Sono passati dieci anni da quel momento indimenticabile in cui il nuovo Vescovo di Roma chiese a quello che sarebbero stati suoi parrocchiani di pregare per lui prima di impartire la sua benedizione alla città e al mondo.

Francesco è un papa argentino, gesuita e con il nome del santo di Assisi. È un papa di molte "prime volte", che ha invitato a “fare casino”, che sogna una primavera ecclesiale e pontificia. Parlare di questo papa significa molto spesso tessere un “noi” perché la sua eredità mette in movimento molte persone e intreccia tante storie come le fibre che formano un cesto.

E a proposito dell’Amazzonia? Cosa è cambiato tra il 2013 e il 2023 per quanto riguarda l'evangelizzazione delle persone che occupano questo spazio che è garante della vita della nostra grande Casa Comune? Penso che potremmo riassumere tutto questo in 10 punti:

 1. Nuovi percorsi

L'Amazzonia non è solo il cuore biologico del pianeta. È anche un laboratorio ecclesiale di esperienze in cui si stanno cuocendo al fuoco sacro del Vangelo nuovi modi di incarnare la buona notizia del Regno di Dio e di muoversi verso un'Ecologia Integrale, come ha proposto l'Assemblea del Sinodo dei Vescovi per la regione panamazzonica.

La dimensione locale e regionale del camminare insieme nell’Amazzonia ha avuto e avrà profonde implicazioni universali in aspetti che toccano la vita di chiesa, la pastorale, la cultura e l’ecologia del nostro Pianeta blu. 

2. Cultura dell'incontro

Coerentemente con la sua personale forma di intendere la chiesa che deve essere missionaria, aperta, non autoreferenziale e più simile a un ospedale da campo che a un castello medievale, Papa Francesco ha optato per le persone più fragili e vulnerabili, quelle che abitano uno dei biomi più minacciati della Terra.

I popoli amazzonici sono a serio rischio di estinzione a causa dei cambi climatici e dell’occupazione delle loro terre che li rende vittime di predazioni di ogni tipo con forti indici di discriminazione ed esclusione. Proprio con queste comunità ancestrali il Papa ha stabilito un canale di dialogo, valorizzando la loro saggezza, riconoscendo la loro dignità e promuovendo scenari per rendere visibili le loro particolari interpretazioni del mondo. 

3. Ascoltare la biodiversità

Il famoso metodo pastorale "vedere, giudicare, agire" è stato valorizzato dalla dinamica "ascoltare, discernere, rispondere". Il significato del cammino sinodale è precisamente quello di "camminare assieme" verso quelle periferie geografiche ed esistenziali dei luoghi che abitiamo. Nel caso esemplare dell'Amazzonia contempliamo le meraviglie della creazioni e ascoltiamo amorevolmente i vari gruppi etnici nel quali Dio si compiace e si rivela.

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4. Territori che parlano

Precisamente per la sua varietà etnica e culturale l'Amazzonia non è una “natura” senz’anima o un deposito di "risorse naturali"; non è una dispensa che rifornisce il consumo malsano delle società industrializzate; non è una massa forestale che svolge la funzione di mitigare l'impatto dei gas serra.

Dio, uno e trino, preziosa comunità di amore infinito (Laudato Sii 246), naviga, cammina e abita anche la foresta; in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Grazie all’impegno di tante persone, del papa, delle chiese locali amazzoniche, questa immensa regione è passata da "periferia" a "centro" non solo a livello socio-economico e politico, ma anche in una prospettiva spirituale e teologica. L'Amazzonia è un santuario, una cattedrale, una basilica, dove ogni Eucaristia viene celebrata anche sull'altare del mondo e della storia e dove tutto diventa condivisione: la manioca, la fauna, la flora, i sogni, il cielo e il suolo.

 5. I quattro grandi sogni

Papa Francesco, come San Giuseppe, é al servizio dei sogni del Dio che custodisce la vita, dà nome alla salvezza e libera da ogni male e pericolo. Quando, in “Querida Amazonia”, propone i suoi quattro sogni (sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale) non usa solo un linguaggio tecnico, ma anche poesia e immagini simboliche, per suggerire che il sogno ecclesiale va sempre di pari passo con i sogni sociali, culturali ed ecologici. Una Chiesa dal volto amazzonico sarà possibile solo vivendo un'ecologia integrale e una visione sacra del territorio dove i riti sono in armonia con i miti, la scienza con la coscienza, la credenza con la coerenza. 

6. Ciò che è amato

Il Sinodo dell'Amazzonia non ha prodotto solo un messaggio ma tutto un processo e un modo di fare chiesa in cui il recupero della relazione affettiva con il territorio è fondamentale. Tutti assieme come chiesa, in rete, cerchiamo di "amazzonizzare" la Chiesa, la società e lo Stato. Non si tratta evidentemente di fare assumere a tutti una identità amazzonica: sappiamo che esistono molte altre culture. Ma dall’Amazzonia vogliamo imparare a vivere sobriamente, in armonia, senza distruggere l'habitat e scoprendo in esso la presenza sacra.

L'Amazzonia non è un oggetto ma un soggetto; è un tutt’uno connesso; è la nostra casa comune.

 7. Un'arca multicolore

Grazie alle pioniere Reti Ecclesiali Territoriali di Ecologia Integrale, l'Amazzonia ha ispirato una mistica che ci porta a vivere la missione evangelizzatrice della Chiesa in modo sinodale. Nell’Amazzonia è nata la REPAM (Rete ecclesiale pan-amazzonica) ma dopo di lei sono venute al mondo la Rete Ecclesiale Ecologica del Mesoamerica), la Rete Ecclesiale del Gran Chaco e dell'Acquifero Guarani), la REBAC per il bacino del Congo, la RAEON in Asia e Oceania.

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8. Narrazione della conversione personale

Se l’evangelizzazione oggi va di pari passo con la lode, come ci insegna la Laudato Sii, non c'è modo di lodare il Signore senza rendere amazzonico e fraterno, secondo i criteri della Fratelli Tutti. Nella vita e la testimonianza cristiana assumono un ruolo importante, oltre alla cura di se stessi e degli altri esseri umani, anche quella di tutte le altre creature che sono nostre sorelle perché provengono dalla mano amorevole del Creatore.

Lo stesso Papa Francesco ha confessato che, durante la Conferenza dei Vescovi dell'America Latina e dei Caraibi svolta ad Aparecida (2007), gli è stato difficile capire perché i vescovi brasiliani insistessero tanto sull'Amazzonia, fino a quando gli scienziati che lo hanno consigliato nella stesura della Laudato Sii e l'esperienza di contatto con la saggezza dei popoli nativi gli hanno fatto comprendere con il cuore il valore del bioma amazzonico e la proposta di vita buona che, da secoli, i custodi della foresta amazzonica hanno assunto.

9. Sfide al dialogo

Vivere insieme su un terreno comune dà anche il tono alle pratiche che favoriscono la pace e la non violenza. In modo simile a come San Francesco d'Assisi cercò il sultano musulmano Al Kamil ai suoi tempi, Francesco, il Vescovo di Roma, ha cercato il dialogo con altre fedi e spiritualità. Questo atteggiamento rappresenta un'enorme sfida per migliorare la comunicazione tra la chiesa, le altre confessioni cristiane, i governi, i popoli che rimangono nascosti in un isolamento volontario, gli scienziati e gli accademici.

Con crudo realismo, dobbiamo assumere che la Dottrina sociale della Chiesa da sola non trasforma la realtà. Essa richiede processi pastorali inculturati che si manifestano in comunità piene di vita.

10. Traboccante misericordia

Il nonno bianco, come alcuni abitanti dell'Amazzonia chiamano Papa Francesco, ha costruito un ponte di dialogo tra le generazioni.  Da buon pontefice - cioè da costruttore di ponti - si è preoccupato di rivendicare il valore degli anziani, così emarginati nella civiltà occidentale. Questo è particolarmente significativo per le culture amazzoniche, perché convalida un aspetto fondamentale del loro modo di vivere e propone un cambiamento di paradigma nelle relazioni interpersonali.

Alla base di questo modo di percepire il mondo c'è l'esperienza di un Dio traboccante di misericordia e amore che ci invita a ripristinare i sacri legami di fratellanza e a vivere la gioia della comunità.

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Dopo anni le parole pronunciate da Papa Francesco a Puerto Maldonado in Perù e alla presenza dei popoli originari dell’Amazzonia, quando è stato compiuto il primo passo sinodale, sono ancora straordinariamente attuali: "Amate questa terra, sentitela come vostra. Annusatela, ascoltatela, ammiratela. Innamoratevi di questa terra, Madre di Dio, impegnatevi e curarla e difenderla. Non usarla come un semplice oggetto usa e getta, ma come un vero tesoro da godere, da far crescere e da trasmettere ai vostri figli. Ci affidiamo a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, e ci mettiamo sotto la sua protezione. Dio onnipotente, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi benedica".

* Alirio Cáceres Aguirre è un diacono permanente, eco-teologo, manager ambientale ed educatore. Articolo pubblicato in REPAM.

Oggi la questione ecologica è al centro degli interessi di Papa Francesco e della Chiesa che desidera impegnarsi nella cura della Casa Comune, insieme a molte organizzazioni e persone che condividono le stesse preoccupazioni e speranze.

A conferma di questa preoccupazione, nel mese di ottobre 2019 si è tenuta in Vaticano l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-Amazzonia per discutere di “Nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Uno dei macro temi di questo Sinodo è stata la questione dell’ecologia. La preoccupazione per il presente e il futuro del pianeta, per il cambiamento climatico, per la crisi socio-ambientale, era comune a tutti i partecipanti nel Sinodo. Questa preoccupazione è stata alimentata durante il lungo processo di ascolto degli appelli degli abitanti dell’Amazzonia e riguarda l’intera umanità: è stato ripetuto in vari contesti che il grido della Terra è lo stesso grido dei popoli, degli impoveriti e degli sfruttati.

Papa Francesco, di fronte ai rappresentanti di vari popoli indigeni riuniti a Puerto Maldonado (Perù) nel gennaio 2018, aveva detto “Mai come oggi i popoli indigeni e i loro territori sono stati minacciati”. 

Questa espressione nasce dalla consapevolezza che l’Amazzonia - così come altri biomi - è minacciata da un’ideologia che considera il territorio come un magazzino di risorse da sfruttare ad ogni costo, ignorando la vita degli esseri che lo abitano. Sulla base di questa ideologia - che preoccupa la Chiesa e molti agenti della società civile - l’estrazione di risorse forestali, minerarie ed energetiche viene illusoriamente presentata come una ricetta per risolvere “problemi economici”, “rimediare alla disoccupazione” o accelerare la “crescita economica” e il Prodotto Interno Lordo di una nazione.

Il modello di sfruttamento selvaggio che vediamo nel territorio amazzonico prende la forma di deforestazione a favore di un inefficiente allevamento del bestiame, l’irrazionale esplorazione mineraria e petrolifera, i megaprogetti per la produzione di energia insostenibile e molto altro ancora. Questi progetti, spesso faraonici e finalizzati ad aumentare le esportazioni di materie prime, ignorano la devastazione dei territori e gli impatti sociali, come lo spostamento forzato della popolazione e l’aumento della violenza e della criminalità.

In alternativa a questa prospettiva di saccheggio delle risorse, riconosciamo che l’Amazzonia è un territorio abitato e garantisce l’esistenza di molte forme di vita: è parte della creazione di Dio. Fa parte della “nostra casa comune [che] può essere paragonata a volte ad una sorella, con cui condividiamo l’esistenza, a volte ad una madre bella, che ci accoglie tra le sue braccia” (LS, n.1). Seguendo un’intuizione di Papa Francesco, la foresta amazzonica è stata definita come il “cuore biologico di una Terra sempre più minacciata” (DF, n.2) e definirla come “cuore biologico” esprime l’influenza di questo bioma sul ciclo dell’acqua del continente americano e sui movimenti del vento, il suo contributo essenziale alla regolazione del clima planetario, la ricchezza di biodiversità (1/3 del patrimonio genetico del pianeta) e la grande diversità sociale (285 popoli indigeni che parlano 240 lingue diverse) che conserva.

Ecologia integrale: cura della casa comune

La Chiesa non può rimanere indifferente a tutto ciò che riguarda la vita. Siamo quindi chiamati a una “conversione ecologica”, ispirata alla proposta dell’ecologia integrale. In questo cammino di conversione è fruttuoso instaurare un dialogo di conoscenza e saggezza con altri popoli e con i poveri, cercando nuove risposte per affrontare le sfide più urgenti e per promuovere un modello di sviluppo giusto e solidale.

Quando parliamo di ecologia integrale -un concetto a cui Papa Francesco fa spesso riferimento e che spiega nell’Enciclica Laudato Si’- intendiamo il modo corretto di stabilire relazioni e di prenderci cura della Casa comune con tutti i suoi abitanti. È l’unica strada possibile per la vita. Il concetto di “ecologia integrale” ci mette nella condizione di creature che contemplano la ricchezza e la fragilità della creazione, come fece il poverello di Assisi (cfr. LS, n. 76, 85, 214). Nel considerare l’“ecologia integrale” abbiamo come principio fondamentale la ricerca del bene comune nel presente, ma anche per il futuro, perché il mondo in cui viviamo ospiterà anche le generazioni future.

La promozione del bene comune non contrappone la difesa dell’ambiente alla promozione dell’umanità, ma considera tutte le dimensioni della vita, riconoscendo che, a partire da una sana spiritualità, è necessario stabilire relazioni armoniose con il creato, coltivare stili di vita di felice sobrietà (LS, n.224), promuovere gesti quotidiani che evitino il consumismo, ma che valorizzino una serena attenzione a tutte le forme di vita. .

La conversione ecologica: nuove relazioni

Per sottolineare la conversione ecologica, come cristiani possiamo accogliere l’invito contenuto nel Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia: prendersi cura della nostra Casa comune e dei diritti dei suoi abitanti è un’esigenza di fede (DF, n.70); siamo custodi dell’opera di Dio, riconosciamo il “peccato ecologico” come un’azione contro Dio, il nostro prossimo, la comunità e l’ambiente (DF, n.82).

Il Sinodo è stato - ma continua ad essere nella sua implementazione - un “camminare insieme” e un ascoltare: sentiamo le grida che vengono dal territorio. L’Amazzonia deve essere considerata un argomento che merita di essere ascoltato. Poi, ascoltiamo altri modelli e concetti di vita buona, altri progetti che rispettano tutto il creato. Il Documento finale ci invita a “disimparare”, “imparare” e “reimparare” (DF, n.81) per mettere in discussione modelli consolidati ma problematici. Dobbiamo interrogarci sull’impatto di ogni nostra azione sui nostri fratelli, sui poveri, sugli altri, sulle generazioni future, sull’ambiente e sulle varie forme di vita. Dobbiamo chiederci se ciò che facciamo ci rende schiavi o se ci rende davvero liberi di vivere in serena sobrietà.

Per Papa Francesco, la crisi ecologica è una chiamata a una profonda conversione interiore che scuote i pii cristiani, i quali “con il pretesto di un realismo pragmatico spesso rifuggono dalla preoccupazione per l’ambiente” (LS, n. 217). La “conversione ecologica” a cui ci invita l’Enciclica Laudado Si’ implica “lasciare che tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù emergano nel nostro rapporto con il mondo circostante”, poiché “vivere la nostra vocazione di amministratori dell’opera di Dio non è qualcosa di opzionale o un aspetto secondario dell’esperienza cristiana, ma una parte essenziale di un’esistenza virtuosa” (LS, n. 217).

L’appello alla conversione ecologica diventa, nell’esortazione apostolica Querida Amazónia, la descrizione di un sogno ecologico. 

Lungi dall’essere un sogno ad occhi aperti, la visione onirica di Papa Francesco immagina una Chiesa che ha a cuore la stretta relazione degli esseri umani con la natura e valorizza la “saggezza dei popoli nativi dell’Amazzonia [che] ‘ispira la cura e il rispetto per la creazione, con una chiara consapevolezza dei suoi limiti, vietandone l’abuso. Abusare della natura significa abusare dei nostri antenati, dei nostri fratelli e sorelle, della creazione e del Creatore, ipotecando il futuro’” (QA, n.42). La cura della nostra Casa Comune richiede la combinazione di saggezza ancestrale e conoscenze tecniche (QA, n.51). 

Nella costruzione di questi ponti tra le conoscenze, forse i missionari che sono vicini a molti fratelli e sorelle di culture diverse possono contribuire in modo speciale. Per esempio, imparando insieme a queste persone a non considerare la natura “come qualcosa di separato da noi o come una semplice cornice per la nostra vita”. Siamo inclusi in essa, ne facciamo parte e ci compenetriamo in essa” (LS, n. 139).

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Dalla “formazione dell’ambiente” all’ecologia integrale

Nel pensiero del Fondatore e dei primi missionari - come emerge dall’abbondante materiale relativo ai primi anni delle missioni - era chiaro che l’evangelizzazione non poteva essere dissociata dalla “formazione dell’ambiente”. Dopo alcuni anni di lavoro apostolico in Kenya, il decreto di lode della Sacra Congregazione per i Religiosi (28/12/1909) sottolineava come i missionari dell’Istituto si fossero distinti per il loro impegno nella vita del popolo (Lettere V, p. 304s). Quel decreto diede molta gioia e soddisfazione al Fondatore, che vi lesse l’approvazione del metodo missionario studiato e attuato insieme ai suoi figli. Oggi, a distanza di più di un secolo, i termini in cui viene espressa e le idee alla base di quel testo sembrano naturalmente superati, possono urtare la sensibilità e suscitare critiche legittime.

L’azione missionaria, nella sua dimensione “umanitaria” - in mezzo a critiche, crisi e maturazioni - ha adottato nuove teorie e assunto pratiche diverse. I missionari, oltre a essere “portatori” del Vangelo, sono stati considerati anche come fautori di cambiamenti nella vita dei popoli. Questa attività può essere espressa con alcune parole chiave, emblematiche della sensibilità dei diversi tempi: “civiltà”, che ha lasciato il posto alla “promozione umana”, modernizzata nell’idea di “sviluppo”, oggi troppo segnata da un’ideologia che cerca di imporre lo stesso modello globale a tutte le società. 

Per assumere una posizione positiva, facendo nostre le parole di Papa Francesco, possiamo dire che, all’interno della Chiesa, anche noi diventiamo promotori di una “ecologia integrale”. Poiché non possiamo rimanere indifferenti a tutto ciò che riguarda la vita, siamo chiamati a una “conversione ecologica”, ispirata alla proposta dell’“ecologia integrale”.

In questo cammino di conversione, è utile instaurare un dialogo con la saggezza di altri popoli e con i poveri, cercando nuove risposte per affrontare le sfide più urgenti e promuovere un modello di vita giusto, solidale e sostenibile. Il contributo dei popoli indigeni alla cura del creato è ampiamente riconosciuto nei documenti ecclesiali redatti nel processo del Sinodo sull’Amazzonia, in cui si osserva che “la ricerca della vita in abbondanza da parte dei popoli amazzonici si concretizza in quello che essi chiamano ‘vivere bene’, che si realizza pienamente nelle Beatitudini. Si tratta di vivere in armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’Essere Supremo, perché esiste un’intercomunicazione in tutto il cosmo” (DF, n.9. Cfr. LS, n.149; IL, n.49s; QA, n.42).

Nello stato brasiliano del Maranhão noi missionari possiamo testimoniare l’esperienza di una comunità che ha combattuto per ben quindici anni una lunga battaglia legale contro una impresa mineraria, la Vale, una delle più grandi del Brasile, che sfruttava un immenso giacimento di ferro e aveva costruito un complesso siderurgico quasi sulla loro porta di casa senza che nessuno fosse consultato.

Per capire gli interessi che c’erano in gioco è sufficiente dire che ogni giorno passava, sulla testa della nostra gente che viveva con 5 dollari al giorno, l’equivalente di 60 milioni di dollari di minerale.

Quando noi missionari comboniani siamo arrivati, l’impresa siderurgiche era li da più di vent’anni; la foresta era scomparsa; perfino il clima era cambiato e la stagione delle piogge si era ridotta di un mese; molte persone si ammalavano e tante sono morte. Eppure abbiamo trovato delle comunità che stavano strenuamente opponendosi a questa situazione e sono stati loro a coinvolgerci nella battaglia che stavano combattendo. Dicevano: “senza di voi non ce la facciamo, ma se creiamo una alleanza forte riusciremo a  prevalere”. 

Mi ha sempre impressionato tantissimo la forza morale, la resistenza e la tenacia di questa gente: è stata una lotta sproporzionata, ci sono voluti 15 anni, ma alla fine hanno costretto imprese e governo ad abbassare la testa davanti alla resistenza, l’orgoglio e la dignità di queste persone. Hanno ottenuto una nuova terra nella quale costruire le loro case; le alleanze costruite in modo parsimonioso hanno prodotto frutti; è stata costruita una città totalmente nuova, pulita e sicura. 

Si è lavorato a una riparazione integrale che ha tenuto presente l’onore della memoria, niente di quel che è successo deve essere dimenticato, nessuna vittima può finire nell’oblio; questa riparazione ha permesso condizioni di vita adeguate per le generazioni che verranno e la comunità non si è mai divisa; hanno costruito le loro case e il loro futuro secondo i loro propri criteri. In un processo di riparazione integrale i poveri smettono di essere semplicemente beneficiari e diventano protagonisti.

Quella è stata una gran bella vittoria ma siamo ancora lontani dalla fine della guerra perché dietro abbiamo un sistema economico fallimentare ma che ci resistiamo a cambiare. Il modello fatto di estrazione, consumo e scarto può continuare a funzionare se si sono in tanti angoli del mondo “zone di sacrificio” come quella che vi ho descritto. I danni ambientali sono irreversibili e l’estrattivismo non offre una seconde opportunità: tutto è irrimediabilmente bruciato e distrutto. Le regioni più ricche in beni comuni (che le imprese chiamano risorse) sono anche le regioni più tormentate dalla guerra, dalla violenza, dall’impoverimento e anche dalla malattia. In questa contraddizione mondiale c’è di mezzo il sistema finanziario che è quello che alimenta il tutto: l’impresa Vale per esempio non porta il suo minerale direttamente in Cina, dove è consumato; prima lo vende in Svizzera, dove paga meno tasse che in Brasile, con un risparmio grandissimo, un mancato e sostanzioso ingresso per il popolo brasiliano. 

Oggi l’Amazzonia è quasi arrivata a un punto di non ritorno. Gli scienziati calcolano che quando il disboscamento arriverà al 25% del territorio si innescherà un processo di savanizzazione; il bosco tropicale non sarà più in grado di rigenerarsi con quei cicli ecologici complessi che hanno fatto di questa regione la più biodiversa del pianeta, una ricchezza che, tra l’altro, conosciamo ancora abbastanza poco. 

Per questo il modello estrattivista così come la conosciamo non ha più senso, non è più sostenibile. Il messaggio di Papa Francesco nella Laudato si’, nel sinodo dell’Amazzonia, nella Fratelli Tutti è stato per noi una benedizione. Dietro questi interventi magistrali c’è una grande intuizione spirituale: cominciamo a capire che non siamo il centro della storia, che siamo stati creati assieme e quindi siamo davvero tutti fratelli e sorelle in un senso particolarmente universale. Grazie a questo deve cambiare tutto il nostro modo di pensare, di costruire le relazioni politiche, anche di vivere la nostra fede.

Papa Francesco ci sta animando con un progetto molto bello ed ambizioso: l’economia di Francesco. Noi in Brasile l’abbiamo chiamata l’economia di Francesco e Chiara perché questo sistema economico maschilista, patriarcale e coloniale, del quale siamo tutti vittime, ha proprio bisogno di una dimensione femminile per ripensarsi. L’economia femminile è l’economia circolare, quella dei piccoli spazi e delle relazioni, quella delle cooperative, quella che crede nei piccoli e nella loro capacità di crescere.

Nella nostra riflessione in Brasile abbiamo individuato tre grandi modelli di economia: il primo è il modello del saccheggio esplicito e del sistema neo liberale non controllato. Il secondo è il modello della ridistribuzione e dello sviluppo; era quello che lo stesso Lula aveva promosso nel suo precedente governo, il punto debole di questo modello sta nel fatto che è sempre centrato nello sfruttamento intensivo delle risorse, la ricchezza ha la stessa origine ma viene poi diversamente distribuita e a lungo termine non ha futuro. C’è allora il terzo modello che in qualche modo ci indica il magistero del papa Francesco; quando Lui invita giovani, indigeni e movimenti popolari sta indicando questo cammino: è quello dei popoli locali, delle comunità, del femminile, dei popoli indigeni, di chi ha cura dei territori.

Quando venne eletto in Brasile Bolsonaro, inizialmente tutti pensammo che avevamo a che fare con un incompetente. In realtà la cosa era molto più grave: lui stava portando avanti un progetto ben studiato che prevedeva la distruzione dei territori amazzonici e l’eliminazione culturale e forse anche fisica di tutte le minoranze etniche che difendono e sanno vivere in armonia con la selva.

In Bolsonaro c’era condensata tutta l’incapacità di pensare un mondo di convivenza e invece tutto è al servizio del capitale, dei poteri forti della finanza, del latifondo, delle monocolture. Un progetto suicida che si sostiene a colpi di interessi loschi e miopi che pensano al guadagno di oggi senza nessuna proiezione di futuro anche minimamente sostenibile: mai si pensa alle nuove generazioni. 

È tutto il contrario di quello che fanno i popoli originari. Gli indigeni del nord America, quando devono prendere decisioni di carattere ambientale importanti cercano sempre di pensare alle conseguenze fino alla settima generazione. I nostri popoli dell’Amazzonia ci insegnano come costruire relazioni non distruttive con l’ambiente amazzonico e lo fanno a partire dalle loro tecnologie, dai loro miti, dalla loro secolare convivenza con la natura. 

Questo modello ha profonde conseguenza anche per la nostra fede: l’eucaristia è il sacramento della comunità solidale, il Padre Nostro la preghiera che mette assieme il Padre e il Pane che sono di tutti. 

* Dario Bossi è il superiore dei missionari Comboniani in Brasile

The economy of Francesco

  • Apr 20, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Cari amici giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo,

vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.

Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questa di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? 

Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria,  anzi,  per le sorti di tutto il  pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole.

Nella Lettera Enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. 

Francesco d’Assisi è l’esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale. Mi vengono in mente le parole a lui rivolte dal Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno. 

Ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente.

Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società. Gesù risorto è la nostra forza! Come vi ho detto a Panama e scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo» (n. 174).

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Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza per costruire altri modi di intendere l’economia e il progresso, per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita. Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.

Per questo desidero incontrarvi ad Assisi**: per promuovere insieme, attraverso un “patto” comune, un processo di cambiamento globale che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi. 

1 maggio 2019. memoria di San Giuseppe Lavoratore 

** L'evento era previsto per marzo 2020 poi venne sospeso a causa della pandemia de Covid19 ed è stato celebrato nei giorni 24 settembre 2022 

Testo completo in ITALIANO e in INGLESE

Noi, giovani economisti, imprenditori, changemakers, chiamati qui ad Assisi da ogni parte del mondo, consapevoli della responsabilità che grava sulla nostra generazione, ci impegniamo ora, singolarmente e tutti insieme, a spendere la nostra vita affinché l’economia di oggi e di domani diventi una Economia del Vangelo. Quindi:

un’economia di pace e non di guerra,

un’economia che contrasta la proliferazione delle armi, specie le più distruttive, un’economia che si prende cura del creato e non lo depreda,

un’economia a servizio della persona, della famiglia e della vita, rispettosa di ogni donna, uomo, bambino, anziano e soprattutto dei più fragili e vulnerabili,

un’economia dove la cura sostituisce lo scarto e l’indifferenza,

un’economia che non lascia indietro nessuno, per costruire una società in cui le pietre scartate dalla mentalità dominante diventano pietre angolari,

un’economia che riconosce e tutela il lavoro dignitoso e sicuro per tutti, in particolare per le donne, un’economia dove la finanza è amica e alleata dell’economia reale e del lavoro e non contro di essi,

un’economia che sa valorizzare e custodire le culture e le tradizioni dei popoli, tutte le specie viventi e le risorse naturali della Terra,

un’economia che combatte la miseria in tutte le sue forme, riduce le diseguaglianze e sa dire, con Gesù e con Francesco, “beati i poveri”,

un’economia guidata dall’etica della persona e aperta alla trascendenza,

un’economia che crea ricchezza per tutti, che genera gioia e non solo benessere perché una felicità non condivisa è troppo poco.

Noi in questa economia crediamo. Non è un’utopia, perché la stiamo già costruendo. E alcuni di noi, in mattine particolarmente luminose, hanno già intravisto l’inizio della terra promessa.

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17-04-2024 Notizie

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Presenta il libro «Cappuccini bresciani in Rezia» del padre Sandro Carminati, Missionario e studioso scomparso nel 2019 È stato presentato, il...

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Suor Chiara Strapazzon: Consolatina-allamaniana puro sangue

17-04-2024 I Nostri Missionari Dicono

Suor Chiara Strapazzon: Consolatina-allamaniana puro sangue

Suor Chiara Strapazzon nacque a Velai di Feltre (Belluno) il 13 aprile 1890 da santi genitori. Alla sua entrata nell’Istituto...

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IV Domenica di Pasqua / B - “Io sono il Buon Pastore …”

16-04-2024 Domenica Missionaria

IV Domenica di Pasqua / B - “Io sono il Buon Pastore …”

61ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni At 4,8-12Sal 117I Gv 3,1-2Gv 10,11-18 La quarta Domenica di Pasqua è considerata la...

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È morto all’età di 101 anni Padre Bianchi, il missionario della Consolata più anziano

15-04-2024 Notizie

È morto all’età di 101 anni Padre Bianchi, il missionario della Consolata più anziano

Descritto come un missionario appassionato e vivace, padre Antonio Bianchi, IMC, è mancato a Nairobi, Kenya, domenica 14 aprile 2024. Secondo...

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Venezuela: La morte dei bambini Warao nel Delta Amacuro

15-04-2024 Notizie

Venezuela: La morte dei bambini Warao nel Delta Amacuro

Sono anch'io Warao. Quanti altri? Nel video allegato potete vedere alcune delle tombe dei bambini Warao che stanno morendo in questi...

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Conferenza della Delegazione di Canada, Stati Uniti e Messico (DCMS)

15-04-2024 I Nostri Missionari Dicono

Conferenza della Delegazione di Canada, Stati Uniti e Messico (DCMS)

I missionari della Consolata della Delegazione di Canada, Stati Uniti e Messico (DCMS) si sono riuniti dall'8 al 13 aprile...

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Conferenza Regionale della RD Congo riflette sul perdono e la riconciliazione

15-04-2024 I Nostri Missionari Dicono

Conferenza Regionale della RD Congo riflette sul perdono e la riconciliazione

Nel silenzio dell'Eucaristia, presieduta dal padre David Bambilikping Moke, Superiore Regionale, nella mattina del venerdì 12 aprile, si è aperta...

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