Durante la festa fatta in Casa madre nel pomeriggio del 20 settembre 1923, durante i festeggiamenti per il 50° di sacerdozio dell'Allamano, p. Tommaso Gays pronunciò un famoso discorso, stampato in seguito come opuscolo e distribuito a tutti i missionari e missionarie. Questo discorso può essere considerato come la “prima commemorazione ufficiale” del nostro Fondatore; molto lungo nell’originale, lo riportiamo abbreviato, ma senza ritoccarne lo stile proprio dell'oratore, piuttosto solenne e aulico.

Oggi, sul declinare della mia vita missionaria e in quest'aula satura di tanta letizia, assisto a ben altra festa; a festa più solenne e più rara, per la ricorrenza cinquantenaria di Ordinazione di un illustre ed intemerato Sacerdote, del Prelato più venerando della Chiesa Torinese; più intima, festeggiando chi, per avermi procurato la fortuna di partire missionario, mi è amatissimo e veneratissimo Padre; più significativa, perché oggi, innanzi al proprio Fondatore, si prostra riverente e grato lo stesso Istituto, promettente e vigoroso.

E questa festa, che non segna una tappa nello sviluppo, ma rivela l'opera riuscita e ormai adulta, vorrebb'essere un inno di riconoscenza, di esultanza, di speranza e di conforto.

Dirò della grandezza del Padre incomparabile rivelata da quella dell'opera-sua.

Tra voi, o carissimi virgulti dell'amato Istituto, s'è formata un'idea inesatta, un concetto erroneo, che oggi almeno dev'essere chiarito e corretto, ed è che il nostro Veneratissimo Superiore Generale sia grande perché ci è fondatore e Padre. Non nego che sia anche così: ma unicamente così, no, non è secondo verità. Egli era grande prima che l'Istituto sorgesse.

Già in Seminario, tra i compagni di corso è additato con singolare rispetto e generale ammirazione; non appena è Sacerdote gli si affida la cura degli alunni di cinque corsi teologici, nella carica di Direttore Spirituale del Seminario Metropolitano. A Lui, giovane, viene poi affidato il Santuario della Consolata e da S. Francesco il Convitto Ecclesiastico è traslocato alla Consolata, ed ecco Egli esserne, il Rettore e a 25 anni. La Facoltà Teologica Pontificia l'accoglie tra i suoi Dottori; il Collegio degli Esaminatori Sinodali lo novera tra i suoi membri; il Senato Arcivescovile lo elegge Canonico effettivo; e nell' Archidiocesi ogni commissione di studio o d'azione, ogni Comitato d'onore lo novera sempre fra i suoi.

Ma queste non sono che cariche accollategli; date uno sguardo al suo lavoro personale. Sarebbe sufficiente quello compiuto durante il suo rettorato alla Consolata per rilevare la sua grandezza.

Carissimi, quanti tesori di grazie... e quindi quanti tesori di operosità non avrà versato la SS. Consolata nell'animo del nostro amatissimo Padre, nei 43 anni di Rettorato nel suo Santuario? Ma qui non è opportuno scrutare ciò che la SS. Vergine diede a Lui; vorrei piuttosto farvi osservare ciò che Egli diede alla grande Patrona di Torino.

Rifece il suo Tempio quasi dalle fondamenta, rivestendolo di ori e di marmi da renderlo una reggia; e regalmente ricostruendo il Santuario, coll'inappuntabile funzionamento, colla copia di Sacerdoti, di Confessori, di frequenti Messe..., coll'esattezza d'orario, coll'ordine e'colla nettezza mirabile ne ridesta la devozione e vi attira Torino ed il Piemonte; e riaccendendo la devozione alla Consolata nei Piemontesi, colla mensile pubblicazione del Periodico, la diffonde in molte altre parti d'Italia, e particolarmente nell'America Meridionale.

Questo, tuttavia, s'impicciolisce se noi l'avviciniamo al suo lavoro quale Rettore del Convitto, vale a dire considerandolo come educatore del Clero.  Per la sua singolare pietà, dottrina, prudenza, largamente conosciuto, innumeri furono le anime da Lui dirette nella via del bene...; molti furono quelli che versarono nelle di Lui mani validi e copiosi mezzi di opere buone; molti furono gli uomini noti ed insigni che aggiustarono con Lui le partite dell'anima propria dopo una vita areligiosa e liberale. E già tanta era allora la potenza della sua grandezza, da poter nel 1895, sul semplice suo nome far iniziare la causa di Beatificazione del Venerabile suo zio materno, Don Giuseppe Cafasso.

E tutto questo, fratelli, non ha a che fare col nostro carissimo Istituto..., tutto è antecedente alla sua Fondazione.

Ma, dunque, mi direte, non gli aggiunge nulla la nostra fondazione? Nulla? Tutto! Essa forma la sua vera grandezza. 

La nostra fondazione non è un'opera, direi, transeunte, come tutte le altre innumeri da Lui compiute. Nel suo Istituto, nell'opera sua per eccellenza, nelle successive generazioni di noi, incalzantesi, Egli sarà sempre, e non solamente vivo, ma in un continuo crescendo di grandezza, di operosità e di fama. Per questo suo monumento Egli vivrà grandeggiando nella Chiesa di Dio, come vivono e grandeggiano i Cottolengo e i Don Bosco.

Genitore fecondissimo, in Cristo e nella Consolata, di una legione di Figlie e di Figli affezionati e devoti... gli sia lecito, a nome dei Figliuolini che gli affidasti, ed in rappresentanza ancora degli altri numerosi e lontani del Kenya, del Kaffa e dell'Iringa, gli sia lecito esprimerti la loro comune gioia per la tua grandezza e per quella dell'opera tua, di attestarti il loro immensurabile santo orgoglio di essere-tuoi figli e di formulare un augurio, quello che il Padrone della Messe, per intercessione della Consolata, a nostro conforto, a gloria sua e della sua Madre Santissima... «Ti conceda gli anni di Sant’Alfonso» [morto a più di 90 anni; n.d.R.].

Sì, noi vogliamo che Tu viva ancora e viva a lungo. Noi vogliamo la tua vecchiaia singolare e rara, piena di giocondità e di pace; che qualora avesse da essere provata da infermità od incomodi, non ti sia d'impedimento a compiere la tua alta Missione, e sempre si accompagni con una perenne giovinezza di mente e di cuore. Per molti anni ancora noi vogliamo contemplare la tua testa aureolata dai candidi capelli... il tuo aspetto nobile e venerando che in certi momenti assume una maestosa fierezza di signorilità e di comando.

Noi vogliamo per molti anni ancora godere l'effluvio della. tua vita immacolata e santa, udire la tua parola incoraggiante e paterna, attingere ai tuoi insegnamenti. Sì, per molti anni ancora sì, per molti anni ancora, noi vogliamo poterti avvicinare baciarti la mano benedicente, e chiamarti: «Padre!».

E a formulare questo voto del cuore sono con noi le migliaia di anime inviate al Cielo dai tuoi Missionari e dalle tue Missionarie col Battesimo; le centinaia di bambini strappati all'ingordigia della iena e di schiavi liberati dalle catene; le migliaia di fervorosi ed esemplari Cristiani delle tue tre fiorenti Missioni; le anime candide dei Seminaristi neri e delle aspiranti indigene; i quindicimila abbonati al Periodico “La Consolata” e tutti, tutti... tutti i presenti!

Padre incomparabile, accetta i nostri auguri... unisciti a noi a renderli efficaci colla preghiera e benedici noi tutti oggi, con una particolare benedizione.
Sì, benedici noi, perché ce lo meritiamo.
Sì, benedici noi, perché siamo la parte viva e palpitante dell'opera tua.
Sì, benedici noi, perché siamo trecento. Trecento! o Padre fortunato.

Come gli Spartani alle Termopili... e per Te... tutti eroi!

La mia missione in Mozambico è cominciata nell’anno 2011, subito dopo la mia ordinazione. Ricordo che quando ero stato destinato al Mozambico mi era risultato difficile accettare questa destinazione. Sognavo poter lavorare nel mondo indigena in America Latina, dove mi ero formato e che avevo in vari modi frequentato nel corso della mia formazione di base.

Chi mi ha aiutato ad accettare la destinazione e mi ha dato una chiave per impegnarmi alla missione è stato il padre Bonanomi che per anni aveva lavorato con gli indigeni a Toribío e da poco, a causa dell’età e la salute, si era allontanato da quella missione. Lui mi aveva detto una frase che mi ha guidato in tutti questi anni: “non importa dove si trovi la missione, la cosa importante è che tu sappia amare le persone e i popoli che vi troverai... in America latina, in Africa, in Mozambico”.

Con questa luce ho affrontato le vicissitudini, non sempre facili, di questi 12 anni di missione, i miei primi dodici anni.

Quando arrivai in Mozambico la prima missione è stata quella di Maúa dove lavorava da più di trent’anni il famoso padre Frizzi che abbiamo perso in occasione della pandemia. Era il tempo e lo spazio che tradizionalmente si destinava ai missionari che arrivavano per la prima volta in Mozambico. Era il tempo dell’inculturazione, dell’apprendimento della lingua, dello stare zitti per imparare vedendo quel che si muove accanto a noi.

Dopo quell’anno di introduzione alla missione nel Nord del Mozambico Maúa è diventata anche la mia prima missione ed ho trascorso lì i primi quattro anni. Lo schema missionario del padre Frizzi era molto strutturato e non era facile entrarvi... ad ogni modo cercavo di collaborare con le sue orientazioni e il calendario di visita alle comunità ma poi ho anche cercato di trovare spazi pastorali “vergini”, non adeguatamente impegnati dal progetto del padre Frizzi, e la cosa più evidente che ho trovato è stata la pastorale nel variegato e amplio mondo giovanile.

In questo processo ho trovato una solida alleata e generosa collaboratrice in Suor Dalmazia, missionaria della Consolata da anni operante in questo territorio. Insieme abbiamo fatto tante cose come per esempio fondare la prima biblioteca della regione destinata agli studenti. Era impossibile trovare un libro, quasi di qualsiasi tipo. Grazie alla collaborazione di persone e associazione generose del Portogallo... abbiamo ricevuto da la i primi fondi della nostra biblioteca che poi è stata arricchita anche da libri che abbiamo potuto comprare per mezzo di un progetto.

Nella radio comunitaria del villaggio abbiamo aperto un programma il sabato mattina destinato alla formazione e all’evangelizzazione e poi, una cosa importante soprattutto per la gioventù, abbiamo organizzato una bella squadra di calcio che non faceva brutta figura nei tornei regionali.

Questi anni a Maúa sono stati davvero belli. Poi il primo trasferimento alla parrocchia di Lichinga. Quella è stata una esperienza parecchio impegnativa anche perché, a causa di una crisi economica che si stava propagando nella regione, in quel momento me la stavano consegnando quasi totalmente senza fondi. 

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Questa che era una difficoltà importante al principio di questo impegno alla fine è diventata una occasione di crescita persona e anche comunitaria. Comunitariamente si trattava di aiutare la comunità a diventare responsabile della parrocchia, delle sue strutture, dei suoi servizi che erano per tutti. Ricordo che il tempo parrocchiale era sporco, con il tetto fatto a pezzi, bisognoso di urgenti manutenzioni e riparazione. L’abbiamo fatto con l’impegno di tutti, per una volta non è stato necessario mettersi a cercare sussidi, fondi e collaborazione fuori la comunità ma li abbiamo trovati dentro e questo cammino ha contribuito non poco a rafforzare la comunità parrocchiale.

Poi è stata anche una occasione di crescita personale. Bisognava cercare fonti di mantenimento, più concretamente un lavoro. io lo trovai, grazie alla collaborazione del padre Álvaro López, nell’università della  cattolica del Mozambico dove ho cominciato ad insegnare.

Un altro processo importante che abbiamo fatto e che ha fatto crescere la parrocchia e la comunità locale dei missionari della Consolata è stata la creazione di un collegio di istruzione privata alla portata delle economie delle famiglie della zona. C’era una casa che apparteneva alla comunità molto grande ma in disuso. Si era cercato di affittarla ma nessuno si mostrava interessato in quella struttura che era troppo grande per tante cose... e allora noi stessi le abbiamo dato nuova vita .

Dopo un po’ di lavori di ristrutturazione quella è diventato un collegio che è nato nel 2020 con 45 studenti (tra l’altro nato con la pandemia che ci ha obbligato a chiudere dopo solo 5 mesi di funzionamento) ma che oggi sta già ospitando 267 studenti. Quando si è cominciato c’era solo la prima elementare, poi ogni anno si aggiungeva un nuovo gruppo... e adesso sono quasi complete le classi elementari. Per il 2025 il progetto prevede raggiungere i 500 studenti dividi in corsi mattutini e pomeridiani. Anche quello certamente un impegno importante ma che ci ha fatto crescere e ci sta portando poco a poco sulla strada dell’autosufficienza economica che è necessaria per il nuovo volto della missione oggi. I tempi sono ormai maturi.

Lettera dei Cristiani del vicariato apostolico del Kenya in occasione del 50 di ordinazione di Giuseppe Allamano. Il testo originale della lettera è in lingua kikuyu, accompagnato dalla traduzione italiana dei missionari. Nell'Archivio generale IMC si conserva anche un'altra lettera al Fondatore (sempre in kikuyu con traduzione) dei "Catecumeni del Vicariato del Kenya", per il suo anniversario.

[Veneratissimo] ed amato Padre nostro Allamano,

Vorremmo avere le ali come gli uccelli per volare presso di Te, nostro Padre, oggi, onde vederti coi nostri propri occhi e poter assistere alla santa Messa del 50° anniversario della Tua ordinazione sacerdotale.

Vi assisteremo di qui in ispirito e la Comunione e tutte le preghiere nostre saranno per ringraziare Iddio e pregarlo che faccia piovere sul Tuo capo le più elette benedizioni; poiché ben sappiamo che tutto il benessere spirituale e materiale che abbiamo ora lo dobbiamo a Te. 

Se Tu non avessi fondato l’Istituto dei Missionari e delle Suore Missionarie, noi saremmo ancora nelle tenebre del paganesimo: sei Tu che sei stato scelto da Dio e da Maria Santissima Consolata a procurare la salvezza di noi poveri neri; se siamo cristiani lo dobbiamo a Te, al Tuo grande amore per noi.

Ma ben sappiamo ancora che la felicità del Padre viene procurata dai figli per le loro opere buone pienamente conformi alla legge cristiana. Ebbene noi ti promettiamo che ti procureremo questa felicità, ma Tu, nostro Padre, sii tanto buono da aiutarci. 

Offri i nostri cuori a Maria SS. Consolata, Tu che stai presso di Lei nel Suo Santuario: pregala che 1i accetti e ci benedica unitamente a Te, nostro Padre.

Prostrati ai Tuoi piedi imploriamo la Tua paterna benedizione.

Missione Cattolica, Nyeri (Kenya). 
20 Settembre 1923

Ottobre è tradizionalmente conosciuto come il mese del rosario e delle missioni. Per i Missionari e le Missionarie della Consolata, però, questo mese ha anche un altro significato: il 7 ottobre è l'anniversario della beatificazione di Giuseppe Allamano. Domenica 7 ottobre 1990, nella piazza della Basilica di San Pietro a Roma, Papa Giovanni Paolo II lo beatificò insieme ad Annibale Maria di Francia, oggi santo. Da allora sono passati trentatré anni. 

Vale la pena ricordare che una persona viene dichiarata beata al termine di un processo condotto dal Dicastero per le Cause dei Santi in cui si dimostra che ha vissuto la sua vita cristiana in modo eroico ed esemplare. Questo processo è autorizzato dal Santo Padre quando delle persone chiedono di poter venerare pubblicamente un cristiano che considerano esemplare.

Alcune parole dell'omelia di Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione del Beato José Allamano

Dio in ogni periodo della storia suscita nella Chiesa determinate persone, perché siano come modelli del popolo di Dio. A tale schiera appartengono i presbiteri oggi proclamati beati: Giuseppe Allamano e Annibale Maria Di Francia.

Il beato Giuseppe Allamano, succedendo al suo zio, san Giuseppe Cafasso, nella direzione del Convitto ecclesiastico della Consolata, ne emulò l’amore verso i sacerdoti e la sollecitudine per la loro formazione spirituale, intellettuale e pastorale, aggiornandola secondo le esigenze dei tempi. Nulla risparmiò perché innumerevoli schiere di sacerdoti fossero pienamente compresi del dono della loro vocazione e all’altezza del loro compito. Egli stesso diede l’esempio, coniugando l’impegno di santità con l’attenzione alle necessità spirituali e sociali del suo tempo. Era radicata in lui la profonda convinzione che “il sacerdote è anzitutto l’uomo della carità”, “destinato a fare il maggior bene possibile”, a santificare gli altri “con l’esempio e la parola”, con la santità e la scienza. La carità pastorale - affermava - esige che il presbitero “arda di zelo per la salvezza dei fratelli, senza porre riserve o indugi nella dedizione di sé”.

Il canonico Allamano sentì come rivolte direttamente a sé le parole di Cristo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). E per contribuire a imprimere alla comunità cristiana un tale slancio, pur rimanendo sempre attivo come sacerdote diocesano, fondò prima l’Istituto dei Missionari, e poi quello delle Missionarie della Consolata, perché la Chiesa diventasse sempre più “madre feconda di figli”, “vigna” che dà frutti di salvezza.

Nel momento in cui viene annoverato tra i beati, Giuseppe Allamano ci ricorda che per restare fedeli alla nostra vocazione cristiana occorre saper condividere i doni ricevuti da Dio con i fratelli di ogni razza e di ogni cultura; occorre annunciare con coraggio e con coerenza il Cristo a ogni persona che incontriamo, specialmente a coloro che ancora non lo conoscono. (...)

Rifulgano i nuovi beati quali modelli di santità sacerdotale! Li addita come tali la Chiesa, mentre è in pieno svolgimento l’VIII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, chiamata a esaminare l’importante questione della formazione dei sacerdoti nel nostro tempo.

Come non sottolineare questa provvidenziale circostanza? Mentre, infatti, i padri sinodali ricercano le soluzioni più opportune per un problema così vitale, i nostri beati indicano con chiarezza la direzione verso cui procedere. La loro esistenza, le loro esemplari esperienze apostoliche offrono luce alla ricerca sinodale. Essi ripetono che il mondo, adesso come allora, ha bisogno di sacerdoti santi, capaci di parlare al cuore dell’uomo moderno, perché si apra al mistero di Dio vivente. Ha bisogno di apostoli generosi, pronti a lavorare con gioia nella vigna del Signore.

“Perché andiate e portiate frutto”! Ritorna nella liturgia il richiamo agli operai nella vigna divina, a coloro cioè che sono stati mandati dal Figlio-Redentore, come gli apostoli. A quanti Cristo continua a chiamare e a mandare in ogni tempo e in ogni luogo, come ha chiamato e mandato questi due sacerdoti che oggi la Chiesa ha innalzato agli onori degli altari: il beato Giuseppe Allamano, il beato Annibale Maria Di Francia. Straordinaria missione è stata la loro. Missione che ha richiesto però una profonda maturità di spirito.

Ai santi e ai beati non manca questa maturità, grazie proprio allo Spirito di verità lasciato da Cristo alla sua Chiesa. Grazie allo Spirito di verità si fa cosciente la certezza che il mondo è di Dio; grazie a lui si comprende che la terra è una vigna della quale l’uomo non si può appropriare; la terra gli è stata affidata con il compito di coltivarla e di perfezionarla. È dallo Spirito di verità che provengono questa coscienza e questa certezza: coscienza e certezza piene di amore verso il Creatore e il creato, verso Dio e verso l’uomo.

Rendiamo grazie per tutti coloro che Cristo, il Figlio-Redentore, continua a scegliere perché vadano e portino frutto. E che questo frutto “rinnovi la faccia della terra” (Sal 104, 30)! Amen!

È tempo di ringraziare il Signore

La memoria di questa beatificazione è un momento per ringraziare il Signore: la vita e la santità di Giuseppe Allamano hanno illuminato molti nella Chiesa e ispirato l'evangelizzazione di vari luoghi del mondo.

Ringraziamo per il carisma ad gentes che abbiamo ereditato da lui; la missione è l'identità stessa dei Missionari della Consolata ed è la ragion d'essere della nostra presenza nella Chiesa. 

Ringraziamo anche per il dono dei due istituti missionari che Giuseppe Allamano ha fondato. Essi hanno contribuito enormemente all'evangelizzazione di vari popoli del mondo: hanno dato vita a diverse chiese locali, hanno difeso la vita di innumerevoli popoli e culture, hanno promosso la difesa dell'ambiente, hanno costruito scuole e cliniche per promuovere l'istruzione e la salute dei poveri. 

La spiritualità missionaria del Beato Allamano ha prodotto e continua a produrre innumerevoli frutti di bene.

 

La visita del Papa alla Mongolia, i primi quattro giorni di settembre del 2023 non ha radunato decine o centinaia di migliaia di fedeli come in altre occasioni. Qui ci sono solo 1,500 cattolici battezzati. Tuttavia a me è bastato per  entrare in un turbinio di avvenimenti ed emozioni.

I nostri missionari, preti e suore, erano indaffarati per l’organizzazione dell’avvenimento. Uno incontrava i giornalisti RAI e Vaticano, sr Anna organizzava la logistica, p. Dido la liturgia, altri erano incaricati di ospiti di lingua spagnola e sr Esperanza era la cuoca ufficiale del Papa. In casa era tutto un via vai e p. Lourenco e io che eravamo appena arrivati dalla Corea, non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo. Una sera p. Ernesto portò a casa due giornalisti e… Giovanni! Proprio p. Giovanni degli OMI che conoscevo bene dalla Corea e che era appena arrivato dalla Cina dove lavora da 12 anni. Che magnifica sorpresa! Che bello incontrare un vecchio amico quando meno te l’aspetti!

A Ulaan Baator erano arrivati anche alcuni fedeli della nostra parrocchia di Arvaikheer, a più di 400 km di distanza da qui, e una di loro aveva espresso il desiderio di poter “toccare” il Papa. Immaginatevi una comunità di cattolici più piccola di qualsiasi nostra comunità parrocchiale: che esperienza unica poter vedere dal vivo il Papa e toccarlo! Per i Cattolici Mongoli è stato come poter toccare la loro comunione con tutta la chiesa universale, e non solo in senso simbolico, ma proprio fisico. Perlima, quella cattolica di Arvaikheer che lo aveva tanto desiderato, insieme a tanti altri, ha avuto l’opportunità di toccare il Papa, quando all’offertorio della messa gli ha portato il calice del vino.

Molti non cristiani si chiedevano chi era questo signore tanto importante, che veniva da Roma e incontrava persino il presidente. Per loro è stata la prima vera esposizione alla Chiesa Cattolica. E da adesso non ci vedono più come una delle tante ditte straniere che vengono qui a far soldi, ma come portatori di una religione di pace e amore. Alcuni commentavano con orgoglio: “Questo grande uomo è il capo di un miliardo e trecento milioni di persone, quindi in questi giorni gli occhi di un miliardo e trecento milioni di persone guarderanno alla Mongolia”. E dopo che ha reso onore alla statua di Ginghis Khaan sulla piazza principale della capitale: “Ha onorato il nostro grande Ginghis Khaan, allora ha un grande rispetto per noi!”

Francesco ha lodato i missionari che lavorano in Mongolia per le loro attività nel sociale. “Questo è importantissimo,- ha detto –è il vostro biglietto da visita come cristiani. Ma sopra tutto ci vuole l’adorazione, la contemplazione. Dovete vivere e comunicare il: “gustate e vedete come è buono il Signore”.

Il giorno dell’incontro con i religiosi, gli incaricati della sicurezza erano sicuri che Lourenco e io, non potevamo entrare al luogo dell’incontro col pontefice a causa di un codice sbagliato. Poi p. Dido, incaricato della liturgia per la visita del Papa è riuscito a farci superare questo primo ostacolo. In seguito abbiamo trovato un altro incaricato della sicurezza che aveva delle sicurezze diverse da quello di prima e finalmente, anche se noi non eravamo più sicuri di niente, siamo potuti entrare nella chiesa cattedrale dove avremmo sicuramente incontrato il Papa. 

Non pensate che io sia uno che ci tiene particolarmente a queste cose. Ma sta di fatto che nelle ultime tre settimane facevo sogni in cui parlavo col Papa, scherzavo con lui, mangiavo pranzo con lui, parlavo di cose serie e facevo bella figura. Ma arrivato davanti a lui non sono riuscito a dire una parola. Certo che Giorgio (cioè sua eminenza il cardinal Marengo, Prefetto apostolico della Mongolia) mi ha presentato bene al Papa. E Francesco mi ha detto: “Ah tu vieni dalla Corea. Lì ci sono troppi preti. Mandateli in missione!” e così, ridendo, ho passato i miei 15 secondi di gloria senza dire una parola! A vederlo, il Papa, sembra proprio tanto invecchiato, ma quando mi ha parlato era tutto allegro e con tanta voglia di scherzare. E’ stato come incontrare un vecchio amico.

Chi ha parlato bene invece è Rufina, che ha conosciuto la fede quando era studentessa. Quando aveva 18 anni , una sera si trovò a parlare per ore con entusiasmo al papà di sua nonna materna, ottantenne, sulla vita di Gesù, partendo dalla nascita fino alla risurrezione. Questo episodio le fece capire che doveva comunicare la buona notizia anche ai suoi amici Mongoli. Così colse l’occasione di una iniziativa della Diocesi, andò a Roma a studiare catechesi, e adesso è operatrice pastorale della diocesi. Lavoro preziosissimo per portare il Vangelo più vicino al sentire della gente.

Saanja, il secondo prete mongolo ordinato, con la sua umiltà e semplicità, ha salutato il Papa a nome della chiesa mongola. Orfano di padre e aiutato dalle suore di Madre Teresa, ha poi conosciuto il padre Kim Stefano (sacerdote fidei donum coreano, morto a maggio di quest’anno e compianto da tutti), che lo ha battezzato e ispirato a diventare sacerdote.

Bella è sta a anche la cerimonia di intronizzazione della Madonna del Cielo. E’ una storia commovente. Tanti anni fa una signora trovò questa statua, avvolta nella carta, in una discarica di rifiuti. Si disse : “Chi sarà questa bella signora, forse ha voluto farsi trovare da me perché la portassi in casa mia.” La mise nella sua umile ger  (tenda mongola). Il parroco venne a saperlo e in seguito portò la statua in chiesa. Poi passò in mano ai salesiani. Infine Giorgio (cioè il Cardinale ecc. ecc.), toccato da questa storia, ebbe l’ispirazione di portarla in cattedrale e proclamarla protettrice della chiesa mongola col titolo di “Madre del Cielo”. E quella signora, che è stata battezzata un anno fa, sabato ha incontrato personalmente il Santo Pontefice.

Non c’erano solo Mongoli a ricevere il Papa, ma anche piccoli gruppi di fedeli e missionari dei paesi vicini. Russi, Vietnamiti, Coreani, Khazaki, Cinesi, ecc.. I Cinesi appena potevano incontrare un prete erano emozionatissimi. Subito volevano la foto insieme e poi ognuno chiedeva di essere benedetto.

Nella Messa di Domenica, Francesco ha sottolineato che dobbiamo avere coscienza della sete profonda che c’è dentro di noi, che è come la sete del nomade in queste sconfinate praterie mongole. E l’unica acqua che può spegnere questa sete è l’acqua dell’amore che conosce chi ha incontrato Cristo! 

Infine è arrivato lunedì, il Papa ha finito la sua visita, e anche i nostri missionari erano “finiti” e sono andati tutti a prendersi il meritato riposo, dopo notti con poche ore di sonno, corse di qua e di là per controllare che tutto funzionasse, e viaggi agli alberghi per seguire le varie delegazioni internazionali.

Ma tutti, fedeli e missionari siamo rimasti pieni di gioia e pace. E’ stato come se la Santa Madre Chiesa, nella persona di Papa Francesco, avesse preso in braccio e baciato il figlio più piccolo. E Francesco ci ha ricordato che la piccolezza può diventare una grande opportunità!

 

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