“Ringrazio delle belle espressioni di condoglianze per la dipartita del caro missionario. Certamente l’Istituto ha fatto una gravissima perdita, tanto era necessario. Ma sia fatta la volontà di Dio. Dal Paradiso per l’affetto che aveva all’istituto continuerà a proteggerlo, ed implorerà tante grazie perché compia la sua missione”. (Risposta dell’Allamano alle condoglianze del padre Gays per la morte di padre Costa, 2 settembre 1918)

“Essere consapevoli che la nostra vita finisce, è una ragione per amarla di più: accettando che la vita ha un limite cerchiamo di viverla più intensamente, più gioiosamente, amando e accettando di essere amati, perché anche se breve, la vita è un frammento di eternità”. (Enzo Bianchi)

Carissimi missionari, missionarie, familiari, benefattori, amici;

Come ogni anno celebriamo il ricordo dei nostri defunti. Gli avvenimenti del nostro tempo, le morti di tanti nostri missionari, familiari ed amici, richiamano al senso della nostra vita nel confronto con la morte. Siamo tutti consapevoli che nessuno è immortale. Ce lo ricordiamo ogni volta che assistiamo al funerale di uno di noi. La morte ci tocca tutti, e ci accompagna ogni giorno. Lo abbiamo anche imparato con la pandemia. E, ancora una volta, abbiamo bisogno di elaborarne il senso, cosa che da soli è estremamente difficile.

Pur nella fede nella resurrezione e nella certezza che la morte non è l’ultima parola di Dio sulla nostra umanità, dobbiamo riconoscere che la morte fa paura, è il passaggio obbligato verso la Vita piena. Un passaggio da affrontare senza evasioni, con realismo umano e cristiano! Ce ne dà esempio il Card. Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, ammalato di Parkinson, che, “nel contesto di una morte imminente”, sentendosi “già arrivato nell’ultima sala d’aspetto, o la penultima”, confessa di essersi “più volte lamentato col Signore” per la necessità di dover morire. Martini non nasconde il suo travaglio interiore per arrivare ad accettare quel duro calle, oscuro e doloroso: “Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”. Davanti al mistero della morte, che richiede “un affidamento totale”, Martini conclude: “Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani”. Di fronte alla morte, appare più ricco il dono della fede cristiana, l’unica che è capace di gettare una luce nuova e definitiva sul senso della vita, di Dio, del dolore, della storia… Una luce che fa la differenza.

I nostri giorni non sono nelle nostre mani, per parafrasare un salmo, e questo illumina di un senso diverso la nostra vita.

Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti. Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta. L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede, chiunque crede in Lui ha la vita eterna. Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.

La preghiera per i morti è un atto di autentica intercessione, di amore e carità per chi ha raggiunto la patria celeste; è un atto dovuto a chi muore perché la solidarietà con lui non dev’essere interrotta ma vissuta ancora come comunione dei santi, cioè di poveri uomini e donne perdonati da Dio.

Confidiamo che le preghiere e la celebrazione dell'Eucaristia, per il mistero della comunione dei Santi, possano davvero portare beneficio ai nostri cari defunti ed affrettare, se ce ne fosse bisogno, il loro ingresso nel “Paradiso” di Dio.

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Così don Tonino Bello pregava Maria SS.ma, pensando alla morte:

"Quando giungerà anche per noi l'ultima ora, e il sole si spegnerà sui barlumi del crepuscolo, mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la morte. È un'esperienza che hai fatto con Gesù, quando il sole si eclissò e si fece gran buio sulla terra. Questa esperienza ripetila con noi. 

Piantati sotto la nostra croce, sorvegliaci nell'ora delle tenebre, Infondici nell'anima affaticata la dolcezza del sonno. Se tu ci darai una mano, non avremo più paura di lei...

Anzi l'ultimo istante della nostra vita lo sperimenteremo come l'ingresso nella cattedrale della luce al termine di un lungo pellegrinaggio, con la fiaccola accesa. Giunti sul sagrato, dopo averla spenta, deporremo la fiaccola.

Non avremo più bisogno della luce della fede, che ha illuminato il cammino. Oramai saranno gli splendori del tempio ad allargare di felicità le nostre pupille".

A tutti e a ciascuno: buona e santa celebrazione, coraggio e avanti in Domino!

*P. Stefano Camerlengo è superiore Generale dei Missionari della Consolata

TESTO COMPLETO ITALIANO e INGLESE

La rete di scuole dei Missionari della Consolata in Argentina e Colombia offre una formazione integrale e un'esperienza di fede diretta agli studenti, agli educatori e alle loro famiglie.

L'ultima Conferenza Continentale dei Missionari della Consolata in America è stata molto significativa per le scuole che la comunità gestisce in America. Rafforzano un'identità carismatica e sono anche un grande sostegno finanziario per le missioni più vulnerabili, che molto spesso comportano molti investimenti. Ma non è tutto. Tra le altre cose, abbiamo scoperto questi valori:

- Sono una porta d'accesso all'umanesimo cristiano (giovani e famiglia).
- Svolgono una funzione sociale.
- Sono un centro di riflessione e produzione sulla pedagogia allamanniana.
- Contribuiscono alla formazione degli educatori.
- Promuovono la partecipazione delle famiglie alla chiesa.
- Hanno una dimensione vocazionale.

L'impatto formativo della nostra educazione

Conoscersi e raccogliere informazioni sulle nostre scuole ci ha permesso di misurare l'impatto evangelizzatore della Rete di scuole IMC. Offrono un'esperienza di fede diretta ad almeno 20 mila persone, considerando che le nostre aule hanno più di seimila studenti.

Anche i loro 500 educatori hanno il potenziale per essere agenti pastorali missionari qualificati. Molti di loro attualmente collaborano attivamente al Progetto Continentale IMC, nell'area della comunicazione, dell'animazione missionaria, del volontariato, portando il carisma della Consolata alla Chiesa locale con proposte come le Scuole del Perdono e della Riconciliazione, Consolata Intergentes, Un altro mondo possibile, Aguapanelazo.

Tutte le nostre scuole hanno programmi di missione per tutti i membri della comunità scolastica. 

Per i bambini e i giovani, oltre alla formazione religiosa offerta dalle nostre scuole, ci sono proposte di approfondimento del carisma dell'IMC che provengono dalle comunità di animazione missionaria e di formazione IMC, spesso vicine alle scuole. C'è un'attenzione particolare alla formazione missionaria degli educatori in tutti i nostri collegi.

 Rete di scuole IMC in America

Solo nell'anno 2006 le nostre scuole si sono messe in contatto e hanno cominciato un percoso formativo comune. Il primo incontro si è celebrato in Argentina e poi, nel 2013, ci siamo incontrati a Bucaramanga e in quell'occasione sono state delineate le basi per l'identificazione della Pedagogia Allamana.

Nell'anno 2021 abbiamo tenuto un incontro virtuale per condividere le proposte di Formazione Missionaria e le attività carismatiche che le nostre scuole offrono alle loro famiglie e nell'incontro virtuale del 2022 abbiamo riflettuto insieme per dare un contributo al documento preparatorio del prossimo Capitolo Generale.

Le Scuole IMC Consolata d'America si trovano in Argentina e Colombia: Bilingüe José Allamano (Bogotá, Colombia), Nuestra Señora de la Consolata (Mendoza, Argentina), Bilingüe La Consolata (Bucaramanga, Colombia), Pablo VI (Córdoba, Mendoza), Gimnasio Campestre La Consolata (Manizales, Colombia).

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Impatto dell'educazione cattolica nel mondo

Le scuole cattoliche, oltre a essere una "grande parrocchia" che condivide la fede e i valori cristiani, hanno un impatto positivo sui sistemi educativi dei Paesi e delle comunità attraverso il loro contributo.

Secondo una ricerca del Global Catholic Education Reports, nel 2020 le iscrizioni all'istruzione cattolica nel mondo saranno di 68 milioni di studenti (34,6 milioni nella scuola primaria). I primi 5 Paesi per iscrizioni ai livelli prescolare, primario e secondario sono tutti a reddito basso o medio-basso: Congo, Kenya, Malawi, India, Uganda (classificazione del reddito della Banca Mondiale).

Il contributo ai sistemi educativi dei Paesi è insostituibile: nell'Africa subsahariana, l'11% degli studenti della scuola primaria frequenta una scuola cattolica. Nei Paesi a basso reddito, il 13,7% degli studenti della scuola primaria frequenta una scuola cattolica.

Soprattutto, l'educazione cattolica contribuisce al pluralismo educativo e al diritto all'istruzione. Inoltre, in molte scuole cattoliche l'apprendimento tende a essere comparativamente più elevato.

Le scuole cattoliche contribuiscono allo sviluppo della comunità perché pongono l'accento sui valori e sullo sviluppo umano integrale, iscrivendo bambini di ogni provenienza e religione.

Il risparmio di bilancio per gli Stati nazionali nell'educazione cattolica è di oltre 100 miliardi di dollari all'anno in 38 Paesi e il contributo al reddito futuro dei lavoratori di oggi è di almeno 12 mila miliardi di dollari.

"Ogni cambiamento ha bisogno di un percorso educativo per ricostruire il tessuto delle relazioni e per far maturare una nuova solidarietà con i poveri". (Papa Francesco, Patto educativo globale).

* Membri dell'Equipe Continentale dei Missionari della Consolata (IMC) per l'educazione formale e non formale.

Partecipando al VII Simposio di Teologia india in Panama, dal 3 all'8 ottobre, padre Vilson Jochem ha rilasciato un'intervista esclusiva alla rivista Missões, parlando del lavoro con le popolazioni indigene e delle sfide della missione.

Padre Wilson, raccontaci la tua vocazione

Sono Vilson Jochem, sono nato in una famiglia di agricoltori nel comune di Atalanta, nell'interno dello Stato di Santa Catarina, in Brasile.

Quando parlo della mia vocazione, potrei dire, come San Paolo, che il Signore mi ha chiamato “fin dal grembo di mia madre”. Dico questo perché, dopo aver festeggiato i dieci anni di ordinazione, mia madre ha raccontato che quando era incinta di me, nelle sue preghiere chiedeva che se avesse avuto un figlio maschio sarebbe diventato sacerdote e la stessa richiesta l'ha fatta il giorno del mio battesimo.

Così che quando a scuola mi chiedevano cosa volessi fare da grande, la risposta normale era che sarei stato un sacerdote. In realtà quando avevo 13 o 14 anni ho cominciato a pensare di nuovo a questa possibilità: fu allora che cominciai a dire ai miei genitori che volevo andare in seminario.

E perché con i Missionari della Consolata?

Tutto indicava che sarei andato con i Francescani Minori, che erano quelli che lavoravano nella mia parrocchia. Eppure nel 1986 padre Dante Possamai passò dal collegio dove studiavo, parlando delle Missioni e chiedendo se qualcuno voleva essere missionario.

Ricordo bene quando dissi a mia madre: "per fare il prete non è importante il dove", decisi di scrivere a padre Dante e iniziai questo cammino vocazionale. Dio sa come fare le sue cose.

Raccontaci della tua formazione

Sono entrato nel seminario minore nel 1987. Nel 1990 ho cominciato gli studi di Filosofia; nel 1993 ho fatto l’anno di noviziato a Bucaramanga (Colombia) e il 9 gennaio 1994 ho emesso la prima professione religiosa. Dal 1994 al 1999 ho frequentato i corsi di Teologia a Bogotá, prima la teologia di base e poi anche una specializzazione.

Il giorno della mia ordinazione è stato il 30 ottobre 1999 ad Atalanta, la mia città natale, quindi quest'anno compio 23 anni di sacerdozio.

Il mio primo incarico è stato il Venezuela dove mi trovo attualmente. Nei primi anni ho lavorato nell'animazione missionaria e vocazionale; il lavoro con i giovani è stato un'esperienza bellissima e ho imparato tanto. Ho svolto questo incarico fino al 2005.

Dal 2005 al 2018 ho lavorato con gli indigeni Warao nello Stato di Delta Amacuro. Dal 2018 al 2021 sono stato in amministrazione e dal 2021 sono tornato a lavorare con gli indigeni Warao, dove mi trovo attualmente.

Quali li sfide più importanti, e quali le maggiori soddisfazioni?

Le sfide incontrate in questi anni di vita missionaria sono state molte. Dal punto di vista dell'animazione missionaria e vocazionale posso dire che la principale è stata quella di sapere capire e camminare al ritmo dei giovani, sperimentando la loro stessa realtà per poterli accompagnare nei loro desideri e preoccupazioni. 

Se siamo disposti a stare loro vicini possiamo anche provocare il loro impegno. Un elemento davvero gratificante è stata la "Caminada Juvenil Misionera", un'attività che abbiamo iniziato nel mese di ottobre 2003 per celebrare il mese missionario in modo diverso, camminando e riflettendo sulla realtà missionaria della Chiesa.

Il lavoro con le popolazioni indigene Warao è stato fonte di molte più sfide. Entrare in un'altra cultura significava imparare a vivere la vita e anche la fede in modo diverso e con ritmi diversi. Quelle che erano le mie priorità non sempre erano le loro; si trattava di un altro modo di vivere e di fare le cose.

Poi bisognava imparare a muoversi sui fiumi e in qualche occasione, come Pietro, mi son trovato a dire: "Aiuto, Signore, stiamo per affondare". Con il passare del tempo è stata un'esperienza di grande ricchezza e mi ha reso una persona migliore.

Ricordo alcune frasi: "Padre devi imparare ad amare questo popolo, con i suoi difetti, per scoprire le sue tante virtù". 

Da gioia scoprire l'affetto che le comunità hanno per noi, vedere la disponibilità e l'entusiasmo che provano per le nostre visite periodiche. Dicevano: "Abbiate pazienza, aspettate almeno dieci anni e comincerete a capire; siete i nostri sacerdoti, faremo un cammino insieme, uniti alla comunità".

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Il lavoro pastorale con le popolazioni indigene è una delle priorità dei Missionari della Consolata in America. Che bilancio fai di questo lavoro?

Il primo elemento è la presenza, il sapere stare in mezzo ai popoli nativi. Questa presenza richiede anche permanenza, non basta andare per qualche anno.

Seguendo la metodologia dei nostri stessi primi missionari, così come la ricordiamo anche nella Conferenze di Muranga, si tratta di conoscere la cultura, la lingua e la cosmovisione di ogni popolo. È necessario entrare nel loro mondo, perché siamo noi che andiamo da loro per imparare a stare con loro, valorizzando la ricchezza del loro vivere comunitario: solo in quel contesto potremo proporre in modo opportuno il vangelo di Gesù.

Cerchiamo sempre di incoraggiare i popoli indigeni a essere sempre più protagonisti della loro storia, e anche a scoprire la presenza di Dio nel loro passato e nel loro presente.

Un altro elemento indispensabile è quello di valorizzare all'interno della Chiesa e della società la saggezza e il contributo dei popoli originari per un mondo più umano, capace di rispettare il rapporto con gli altri e con la natura. Creare quell’armonia con l'ambiente che permette la continuità della vita.

Una grande richiesta che riceviamo dai popoli indigeni è che nelle case di formazione si lavori e si studi anche la teologia india, in modo che non sia conosciuta solo da alcuni addetti ai lavori ma da tutti coloro che un giorno potranno lavorare con loro. 

Evidentemente dovrà arrivare il giorno in cui loro stessi sapranno elaborare la loro propria teologia, con metodologia e contenuti propri, non necessariamente ereditati dalla razionalità occidentale. Non è un percorso semplice né corto, il Consiglio Episcopale Latinoamericano sta cercando di favorirlo.

Le sfide di essere missionario oggi

Essere missionari oggi comporta come prima sfida quella di aprire la mente e il cuore alla cultura in cui siamo inseriti. È un processo piuttosto arduo, perché richiede di aprire la mente al nuovo e mettere in secondo piano la propria cultura, il proprio modo di pensare, per essere disposti a iniziare un nuovo processo di apprendimento. La Chiesa oggi ci chiede di saper camminare con le comunità e i popoli, non come padroni ma come compagni, come fratelli e sorelle. "Mi sono fatto Giudeo con i Giudei... Greco con i Greci, schiavo con gli schiavi... Mi sono fatto tutto come tutti gli altri per conquistare alcuni a Cristo". (1 Cor 9,20-23)

*Maria Emerenciana Raia è redattrice della rivista Missões da dove è tratta questa intervista

La città di Cali, la terza più popolata della Colombia, ha ospitato l'incontro continentale della Pastorale Afro dei Missionari della Consolata in America. All'evento hanno partecipato in presenza dieci persone, tra cui missionari e agenti laici della pastorale afro e anche altre 20 persone che si sono collegate on line dal Brasile, Venezuela, Bolivia, Argentina e altre città della Colombia.

Il mondo afro in America Latina

L’incontro è cominciato con una riflessione del dottor Sergio Mosquera, ricercatore, storico e professore universitario della regione del Chocó, che ha analizzato la realtà della popolazione afro nel continente e la trasformazione del loro pensiero.

Il dottor Sergio Mosquera ha descritto come la Chiesa, nel corso dei secoli, abbia gradualmente cambiato la propria mentalità. "La Spagna ha portato in America al cattolicesimo, ma in questi cinque secoli sono stati commessi molti abusi. In anni relativamente recenti la riflessione promossa dal Concilio Vaticano II e dalla Conferenza di Medellín (1968) hanno dato inizio a una pratica pastorale nuova nella chiesa latino americana e a una corrente di pensiero e teologica poi chiamata teologia della liberazione. Anche nel contesto afro, dopo tante trasformazioni, si è aperta una possibilità di dialogo con la popolazione afro e per mezzo di una pastorale specifica si porta avanti in modo concreto lo sforzo di avvicinare il cristianesimo ai neri impoveriti. Molti hanno subito e continuano a subire discriminazioni, razzismo e per quello hanno bisogno di un annuncio di speranza, che é quello che si vuole offrire”.

La pastorale afro dei Missionari della Consolata

Nel suo intervento, il Consigliere Generale per l'America, Padre Jaime C. Patias, ha affermato che “le nostre opzioni missionarie sono quelle scelte che facciamo di fronte alla realtà che ci circonda. Sono il frutto dell'ascolto e della risposta alle grida dei nostri popoli in armonia con il carisma della congregazione fondata dal beato Giuseppe Allamano”.

Ha ricordato che nel continente, dopo una chiara opzione per le popolazioni indigene, negli ultimi anni i missionari della Consolata hanno ripreso anche l'opzione per le persone di origine africana, soprattutto in Colombia, Brasile e Venezuela, dove la Chiesa ha fatto un grande sforzo per promuovere una pastorale specifica: “non è mai stato un cammino facile ma di fronte alle difficoltà dobbiamo imparare dai neri -ha detto- a resistere, a non abbassare la testa a non arrenderci”.

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Laboratorio di pensiero

"Consapevoli della complessa realtà della popolazione nera nel continente, ha osservato il padre Venanzio Mwangi, Coordinatore Continentale della Pastorale Afro, vediamo sempre più la necessità di lavorare uniti per rafforzare la qualità del nostro servizio come Missionari della Consolata nel continente. Abbiamo bisogno di costituire un laboratorio di pensiero Afro IMC, che sia al servizio della nostra comunità, delle chiese locali e delle società in generale.

Padre Venanzio è keniota, si trova in Colombia da più di 20 anni, e quindi ricorda che "questo passo è la conseguenza di tanti incontri che abbiamo tenuto per molto tempo, condividendo le esperienze della Pastorale afro in Colombia, Venezuela e Brasile".

Cammini di liberazione

I partecipanti si sono poi interrogati sulle attuali possibilità di liberazione che sono a disposizione di questa popolazione. C’è bisogno di una liberazione mentale e identitaria nella quale diventa necessaria anche la collaborazione di altre forme di fede;  la guarigione e la liberazione integrale devono essere affrontate in diverse prospettive e sono necessarie persone che siano leaders sociale e spirituale e con una indentità chiara fin dal seno famigliare.

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Lunedí 26 settembre

Continua il nostro cammino di “Immersione nel Carisma” per conoscere di più il nostro Istituto e la figura del Beato Giuseppe Allamano che ha cominciato la storia della nostra famiglia missionaria. Il 26 settembre abbiamo visitato, nel paese di Castelnuovo Don Bosco che ha dato i natali a Giuseppe Allamano, il cimitero dove riposano i parenti del nostro fondatore: presso quella tomba, padre Efrem Baldasso ci ha parlato della famiglia del fondatore e dei legami che univano l'Allamano con i suoi parenti e i suoi compaesani. Nei pressi della tomba famigliare è di fatto sepolta una figura importante nella vita dell’Allamano: Benedetta Savio che era stata la sua maestra. 

Dopo siamo partiti alla volta di Albugnano per visitare l’Abbazia di Vezzolano che è tra i gioielli medievali del Piemonte. La bellissima costruzione, datata intorno all’anno mille, è sicuramente tra i più importanti monumenti medievali della regione e, fino alla rivoluzione francese, vedeva la presenza di monaci agostiniani. Da lì in poi, dopo essere stata abbandonata, il titolo di abate è toccato in modo onorifico ai parroci di Albugnano e quindi anche al nostro padre Efrem che per tre anni ha retto questa parrocchia.

La fondazione di questa abbazia ha a che vedere con una leggenda legata alla figura di Carlo Magno: nell’anno 773 l’imperatore si trovava nella zona di Vezzolano e un giorno, mentre stava cacciando, gli apparvero davanti tre scheletri usciti da una tomba. L’imperatore, spaventato da questa visione, fu aiutato da un eremita della zona che lo invitò, per rasserenarsi, a pregare la Vergine Maria. Avendo trovato sollievo in quella preghiera, Carlo Magno decise di costruire proprio in quella località una chiesa abbaziale.

Un'altra meta della nostra visita è stato il paese di Piovà Massaia dove il parroco don Claudio Berardi ci ha parlato della figura del Cardinale Massaia: a lui è legata molto la missionarietà di Giuseppe Allamano e il suo impegno iniziale di fondare un istituto che portasse avanti il lavoro di evangelizzazione in Etiopia sulle orme del Massaia. 

Il nome stesso del paese di Piovà, ci ha ricordato don Claudio, porta il nome di questo suo straordinario cittadino nato in questo luogo nel 1809. Dopo aver frequentato il seminario del Collegio Reale di Asti, divenne frate cappuccino in giovane età: l'8 settembre 1826 presso Madonna di Campagna fece la sua professione religiosa e assunse il nome di Guglielmo, in onore del fratello maggiore, che era parroco. Fu ordinato sacerdote nel 1832.

Nel 1846 il Massaia fu nominato vicario apostolico per l’Etiopia da papa Gregorio XVI. Partito immediatamente dopo la nomina, impiegò quattro anni per risalire il Nilo, attraversare il deserto e raggiungere la sua missione dove rimase per ben 35 anni. Gli anni di apostolato del Massaia non furono facili: sperimentò incomprensioni, solitudine ed abbandono.

Non lontano da Piovà c’è il paese di Passerano che è anche importante nella vita di Giuseppe Allamano. Come studente di teologia veniva spesso ad aiutare uno zio che era parroco in questo municipio e quando questi mancò i fedeli della parrocchia, che conoscevano l'Allamano per il suo servizio e la sua vicinanza, scrissero al vescovo chiedendo che fosse lui a prendere il posto dello zio parroco. Sappiamo che questa richiesta non fu esaudita dal momento che Giuseppe Allamano era già stato scelto dal vescovo come rettore del convitto ecclesiastico di Torino.

Martedí 27 settembre

Questa mattina, accompagnati dal padre Pietro Trabucco, abbiamo visitato la casa natale di Giuseppe Cafasso, zio materno del nostro fondatore.

Padre Pietro ha sottolineato che ai giovani sacerdoti il Cafasso diceva che per riuscire ad essere buoni sacerdoti bisognava avere innanzi tutto retta intenzione, santità di vita e preghiera, accompagnate evidentemente da una solida preparazione dottrinale e tecnica.

Lui ha sempre offerto ai sacerdoti il meglio della sua ricchezza spirituale e saggezza pastorale e l’ha fatto per mezzo degli esercizi spirituali, che predicava secondo il classico schema ignaziano.

Come buon confessore, accorrevano a lui sacerdoti, come don Giovanni Bosco, e laici d'ogni ceto sociale: nobili, come marchesa Giulia di Barolo, ma anche gente semplice. 

Giuseppe Cafasso morì a Torino il 23 giugno 1860; sollecitato da molti è proprio il nipote canonico Allamano a interessarsi per avviare il processo di beatificazione e canonizzazione. 

La nostra visita si conclude poi nella chiesa di Sant'Andrea dove l'Allamano venne battezzato, ricevette la prima comunione e celebrò la prima S. Messa dopo l'ordinazione sull'altare della madonna Addolorata. 

Mercoledì 28 settembre

Il nostro viaggio nel Piemonte di Giuseppe Allamano conclude con la celebrazione dell’eucaristia nel Santuario della Madonna delle Grazie, retto da padre Orazio Anselmi che ci ha raccontato la storia di questo importante luogo di culto. Abbiamo anche avuto l’occasione di un breve incontro con Mons. Marco Prastaro, vescovo di Asti, che ci ha raccontato le gioie e le sfide della diocesi nella quale ci siamo mossi in questi giorni.

Il festival della missione

Dal 29 di settembre fino al 2 di ottobre, abbiamo poi avuto la gioia di partecipare al Festival della Missione a Milano. Promosso da Fondazione Missio e dalla Conferenza degli Istituti Missionari Italiani, si è svolto in varie parti della città di Milano. Anche noi abbiamo potuto dare il nostro apporto con alcune testimonianze fatte negli "aperitivi missionari" che volevano portare la missione anche negli spazi non facili né scontati della "movida" milanese.

*Missionari della Consolata che partecipano al corso di Immersione nel carisma.

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Il gruppo dell'immersione presente a Milano nel Festival della Missione

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