Claudio Brualdi, Missionario della Consolata, è in Colombia dal 1981 e ha partecipato al corso dei Missionari con 50 anni di consacrazione sacerdotale e missionaria tenuta recentemente nella casa Generalizia di Roma. Ricorda per noi i primi passi di quella esperienza missionaria che ha avuto non pochi cambi imprevisti... che l’hanno sospinto rotte diverse, inaspettate, ma non meno importanti.

Sono marchigiano e sono entrato all'istituto attorno ai vent'anni, avevo studiato nel seminario diocesano di Fano. Parlando della mia vocazione vorrei parlare di due grandi momenti, due momenti che più o meno corrispondono anche al tempo: quello passato in Italia e subito dopo la l'ordinazione Sacerdotale, quando mi hanno destinato al lavoro di propagandista che era come si chiamava, allora, l’animazione missionaria e poi dopo ho lavorato anche alla formazione di giovani che volevano essere missionari.

Non avevo mai pensato in quella possibilità -il mio sogno era quello di andare in Africa- ma ho cercato di assumere positivamente quell’impegno. In Italia ho vissuto i primi 12 anni come sacerdote missionario, ero stato ordinato che non avevo ancora compiuto i 25 anni e quando sono partito per la Colombia di anni ne avevo 36.

Questa prima esperienza, che in un primo momento ho avuto difficoltà ad accettare, mi ha comunque insegnato tanto: ho imparato che bisognava veramente amare il lavoro che ci veniva dato. L’esperienza del concilio e il maggio del ’68 mi è servita per rapportarmi con i giovani. 

Poi è stata la volta della partenza... in quegli anni avevo incontrato tanti missionari della Consolata che lavoravano in Colombia, nella regione del Caquetá della quale potremmo dire che è nata con i Missionari della Consolata... loro erano lì quando questa regione si stava formando. Loro presentavano con molto entusiasmo il lavoro che stavano facendo. Così quando i superiori mi chiesero di partire, io stesso dissi che mi sarebbe piaciuto andare in Colombia, nel Caquetá, a San Vicente del Caguán. Esattamente quella fu la mia prima destinazione.

In quegli anni fra i missionari correva la voce che la missione, quella vera, era l’Africa. Eppure quando arrivai per la prima volta a San Vicente, vidi la povertà, l’isolamento dal resto del paese –bisognava attraversare vari fiumi senza ponti–, tutta una serie di peripezie per poter arrivare fin là, ero arrivato di notte e non si vedeva un granché nel paese non c'era la luce, solo qualche candela illuminava l’interno di alcune case... allora mi sono detto “ma questa è davvero missione! Più di così cosa vogliono?”.

Il giorno dopo mi ero messo a visitare la mia “missione” e avevo potuto vedere un po’ di altre cose, come per esempio che non c’era neanche e mi sono convinto che quella era missione, come no! Poi certamente con il tempo ho scoperto anche le ricchezze di questa regione: il bestiame, il legname, l’agricoltura... e anche le povertà più nascoste.

Appena arrivato mi hanno nominato subito vice parroco e rettore del collegio nazionale con studenti dalla primaria fino alle superiori. Il collegio si chiamava, e si chiama ancora, Dante Alighieri... non poteva se non essere fondato da missionari italiani. Io ero arrivato a San Vicente accompagnato dal padre Silvio Vettori, il 29 gennaio e ai primi di febbraio –senza parlare una parola di spagnolo– ero già rettore di un collegio. Questa è stato la prima difficoltà che ho incontrato lì perché non potevo comunicarmi, capivo qualche parola, però però non potevo fare un discorso. È stata una esperienza un po’ mortificante. Il primo giorno di scuola il padre Silvio mi ha presentato, c’erano tutti i professori presenti, gli studenti erano schierati ad ascoltare il loro rettore che non era nemmeno capace di parlare!

Ad ogni modo mi sono sentito bene accolto, lo stesso anche la gente sempre attenta e rispettosa. 

Ai primi di Marzo sono tornato a Bogotá perché era necessario andare al ministero per avere la nomina di cinque professori che mancavano... in quel caso si andava in aereo, con il DC3, e pensavo viaggiare più comodo, sicuro e alla svelta... se non fosse che in quel mio primo viaggio si è fuso un motore e siamo stati costretti a un atterraggio di emergenza nell’aeroporto di San Vicente da dove eravamo partiti pochi minuti prima. Ho dovuto rifare il viaggio in bus.

Quale è stata la mia sorpresa quando, arrivato al ministero per chiedere la nomina, dopo un viaggio avventuroso anche quello, il funzionario che mi stava assistendo mi ha detto candidamente: “ma padre, non abbiamo professori che vogliano andare a San Vicente del Caguán. Veda un po’ lei come può fare: prende qualche maestro di là, quel che trova, e noi dopo lo nominiamo”. E così ha dovuto fare.

Poi i maestri non erano nemmeno degli stinchi di santo, facevano combriccola con gli studenti, il fine settimana erano capaci di ubriacarsi insieme. Mi sembrava necessario avere un po’ più di etica nel lavoro. Quando sono tornati dopo la Settima Santa ho chiamato l’attenzione e loro mi hanno detto: “se voi da noi un’atteggiamento diverso, noi vogliamo essere pagati il 27 di ogni mese”. Sapevo che era una richiesta impossibile: i soldi arrivavano a Florencia alla fine del mese e il contabile doveva andare fin là per prelevarli, non potevano esserci il giorno che loro dicevano. Con un po’ di dialogo abbiamo pattuito il pagamento per il 5 del mese successivo.

Appena arrivò il giorno cinque, dopo la messa delle sei –alla stessa ora cominciava la scuola– mi avviai  al collegio e trovai tutti i ragazzi sbandati e che correvano da tutte le parti. Mi parve davvero strano, sapevo che i soldi erano arrivati e non mi sembrava ci fossero motivi per uno sciopero. Quando una segretaria, prima, e l’incaricato della disciplina, dopo, mi cercarono per dirmi che i professori volevano parlare con me ho scoperto che effettivamente la causa di tutto quello era il non avvenuto pagamento. È stato uno sciopero facile da controllare: mi è bastato consultare l’orologio, e dire che il giorno cinque era cominciato solo da sette ore e che prima di sera, tutti sarebbero stati pagati. Anche i professori, in fondo, non erano dei cattivi ragazzi... tutti sono tornati al lavoro.

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Un altro episodio simpatico è stato quando abbiamo avuto la chiesa occupata da “campesinos”, provenienti dalla zona de “El Pato”, durante otto giorni: la ragione era che l’esercito si era messo a combattere con la guerriglia da quelle parti e questa aveva a modo suo convinto i campesinos a scendere a San Vicente. Era Sabato sera e io celebravo la messa delle sette e vedevo tutto un trafficare in chiesa, gente che portava zaini. Finita la messa il padre Silvio mi dice: “hanno occupato la chiesa, per questa notte possiamo anche lasciarli lì, poi vediamo”. Il giorno dopo, domenica, celebravo anche la messa del mattino e la chiesa era pienissima... c’erano i fedeli che pregavano e gli occupanti che dormivano o si stavano appena svegliando. Avevo appena finito di distribuire la comunione ai pochi che solitamente venivano a messa la domenica mattina... e arriva gente con delle grandissime pentole, loro per distribuire la colazione a coloro che avevano passato la notte in chiesa. È stata una settimana molto agitata, esercito e polizia che volevano buttarli fuori violentemente, il padre Silvio –che conosceva bene la situazione– che insisteva nel dialogo. Poi è venuto anche il vescovo Serna, il sindaco... e con i rappresentanti dei “campesinos” si si erano accordati che la gente si sarebbe spostata ai saloni parrocchiali. A me è toccato andare a dirlo a quelli che occupavano la chiesa e in tutta risposta ho avuto un “da qui noi non ci muoviamo, è qui il posto dove ci sentiamo sicuri”. Niente da fare, il vescovo era andato via, il padre Silvio era andato via e io non sapevo che fare con tutta sta gente in chiesa. Ho chiamato il vescovo che ha messo un ultimatum... se non se ne vanno prima di giovedì allora scatta l’interdetto. Mi sono chiesto se queste persone potevano sapere che cosa fosse un interdetto. Bisognava spiegare loro che la chiesa non si poteva usare ed era prossima la festa patronale, le prime comunioni, le cresime... un pasticcio. Nel frattempo la facciata della chiesa si era popolata di striscioni e di cartelli che dicevano a chiare lettere la decisione di non muoversi. Dopo una settimana la situazione si è sbloccata e gli occupanti hanno preso la strada del paese di Puerto Rico. Abbiamo cercato di avvisare là che tenessero ben chiusa la chiesa, ma alla fine si sono stabiliti in un collegio dove sono stati almeno un mese... poi poco a poco sono tornati a casa anche perché l’esercito aveva offerto assistenza, aveva consegnato generi alimentari e le cose si sono placate.

L’anno successivo mi sono spostato a Puerto Rico per un lavoro più pastorale e meno amministrativo per il quale, fra l’altro non ero molto preparato e là sono stato altri sei anni... prima di prendere la strada per Bogotá dove ho fatto un po’ di tutto: vice superiore provinciale, formatore nel seminario teologico, parroco della parrocchia della Consolata nel quartiere del Vergel. I miei anni di missione sono stati abbastanza frammentati a causa delle responsabilità che ho avuto nel corso dei miei anni in Colombia.

Tornai a San Vicente, la mia prima parrocchia, nel 1991 quando il vescovo era Mons. Castro e il vicariato di San Vicente funzionava già da qualche anno. Ho fatti lì altri cinque anni molto belli: vicino alla gente, mi piaceva andare a visitare i villaggi, Mi trovavo molto bene.

Poi nuovamente superiore, per due mandati... e nel secondo mandato è successo quello che ha cambiato in modo sostanziale la mia vita, ho perso quasi totalmente la vista a causa di una malattia alla retina tra l’altro non adeguatamente trattata in un primo momento. Sono tornato in Italia dove successivi interventi medici mi hanno permesso di recuperare una percentuale esigua di vista ma in buona parte la situazione non era reversibile. Ricordo che quando ho mandato la lettera di in cui mi dimettevo da superiore pensavo “beh, la mia vita missionaria termina qui”. In quel momento avevo ancora 58 anni e mi sentivo un po’ depresso per quel che mi era successo e per quello che poteva succedere in futuro. Ho ritrovato animo negli incontri fatti con i missionari e le missionarie anziane, a  Alpignano e Venaria: è stato un momento di sofferenza ma ho capito che nonostante le limitazioni potevo ancora andare avanti, mi sentivo bene, lì c’erano persone che erano più limitate di me. Ho deciso di ritornare, sapevo con chiarezza che non saprei più potuto tornare nella prima linea missionaria, ma mi sono dato da fare... ho perfino fatto il superiore della casa provinciale e ho trovato la collaborazione molto bella del padre Carlos Olarte, lui stava lavorando alla rivista, che mi accompagnava per la spesa o altre attività dove fosse necessario guidare la macchina.

Dopo qualche anno sono stato spostato alla parrocchia Maria Madre delle Missioni e ormai sono un bel po’ di anni che sono là. Malgrado le limitazioni sono contento e sono sereno, anche quella la considero una bella esperienza. La messa la posso celebrare col tablet sul quale ho il messale a caratteri cubitali; posso confessare, lo faccio durante ore; fino all’anno scorso ho perfino avuto la responsabilità del gruppo giovanile e anche altri gruppi. In parrocchia ci sono 11 case di anziani che posso visitare. Ci sono tre centri di recupero di drogati... posso visitarli, qualche volta celebro la messa... le mie giornate sono assolutamente piene. Ho intenzione di continuare in questo, alla fine una vita davvero appagata, finché il Signore vorrà.

Padre Stefano Camerlengo è superiore generale dei Missionari della Consolata da 12 anni e ha fatto parte della Direzione Generale da 18. In questi giorni si celebrerà il Capitolo Generale che, fra le altre cose, dovrebbe nominare il suo successore. Nelle prossime quattro settimane il sito ospiterà alcuni sui interventi nei quali ricorderà alcune tappe significative della sua storia e riflessioni sul suo lungo mandato. Parlando del futuro della comunità che ha accompagnato da anni ha sintetizzato il suo atteggiamento carico di speranza dicendo: “il meglio sta ancora per venite”. 

In Repubblica democratica del Congo, o meglio in Zaire, come si chiamava allora, ho fatto la mia prima esperienza di missione, come diacono. Questo percorso è stato così positivo, e grande era il legame con la gente, che ho chiesto di essere ordinato sacerdote in mezzo a loro. La comunità nella quale avevo lavorato, mi aveva accettato come figlio: era la «mia nuova famiglia». 

Dopo l’ordinazione, passai un periodo di missione in Italia, nell’animazione missionaria e nell’accoglienza dei migranti, per tornare poi finalmente in Congo.

Qui ho fatto diverse attività. Ho vissuto in foresta, condividendo la mia vocazione con la gente dei villaggi più sperduti. Ho prestato servizio nella formazione dei giovani missionari e, infine, sono stato responsabile del gruppo dei missionari che lavoravano a Kinshasa, la gigantesca e brulicante capitale. 

L’esperienza in Congo è stata per me un grande dono di Dio. Ho vissuto momenti difficili per la situazione travagliata del paese. Ho sentito forte dentro di me il senso d’impotenza. La missione è anche questo: ti trovi a vivere situazioni nelle quali non hai potere su niente e devi condividere anche questa «inutilità». La missione è stata per me soprattutto «condivisione della debolezza». I pigmei dicono: «Lo scoiattolo è piccolo, però non è schiavo dell’elefante!». Questo per me è il Vangelo: la forza debole dei poveri. 

Poi ci sono esperienze bellissime, autentiche gocce di speranza che ti permettono di andare avanti, anche quando il cammino si fa troppo complicato. Come durante la guerra in Congo, quando ho dovuto abbandonare la missione, scappare con altri abitanti del quartiere, perché ci hanno informato che stavano per bombardare la zona. È un esodo di tristezza, di abbandono, di pianto. Ho vissuto con la gente sulla strada per tre giorni, sfollati. Finiti i bombardamenti ero pronto a tornare a vedere cosa era successo alla missione. Mi alzai, e allora, come per incanto, anche la gente si mise in piedi e decide di rientrare con me. Il missionario come vero pastore che in nome di Gesù riunisce, indica il cammino, marcia con la sua gente, da forza. Una cordata di fraternità e speranza!

Vita di missione

Queste esperienze di vita missionaria mi hanno marcato profondamente e me le porto dentro ancora oggi, in tutti i servizi che sono chiamato a svolgere. In particolare, posso riassumere tre idee-forza che non mi abbandonano mai.

1. Dobbiamo essere «degni» della missione, non dobbiamo aspettarci il ringraziamento della gente per la nostra presenza. Siamo noi che dobbiamo ringraziare perché ci accettano tra loro.

2. Nella missione è sempre di più quello che ricevi rispetto a quello che riesci a dare. Alla fine, ti trovi a essere sempre in debito, sia con la gente che con Dio Padre.

3. Se vuoi vivere e condividere la tua vita con gli ultimi e i poveri, devi accettarli per quello che sono e non come tu li vorresti; questo è l’inizio di ogni servizio e di ogni cambiamento.

La prima guerra del Congo

Durante la prima guerra del Congo, novembre 1996 – maggio 1997, ero vice superiore regionale e direttore del nostro seminario filosofico a Kinshasa. Tenevo i contatti tra la Direzione generale a Roma e cercavo notizie sui nostri confratelli nell’Est del paese, dove i ribelli tutsi Banyamulenge, appoggiati da rwandesi e ugandesi, combattevano le truppe di Mobutu. Questi fu poi rovesciato da questi eserciti arrivati a Kinshasa nel maggio del 1997. 

Le telefonate con Roma avevano tenori del tipo: «Le comunicazioni con i nostri missionari dell’Alto Zaire (Isiro, Doruma e Wamba) sono interrotte. I militari zairesi (l’esercito regolare di Mobutu), fuggendo dai ribelli Banyamulenge, saccheggiano quello che trovano sul loro passaggio. A Isiro per ora hanno confiscato le macchine, con la scusa di mantenere l’ordine nella zona. 

È arrivato a Kinshasa il penultimo volo da Isiro con 180 persone a bordo. Con loro c’è anche il nostro fratel Angelo Bruno. Gli è stato consigliato di ritirarsi perché era continuamente sotto pressione. Essendo meccanico, infatti, i militari zairesi ricorrevano notte e giorno a lui per farsi aggiustare i mezzi. Era andato per qualche giorno nella missione di Neisu e ora si trova a Kinshasa, in attesa di rientrare in Italia. Il vescovo di Isiro, e i missionari, si sono organizzati per nascondersi nella foresta. Hanno identificato alcuni posti e vi stanno portando tutto ciò possa servire per la sopravvivenza. 

A Kinshasa si è costituto un Consiglio dei religiosi, per valutare di giorno in giorno la situazione e prendere eventuali provvedimenti. Inoltre, io sono in permanente contatto con il Nunzio e con le autorità ecclesiali». 

O ancora: « Le comunicazioni via radio con Neisu e Wamba sono interrotte. Le informazioni che si ricevono sono incerte, tuttavia siamo sicuri che la città di Isiro è stata saccheggiata dai militari di Mobutu. Tutte le case dei religiosi sono state depredate, inclusa la nostra casa regionale e il vescovado». 

In quei frenetici giorni di dicembre 1996 e gennaio 1997, la guerra imperversava ad Est e temevamo per la sorte dei confratelli. Altri miei resoconti di quei giorni: «Dal 29 dicembre mi sono potuto mettere in comunicazione via radio con i nostri confratelli di Neisu. Hanno confermato il saccheggio della missione perpetrato durante la notte del 25 dicembre. Silvio Gullino e Rombaut Ngaba sono riusciti a scappare in foresta, dove si erano rifugiati gli altri dei nostri e le suore di Brentana. 

Le comunicazioni con Wamba sono invece più difficili. I Comboniani di Kisangani fanno il ponte radio tra Kinshasa e Wamba. Sappiamo così che in nostri missionari sono rifugiati in foresta».

La Direzione generale era molto preoccupata anche per la situazione di Kinshasa, dove i ribelli sarebbero poi arrivati. In capitale eravamo in sette missionari e quindici seminaristi del seminario teologico, molti dei quali non zairesi. Io restavo in stretto contatto con le ambasciate per un eventuale piano di abbandono del paese.  

I ribelli, appoggiati dagli eserciti rwandese e ugandese, arrivarono a Kinshasa a maggio. Deposero Mobutu, che aveva governato il paese per 27 anni. Al suo posto insediarono Laurent-Désiré Kabila, già guerrigliero in lotta contro il regime da molto tempo. Gli serviva avere un congolese come capo di stato, per nascondere l’occupazione straniera.

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La seconda guerra del Congo

Kabila però cercò rapidamente di sbarazzarsi degli alleati stranieri, troppo scomodi, perché interessati alle enormi risorse minerarie del paese. Di qui il tentativo di colpo di stato e il tragico bagno di sangue del 2 agosto 1998.

Iniziò così la Seconda guerra del Congo (1998-2003), detta anche «Guerra mondiale africana», a causa del numero di eserciti e milizie coinvolte.

In quel periodo mi trovai a gestire situazioni che non avrei mai immaginato.

Ciò che mi spaventava in quei momenti era la rabbia della gente. La guerra trasforma le persone facendo emergere la loro parte peggiore. In quei giorni, se prendevano un ribelle (miliziano o soldato straniero, ugandese o rwandese), non c’era possibilità di salvezza per lui, lo bruciavano vivo: un copertone intorno al collo, un po’ di benzina e un fiammifero.

In queste situazioni di psicosi collettiva, dove si giunge addirittura a misurare il naso della gente per decidere se è un ribelle ugandese oppure no, si perde il senso dell’umanità, e non c’è più niente che possa trattenere dall’assassinare il conoscente, il vicino, l’amico, anche per un minimo sospetto. 

Nell’agosto del 1998 i ribelli erano arrivati in città per conquistarla. Noi siamo rimasti per quasi una settimana alla mercé di tremila soldati nemici, che avevano invaso la nostra collina (sulla quale si trovava il seminario e altre case di congregazioni). I militari regolari di Laurent-Désiré Kabila, visto il numero degli invasori, erano fuggiti a fondovalle, e laggiù avevano organizzato la difesa della città. Hanno continuato a sparare per tre giorni senza sosta e noi eravamo tutti chiusi in casa. 

Gli ugandesi avevano bisogno di mangiare e qualcuno era ferito, così hanno iniziato a visitare i conventi e le fattorie. Sono venuti anche da noi, ci hanno detto di stare tranquilli, che ce l’avevano solo con Kabila. Parlavano swahili e anche io me cavo con questa lingua: grazie a Dio, altrimenti sarei morto!

La gente del quartiere era terrorizzata e nessuno sapeva cosa fare, allora abbiamo cominciato ad accoglierla, per rimanere un po’ uniti. C’erano sbandati e molti bambini soli perché i papà erano fuggiti per paura di essere presi dai soldati. Avevano fame, e abbiamo organizzato un’accoglienza e preparato del riso e altro cibo che rimaneva nelle scorte del seminario. Era poco quello che avevamo, e lo abbiamo condiviso con la gente. 

L’esodo e il pastore

Dopo tre giorni, è arrivata la notizia che i soldati di Kabila avrebbero bombardato la nostra zona, allora la gente ha cominciato a fuggire all’impazzata verso il fondovalle. 

Il tutto è avvenuto in maniera precipitosa, senza avere la possibilità di pianificare niente. Ho preso uno zainetto con quattro documenti dentro e niente altro, né cibo, né biancheria e siamo andati con la gente. C’era una fiumana di persone che scendeva la collina, ciascuno si tirava dietro i bambini, una pentola, due stracci… altro che esodo!

Dovevamo attraversare i posti di blocco militari e ogni volta mi hanno minacciato e molestato più degli altri. Poi non so cosa sia successo, ma mi sono ritrovato in ginocchio sulla strada con un mitra puntato alla testa. Ce l’avevano coi i bianchi (i soldati regolari): «Voi preti avete aperto le chiese, avete accolto i ribelli ...». In effetti erano entrati anche nelle nostre chiese, ma quando ti trovi tremila soldati armati, cosa fai? A quel punto rimasi muto d’incredulità, di stordimento, di paura. E poi mi è entrata una grande pace. Non so quanto sono rimasto in quella posizione, un minuto o un’eternità. So solo che quando ho riaperto gli occhi non ho visto più nessuno e allora ho rincorso la gente e ho continuato il mio esodo, sentendomi… risorto!

Tre giorni dopo, era domenica, quando il bombardamento è cessato, c’è stato un momento molto toccante. La gente mi si avvicinava per dirmi: «Grazie padre, perché sei rimasto con noi» e tante altre parole di amicizia e solidarietà. E poi i confratelli che mi cercavano, insomma è stato bellissimo reincontrarci.

Lunedì mattina, ho preso il coraggio a due mani e ho deciso di tornare alla casa. Mi sono messo in cammino con i tre seminaristi e alcuni amici e, come per miracolo, la gente in massa si è accodata camminando dietro di noi. Più salivamo la collina e più la processione si ingrossava. Se il venerdì la nostra era stata una discesa drammatica, il lunedì è stato un rientro glorioso, pieno di speranza. 

 

Il missionario oggi

Non è facile oggi, nel mondo attuale, guidare un istituto internazionale come il nostro. Saper leggere il segno dei tempi a livello mondiale ed essere profetici per il futuro. Più che certezze, in effetti, mi porto dietro dei desideri.

1. Che tutto sia fatto in nome della missione, in altre parole, che si possa mettere la missione sempre e comunque al primo posto.

2. Che ogni decisione, anche se dolorosa, sia presa nel rispetto delle persone, sia dei missionari, sia della gente locale.

3. Che coloro che camminano con più fatica siano i nostri «preferiti».

4. Che si impari a essere più positivi che negativi, sempre e comunque portatori di speranza in mezzo a tanta disperazione.

Il ruolo del missionario oggi è cambiato, perché la società, la chiesa, il mondo sono cambiati e stanno vivendo un profondo processo di trasformazione.

Il missionario deve essere un «ponte» tra le culture e, soprattutto, tra chiesa e società in mutazione. Una società con la quale la nostra azione deve confrontarsi, che non deve essere vista come la «bestia» da combattere, ma come realtà da capire e luogo «dello spirito», dove Dio parla ancora a uomini e donne. 

Un altro servizio che vedo per il missionario oggi è quello di richiamare l’attenzione sulla presenza, spesso volutamente dimenticata, di coloro che rimangono ai margini della società e, talvolta, anche della nostra chiesa. Il missionario deve mantenere viva l’attenzione all’altro.

Infine, un aspetto che mi sembra importante per il missionario moderno è il suo impegno a proporre cammini di speranza, lavorando in rete con tutti quelli che cercano di costruire un mondo migliore.

Grazie per la pazienza nel leggermi, grazie per il dono grande della missione e della gente. Mi auguro che con questo scritto possa aiutare a guardare all’altro come un fratello, una sorella, in cammino con me, con te sulle strade della vita!

A tutti e ad ognuno: coraggio e avanti in Domino!

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Padre Stefano in occasione della inaugurazione del Polo Culturale Cultures and Mission di Torino. Foto Marco Bello

I Missionari della Consolata hanno iniziato a Roma il XIV Capitolo Generale. L'incontro si svolge dal 22 maggio al 25 giugno con la partecipazione della Direzione Generale, i Superiori e i Delegati delle tredici circoscrizioni di Africa, Asia, America ed Europa.  Il tema centrale dell'incontro è: "Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra" (At 1,8) come consacrati per la missione ad gentes.

Il Superiore Generale, Padre Stefano Camerlengo, inaugurando il capitolo, ha detto rivolgendosi ai capitolari: “questo è un momento profetico e visionario per affrontare le sfide del mondo di oggi, dove insieme possiamo essere più fedeli al nostro carisma, segnando il nostro comune impegno per la missione ad gentes”. Padre Stefano ha invitato tutti a lasciarsi “guidare dallo Spirito del Risorto”, simboleggiato dalla luce del cero pasquale, che illumina il cammino dei discepoli missionari per essere “una Chiesa in uscita”.

Sinodalità interculturale

Al XIV Capitolo Generale partecipano 41 missionari: 24 africani, 9 europei, 6 latinoamericani e 2 asiatici, in rappresentanza di 13 circoscrizioni. La diversità della provenienza dei partecipanti a questo Capitolo mostra il volto multiculturale dell’Istituto con le sue relative dinamiche interculturali. I rappresentanti hanno diversi volti e storie, ma tutti sono identificati con il Carisma lasciatoci dal Fondatore, il b. Giuseppe Allamano:"consacrati per la missione ad gentes per tutta la vita". Questo è un segno di speranza.

Il cammino di preparazione al XIV Capitolo Generale ha seguito un percorso ispirato alla pratica della sinodalità. È iniziato più di un anno fa con il documento preparatorio inviato a tutti i missionari e alle comunità. L'ispirazione biblica tratta dal libro dell'Apocalisse ci ha invitato ad ascoltare "ciò che lo Spirito dice oggi all'Istituto". Con le risposte e i contributi la Commissione precapitolare e la Direzione generale hanno preparato il documento dei Lineamenta che ha sviluppato due nuclei tematici: a) Identità e Carisma: bere alla propria fonte; b) Missione: un Istituto in uscita.

Con i contributi dello studio dei Lineamenta, è stato preparato l'Instrumentum Laboris per il XIV Capitolo Generale. I temi principali sono: il missionario nella comunità (identità e carisma); un Istituto in uscita (la nostra missione ad gentes); organizzazione ed economia per la missione.

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Momento di grazia e di proiezione

Celebrato ogni sei anni, il Capitolo Generale è un momento di grazia in cui l’Istituto si ferma a riflettere sulla vita e sulla missione ad gentes. Oltre all'elezione del Superiore Generale e del suo Consiglio, è l'occasione anche per valutare il cammino percorso, prendere decisioni sull'organizzazione e proiettare il futuro con creatività e rinnovato slancio missionario.

Coi suoi 122 anni di storia, l'Istituto dei Missionari della Consolata è oggi una Congregazione multiculturale e internazionale che conta  906 missionari provenienti da 30 paesi, che vivono in 231 comunità in 29 paesi in Africa, America, Asia ed Europa.

C’è un pensiero –da qualche tempo mi è venuto in mente– che voglio condividere con voi e ha un po’ a che vedere con i miei 50 anni di sacerdozio che il prossimo mese di settembre celebrerò. Sono nato in un paese della provincia di Caldas in Colombia che era composto quasi nella sua totalità da cristiani cattolici, in una famiglia di persone molto devote educate, fin da piccole, nei principi della religione cattolica. 

Era inevitabile che la mia formazione fosse eminentemente cattolica: sacramenti a suo dovuto tempo; battesimo, cresima, prima comunione e, in questo contesto, anche il desiderio di essere sacerdote e missionario. In una prospettiva di fede dovremmo dire che Dio ci ha quasi portato  per mano, è intervenuto in modo determinante nella storia di ognuno di noi. Personalmente ho sempre considero un privilegio non solo essere un cristiano cattolico, ma anche essere un sacerdote missionario.

Ora mi chiedo, se invece di essere nato in Colombia e in America Latina fossi nato in India o in Pakistan, in Giappone o in Cina, come sarei in questo momento? Potrei essere musulmano, buddista, animista o confuciano? E se così fosse questo che significato avrebbe per me e per la mia vita? Forse, ma in tutt’altra prospettiva, direi lo stesso che ho appena affermato, che sarebbe un privilegio essere... e che anche lì Dio mi ha fatto diventare ciò che sono.

Sarà possibile che tutti quelli che appartengono ad altre culture ed altre religioni debbano essere in qualche modo infelici per il semplice fatto che io mi senta fortunato per essere nato in condizioni diverse e lontane? 

Diciamo giustamente che la buona notizia di Gesù è così valida e buona che dovrebbe arrivare fino ai confini della terra in modo che tutti possano entrare a far parte dell'ovile della nostra comunità cristiana... eppure quella meta sembra ogni giorno più lontana per le concrete condizioni e possibilità della chiesa oggi. Ci sono milioni di persone che probabilmente non avranno la possibilità di ascoltarla la buona notizia di Gesù, o anche solo comprenderla. Cosa vorrà Dio per loro?

Ebbene, io penso che quello che Dio vuole è che siano brave persone, secondo le convinzioni che hanno, e che cerchino di vivere nel migliore modo possibile: in armonia, in pace, in unione, in solidarietà, in collaborazione e servizio. Molte religioni condividono fra di loro principi e orientamenti analoghi e propongono cammini di vita buona per i loro fedeli. Sono convinto che questo è ciò che Dio vuole per ogni essere umano.

Il lavoro missionario in questo senso cambia profondamente: bisogna lasciarsi alle spalle tanto proselitismo, smettere di qualificare i missionari in base al numero dei battesimi che hanno celebrato, dimenticare la massima del medioevo "extra ecclesiam nulla salus", fuori dalla Chiesa non c'è non salvezza.

Oggi il senso del nostro impegno missionario sarebbe certamente diverso. Nella nostra comunità IMC abbiamo alcune esperienze che ci possono guidare: il lavoro con gli indigeni Yanomami in Brasile dove non sono mai stati celebrati battesimi; quello delle missionarie della Consolata nei Paesi asiatici dove hanno aperto missioni con magre o incluso inesistenti comunità cristiane; quella che con loro stesse condividiamo in Mongolia dove la missione si è configurata come una testimonianza discreta, vicine alle persone, trattando di vivere come discepoli di Gesù Cristo.

Il dialogo religioso, interreligioso e spirituale potrebbero definire i nuovi orizzonti della missione. Vivere la misericordia cristiana con i più poveri sarebbe anche un aspetto importante del nostro stare in mezzo ai popoli non cristiani. E poi lasciare che lo Spirito di Dio faccia il resto.

Ci stiamo avvicinando a un nuovo Capitolo Generale e dobbiamo rivedere il senso del nostro carisma di fronte a queste sfide che appartengono propriamente alla sensibilità religiosa del nostro mondo moderno. L'ad gentes, come proposto da Giuseppe Allamano a suo tempo è stato molto puntuale, preciso e chiaro nei suoi destinatari che erano i non cristiani dei popoli dell'Africa. Circostanze successive ci hanno portato in America Latina, che era un continente già largamente evangelizzato.

Dopo il capitolo del 1999 e nei capitoli successivi, abbiamo visto come gli orizzonti del nostro annuncio si sono progressivamente allargati verso altri areopaghi, accogliendo e coprendo tante situazioni umane di povertà. La domanda “ma cosa dobbiamo fare” ci ha accompagnato da allora in tutti i successivi capitoli generali e si è presentata nuovamente anche nella preparazione di questo che è prossimo a celebrarsi.

Bisognerà forse ritornare ad un ad gentes più delimitato come quello che proponeva il Fondatore ai suoi primi missionari oppure dobbiamo continuare a guardare con attenzione e speranza i segni dello Spirito che indicheranno i luoghi dove oggi noi siamo chiamati a seminare la speranza cristiana?

Nel documento di lavoro del Capitolo diciamo che il Beato Allamano, se fosse vivo, si impegnerebbe anche lui sulla strada del discernimento per dare indicazioni per continuare a spendersi nella missione ad gentes. 

Reinterpretare il pensiero del Fondatore secondo questo mondo che ci interpella è forse la cosa più importante che dobbiamo fare nella nostra assemblea capitolare. E poi rivitalizzare la nostra vocazione, la nostra testimonianza, il nostro ministero è anche garanzia di fecondità e occasione per formulare proposte attraenti per i giovani ai quali dobbiamo offrire un progetto con novità e futuro.

Sono molto fiducioso che il capitolo faccia passi in questa direzione e la mia speranza è che, giungendo alle conclusioni finali del nuovo capitolo, si possano scoprire modi rinnovati per continuare a testimoniare Cristo nella missione.

*Orlando Hoyos è Missionario della Consolata, lavora a Bogotá (Colombia) e ha partecipato al corso dei Missionari con 50 anni di ordinazione e professione religiosa appena da poco concluso a Roma.

 

Sogno Amazzonico

"L'amata Amazzonia appare davanti al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero" (QA, 1). 

Con questa illuminazione è nata la voglia di immortalare la bellezza della nostra amata Amazzonia e l’abbiamo fatto per mezzo di un colorato mural. Io sono un giovane a cui piace molto dipingere e creare spazi e momenti creativi, quindi, quando ho visto un grande muro bianco nel nostro Noviziato, la mia mente si è messa a lavorare ed è nata la proposta di realizzare un disegno allegorico che rappresentasse la presenza di Dio nella nostra Amazzonia.

Mi sono ispirato in immagini esistenti per pensare a un contenuto nuovo da esprimere nel nostro mural. Inizialmente avevo pensato in tre rappresentazioni separate che raccoglievano immagini che appartenevano ai nostri popoli nativi, ma poi, dopo essermi confrontato con il maestro e gli altri membri della comunità, sono arrivato alla conclusione che sarebbe stato meglio una sola rappresentazione che unisse tutti gli elementi. Tutti i membri della comunità hanno partecipato nella sua realizzazione: i miei fratelli novizi Ángel e Johan, fratel Tarcisio e il maestro padre José Martin, ci sono stati suggerimenti, collaborazioni e siccome la stessa Amazzonia è segno di diversità e comunità, anche questo lavoro in qualche modo lo era.

Il risultato finale ha una forma di cuore ed è composto da molti elementi che appartengono alla nostra fede e all’ambiente amazzonico nel quale è immerso il nostro noviziato. Quest'opera cerca di risvegliare «il senso estetico e contemplativo che Dio ha messo in noi e che a volte lasciamo atrofizzare» (QA, 56). Ve la presento per parti:

SUL LATO SINISTRO si può vedere la figura di una donna, che rappresenta la Vergine Maria, dipinta con tratti indigeni, perché nostra Madre è sempre vicina ai suoi figli: la Madre che Cristo ci ha lasciato, pur essendo l'unica Madre di tutti, si manifesta in Amazzonia in modi diversi» (QA, 111). Sulla testa ha tre piume che rappresentano la sua verginità prima, durante e dopo la gravidanza.

Attorno ci sono dipinte tre farfalle che volano nel cielo; loro rappresentano l'umiltà, la purezza e l’ubbidienza, le virtù della nostra amata Madre che siamo invitati ad imitare, insieme ad altre che nel mural sono rappresentate dai fiori colorati. 

In braccio ha un bambino che non è solo Gesù ma rappresenta tutti i suoi figli adottivi, ai quali offre conforto e amore. L’Ara, uccello tipico dell'Amazzonia, vuole rappresentare lo Spirito Santo, che feconda, rafforza e fa fruttificare non solo il grembo di Maria ma anche il grembo delle madre terra e delle culture che popolano questo grande polmone vegetale.

SUL LATO DESTRO troviamo l’immagine Gesù Risorto. È dipinto sovrapposto alla mappa dell'America Latina e ci ricorda le sue stesse parole: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Anche se risorto questo Gesù è sagomato come una croce per dirci che non c'è risurrezione, né vita nuova, senza croce e sofferenza. Anche questo Gesù presenta lineamenti e un pennacchio indigena, segno di autorità, che ci vuole ricordare la corona piena di Gloria che non appassisce e per la quale dobbiamo tendere (cfr 1 Pe 5,4).

La mappa dell'America Latina è dipinta con i colori primari, da cui derivano tutti gli altri colori, e questi vogliono rappresentare l’identità e allo stesso tempo il pluralismo e la diversità di paesi, culture e realtà del nostro continente. Il colore verde presente ci ricorda il grande polmone vegetale e altre zone selvatiche e boschive, presenti in questa porzione di mondo. 

Il fiume che attraversa la mappa ci ricorda che “in Amazzonia l’acqua è la regina, i fiumi e i ruscelli sono come vene, e ogni forma di vita origina da essa... l’acqua abbaglia nel gran Rio delle Amazzoni, che raccoglie e vivifica tutto all’intorno... [citazioni di testi poetici di Euclides da Cunha, Os Sertões (1946) e Pablo Neruda, Amazonas in canto general (1938) riportati in QA 43-44]. Queste acque confluiscono in Gesù, quindi, gli indigeni nella canoa si dirigono verso Lui, che è la fonte della Vita Eterna.

Il Tucano, appollaiato su un ramo, è un uccello sacro nelle tradizioni di molti popoli indigeni e permette il legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti, la sua presenza ci ricorda il coraggio e la fatica dei nostri antenati, l'eredità che da loro abbiamo ricevuto come segno di ricchezza culturale, ricerca di migliori condizioni di vita e opposizione ad ogni oppressione. 

Anche in questo segmento del mural sono dipinte tre farfalle che rappresentano i pilastri della nostra fede: scrittura, tradizione e magistero.

Ci sono anche cinque frutti di guaranà, una frutta tipica dell'Amazzonia, molto apprezzata dagli indigeni brasiliani ancora molto prima dell'arrivo dei portoghesi, consumarla aumenta la resistenza negli sforzi mentali e muscolari. La loro particolare forma ad “occhio aperto” ci ricorda l’importanza della scrittura: le quattro vicine all’immagine di Gesù crocefisso e risorto rappresentano i vangeli e invece la quinta, più discosta, ci ricorda l'apostolo Paolo, grande predicatore del Vangelo. Sono rappresentati come occhi aperti perché esprimono la testimonianza di coloro che hanno visto con i loro occhi e l'incontro splendido di quegli uomini e donne che hanno incontrato il Risorto. Come lo ricorda la Dei Verbum  “i Vangeli costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (n.18)

NELLA PARTE CENTRALE c’è un cuore che batte come segno di vitalità e forza. Ci ricorda le parole che il Signore comunicò al profeta Ezechiele: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

Dallo stesso cuore sgorgano acqua e sangue a simboleggiare la misericordia di Dio per l'umanità attraverso suo figlio Gesù, rappresentato da un pesce (simbolo che i primi cristiani utilizzavano per parlare di Gesù). Dallo stesso cuore poi, nella parte superiore, appare una mano che ci parla di lavoro e di un Dio Padre che si prende cura e risolleva i popoli sofferenti. 

hanno un valore simbolico anche le persone che sono rappresentante in questa parte del mural: un giovane e un anziano (la lotta e la saggezza dei popoli indigeni); una giovane donna e una adulta (la purezza e la bellezza dei popoli indigeni e della loro vocazione comunitaria). 

A loro volta sono presenti 2 uomini, 1 giovane e 1 anziano, che rappresentano, e 2 donne, 1 ragazza e 1 adulta, che rappresentano  arricchiti dalla grande cultura della comunità senso.

Tutti insieme ci ricordano che “la lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione umana” che vediamo nei popoli originari dell’Amazzonia. “Essi vivono così il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti e le celebrazioni. Tutto è condiviso; la vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio” (QA 20)

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Infine, nella parte superiore del mural si intravede un cielo azzurro, che ci ricorda la meta e destinazione finale di tutto il nostro camminare, un cielo che è comunque vincolato con il verde delle foglie nella parte inferiore, simbolo di Speranza. Tutta la diversità dei colori rappresenta la diversità di culture, tradizioni, popoli ed esperienze che compongono la bellissima Amazzonia.

* Jhonny González è un novizio venezuelano del Noviziato San Óscar Romero dei Missionari della Consolata a Manaus

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