuario dell’Orionoco, il loro ritmo e la loro bellezza semplice e multiforme, mi è difficile descrivere ciò che viviamo lì.

Oggi, piena di gratitudine verso nostro Signore e la sua ostinata fiducia nella mia fragilità, provo a direlo a voi che vi impegnate così tanto per rendete possibile la missione per mezzo della quale il mistero dell'Amore continua ad abbattere barriere e frontiere.

Vorrei iniziare ringraziando tutti anche perché state collaborando nel lento processo di guarigione di Maria Eucelis, una catechista della nostra parrocchia. Grazie a Dio e ai vostri sforzi si sta riprendendo. Tra qualche settimana terminerà le sedute di radioterapia e chemioterapia, in preparazione dell'intervento chirurgico per rimuovere il tumore. Vi invio la sua foto: è di una settimana e mezzo fa ma non vorrei disturbarla di nuovo per farne una più recente anche se lei è sempre sorridente e di buon umore. È molto timida e grata a tutti: cercherò di farle registrare un audio per ringraziarvi personalmente.

"Il bene non fa rumore e il rumore non fa il bene". Questo era stato il consiglio di un uomo buono, Giuseppe Allamano, fondatore della nostra famiglia missionaria. 

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Poi cominciamo anche la celebrazione del mese di Ottobre, mese missionario. Questo mese inizia con la figura di Santa Teresa di Lisiuex, una giovane donna che ha dedicato la sua adolescenza e la sua giovinezza a testimoniare l'AMORE. Diceva: "nel cuore di mia Madre, la Chiesa, sarò l'AMORE". Lei ha quindi abbattuto le mura del convento dove ha trascorso i brevi anni della sua vita, a partire dall'esperienza di Dio che ha vissuto. Caratteristica di questa esperienza intima era la consapevolezza di essere speciale, unica, per Dio, che lei trattava come suo Padre amorevole.

Sì, Teresa si sentiva ostinatamente amata da Dio anche nella sua fragilità e nel suo peccato. Si sentiva privilegiata da questo amore che la traboccava fino a contagiare le sorelle con cui condivideva la sua vita di lavoro e di preghiera.

Sentendosi oggetto dell'infinita misericordia e della fiducia illimitata di Dio, è stata guarita dalle sue ferite, libera di servire e amare, di ripristinare le relazioni interrotte e forte di fronte al dolore e alla sofferenza della malattia.

L'opera dell'AMORE nell'argilla di Teresa ha illuminato e ridato forza ed entusiasmo a un giovane sacerdote missionario che corrispondeva con lei.

L'offerta della sua vita per l'AMORE, attraverso la preghiera e il servizio nel suo convento di suore carmelitane, ha rotto la barriera delle mura ed è diventata universale.

Oggi ci viene ricordato che la missione, al di là dell'aiuto umanitario, consiste nell'essere testimoni dell'AMORE, l'AMORE che dà vita, che crea e ricrea, che dà dignità, che si fida e incoraggia, che sceglie ciò che è nascosto, ciò che non fa rumore, che sceglie ciò che non conta, per iniziare la missione, per iniziare la nuova umanità. Missione è vivere e condividere la nostra esperienza di Dio.

* P. Andrés Garcias lavora a Nabasanuka (Venezuela)

Ricordo aver visto recentemente un video di un oratore motivazionale che parlava a un gruppo di giovani donne. Dirigendosi a loro a proposito di come mantenere le rispettive famiglie al sicuro, dopo tante belle esortazioni e inviti all'unità e alla collaborazione fra loro, questo oratore concluse dicendo: “ma ricordatevi che la vera nemica della donna è la donna stessa; fate quindi attenzione a chi vi avvicinate”. 

Queste parole mi hanno ricordato un altro episodio che mi è personalmente accaduto mentre ero in Tanzania: in una conversazione fra giovani missionari uno di loro disse “non dimenticare che il nemico di un prete è un prete”. Era impossibile non vedere la stretta somiglianza di queste affermazioni. Ma perché dico questo? Perché leggendo una lettera che il nostro Fondatore aveva scritto il 27 novembre 1903 ai missionari in Kenya, mi sono imbattuto anche lì in una riflessione molto simile (Lettere ai Missionari e Missionarie della Consolata, N.40).

In quella lettera Giuseppe Allamano esprimeva la sua gratitudine a Dio per le cose buone che aveva fatto per l'Istituto, e incoraggiava i suoi missionari in Kenya a fare altrettanto. Ma a un certo punto riconosceva che nulla di buono accade senza dover attraversare momenti di prova e per questo esortava i suoi missionari a prepararsi “mediante virtù solide e apostoliche” in modo da essere pronti alle prove e alle sfide che certamente verranno.

In quell’occasione il Fondatore ammetteva di non avere il coraggio di chiedere al Signore di mandare prove, sfide e difficoltà che potessero educare i suoi missionari alla perseveranza nello spirito della loro vocazione, così come aveva espressamente fatto Sant’Ignazio di Loyola per la sua “Compagnia di Gesù” ma, aggiungeva, che se fossero state necessarie prove per il nostro Istituto, il Signore le avrebbe permesse a avrebbe anche dato  a tutti la grazia di sopportarle con fortezza e per il maggior bene dell'Istituto. 

Poi completava dicendo che se per la gloria di Dio e per il maggior bene dell'Istituto le prove fossero convenienti, desiderava almeno che queste “provenissero dal mondo, da fuori del nostro Istituto e non dal di dentro, dai suoi membri, come conseguenza della mancanza delle virtù proprie del nostro Stato”. In altre parole, era suo espresso desiderio che all’Istituto fosse impedita la possibilità di afflizioni e sofferenze causate ai membri dell’Istituto da altri membri dell’Istituto. Lui voleva che ogni membro dell’Istituto valorizzasse non solo la sua vita e vocazione, ma anche la vita, la reputazione e la vocazione del suo confratello. Era anche quello un desiderio legato a quello Spirito di famiglia, da lui instancabilmente instillato nell’Istituto, che doveva essere il collante che avrebbe tenuto unita la Famiglia della Consolata per affrontare le prove, le difficoltà e le sfide del “mondo”. 

Concludeva quella parte della sua lettera dicendo: «non avvenga mai che nei nostri membri manchi lo spirito di fede, di carità, di sacrificio e di umiltà, virtù indispensabili agli autentici missionari». Era convinto che questi fossero la spina dorsale della vita comunitaria e dello Spirito di Famiglia. Senza queste qualità, non aveva importanza ciò che l’Istituto avrebbe potuto fare. Sarebbe stato tutto inutile, e nessun progetto realizzato sarebbe servito alla santificazione dei suoi membri. Per Giuseppe Allamano, solo una famiglia felice e armoniosa sarà anche uno strumento efficace di Dio nel mondo. Quando Giuseppe Allamano scriveva quella lettera l’Istituto aveva in missione 10 sacerdoti, 6 fratelli e 2 seminaristi più un altro piccolo gruppo che a Torino si stava preparando per la prossima partenza... invece oggi siamo attorno ai novecento missionari! Dobbiamo quindi ringraziare il Signore per i passi compiuti dall'Istituto, ma non dimenticare questa ispirazione del Fondatore; quel “desiderio” dovrebbe essere ancora oggi il nostro sogno e il nostro obiettivo; nell’Istituto evitare diventare fonte di lacrime, dolore e sofferenza gli uni per gli altri.

Quelle virtù che il Fondatore indicava –lo spirito di fede, di carità, di sacrificio, di umiltà– non solo ci rendono autentici missionari presso il popolo di Dio, ma anche autentici testimoni del Vangelo all’interno delle nostre comunità. Mai dovremmo dire che “il nemico del missionario è il missionario”.

* Padre Jonah M. Makau, Missionario della Consolata (Roma)

Lettera del Papa Pio XI a Giuseppe Allamano in occasione dei 50 anni di ordinazione. Il testo originale latino della lettera, seguito dalla traduzione italiana, fu pubblicato in apertura del fascicolo di settembre 1923 del La Consolata.

Diletto Figlio, salute ed apostolica benedizione.

Ricorrendo il giorno 20 del prossimo mese il cinquantesimo natale del tuo sacerdozio, approfittiamo di quest’occasione veramente bellissima per attestare pubblicamente la Nostra benevolenza verso di te, della quale tu Ci sembri degno in modo particolare per le moltissime benemerenze che, durante questo lungo spazio di sacerdotal ministero ti sei acquistate verso la Chiesa di Dio, nonché nell’umano e civile consorzio. A te, infatti, eletto da 43 anni Rettore del Santuario della Consolata –la qual carica ancor oggi con somma diligenza copri– e all’ardente tua pietà verso la BeataVergine, i Torinesi danno il merito di aver non solo ampliato e quasi dalle fondamenta restaurato cotesto Santuario, ma ancora di esserti adoprato con ogni cura ad ornarlo di opere d’arte e di preziosissimi marmi rivestirlo. 

Questa tua lode, per quanto grande, é tuttavia da porsi in secondo luogo, se confrontata coll’assidua opera e sollecitudine che tu hai spesa per sì lungo tempo, sia per la salute delle anime che per promuovere l’educazione e santificazione del Clero. In te, infatti, cui pare abbia lasciato erede del suo spirito l’illustre zio Giuseppe Cafasso, non appena incominciasti l’esercizio del sacro ministero, ebbero i chierici del seminario di Torino un sapiente maestro di pietà; dal tempo poi in cui Rettore della Basilica della Consolata, assumesti la direzione dell’attiguo Convitto Ecclesiastico, è mirabile quanto tu abbia lavorato e quanto affaticato ti sia ti sia per arricchire di dottrina e di virtù i sacerdoti che quivi sono educati. Cosicché a centinaia e centinaia si contano i sacerdoti - tra i quali molti vescovi ed arcivescovi - che godono d’essere stati da te formati ad una vita degna di uomini ecclesiastici. 

Tutto questo però, che abbiam con lode menzionato, non bastava ancora al grande amore di cui tu ardi per le anime, ed ecco che nell’anno 1901 fondavi l’Istituto dei Missionari, e nel 1910 quello delle Suore missionarie, entrambi denominati “della Consolata”, per le Missioni Estere; e tale è gia il numero dei Missionari e delle Suore partiti per le terre infedeli, e con tale ardore disimpegnano i faticosi doveri dell’apostolato che i tuoi, o diletto Figlio, benché scesi gli ultimi sul campo, non sembrano cederla né poco né punto ai veterani di altri Istituti. 

Considerando dunque tutti questi meriti, Ci è lecito arguire di quanta gioia debba essere apportatore questo prossimo evento sia all’animo dei Torinesi, che ai vecchi e giovani alunni e figli tuoi. Ai voti ed alle felicitazioni dei quali uniamo i voti e le felicitazioni Nostre, con l’augurio che tu abbia a godere per lungo tempo ancora della comune venerazione e del comune amore, e che, quanto ti resterà di vita, tutta possa spenderla a procurare alla Chiesa, con quello zelo che ti e proprio, i maggiori benefizi.

E intanto, pegno delle celesti grazie e prova del Nostro paterno affetto a te, Diletto Figlio, al Convitto e agli Istituti di cui sei Superiore, impartiamo di gran cuore l’apostolica Benedizione. 

Dato in Roma presso San Pietro il 5 agosto dell’anno 1923, il secondo del Pontificato nostro.  Papa Pio XI

I fratelli religiosi degli Istituti Missionari di Fondazione Italiana, missionari Comboniani, della Consolata, del PIME e Saveriani, si sono riuniti a Roma per un convegno nazionale. Il convegno aveva come tema: “Fratelli in una Missione comune: in cammino con la Laudato Si”. Il convegno è iniziato il 26 settembre 2023 presso la casa generalizia dei Missionari della Consolata.

Sedici fratelli appartenenti ai quattro Istituti Missionari di Fondazione Italiana hanno partecipato a questo incontro.

È stato un momento di grazia e di condivisione fra noi fratelli”  ha detto uno dei fratelli.

“Siamo sempre impegnati con tante cose da fare e a volte ci dimentichiamo di partecipare ad un incontro come questo nel quale ci si trova e si ha l'occasione di imparare dagli altri. “Questo è un tempo favorevole di aggiornamento dopo la fatica e il peso delle nostre attività missionarie” ha aggiunto un altro  fratello.

L'iniziativa di questo convegno dei fratelli è nato dal desiderio di analizzare insieme le problematiche attuali relative al nostro essere fratelli missionari e dal desiderio di conoscere il cammino dei fratelli all’interno dei diversi Istituti.

Questo convegno è il secondo dopo quello del 2019 che aveva come tema: “Identità e Missione del Fratello Religioso nella Chiesa”.

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Contributi di alcuni esperti

Durante il convegno, per vivere bene questo momento di fraternità e di condivisione, sono intervenuti nella riflessione  alcuni esperti.

Il Dottor Lucio Lamberti, economista e docente, ci ha presentato l’enciclica “Laudato Si” e ha sottolineato che la dottrina sociale della chiesa ha avuto da sempre un focus sul rapporto tra uomo e creato.

Ecco perché l’argomento principale trattato è l’interconnessione tra crisi ambientale della Terra e crisi sociale dell’umanità, ossia l’ecologia integrale. Papa Francesco ha precisato infatti  che “non si tratta di un’enciclica verde ma di un’encicla sociale”

Fratel Alberto Parise, comboniano, nella sua presentazione si è focalizzato sulla piattaforma di azione, percorsi di attuazione dell’enciclica. Ci ha fatto conoscere come possiamo partecipare a questa piattaforma in quanto comunità missionarie, ma anche l’importanza di andare oltre alle singole azioni virtuose per fare sistema.

Don Giacomo Incitti, canonista, ha basato la sua relazione sull’aggiornamento sulla questione “Istituti Misti” e considerazioni riguardo il rescritto di Papa Francesco.

Nel tempo dedicato ai lavori di gruppo si sono condivise le esperienze e le situazioni missionarie.


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Messa di chiusura

“Vi incoraggio a continuare con lo stesso spirito missionario e di fraternità”.

Il 28 settembre 2023, dopo un momento di aggiornamento e di fraternità, siamo giunti alla fine del nostro secondo convegno nazionale dei fratelli degli istituti missionari di fondazione italiana. Abbiamo reso grazie a Dio per il dono della vocazione e per tutto quello che ci ha fatto compiere fino ad oggi.

Con canti di gioia, i fratelli hanno celebrato la Messa di chiusura presieduta da P. James Lengarin Bhola, Superiore generale dei missionari della Consolata e concelebrata da P. Fernando García Rodríguez, Superiore generale dei missionari Saveriani.

Durante la sua omelia, Padre James ci ha incoraggiato dicendo : “ È bellissimo vedere i fratelli riuniti per 3 giorni di convegno; vi incoraggio a continuare con lo stesso spirito missionario e di fraternità”. Dobbiamo essere pronti a cercare l’interesse del Signore nella nostra vita attraverso la nostra consacrazione affinché continuiamo ad essere testimoni veri e credibili del Signore.

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