L'ottava Conferenza della Delegazione dei Missionari della Consolata in Sudafrica-Eswatini si è svolta presso il Pax Christi Centre, diocesi di Newcastle-Dundee, dal 13 al 17 maggio 2024.

All'incontro hanno partecipato 15 missionari che lavorano nella Delegazione e due seminaristi del Seminario Teologico Merrivale. Dalla Direzione Generale erano presenti il Vice Superiore Generale, padre Michelangelo Piovano, il Consigliere Generale incaricato della Formazione e degli Studi, padre Mathews Odhiambo e il Consigliere Generale per l’Africa, padre Erasto Mgalama.

Le disposizioni della Conferenza si sono concentrate sui vari modi per valorizzare e rivitalizzare la spiritualità missionaria e il carisma dell'Istituto, nonché per dare impulso all'animazione missionaria e alla promozione delle vocazioni, alla formazione (di base e continua) dei missionari e all'auto sostenibilità economica della Delegazione.

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I missionari partecipanti alla Conferenza  a Newcastle con mons. Jose Luis Ponce de León

La necessità di rafforzare la vita spirituale dei singoli missionari e la vita comunitaria è stata sottolineata sia dai partecipanti alla Conferenza che dalla Direzione Generale. Questa enfasi è stata motivata dalla realtà missionaria sudafricana, in cui le parrocchie hanno spesso un solo missionario a causa delle strutture e delle politiche diocesane o della carenza di personale nella Delegazione.

Padre Michelangelo e gli altri Consiglieri generali hanno insistito sul fatto che la vita comunitaria è fondamentale per il carisma della Consolata e hanno affermato che la cura della propria vita spirituale e l'approfondimento continuo della identificazione con il carisma dell'Istituto sono basi vitali per una sana vita comunitaria, in qualsiasi forma.

“Alcuni di voi non vivono sempre insieme, altri vivono da soli. Questo non è la nostra situazione normale. Per questo motivo, abbiamo bisogno di più maturità, più amore per la famiglia, più identificazione, vivendo tutti quegli aspetti che avete previsto come base della vita comunitaria”, ha ribadito padre Michelangelo. “L'adesione coerente a questi elementi essenziali della vita dell'Istituto avrà un impatto positivo sul modo in cui i missionari condividono e partecipano alla vita della Delegazione e sulle missioni e le persone affidate alle loro cure”, ha aggiunto.

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La Conferenza è stata molto apprezzata da parte dei rappresentanti della Direzione Generale, con enfasi sull’ottima preparazione dell'Instrumentum Laboris. Tuttavia, ai membri della Delegazione è stato chiesto di dedicarsi in modo collaborativo alla realizzazione degli obiettivi della Conferenza. “Sostenetevi e amatevi l'un l'altro, e non lasciatevi scoraggiare dalle sfide che possono presentarsi lungo il cammino", ha sottolineato padre Erasto Mgalama.

Il Superiore della Delegazione, padre Nathaniel Kagwima, nel suo intervento prima della conclusione dell'incontro, ha ringraziato la Direzione Generale per la visita e la guida offerta, soprattutto durante la Conferenza. Si è inoltre congratulato con tutti i membri della Delegazione per l'impegno profuso nella preparazione e nel successo della riunione. Tuttavia, ha esortato i missionari ad avere impegno e prontezza nell'attuazione degli Atti della Conferenza. "Approvando questo documento all'unanimità, abbiamo siglato un'alleanza di sottomissione e di adesione ad esso", ha concluso padre Nathaniel.

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Dopo la chiusura ufficiale della Conferenza, si è celebrato la Santa Messa presieduta dal Mons. Graham Rose, vescovo della Diocesi di Dundee, che ha espresso la sua gratitudine ai Missionari della Consolata per il dono della fede nella Diocesi. Basando la sua omelia sulla Beatitudine, "Beati i poveri in spirito", ha invitato i missionari ad apprezzare il loro costante bisogno di Dio, che è il centro di tutto. “È il Signore che tiene insieme le persone come individui e come comunità e senza di Lui cominciamo a crollare”, ha avvertito il vescovo.

La mattina del 17 maggio 2024, giorno della dispersione, Mons. Jose Luis Ponce de León, IMC, vescovo della diocesi di Manzini in Eswatini, ha presieduto la celebrazione eucaristica. Nella sua omelia, ha affermato che una Conferenza offre sempre una sorta di momento penitenziale, proprio perché “guardando alla nostra vita come individui, comunità e Delegazione, ci rendiamo conto che siamo un po' lontani da ciò che siamo chiamati ad essere, e quindi rinnoviamo la nostra disponibilità a questa chiamata”.

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Padre Mathews, padre Michelangelo e padre Erasto con mons. Jose Luis Ponce de León

In questo senso, ha detto il vescovo José Luis, bisogna fare due professioni: la prima è la professione di fede, che afferma l'intimità con il Signore e la conseguente dipendenza dalla sua grazia e dal suo potere. Questa professione dà la certezza che “attraverso di noi il Signore è all'opera in modi che non possiamo vedere”. L'altra professione, secondo il vescovo, “è quella dell'amore che non solo afferma la propria unione con Cristo, ma spinge anche la persona a incontrare gli altri in una missione d'amore, una missione di consolazione”.

La visita della Direzione Generale alla Delegazione si è conclusa ufficialmente con una Santa Messa il 20 maggio 2024 nel Seminario Teologico di Merrivale. Padre Mathews Odhiambo, è stato il celebrante principale, a nome della Direzione Generale, ha espresso la sua sincera gratitudine e il suo apprezzamento al Consiglio di Delegazione e a tutti i missionari per l'ospitalità offerta loro e per l'evidente grande lavoro che stanno svolgendo.

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Ha anche incoraggiato i seminaristi a dare il meglio di sé per il bene dell'Istituto. “Siete nel posto giusto e nelle mani giuste. La Consolata è una congregazione molto buona, tra qualche anno l'Istituto sarà nelle vostre mani e sarà vostra responsabilità portarlo al livello successivo”, ha detto padre Mathews e ha concluso facendo una breve panoramica della congregazione in Asia, e ha apprezzato particolarmente il seminario per aver sempre donato all'Istituto missionari zelanti per lavorare in Asia.

* John Bosco Othieno, studente del seminario teologico di Merrivale, Sudafrica.

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L'incontro, tenutosi a Newcastle in Sudafrica è iniziato il 13 e durerà fino al 17 maggio 2024 con la partecipazione di 18 missionari e del Vice Superiore Generale, padre Michelangelo Piovano e dei Consiglieri Generali, i padri Erasto Mgalama e Mathews Odhiambo Owuor.

Il primo giorno dell’ VIII Conferenza della Delegazione Sudafrica-Eswatini dei missionari della Consolata (IMC) è stato caratterizzato da diversi eventi. La prima metà della giornata è stata dedicata al ritiro spirituale facilitato da padre Mathews Odhiambo, consigliere generale, che ha invitato i missionari ad essere "impegnati nel Signore".

Usando l'esempio dell'alleanza tra Yahweh e il popolo d'Israele (Esodo 19, 20 - 24), padre Mathews ha esposto meticolosamente come l'impazienza e l'infedeltà abbiano portato gli israeliti alla non osservanza dei loro obblighi del patto dell’alleanza. Egli ha quindi affermato che l'impegno richiede un'adesione responsabile e coerente all’ insieme dei valori definiti come principi vincolanti.

Il “il di più” del Beato Fondatore

Collegando il tema “dell'Impegno nel Signore" alla spiritualità dell’Istituto, padre Mathews ha riflettuto sulla visione e sul sogno del Beato Allamano su come e chi dovrebbe essere un missionario della Consolata. A questo proposito, ha evidenziato due elementi che erano centrali nella nozione di missione e missionario nella mente del Fondatore.

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Padre Mathews ha definito questi elementi come "il di più" del missionario.

Così prima di tutto per il Beato Allamano la qualità del missionario ha la precedenza su tutto il resto. "Prima santo, poi missionario". Pertanto, la santità di vita diventa un prerequisito per essere un buon missionario. La seconda implica l'essere “straordinari nell'ordinario”. Padre Mathews ha poi aggiunto che questi elementi hanno fatto sì che il Beato Allamano valutasse la vocazione missionaria al di sopra delle altre vocazioni cristiane, inoltre, ha affermato il padre, anche nell'attuale orientamento della Chiesa sinodale, il missionario dovrebbe dare un di più rispetto agli altri.

La situazione dell’Istituto

Padre Mathews ha concluso la sua riflessione con una breve analisi della situazione attuale dell'Istituto. Ha condiviso i dati demografici dei missionari nel mondo, con particolare attenzione al Continente africano, che attualmente conta il maggior numero di missionari (originari dell’Africa sono 524; di questi 362 lavorano nel Continente).

Tuttavia, ha sfidato i missionari a fare in modo che l'alto numero di missionari africani si traduca proporzionalmente al livello di impegno dei missionari nel Continente.

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In conclusione, ha affermato che la realizzazione del sogno del Beato Allamano dipende oggi esclusivamente dall'impegno del missionario. Questo impegno è necessario a tutti i livelli: individuale, comunitario, di Delegazione e di Istituto. Il ritiro si è concluso con la celebrazione della Santa Messa presieduta dallo stesso padre Mathews.

Pianificare la missione della Delegazione

La seconda parte della giornata è stata caratterizzata da una sessione generale durante la quale il Superiore della Delegazione, padre Nathaniel Kagwima, ha dato il benvenuto a tutti i partecipanti alla conferenza e in modo particolare ai membri della Direzione Generale. Ha poi esortato tutti i missionari a fare uno sforzo concordato per pianificare bene la missione e il progresso della Delegazione nei prossimi sei anni.

Il vice Superiore Generale, padre Michelangelo Piovano, ha espresso la sua gioia per la visita alla Delegazione e per l'incontro con missionari, secondo lui “vivaci”. Ha poi trasmesso i saluti del Superiore Generale, padre James Lengarin e del Consigliere Generale, padre Juan Pablo che in questo momento sono in visita nel Continente America. Ha inoltre spiegato che i membri presenti della Direzione Generale, partecipano alla Conferenza in qualità di osservatori.

Da parte sua, il Consiglieri per l’Africa, padre Erasto Mgalama, ha evidenziato i punti del Progetto Continentale per Africa che pone grande enfasi sulla vita del missionario nella comunità. Poi ha invitato i missionari a favorire la condivisione di vita nelle comunità.

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Formazione continua

Padre Mathews ha espresso gioia e gratitudine per l'impegno e lo zelo che ha visto nei missionari in Sudafrica e Eswatini. Questa sua osservazione è stata confermata da come i vescovi e i cristiani nelle comunità visitate hanno parlato bene dei missionari della Consolata. Ha tuttavia sottolineato che “il missionario è sempre in formazione; la formazione per il missionario è un processo sempre in corso. Perciò l'ordinazione non fa altro che avviare il missionario a un'altra fase di formazione”.

Infine, la giornata si è conclusa con la conferma e l'approvazione dei moderatori e dei segretari della Conferenza,  del testo dell'Instrumentum Laboris, dei gruppi e del programma di lavoro.

L'attività della giornata è stata infine conclusa con la preghiera dei Vespri.

* John Bosco Othieno, IMC, studente professo nel Seminario Teologico di Merrivale, Sudafrica.

Pubblichiamo la cronaca della visita della Direzione Generale in Eswatini e Sudafrica da parte del Vice Superiore Generale, padre Michelangelo Piovano e dei Consiglieri Generali, i padri Erasto Mgalama e Mathews Odhiambo Owuor.

Arriviamo a Johannesburg il 7 maggio, dopo una notte di volo provenienti da Abidjan, dove troviamo il superiore delegato padre Nathaniel Kagwima Mwangi che è venuto a prenderci. Ci porta nella comunità di Daveyton dove troviamo anche padre Charles Orero Ochieng e padre Michael Miriti M'longi che lavorano in questa comunità e parrocchia di San Nicholas.

Ci portano a visitare le altre parrocchie legate alla comunità di Daveyton e nelle quali essi lavorano: quella di S. Lambert, di S. Martino de Porres e la cappella dedicata a S. Monica. Ognuna ha le sue strutture per le varie attività pastorali.

Verso sera andiamo a Centurion (Pretoria) nella bella sede della Delegazione per riposare. Padre Charles Orero, da ottimo cuoco, ci prepara la cena e la colazione il mattino dopo.

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Comunità di Kwaggafontein nella Diocesi di Pretoria

L'8 maggio visitiamo la comunità di Kwaggafontein nella Diocesi di Pretoria dove lavorano padre John Kapule Okula e padre Samuel Matenge Gitonga. Prestano il loro servizio in due parrocchie nella zona rurale, quella di St. Oliver e della Madonna di Lourdes a Dennilton. Due parrocchie assunte nel 2023 avendo lasciato le altre di Mamelodi che avevamo nella stessa diocesi di Pretoria.

Padre John e padre Samuel ci portano in alcune cappelle, sono molto semplici e vengono visitate periodicamente per la celebrazione della Messa, la catechesi e gli altri sacramenti.

Il mattino del 9 maggio facciamo visita all’arcivescovo di Pretoria, mons. Antony Dabula che ci accoglie con familiarità ringraziando per il lavoro che i nostri missionari fanno nella Diocesi, sia nella zona rurale che in quella urbana. Visitiamo in seguito la parrocchia di Queenswood dove ci accoglie padre Daniel Kivuw’a Mutonye. Ci mostra le varie strutture e la bella chiesa dedicata a Cristo Re. Per il pranzo arriva anche padre Gabriel Joseph Oluoch Kwdeho che lavora in altre parrocchie della diocesi della zona urbana di Tembisa insieme a padre Benedict Thomas Msigwa.

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Visita all’arcivescovo di Pretoria, mons. Antony Dabula

Dopo pranzo partiamo per Eswatini, un piccolo Stato (regno) all’interno del Sudafrica, governato da Mswati III che ne è l'attuale monarca assoluto, nonché capo della famiglia reale Swazi. Anche qui abbiamo alcune presenze nella sua unica diocesi, quella di Manzini, della quale è vescovo mons. Josè Luis Ponce de Leon, missionario della Consolata argentino.

Vi arriviamo dopo quattro ore di viaggio passando attraverso immense estensioni di prati, campi coltivati a granoturco e bestiame al pascolo. Entriamo nello stato di Eswatini dopo aver fatto i vari controlli di frontiera e dei passaporti. È già notte ed attraverso ad una veloce autostrada arriviamo nella comunità di Kwaluseni accolti da padre Peterson Mwangi Muriithi.

Il giorno dopo, 10 maggio, partiamo con padre Nathaniel Mwangi e padre Peterson Mwangi per visitare la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo della quale padre Peterson è parroco e per continuare poi il viaggio verso le altre nostre due presenze nella Diocesi Manzini.

20240512Sudafrica4Raggiungiamo la parrocchia della Madonna del Rosario attraverso una bella strada asfaltata tra grandi piantagioni di pini piccoli e grandi che si perdono a vista d'occhio tra colline e montagne molto simili a quelle dei nostri paesaggi alpini. È una delle bellezze di Eswatini e di questo piccolo regno. Su un pianoro appare la missione con la sua bella chiesa, la nuova casa parrocchiale e la scuola primaria e secondaria della Diocesi. Lì ci attende padre Giorgio Massa, un nostro missionario cuneese di 82 anni che ha lavorato per 40 anni in Sudafrica ed ora da quasi 10 anni in Eswatini facendo comunità con il vescovo e lavorando anche in alcune parrocchie.

Dopo il pranzo, tutti insieme partiamo per l'antica Missione di Florens, fondata dai Servi di Maria della Provincia di Firenze. È una Parrocchia e Santuario che il vescovo ci ha affittato all'inizio di quest'anno e dove è anche stata costituita una nostra comunità IMC. Ci accolgono padre Samuel Francis Awuor Oniango e padre Antony Mulwa Muinde, due giovani missionari keniani.

La parrocchia e Santuario (foto) ha più di cento anni di fondazione perché il primo battesimo è registrato al 14 gennaio 1923. È dedicata alla Santissima Annunziata raffigurata anche da una bella pala dell'altare che rappresenta il mistero dell'Annunciazione. Da tempo è anche Santuario mariano ed ogni anno la Diocesi vi si reca in pellegrinaggio. La presenza di una nostra comunità è stata voluta dal vescovo affinché si dia un rinnovato impulso al Santuario facendone anche un luogo di spiritualità, preghiera ed evangelizzazione. Nell' ampio spazio della missione è anche stata costruita recentemente una grotta della Madonna di Lourdes. È anche presente una comunità religiosa di suore locali che si prende cura del dispensario.

La parrocchia ha anche  sette cappelle, alcune già con la loro chiesetta, altre da costruire. Una di queste è quella di S. Gregorio ed è la più frequentata perché in mezzo ad un centro abitato vivace con alcune strutture commerciali. Per un'altra, che ora funziona in una piccola struttura circolare a forma di capanna, una famiglia della comunità ha già donato al vescovo il terreno per la costruzione della chiesa. Ecco le sfide pastorali e missionarie per padre Francis e padre Antony che hanno assunto questo servizio con molta disponibilità e passione vivendo anche in una casa molto semplice e povera.

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La donatrice del terreno (in centro) per costruire la nuova cappella appartenente alla Parrocchia dell'Annunziata

Certamente la Consolata li benedirà in questo luogo mariano che ci è stato affidato e che ha già anche donato alla diocesi alcune vocazioni. Mentre lasciamo la cappella di S. Gregorio all'orizzonte delle montagne ammiriamo lo spettacolo di un tramonto di fuoco; ci ricorda che stiamo iniziando la novena dello Spirito Santo che invochiamo anche per la nostra presenza a Eswatini e per tutta la Diocesi ed il suo vescovo.

Il mattino di sabato 11 maggio nella curia di Manzini celebriamo la Messa presieduta da Mons. José Luis. Attorno all'altare e con la presenza del vescovo ci sentiamo chiesa, corpo e famiglia. Facciamo colazione insieme e poi visitiamo la cattedrale spaziosa, luminosa e accogliente. Termina così la nostra visita a Manzini e siamo molto grati per ciò che abbiamo visto e vissuto. Salutiamo il vescovo e i padri Giorgio, Peterson e Francis e riprendiamo il cammino per ritornare in Sudafrica. Ci affidiamo alla Consolata affinché tutti benedica e protegga.

* Padri Michelangelo Piovano, Erasto Mgalama e Mathews Odhiambo Owuor. Daveyton, 12 maggio 2024, Solennità dell’Ascensione del Signore

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Cappella di San Gregorio al tramonto del sole.

Dieci anni fa, il 27 gennaio 2014, il missionario della Consolata argentino José Luis Ponce De León «prendeva possesso» della diocesi di Manzini nel regno dello Swaziland, oggi eSwatini, proprio il giorno in cui si celebravano i 100 anni dell’inizio della evangelizzazione in quel piccolo paese immerso nel Sudafrica.

Raccontaci del tuo cammino come vescovo».

«Sono arrivato in Sudafrica dall’Argentina, mio Paese natale, nel 1994. Ero poco più che trentenne. Sono stato nelle parrocchie di Damesfontein, Piet Retief e Madadeni, e dal 1999-2004 superiore delegato dei Missionari della Consolata. Finito questo compito nel 2005 sono diventato parroco a Daveyton (Johannesburg). Da lì mi hanno inviato al capitolo generale della Consolata in Brasile e nel 2006 mi hanno chiamato a Roma, come segretario della Direzione generale dell’Istituto e procuratore presso la Santa Sede.

20240124eSwatini.8Non so se sia perché mi ero fatto un po’ conoscere in Vaticano o per la mia esperienza sudafricana, ma nel mese di novembre del 2008 sono stato nominato vicario apostolico di Ingwavuma (un vicariato apostolico del Sudafrica che era senza vescovo da tre anni). Da lì è cominciata la mia avventura.

Avevo tre mesi di tempo per organizzare l’ordinazione e l’entrata canonica nel vicariato. Ho però dovuto chiedere una dispensa perché a Ingwavuma nei primi mesi dell’anno è estate e fa davvero troppo caldo per poter fare una celebrazione «impegnativa» come un’ordinazione. Quindi questa è stata fatta il 18 aprile del 2009.

Ad ogni modo c’è un ricordo bello del mio ingresso nel vicariato ancora prima di essere ordinato. Era il 29 gennaio, anniversario della nostra fondazione come Missionari della Consolata, quando con padre Ze (José) Martins, che era venuto a prendermi all’aeroporto, abbiamo attraversato la frontiera di quella che sarebbe stata la mia terra, la mia missione, il vicariato. Assieme abbiamo fatto una preghiera al beato Allamano per benedire quell’impresa che era cominciata. Ingwavuma è un territorio molto bello, prossimo all’Oceano Indiano, immediatamente a sud del Mozambico e est dello Swaziland, oggi eSwatini».

Com’è avvenuto il tuo spostamento a Manzini, nell’unica diocesi cattolica del regno di eSwatini?

«È successo che il mio predecessore in eSwatini è morto improvvisamente all’età di 67 anni.
Evidentemente nessuno se l’aspettava e quindi a Roma hanno pensato bene di nominarmi amministratore della diocesi rimasta senza pastore.

Geograficamente, anche se una frontiera ci divideva, non eravamo lontani. Poi anche la lingua Siswati è molto vicina allo Zulu che è la lingua con la quale si celebra e si educa nei due territori, quindi molto conosciuta.

Bisogna comunque dire con chiarezza che eSwatini e il Sudafrica non sono la stessa cosa. Tutta la storia di apartheid e di violenza del Sudafrica non sono conosciute a eSwatini. Se in Sudafrica come bianco desti subito sospetti circolando fuori dalle zone dove dovresti stare, non succede lo stesso in eSwatini. Lì invece risulta strano se ti scoprono a girare da solo, non perché sei bianco, ma perché sei vescovo, e nella loro mentalità il vescovo va con la macchina e con l’autista.

Insomma, in poco tempo mi sono trovato a essere responsabile di due diocesi in due nazioni diverse. Ricordo che in una comunità cristiana una signora aveva detto che sarebbe stato perfetto se fossi rimasto per sempre a eSwatini perché loro erano contenti e non volevano che me ne andassi. La mia risposta era stata che un vescovo si sposa con una diocesi e che mia moglie era Ingwavuma. La sua risposta era stata lapidaria: “Monsignore, noi siamo una cultura poligama… se puoi avere tutte le donne che vuoi, non vedo perché un vescovo non possa avere tutte le diocesi che voglia”. Alla fine, è andata proprio così. In eSwatini sono stato prima amministratore, poi sono diventato vescovo titolare e sono diventato amministratore di Ingwavuma… insomma, il mio momento di poligamia l’ho anche avuto, aveva ragione la signora».

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E come ti sei trovato nella nuova diocesi, tra l’altro unico vescovo cattolico?

«È vero, sono l’unico vescovo cattolico ma non sono solo. Unico in eSwatini, ma ben accompagnato dalla conferenza episcopale che riunisce i vescovi di tre paesi (Sudafrica, eSwatini e Botswana), e anche da un organismo nato nel 1976, il Consiglio delle chiese cristiane, che riunisce tredici Chiese che operano in eSwatini e che da quell’anno, ad esempio per affrontare assieme l’emergenza dei rifugiati provenienti dal Sudafrica dell’apartheid e dal Mozambico durante la guerra civile. Quando la violenza è arrivata anche in eSwatini nel 2021 (vedi MC gennaio 2023) questa solidarietà episcopale ed ecumenica è stata importantissima. Il Consiglio delle chiese è rispettato, ascoltato, indipendente. Insieme abbiamo sempre insistito riguardo la necessità di un dialogo nazionale che ci permetta di discernere insieme il nostro futuro. Come ho scritto in passato, c’è una situazione nella quale alcuni hanno tutto e si sentono sicuri e altri si domandano come fare per avere il minimo necessario per sopravvivere. E noi siamo pastori di tutti loro».

Cosa è successo nel 2021?

«Nel mese di maggio del 2021 è stato trovato barbaramente ucciso un giovane universitario. Tutti i sospetti ricadevano sulla polizia e la celebrazione del suo funerale è stata carica di rabbia e di tensione. I giovani, in modo particolare, hanno cominciato a presentare le loro aspettative ai rappresentanti eletti in Parlamento. A un certo punto il Primo ministro in carica (in realtà l’acting Prime minister – colui che fa la funzione di primo ministro) ha deciso di fermare la protesta.

Noi, Consiglio delle Chiese, abbiamo chiesto un incontro con il Governo e lo stesso giorno che siamo stati ricevuti sono scoppiata incontrollate e violente la rabbia, la frustrazione, la ribellione soprattutto dei giovani.

ESwatini ha sempre avuto un buon sistema educativo, anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro. Come avere speranza riguardo il futuro? Come pensare a far nascere la propria famiglia?».

Che chiesa hai trovato quando sei arrivato in eSwatini?

«Una chiesa cristiana con radici profonde anche se frantumata in miriadi di sette. È presto detto: i cattolici, che sono la chiesa più numerosa, non superano il 5% della popolazione.

L’evangelizzazione di questo Paese è stata intrapresa dai Servi di Maria italiani che arrivarono, lo scoprii quando mi caddero fra le mani i tre volumi della storia della loro missione in questo territorio, nel 1914. Dopo di loro arrivarono i Salesiani, ma con un solo centro, poi nessun altro per più di 60 anni. Nel frattempo, la missione era diventata Prefettura apostolica il 19 aprile 1923.

Quando arrivai a eSwatini, senza saperlo, ero alle porte della celebrazione del centenario dall’inizio della missione. Abbiamo quindi cercato di rendere solenne la celebrazione perché bisognava riconoscere il grande lavoro fatto, che ha dato consistenza alle parrocchie e alle comunità cristiane. Sto parlando di 17 parrocchie e 120 comunità ben organizzate.

Una delle cose che feci al principio, per poter vedere la mia Chiesa non con gli occhi del vescovo ma con gli occhi dei miei sacerdoti, è stata quella di andare a celebrare l’eucaristia domenicale nelle diverse cappelle senza mai avvisare prima la comunità. Lo facevo con la complicità dei sacerdoti che mi hanno sempre assecondato. Ho trovato celebrazioni nutrite, partecipate, comunità accoglienti e cordiali anche se qualche volta un po’ sorprese di vedere questo nuovo sacerdote che le visitava».

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E adesso hai chiamato in diocesi anche i Missionari della Consolata?

«Mi sembrava doveroso farlo. Ricordo di aver scritto una lettera al capitolo generale dell’istituto del 2017 nella quale parlavo di noi come l’ultima nata e riconoscevo il servizio carismatico e lo stile della mia stessa comunità nei giovani missionari arrivati un anno prima.

I missionari della regione del Sudafrica si erano già mossi, e devo ringraziare Dio non solo per la presenza ma per lo stile “consolatino” di lavorare, sempre vicini alle persone.

Quando sono arrivati, ho affidato loro una nuova parrocchia ricavata da quella della cattedrale. Ricordo che una comunità espressamente aveva chiesto di non essere separata dall’anteriore parrocchia, che loro stavano bene così com’erano. Io ai missionari che erano arrivati non avevo detto niente, avevo solo chiesto di cominciare la visita, casa per casa, delle famiglie. Forse è stata una fortunata coincidenza, ma loro, senza sapere niente, hanno cominciato precisamente dal settore che non li voleva. I cristiani non erano abituati a vedere i sacerdoti a casa loro e si sono subito affezionati e gli stessi che non volevano stare nella nuova parrocchia, poco tempo dopo e pubblicamente, hanno fatto sapere che quella era la parrocchia dove stavano meglio».

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Durante seminario di studio e sensibilizzazione sul problema dell Aids all’Hope House, centro della Caritas diocesana di Manzini

Che sfide hai davanti?

«Non vedo una riflessione su quello che è successo nel 2021. Vedo più la tentazione di pensare che sia stato il problema di un piccolo gruppo e che non ci sia più bisogno di parlarne. Infatti, la nazione sembra sia tornata a una situazione di calma nella quale nessuno parla più di quello che è successo due anni fa.

Io ho sempre visto questo come chi ha un dolore nel corpo: se non capisce da dove arriva, può prendere un calmante ma il problema rimane. Il tempo ci permetterà di capire di più.

Poi a livello ecclesiale penso che l’esperienza del Covid, dalla quale siamo appena usciti, ha lasciato anche molti insegnamenti. Nel caso nostro, le chiese sono ancora piene, ma la vita parrocchiale gira troppo attorno alla figura del sacerdote. Nei prossimi anni avremo anche delle nuove ordinazioni ma poi da quattro anni nessun seminarista è entrato in seminario.

Papa Francesco vuole una Chiesa più sinodale, con maggiore partecipazione e presenza di ministeri e questa è una sfida che non possiamo non raccogliere.

Quando papa Francesco pochi anni fa ha voluto celebrare uno speciale mese missionario, noi abbiamo celebrato tutto un anno missionario. Poi abbiamo creato un sistema online per raccogliere le preoccupazioni, i sogni, i desideri delle persone… e abbiamo ricevuto dei riscontri che non possiamo lasciare cadere».

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Mandato dei catechisti alla cattedrale di Manzini.

Questo è quindi un anno speciale.

«Sono dieci anni che sono vescovo di Manzini. Sono stato nominato 29 novembre 2013 ma fatto l’ingresso il 26 gennaio 2014 in occasione del centenario dell’arrivo dei primi missionari Osm, ordine dei Servi di Maria, detti anche Serviti, avvenuto il 27 gennaio 1914. Mai nella mia vita sono rimasto così a lungo in un posto. Sono anche 110 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici. Vorrei fosse un anno giubilare per la nostra diocesi che ci permetta – nello spirito del cammino sinodale – guardare insieme dove siamo arrivati e come rispondere alle sfide del presente».

Cosa ne pensi del sinodo?

«Quando papa Francesco ha annunciato un sinodo sulla sinodalità, l’ho accolto come un momento provvidenziale per la nostra diocesi. Quando nel 2019, abbiamo celebrato un intero anno missionario, di fatto non l’abbiamo mai chiuso a causa delle normative Covid-19. Quell’anno, all’insegna del motto «battezzati e inviati» (ancora oggi molto vivo), la nostra diocesi vide realizzarsi una serie di iniziative.

Sotto il Covid-19, ad esempio, i nostri social media si sono sviluppati e sono oggi il principale strumento di comunicazione tra di noi. Ci sono circa 1.500 persone sul nostro Whatsapp diocesano e molte altre ci seguono in particolare su Facebook.

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Prime comunioni nella cattedrale di Manzini

Il cammino sinodale ha sfidato la nostra diocesi ad aprire spazi di “ascolto” alla gente. La nostra gente è abituata ad “ascoltare” il vescovo e i sacerdoti, ma difficilmente chiede spazi per parlare. Abbiamo preparato sondaggi cartacei e online, in inglese e in Siswati. La prima indagine si è occupata in particolare dei nostri punti di forza e di debolezza, con chi camminiamo e chi ci lasciamo alle spalle. La seconda si è occupata della liturgia: le nostre celebrazioni, le omelie, i ministri laici (condurre le funzioni senza sacerdote, i ministri dell’Eucarestia, i lettori).

È stato durante il primo sondaggio che abbiamo notato che molte persone parlavano delle difficoltà dei nostri giovani, in particolare dopo il Covid-19. Abbiamo deciso di continuare il cammino sinodale affrontando questa sfida. A febbraio del 2022 abbiamo avuto una sessione in cui quattro giovani (di diverse fasce d’età), provenienti da ciascuna delle 17 parrocchie, si sono riuniti e hanno risposto ad alcune domande sulle loro gioie e difficoltà. Il Consiglio pastorale diocesano si è riunito contemporaneamente in un’altra sala. Li tenevamo separati per paura che i giovani non si sentissero liberi in presenza degli «anziani». Poi, li abbiamo riuniti per condividere le loro risposte.

Un processo simile è stato fatto in ogni parrocchia. Poi, alla fine dell’anno, abbiamo chiesto a tutti i consigli parrocchiali di riflettere sul modo in cui noi, la Chiesa, dovremmo affrontare la situazione politica. Ho chiesto loro di individuare azioni concrete da intraprendere a livello locale (e non di dirmi cosa avrei dovuto fare). Solo tre parrocchie hanno risposto condividendo ciò che era stato detto, su ciò che si era deciso di fare e se era stato fatto o meno (e perché). Le persone partecipano, ma alle attività, meno alla riflessione. C’è bisogno di creare spazi di dialogo e di far dialogare.

Il nostro piano è quello di sviluppare “club per la pace” e “gruppi di Laudato si’” in ogni parrocchia (non è ancora chiaro se si tratterà di due cose diverse o dello stesso gruppo)».

Cosa sperate da questo anno giubilare?

«Celebrando i 110 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici e il decimo anniversario del mio insediamento, la nostra diocesi avrà un anno giubilare da gennaio a novembre.

Sarà un’opportunità per continuare il nostro cammino sinodale e celebrare il primo congresso delle scuole cattoliche (riflettendo sull’identità cattolica delle nostre 60 scuole).

Vogliamo poi sviluppare i “club per la pace” e i “gruppi Laudato si’” in ogni parrocchia.

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Catedrale di Manzini

Inoltre, dare forma a iniziative di cui si è parlato più volte, come lo sportello della famiglia (attuando iniziative di preparazione al matrimonio tenendo conto delle questioni culturali e del sostegno alle coppie dopo il matrimonio). C’è poi lo sportello della salute (coordinando il lavoro del nostro ospedale, delle cliniche, dell’hospice, degli infermieri parrocchiali, dell’équipe di consulenti traumatologici, ecc.).

Importante è anche il rilancio di Caritas eSwatini (l’ufficio nazionale della Caritas che coordinerà il lavoro delle 17 Caritas parrocchiali).

Sarà un anno nel quale daremo fondamento alle cose che vogliamo continuare in futuro e, naturalmente, un anno di rinnovamento personale e familiare. Il (possibile) motto «Lazzaro, vieni fuori», sarà una chiamata a una nuova vita in Gesù coinvolgendo ogni aspetto della nostra vita personale, familiare e ecclesiale.

* P. Jaime C. Patias e P. Gigi Anataloni, IMC. Pubblicato nel sito www. rivistamissioniconsolata.it.

Siti: https://bhubesi.blogspot.com/ il blog del vescovo di Manzini

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