Il missionario della Consolata italiano padre Matteo Pettinari, quarantaduenne, nato a Chiaravalle (Ancona) e cresciuto a Monte San Vito, è deceduto nel pomeriggio del 18 aprile 2024, a causa di un grave incidente stradale avvenuto a Niakara, villaggio dell’area centro nord della Costa d’Avorio, quando l’auto che lui guidava si è scontrato con un autobus di linea. Padre Matteo lascia il padre Pietro, la sorella Francesca, il fratello Marco e cinque nipoti. La mamma Roberta è mancata tre anni fa.

Il Papa Francesco, durante i saluti dopo il Regina Caeli, nella domenica del Buon Pastore (21 aprile), ha voluto ricordare la figura del missionario generoso: «Con dolore ho appreso la notizia della morte, in un incidente, di padre Matteo Pettinari, giovane missionario della Consolata in Costa d'Avorio, conosciuto come il missionario ‘instancabile’ che ha lasciato una grande testimonianza di generoso servizio» - ha detto il Pontefice, invitando a pregare per la sua anima.

Un missionario con lo spirito dell’Allamano

Sul terribile incidente che ha causato la morte di padre Matteo, preziosa è la testimonianza di padre Stefano Camerlengo che, dopo aver terminato il suo mandato come Superiore Generale, era stato destinato, pochi mesi fa, alla Costa d’Avorio e proprio con padre Matteo erano insieme responsabili della parrocchia di Dianra.

In un messaggio attraverso whatsapp (domenica 21 aprile) ha condiviso con noi quegli ultimi momenti vissuti insieme a padre Matteo. «Davanti a una persona giovane, buona e un missionario instancabile, come ha detto il Papa Francesco, non ci sono altre parole da aggiungere. Uno vuole vivere questo momento nel silenzio, come ho detto questa mattina alla nostra gente in chiesa; silenzio nella comunione tra di noi, nella fraternità e nella preghiera», dice padre Stefano e poi racconta cosa era successo giovedì 18 aprile, quando padre Matteo ha avuto il tragico incidente, sulla strada che, attraversando il Paese, collega il Nord con la capitale Abidjan, sulla costa atlantica.

«Di fronte a un triste evento come questo cosa impariamo? - si chiede padre Stefano -. Sono situazioni che non hanno risposta e che capiremo solo quando saremo con il Signore. Abbiamo davanti una persona buona e generosa che si è donata, un missionario della Consolata con lo spirito dell’Allamano: amore e passione per la gente, voglia di promozione umana per fare crescere le persone; oltre a una grande intelligenza che gli ha permesso di essere aperto a tutti e amico di tutti. Celebriamo la morte di un uomo che, come buon pastore, si è speso per le sue pecore che conosceva, con la preoccupazione anche per quelle che non stavano nell’ovile e le cercava. Credo che questo sia il ricordo più bello di padre Matteo».

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«In comunione fraterna, preghiamo il Signore per il suo riposo eterno e che, per intercessione della Madonna della Consolata, conceda a noi e alla sua famiglia consolazione e pace. Imploriamo per lui dalla misericordia di Dio la luce della Risurrezione» - si legge nella nota pubblicata venerdì 19 aprile dal Superiore generale, padre James Lengarin e dal segretario imc, padre Pedro Louro.

La notizia ha lasciato una grande tristezza per l’improvvisa scomparsa del giovane missionario, pieno di energia e molto attivo nella missione in Costa d'Avorio, dove lavorava dal 2011 e, nel 2022, era divenuto Superiore Delegato per l’Istituto. «Nel grande dolore, ci ancoriamo alla speranza della risurrezione, testimoniata in modo splendido dalla vocazione e dalla vita di Padre Matteo» - rende noto dalla Diocesi di Senigallia la sua comunità di origine con cui manteneva stretto rapporto con progetti in favore della popolazione ivoriana. Attraverso i social, aggiornava sui progressi e gli aiuti che arrivano per la missione.

«Sei volato in cielo ed ora con mamma vegliate su di noi. Il tuo ricordo sarà sempre nel mio cuore e nessuno potrà portarmelo via» - ha scritto su Facebook la sorella Francesca, postando una foto del fratello Matteo in missione, con una bimba in braccio.

Diversi mezzi di comunicazione in Italia hanno riportato notizie e messaggi di cordoglio. Un punto di riferimento era a Monte San Vito padre Matteo, a cui era molto legato e dove tutta la sua famiglia è conosciuta e apprezzata. «La comunità di Monte San Vito – ha scritto il Comune - si stringe profondamente addolorata attorno alla famiglia Pettinari per l’improvvisa perdita di Padre Matteo. Ogni iniziativa in programma verrà rinviata a data da destinarsi» – ha affermato il sindaco Thomas Cillo -. Solo una grande fede può dare spiegazioni a certi eventi e per chi rimane c’è solo immenso dolore».

Amava la preghiera e la Parola di Dio

Padre Alexander Likono, imc, che ha lavorato con padre Pettinari per 13 anni, lo definisce «un uomo di grande fede che amava veramente la preghiera e la Parola di Dio» - dice e aggiunge - «Anche se arrivava stanco, non lasciava mai il suo impegno di preghiera».

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Padre Matteo Pettinari e  Alexander Likono.

Padre Alexander racconta che insieme avevano organizzato la formazione in Costa d’Avorio, poi avevano lavorato nei centri sanitari di Marandallah e Dianra Villaggio. Padre Matteo è stato il suo Vice superiore per tre anni e recentemente erano nella stessa comunità di Dianra.

«Ricordo la sua passione e il suo entusiasmo per la missione, la sua energia e il desiderio di donarsi completamente per il regno di Dio, la salvezza e il benessere di tutte le persone. Era un vero figlio dell’Allamano e della Consolata. Abbiamo perso un missionario molto intelligente e capace di fare tante cose con precisione e ordine. Era un guerriero della missione» - ricorda padre Alexander.

Altre caratteristiche in lui erano il dialogo e l'amicizia. «Padre Matteo era amato da tutti: dai vescovi, preti, confratelli, religiosi e religiose, autorità civili e tradizionali, dai cristiani e anche dai non cristiani. Aveva un cuore grande capace de vedere i bisogni degli altri, facendo il possibile per aiutarli. Sempre era disponibile, anche quando era stanco, o ammalato» - assicura padre Alexander.

Una chiesa per mostrare la bellezza della fede

Presenti dal 2002 nella diocesi di Odienné (Nord della Costa d’Avorio), in zona musulmana e animista, i Missionari della Consolata accompagnano oggi la crescita della Chiesa locale, arricchendola con edifici per l'istruzione e ospedali sanitari. Nel 2019, a Dianra Village è stata inaugurata la nuova chiesa parrocchiale dedicata a san Joseph Mukasa, uno dei martiri d’Uganda, nato nel 1860, martirizzato nel 1885 e proclamato santo nel 1964. Completata dopo tre anni di lavori, la chiesa è umile, ma bella e fa parte del “Progetto pietra rossa’. «Se qualcosa deve parlare di Dio, allora deve parlare il linguaggio di Dio, che è la comunione», aveva detto padre Pettinari all'architetto-capo del progetto di costruzione della chiesa, Daniela Giuliani. Lo raccontava lei stessa in una intervista del febbraio 2023 a L'Osservatore Romano. Parole di incoraggiamento, quelle del religioso, che sono state di grande ispirazione per l'architetto, che proviene dalla sua stessa diocesi: «Padre Matteo mi ha insegnato la via della Chiesa».

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Chiesa parrocchiale dedicata a san Joseph Mukasa a Dianra Village

Nel Dossier sulla Costa d’Avorio, appena pubblicato sulla rivista Missioni Consolata (aprile 2024), padre Matteo così aveva raccontato la missione: «Insieme alle persone con cui condividono questa meravigliosa avventura, i missionari visitano i villaggi per l’annuncio del Vangelo, si aprono alle ricchezze delle culture che li accolgono, realizzano progetti educativi (alfabetizzazione serale e scolarizzazione) e di appoggio all’economia domestica (microcredito per donne e apicoltura). Sperimentano lo stupore della fraternità interreligiosa di cui è intessuto il loro quotidiano e, inoltre, amministrano un centro sanitario che oggi fornisce diversi servizi: dispensario, maternità, studio dentistico, laboratorio analisi, centro trasfusioni, salute mentale, accompagnamento di persone sieropositive e affette da tubercolosi, centro nutrizionale e telemedicina in cardiologia».

Proprio come desiderava il Fondatore, il Beato Allamano, i missionari «annunciano il Vangelo con opere di promozione umana. La sensibilità e lo sforzo per sviluppare un’evangelizzazione “inculturata”sono confluiti nella costruzione della chiesa di Dianra Village, secondo padre Matteo, «per dire la bellezza della fede»-  come spiega nel suo articolo. «Questa chiesa è un’ulteriore testimonianza fatta architettura e arte, capace di parlare della bellezza di Dio e della vita nuova in Cristo a chiunque la contempli (…). La sfida di inculturazione che abbiamo raccolto in questo spazio liturgico crediamo possa raccontare la sfida della missione stessa nel mondo».

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Breve biografia

Padre Pettinari, dopo un periodo nel seminario di Ancona (Italia), era entrato nell’Istituto dei Missionari della Consolata, dove aveva concluso la sua formazione. Al termine dell'anno di noviziato a Bedizzole (BS), la professione dei voti temporanei, il 27 agosto 2006. Si era poi specializzato in teologia biblica a Madrid, in Spagna. Prima dell'ordinazione sacerdotale, dal 2007 al 2009 aveva svolto uno stage pastorale a Sago, in Costa d'Avorio, Paese che aveva mparato ad amare, scegliendolo poi, più tardi, nel servizio missionario.

Ritornato a Madrid, aveva fatto la professione perpetua l’8 dicembre 2009; ordinato diacono il 28 febbraio 2010, era diventato sacerdote l'11 settembre 2010 nella cattedrale di Senigallia. Da allora aveva trascorso 17 anni di professione religiosa e 13 di sacerdozio.

Dopo un periodo di animazione missionaria in Europa, nel 2011 era stato inviato in Costa d'Avorio, Paese che già conosceva e dove ha trascorso la maggior parte della sua vita missionaria, in particolare a Sago, San Pedro e Dianra Village.

Qualche anno fa, in un’intervista a “La voce misena”, periodico della diocesi di Senigallia, padre Matteo aveva detto: «Quello che l’Africa mi ha insegnato è di vivere la vita non a partire dai problemi che ci sono o che non ci sono, che potrebbero esserci o non esserci, ma dalle relazioni che, comunque e sempre, sono il sale, la gioia, la ricchezza del quotidiano. Io amo dire quando sono a Dianra - aggiungeva - che abbiamo mille problemi, ma mille e una soluzione, nel senso che le difficoltà, le crisi, la precarietà di ogni tipo non dovrebbero condizionare lo slancio con cui si affrontano le giornate».

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La presenza di consolazione in Costa d’Avorio

L’Istituto della Consolata è presente in Costa d'Avorio dall’inizio del 1996. Attualmente lavorano nel Paese 14 missionari nelle diocesi di Odienne e di San Pedro e nell’archidiocesi di Abidjan. Le comunità imc sono in totale sei (San Pedro, Abidjan, Dianra, Grand-Zattry, Marandallah e Sago). La comunità formativa di specializzazione, ad Abidjan, accoglie cinque studenti professi.

L’impegno per la consolazione ha preso forma in alcune opere: la scuola primaria di Sago (2007), i centri sanitari di Marandallah (2007) e Dianra Village (2012), il microcredito per donne e apicoltura a Dianra e Marandallah (2013). A partire dal 2023, a San Pedro, funziona un Centro di Animazione e Spiritualità Missionaria, promozione vocazionale, mediazione culturale e formazione giovanile.

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Padre Matteo ha partecipato attivamente a questa storia di consolazione. Nella domenica del Buon Pastore e celebrando la 61ª Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, siamo grati a Dio per il dono della sua vocazione religiosa e missionaria. Siamo anche riconoscenti alla sua famiglia per aver ‘regalato’ un figlio alla missione della Chiesa nel mondo e per la presenza arricchente di padre Matteo nella nostra famiglia Consolata.

Il nostro “missionario instancabile” che ha creduto nella Risurrezione e nella vita eterna, e ha compiuto la sua missione come sacerdote religioso della Consolata possa contemplare in eterno la luce di Cristo Risorto e intercedere per noi.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, direttore del SGC.

Il missionario della Consolata padre Rubén Horacio López è morto la mattina del 19 aprile 2024 a Buenos Aires, in Argentina. Aveva 63 anni, 39 di professione religiosa e 35 di sacerdozio. Il religioso ha vissuto la sua Pasqua ed è andato incontro a Dio, che ha amato e servito.

Il comunicato ufficiale dei Missionari della Consolata della Regione Argentina esprime i tanti sentimenti di dolore e di gratitudine che provengono da molti luoghi dove padre Rubén ha prestato servizio come missionario: "Oggi il nostro fratello ha terminato il suo pellegrinaggio sulla terra ed è andato alla casa del Padre. Ringraziamo Dio per la sua testimonianza, il suo ministero, la sua consacrazione e la sua dedizione alla missione ad gentes".

Nato a Buenos Aires il 21 luglio 1960, p. Rubén è entrato nel Seminario della Consolata e ha studiato filosofia in Argentina, poi si è trasferito in Colombia e a Bucaramanga ha fatto il noviziato ed emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985 per poi studiare teologia a Bogotá. Si è specializzato a Roma, in Italia, ed è stato ordinato sacerdote il 9 settembre 1988.

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Padre Rubén participa dell'Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá, Colombia nel 2018. Foto: Julio Caldeira

I suoi primi anni di missione li ha vissuti a Punín, in Ecuador, con le comunità indigene Kichwa Puruhá. Successivamente è tornato in Argentina, dove ha lavorato nelle parrocchie di Pirané (Formosa), San Salvador de Jujuy e Merlo (Grande Buenos Aires). Fu anche formatore dei giovani del seminario propedeutico e di quello filosofico di Buenos Aires e Jujuy. In vari periodi fu consigliere, vice-superiore e superiore regionale dei Missionari della Consolata in Argentina.

Non risparmiava alcuno sforzo per stare con la gente

Era conosciuto come "missionario in cammino", perché si sforzava di andare il più delle volte "a piedi" per incontrare le persone, le famiglie e le comunità. Era noto per la sua vicinanza, amicizia, semplicità e umiltà, ed era un grande consigliere, pastore e guida.

Di fronte al dolore per la sua partenza, abbiamo ricevuto diversi messaggi di ringraziamento che ricordano la testimonianza missionaria del padre Rubén López.

Sofía Rodríguez, formata nei gruppi giovanili della parrocchia di Nostra Signora di Pompei, a Merlo, ricorda che padre Rubén è stato "un grande amico, sacerdote, attento alla comunità, preoccupato per le case e le famiglie, formatore di molti che ora sono sacerdoti". Ricorda come ogni “mate”, chiacchierata, “empanada” o qualsiasi altro cibo di cui era ghiotto diventava anche una occasione per organizzare la celebrazione eucaristica o mostrare come essere comunità senza trascurare l'altro, anche se diverso da noi. “Ci insegnava a chiedere perdono anche se doveva accompagnarci per farlo; a risolvere situazioni difficili sempre con il dialogo e l’ascolto; a credere in chi diceva la verità, anche se non aveva tutti i documenti in regola. Lo ringraziamo per ogni battuta ironica che ci ha fatto pensare o racconto che lasciava sempre delle cose belle su cui riflettere”.

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XIII Capitolo Generale a Roma nel 2017. Foto: Jaime C. Patias

I migranti boliviani di Merlo, ricordando che "ha accompagnato la nostra comunità per molti anni con le sue messe e le sue preghiere, partecipando sempre nei nostri usi e costumi. Non dimenticheremo mai le volte che ha visitato le nostre case portando la parola e la benedizione di Dio. È stato parroco, amico e grande guida per tutti noi”.

Un missionario delle periferie e un viaggiatore

Il missionario laico della Consolata Mario Miranda, che ha vissuto e lavorato con padre Rubén per molti anni, dice che "era un grande missionario ovunque andasse, un amico intimo, sempre preoccupato per i più vulnerabili e bisognosi di conforto. Un missionario attento alle periferie e preoccupato di lasciare comunità ben organizzate e dedite alla missione e all'evangelizzazione. Era un uomo semplice, umile e missionario che camminava molto per visitare le famiglie e i malati. Siamo molto dispiaciuti per questa perdita, ma apprezziamo il messaggio che ci ha lasciato con la sua testimonianza".

Suor Nair Sassi, missionaria della Consolata, ha ricordato il suo periodo di servizio alle suore anziane in Argentina: "padre Rubén veniva ogni giorno a celebrare la Messa. Pioggia, sole, freddo o caldo, veniva sempre camminando per quasi cinque chilometri. Non misurava sforzi per partecipare a riunioni o per la celebrazione eucaristica e le feste; quando una sorella era malata veniva subito a darle l'unzione degli infermi, ad ascoltare la sua confessione, a parlare con lei e a darle una benedizione. Per noi è sempre stato un vero fratello missionario della Consolata. le siamo eternamente grate per tutto quello che ha fatto per noi”.

Anche la parrocchia di Nostra Signora di Pompei di Merlo ha inviato una nota di cordoglio: "Oggi è con profondo dolore e tristezza che diamo l'addio a una persona che è stata una parte molto importante della nostra parrocchia, il nostro parroco Rubén López, che è stato più di un parroco: era un amico e una grande guida per tutti, soprattutto per i più giovani. Accompagniamo nella preghiera la sua famiglia e tutti coloro che hanno conosciuto il nostro caro padre Rubén, che oggi è tra le braccia del Padre Celeste".

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Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá

Breve biografia

Figlio di Manuel Antonio López e Irma Rosa Esnoz, padre Rubén Horacio López è nato il 21 luglio 1960 a Buenos Aires, in Argentina. È entrato nel seminario dei Missionari della Consolata in Argentina, dove ha studiato filosofia. In Colombia ha vissuto l'anno di noviziato a Bucaramanga, dove ha emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985, per poi trasferirsi a Bogotá perla teologia.

Dopo la teologia si è trasferito in Italia, a Roma, dove si è specializzato in Storia della Chiesa, e nel 1988 ha emesso la professione perpetua (25 marzo); è stato ordinato diacono (16 aprile) e, in Argentina, sacerdote (9 settembre). La sua vita missionaria cominciò l’anno dopo e queste sono state le sue attività:

1989-1995: Vicario e parroco a Punín, Chimborazo (Ecuador).
1995-1999: Vicario e parroco a Pirané, Formosa (Argentina).
1996-1999: Consigliere regionale dei Missionari della Consolata (Argentina).
2001-2003: Parroco ed economo a Jujuy (Argentina).
2002-2005: Consigliere regionale dei Missionari della Consolatain Argentina
2003-2007: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires
2005-2008: Superiore regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires.
2008-2015: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires.
2010-2019: Vicario e parroco a Merlo, Buenos Aires.
2016-2019: Vice-Superiore regionale dell'Argentina.
2019-2024: Vicario, superiore locale e formatore a San Salvador de Jujuy, (Argentina)
2024: assegnato alla Casa Regionale di Buenos Aires per cure mediche, dove è morto la mattina del 19 aprile.

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I missionari della Consolata argentini Mauricio Guevara e Rubén López a Bogotá, Colombia.

La Messa funebre è stata celebrata nella cappella della Casa Regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires la mattina del 20 aprile e il nostro caro Padre Rubén López è stato sepolto nel Cimitero di Luján.

* Padre Julio Caldeira, IMC, è missionario nell'Amazzonia brasiliana.

Il “barcone ospedale” è finalmente arrivato nella comunità di Nabasanuka martedì 16 aprile per assistere a nuovi casi di una rara malattia che fino al 19 aprile aveva causato la morte di oltre 20 indigeni Warao, la maggior parte dei quali bambini tra i 4 e i 12 anni. Tutte queste vittime presentavano sintomi simili, come febbre, mal di testa, dolore al collo, convulsioni e pressione toracica.

La “Barcaza" (foto) era stata promessa dalla governatrice dello Stato Delta Amacuro in Venezuela, la sig.ra Lizeta Hernández, in una conferenza stampa del lunedì 15 aprile, quando aveva fatto riferimento a questa situazione sanitaria. Una commissione formata dal viceministro della Sanità e da alcuni medici epidemiologi è arrivata anche a Tucupita, la capitale dello stato, per fare una diagnosi e poter fermare questa epidemia.

20240419WaraoIn un messaggio condiviso sui social, il missionario della Consolata, padre Andrés García, ha ringraziato il governo per queste azioni, sottolineando che è stato fatto un grande passo, ma allo stesso tempo ha lanciato un appello urgente per accelerare il ritmo delle cure perché "stiamo lavorando contro il tempo, mentre la malattia continua molto rapidamente a fare vittime ".

D'altra parte, la governatrice Lizete Hernández ha dichiarato mercoledì 17 aprile che i primi decessi dei bambini Warao nelle comunità di Sakoinoko, Yorinanoko e Mukoboina, che erano stati registrati nella prima settimana di questo mese, sono ora sotto controllo. "Grazie a Dio, abbiamo contato tre giorni consecutivi senza morti", ha detto, rivelando che i trattamenti applicati sono risultarti efficaci. Tuttavia, ha precisato la governatrice, non si sa ancora quale sia la patologia, per cui diversi campioni sono stati inviati ai laboratori della città di Caracas e, "una volta ricevuti i risultati, vi informeremo di conseguenza".

La malattia rara continua a uccidere, dicono le famiglie

La governatrice assicura che "la situazione è sotto controllo", ma secondo le informazioni fornite dalle famiglie di Mukoboina e Jokorinoko, la rara malattia continua a uccidere. In un messaggio diffuso giovedì 18 aprile su un social e confermato telefonicamente da padre Andrés García dalla Spagna e da padre Vilson Jochem, che si trova a Nabasanuka, almeno due bambini sono morti il 16 aprile e altri tre bambini e un giovane il 17 aprile.

"Siamo una sola famiglia, siamo tutti fratelli, cugini,... La gioia di un Warao è la nostra gioia e il suo dolore è il dolore di tutti. È difficile vedere morire ogni giorno uno o più bambini o un giovane, senza sapere cosa stia succedendo", scrive padre Andrés García nella sua pubblicazione in spagnolo e in lingua Warao. Il sacerdote ringrazia inoltre Dio "per aver permesso la presenza delle autorità civili e sanitarie a Mukoboina e Tucupita, aiutate dalle agenzie umanitarie si stanno muovendo per affrontare questa emergenza che sta causando tanto dolore nelle nostre famiglie".

Il missionario invita le comunità a rimanere unite e a pregare. "In questi giorni difficili dobbiamo essere uniti, pregare gli uni per gli altri e con gli altri, e far sì che la nostra preghiera diventi vita, impegno, aiuto. Preghiamo come fratelli e sorelle riconciliati, pieni di fiducia e di speranza in Cristo risorto vincitore del male e della morte. Dobbiamo anche invocare l'aiuto dei nostri antenati, che sono già nel cielo, da dove anche noi siamo venuti”.

Le cause della malattia

20240419Warao6Secondo padre Andrés, i medici si esprimono poco, ma alcuni, in modo non ufficiale, hanno parlato di un possibile ceppo di meningite. In situazioni come questa, è importante conoscere le cause della malattia per informare la popolazione sulle misure sanitarie adeguate a prevenirne la diffusione. "Per questo dobbiamo essere pronti a collaborare in tutto, a informarci sulle abitudini igieniche che dobbiamo seguire per evitare il contagio; a informarci su come accompagnare i malati e le loro famiglie, come piangere i morti e come seppellirli”.

Finora le comunità più colpite sono Mukoboina e Jokorinoko, ma molte famiglie si stanno spostando a Siawani, in fuga dalla malattia e dalla morte, con il rischio di contagiare altre popolazioni. Ciò che preoccupa è il ritardo nell'ottenere i risultati delle analisi dei campioni raccolti e inviati al laboratorio di Caracas, la capitale del Paese.

Le organizzazioni umanitarie in loco stanno facendo il possibile per aiutare il governo nei suoi sforzi per far fronte alla situazione.

Timore di una nuova ondata di morti simile a quella del 2008

Il territorio interessato si trova in una giungla molto fitta, a otto ore di barca da Tucupita. Questo caso fa temere una nuova ondata di morti improvvise, come era successo nel 2008 quando 39 Warao, tra i quali adulti, giovani e bambini, morirono anche allora a causa di una rara patologia.

In quell'occasione, una commissione dell’Ufficio Sanitario dello Stato del Delta Amacuro e investigatori del Ministero della Salute furono inviati a raccogliere campioni di sangue e di espettorato, ma i risultati di laboratorio non sono mai stati resi pubblici.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Segreteria per la Comunicazione.

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Il Centro di Formazione e Cultura Indigena presso l'ex Missione IMC di Surumu a Roraima, nord del Brasile, ha ospitato un incontro per lanciare la seconda parte del progetto “Bem Viver” (Vivere Bene) per le comunità della riserva indigena Raposa Serra do Sol (Ti Rss).

All'incontro tenutosi dal 10 al 13 aprile, ha partecipato il responsabile del progetto e presidente dell'ONG Terra Brasilis, il dottor Reinaldo Francisco Lourival, che da oltre cinque anni lavora con le popolazioni indigene sul tema della gestione del bestiame (allevamento bovini).

I partecipanti erano più di cento persone, tra i quali i coordinatori delle quattro regioni della Ti Rss cioè Surumu, Serras, Baixo Cotingo e Raposa; i coordinatori del progetto M+ Bestiame (Progetto: Una mucca per l'Indio), i leaders Tuxauas, le persone allevatori di bestiame e i giovani che si stanno preparando ad assumere la gestione di bestiame nelle loro comunità. Erano presenti anche alcuni giovani tecnici del settore zootecnico e altri giovani studenti indigeni del Centro di Formazione che si stanno formando nelle tecniche agricole.

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I participanti all'incontro di formazione presso l'ex Missione IMC di Surumu dove nel 2005 furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi dagli invasori.

La prima parte del progetto “Vivere Bene”, della durata di cinque anni, aveva l'obiettivo di costruire alcune strutture e offrire assistenza tecnica per il miglioramento genetico dei bovini. In questo incontro è stata presentata la seconda parte del progetto, che durerà anch'essa altri cinque anni. Lo scopo ora sarà quello di continuare con l'assistenza tecnica per migliorare la qualità e la produzione delle mandrie, ma anche di iniziare a studiare la possibilità di coordinamento tra le quattro regioni del territorio per creare una cooperativa al fine di ridurre i costi di gestione e massimizzare i ricavi della vendita di bovini che devono essere abbattuti per rinnovare continuamente le mandrie.

Nilo Batista André, Il coordinatore del progetto M+ Bestiame nella regione di Serras, ha sottolineato l'importanza del progetto “Vivere Bene”, e ha ricordato che il progetto “M+” ha già compiuto 44 anni di esistenza ed è arrivato come un dono di Dio alle popolazioni indigene attraverso i missionari e la Chiesa di Roraima. Questo ha garantito la conquista e la difesa del territorio, nonché la sicurezza alimentare e finanziaria della popolazione locale. Nilo Batista André ha tuttavia rimarcato come questo progetto ha incontrato qualche difficoltà nel suo mantenimento e crescita, con un conseguente calo del numero di capi di bestiame".

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Nilo Batista ha inoltre spiegato che il progetto, con la sua proposta di miglioramento genetico delle mandrie, "oltre a migliorare la qualità del bestiame, ha incoraggiato i giovani indigeni a studiare e a formarsi come medici e tecnici veterinari per poter assumere questo ruolo, portando il nostro bestiame a un livello più professionale e produttivo".

Circa il 60% della popolazione ha meno di 15 anni, una garanzia per il futuro che, allo stesso tempo, comporta delle sfide.

Commentando sull’incontro di questi giorni, il giovane indigeno Ronison Caetano Pereira, della regione di Serras, ha valutato l'iniziativa come "un'ottima formazione per lui che già lavora con il bestiame nella sua comunità". Questo progetto "apre nuove prospettive con la possibilità di migliorare geneticamente la mandria e permetterà di pianificare meglio la gestione dell'allevamento di bovini nella nostra comunità, che al momento soffre di una prolungata siccità".

La presenza dei missionari della Consolata

Motivati dal carisma ad gentes e con una metodologia che unisce evangelizzazione e promozione umana, i missionari della Consolata sono presenti in Roraima dal 1948, ma solo nel 1971 hanno scelto una chiara opzione per i popoli indigeni. Nel 1972 hanno iniziato a vivere nei villaggi della Ti Rss, in mezzo alla gente. Un cambiamento nello stile di evangelizzazione. Da una prospettiva meramente sacramentale, succube dei poteri forti del latifondo, a una pastorale profetica e liberatrice vissuta a fianco delle popolazioni indigene.

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La svolta fondamentale nella lotta per la liberazione del territorio è stato l’impegno «Ou vai ou racha» (o tutto o niente) quando gli indigeni, il 26 aprile 1977, riuniti a Maturuca, un villaggio a 320 km da Boa Vista, decisero di dire «no alla bevanda alcolica, sì alla comunità» avviando il processo di organizzazione che culminò nella creazione del Consiglio indigenista di Roraima (Cir). Un impegno che comprendeva la lotta all’invasione dei ricercatori d’oro (garimpeiros) e degli agricoltori non indigeni. Questo processo è il risultato di una serie di assemblee iniziate nel 1977 proprio nell'ex Missione di Surumu, dove si è svolto l'incontro in questi giorni. Molto probabilmente è per questo che nel 2005, nella stessa missione di Surumu furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi orchestrati dagli invasori.

Un grande impulso alla causa indigena è stato dato dal successo del progetto “Una mucca per l’indio”, lanciato nel 1980, che prevedeva l’affidamento ad ogni comunità di 52 bovini e che, a sua volta, si impegnava, dopo cinque anni, a consegnare a un’altra comunità altrettanti capi di bestiame. Questa iniziativa sostenuta dalla Chiesa cattolica e da tanti altri benefattori ha contribuito a creare degli allevamenti comunitari di oltre 30.000 bovini e anche  se negli ultimi anni ha visto un calo nel numero di animali.

Nella Ti Rss, una area di 1,7 milioni di ettari (pari alla regione Lazio, ndr) vivono oltre 20mila indigeni Macuxi, Wapichana, Taurepang, Ingaricó e Patamona. Il progetto del bestiame contribuisce strategicamente all'occupazione e alla protezione del territorio, dichiarata «protetta», cioè ad uso esclusivo degli indigeni, nel 2005, dal presidente Lula da Silva. Ma gli invasori non indigeni rappresentano tuttora una minaccia all’autonomia e alla dignità delle popolazioni indigene.

* Padre Luiz Carlos Emer, IMC, missionário em Maturuca, na TIRSS em Roraima.  

Presenta il libro «Cappuccini bresciani in Rezia» del padre Sandro Carminati, Missionario e studioso scomparso nel 2019

È stato presentato, il sabato 13 aprile 2024, nella sala consiliare del municipio di Casto, l’agile volume postumo di padre Sandro Carminati, IMC, dal titolo «Cappuccini bresciani in Rezia» (1622 1830), curato da Alberto Vaglia per le edizioni dell’Associazione Amici della Fondazione Civiltà Bresciana.

20240417CarminatiPadre Sandro, originario del Savallese, è stato autore di importanti studi dedicati tanto a Organtino Gnecchi Soldi, sacerdote gesuita, padre della cristianità giapponese, quanto al cappuccino padre Angelico da Savallo, missionario in Tibet nei primi decenni del Settecento. Dopo essere stato lui stesso missionario per lunghi anni in America Latina, prima in Colombia e poi in Equador, nel 2005 rientrò in Italia svolgendo compiti di rilievo per l’Ordine della Consolata nelle sedi di Torino e Rovereto, fino a essere nominato superiore del Centro missionario di Bedizzole.

Colpito da un male incurabile, sul finire dell’estate 2009, quando avvertì che non sarebbe stato in grado di pubblicare il suo ultimo lavoro dedicato alla missione cappuccina nella regione svizzera della Rezia, padre Carminati affidò la ricerca ad Alberto Vaglia, presidente dell’Associazione Amici della Fondazione Civiltà Bresciana, con preghiera di dare alle stampe il dattiloscritto. Dopo la scomparsa del sacerdote, avvenuta nel novembre 2019, Alberto Vaglia si spese non poco per giungere alla pubblicazione dell’interessante studio, con l’auto di alcuni esperti.

A distanza di qualche anno, l’opera di padre Sandro vede ora la luce. Il testo è frutto di una puntuale ricerca storica, che ripercorre le vicende legate alla missione cappuccina in Rezia, portata avanti dai religiosi della provincia bresciana.

Nelle pagine fresche di stampa, è dato un volto a umili religiosi che hanno speso gli anni migliori della loro vita nel servizio missionario, come d’altro canto fece padre Sandro dal 1984 al 2005. Il volume, arricchito da non poche immagini, riporta l’interessante elenco dei cappuccini bresciani operanti in questa regione della Svizzera, oltre a un breve cenno bibliografico dedicato all’autore, venuto a mancare troppo presto.

* Pubblicato originalmente in Giornale di Brescia, Sabato13 aprile 2024

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