Il 25 giugno è la Giornata di preghiera per la riconciliazione e l’unità nazionale che la Chiesa coreana celebra dal 1965.

È un momento speciale in cui tutta la comunità cattolica coreana si rivolge in modo speciale all'Altissimo invocando un’autentica pace tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, pregando per  la riconciliazione e l’unità nazionale.

La giornata risulta tanto più importante e attuale perché, nel tempo presente le relazioni tra Corea del Nord e quella del Sud sono quanto mai lontane dalla pace e dalla riconciliazione. Ogni canale di dialogo è chiuso  e l’accordo militare del 19 settembre 2018, concepito per prevenire scontri accidentali, è stato parzialmente sospeso dal governo di Seoul. Quel patto puntava a ridurre le tensioni lungo il confine inter-coreano, tramite la rimozione di mine antiuomo, posti di guardia, armi e personale da entrambi i lati del confine e  anche con la creazione di zone cuscinetto militari congiunte.

La Corea del Nord, nota il governo di Seoul, continua a condurre test missilistici e continuano esercitazioni militari e ha dichiarato di concepire i rapporti inter-coreani come quelli tra "due paesi ostili, belligeranti", ricordando che la guerra di Corea (1950-1953) si è conclusa con un armistizio, non con un trattato di pace.

Hanno trovato rilievo sui media internazionali gli ultimi "incidenti" al confine: la Corea del Sud ha affermato soldati nordcoreani hanno attraversato - pur accidentalmente - il confine mentre stavano realizzando delle fortificazioni nella "zona demilitarizzata", la  striscia di terra pesantemente fortificata che separa il Nord dal Sud, il secondo  incidente di attraversamento nell'arco di due settimane.

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I vescovi della Corea pregano per la pace nella chiesa del 38° parallelo nei confine con la Corea del Nord. Foto: CBCK

L'esercito sudcoreano ha sparato colpi di avvertimento dando l'allarme tramite un altoparlante. La Corea del Nord, si afferma, ha inviato un gran numero di truppe nella "zona demilitarizzata" per eliminare costruire nuove fortificazioni o disporre mine terrestri.

Le tensioni tra la Corea del Nord e la Corea del Sud hanno preso, poi, anche una piega insolita, come quella di una sorta di "guerra psicologica". Fotografie diffuse dai media mostrano palloni aerostatici  gonfi, lanciati da Pyongyang, che, una volta atterrati, trasportano un miscuglio di spazzatura e letame. Le autorità sudcoreane hanno lanciato avvisi ai residenti nelle aree di confine, esortandoli a evitare il contatto con questi oggetti. Tali lanci non sono solo una violazione del decoro ma rappresentano anche un chiaro sfregio alle normative internazionali, hanno  sottolineato le autorità sudcoreane, denunciando tali atti come “disumani e volgari”.

La Nord Corea ha riferito che tali azioni sono una risposta diretta ai volantini anti-nordcoreani lanciati oltre confine dalla Corea del Sud. Volantini e discorsi attraverso altoparlanti portano messaggi che criticano il regime nordcoreano e incoraggiano il dissenso tra i cittadini del Nord. In questa situazione, il governo sudcoreano sta enfatizzando la propria potenza militare, in stile Guerra Fredda su fronti contrapposti (da un lato Corea del Nord, Cina e Russia, dall'altro Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone).

“Cosa possiamo fare ora che le relazioni inter-coreane sono sull’orlo del collasso?”, si chiede anche con un atteggiamento di amarezza e di dolore il Vescovo Simon Kim Jong-gang, presidente del Comitato di riconciliazione nazionale della Conferenza episcopale di Corea. “Quello che possiamo fare è la  nostra conversione”, ripete. L’idea è “riflettere se abbiamo veramente trattato i fratelli in Corea del Nord come 'compatrioti' in questi anni di divisione . Dobbiamo iniziare il nostro nuovo cammino con cuore umile e con spirito di conversione sincera. Questo perché la vera unità può essere raggiunta quando ci sforziamo di cambiare noi stessi, con un cuore accogliente e comprensivo verso gli altri”.

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Peninsola coreana: “L’educazione del cittadino cattolico e la pace”. Dialogo, cooperazione e convivenza.

Con questo spirito i fedeli in Corea del Sud hanno avviato una speciale novena di  preparazione alla Giornata di preghiera per la riconciliazione e l'unità nazionale, che prevede anche la celebrazione di due simposi.

La novena di preghiera, iniziata il 17 giugno, va avanti fino al 25  in ogni parrocchia del Paese, e ogni comunità recita con fede la stessa “Preghiera per la riconciliazione e l'unità nazionale”, diffusa dalla Conferenza episcopale, prima e dopo ogni messa. Un simposio si tiene domani, 20 giugno all'Auditorium  del complesso della Cattedrale di Seoul , sul tema «Chiesa cattolica ed educazione alla pace».

La professoressa Julia Kim Nam-hee, dell’Università cattolica della Corea, parlerà sul tema “L’educazione del cittadino cattolico e la pace”, mentre la ricercatrice Beatrice  Seo-jeong Son presterà il tema “I giovani e l’educazione alla pace”.  Un ulteriore convegno  intitolato “Il cammino dei credenti per la pace nella penisola coreana” organizzato  dall'arcidiocesi di Seoul, si terrà il 25 giugno, e vuol essere espressione della volontà dei laici cattolici di assumere l'iniziativa nel migliorare le relazioni inter-coreane.

Il Vescovo Simon Kim Joo-young ha detto: “Sono preoccupato perché vediamo quasi svanire la  speranza che i conflitti possano essere risolti attraverso il dialogo e la cooperazione, perché sembra che si enfatizzi solo la sicurezza attraverso l’uso della forza militare”. In una situazione molto difficile, “bisogna chiedere l'aiuto di Dio e c'è bisogno che i laici prendano l'iniziativa” per la prospettiva di riaprire un canale di dialogo, per la pace, ha auspicato. Ahn Jae-hong, presidente della Korea Catholic Lay Apostolate Association, afferma in proposito: “Come cattolico, non posso accettare l’insistenza solo sulla ‘pace attraverso la forza’ mentre sono sotto gli occhi di tutti gli orrori della guerra Ucraina-Russia e della guerra Israele-Hamas. Faremo sentire la nostra voce per chiedere e per  operare per il miglioramento delle relazioni”.

Nel 2024, anno in cui ricorre il 74° anniversario dello scoppio della guerra di Corea, che portò a consolidare la divisione della penisola coreana, le relazioni inter-coreane sembrano essere al loro punto più basso, ma il popolo coreano non dimentica di essere “un unico popolo”, facendo memoria delle stagioni passate nell'arco di 70 anni, quando si parlava di dialogo, cooperazione e convivenza.

Fonte: Agenzia Fides. Originalmente pubblicato in: www.fides.org

Il tema della denatalità è al centro del "Mese della Famiglia 2024", organizzato dal Ministero per l'uguaglianza di genere e la famiglia.

Tradizionalmente maggio è il mese della famiglia in Corea, un tempo in cui si susseguono feste e ricorrenze legati alla famiglia, che hanno radici profonde nella memoria culturale coreana.   Il 5 maggio si festeggia la "Giornata dei Bambini", ricorrenza che risale al 1923, portata avanti dallo scrittore Bang Jung-hwan, in un'epoca non vi erano molti bambini che beneficiavano dell’istruzione. L'8 maggio, invece, si celebrano i genitori, in una festa che, inizialmente, era la Festa della Mamma e che in seguito, nel 1973, venne ribattezzata come "Festa dei Genitori". I genitori, e generalmente anche gli anziani, vengono visti come modelli per le future generazioni all’interno della società.

Un’altra festività particolarmente sentita nel mese è  la "Festa degli insegnanti e maestri", il 15 maggio: questi  sono figure riconosciute come  fondamentali nell’educazione e crescita delle persone.  Durante questa giornata in ogni scuola gruppi studenteschi organizzano eventi di ringraziamento e scrivono delle lettere ai propri insegnanti.

Il 21 maggio è il giorno designato come "Festa della coppia coniugale", la festa dei coniugi , di due individui che diventano una famiglia: è una giornata istituita con l'intento di risvegliare l'importanza dei rapporti coniugali per far crescere la famiglia in armonia.

In un tempo punteggiato da queste ricorrenze, la nazione affronta un grave problema: la Corea del Sud ha il tasso di natalità più basso al mondo e continua a crollare, battendo il proprio record  anno dopo anno. Secondo i dati ufficiali, il tasso  è sceso di un ulteriore o 8% nel 2023 attestandosi al 0,72, numero che indica il numero di figli che una donna ha nel corso della sua vita. Perchè una popolazione rimanga stabile, quel numero dovrebbe essere 2,1. Se tale tendenza continua, si stima che la popolazione coreana si dimezzerà entro il 2100, e per questo nel paese si parla di  “emergenza nazionale”.

A livello politico e mediatico ferve il dibattito su analisi e misure per invertire questo trend preoccupante. A tal fine il nuovo  presidente  della Corea del Sud Yoon Suk Yeol ha dichiarato di voler creare un nuovo ministero per affrontare l'emergenza di una crisi demografica sempre più  acuta e profonda.

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Foto: IMC Corea del Sud

La Chiesa cattolica in Corea si sente parte attiva nella lotta a una emergenza sociale e culturale, e ha avviato numerose iniziative in merito. A Seoul, è attivo il "Comitato per la Vita", che promuove iniziative di sostegno alle politiche familiari. Il Comitato, ad esempio, gestisce un fondo speciale per madri single, al fine di garantire un ambiente stabile per l'assistenza all'infanzia, o offre supporto a tutti i livelli alle  donne incinte. Il ministro per la Famiglia ha pubblicamente ringraziato il Comitato "per il  supporto alle famiglie bisognose e per aver contribuito al miglioramento dei rapporti familiari e alla cultura familiare”.

I missionari della Consolata sono presenti nella Corea del Sud dove i primi quattro padri sobo arrivati nel 1988 e furono accolti nella diocesi di Incheon. La presenza dell’Istituto nel Paese si caratterizza per il dialogo interreligioso e con la cultura orientale e per l’evangelizzazione nelle periferie.

Attualmente lavorano in Corea del Sud 08 missionari della Consolata nelle diocesi di Incheon, Daejeon e Ui-jong-bu.

Fonte: Agenzia Fides

Le speranze di padre Pietro Han, IMC, di arrivare un giorno alla riconciliazione fra le due Coree

La foto si può considerare un simbolo: si vede padre Pietro Han insieme a due suore che mimano il gesto di un abbraccio che racchiude un paesaggio alle loro spalle. Un’istantanea che potrebbe essere archiviata come la testimonianza di un bel momento di fraternità ma che in realtà nasconde un profondo messaggio.

Quelli che si intravedono alle spalle delle suore e del sacerdote, membro dell’Istituto Missioni Consolata, non sono i luoghi ameni di una felice scampagnata ma i campi verdi e le montagne brulle di uno dei paesi più impenetrabili e misteriosi della Terra: la Corea del Nord. E quell’abbraccio sorridente immortalato in una zona di confine della Corea del Sud sta a significare solo una cosa: il desiderio di riconciliazione dell’intera penisola coreana che dagli inizi degli anni ’50 vive tagliata in due da una guerra congelata che si teme possa riprendere da un momento all’altro.

20240224Corea2Sapere che il religioso e le due suore ritratti nella foto si trovavano al confine per partecipare a un pellegrinaggio per la pace non è un dettaglio di poca importanza ma rappresenta uno dei principali pezzi del complesso puzzle del cammino verso l’unità e la pacificazione che la Chiesa coreana sta tentando da anni di mettere insieme, anche se con difficoltà, accelerate e, molto spesso, brusche frenate. Ne sa qualcosa proprio padre Pietro Hann, della diocesi di Incheon, che è membro della Commissione di riconciliazione nazionale, nata grazie alla partecipazione degli istituti religiosi maschili e le società di vita apostolica: «La commissione, che è in stretta collaborazione con la nostra Conferenza episcopale, è stata fondata nel 2015 dopo l’esperienza di sette organizzazioni religiose impegnate a dare aiuto ai nordcoreani rifugiati al sud e a sostenere la popolazione della Corea del Nord», spiega a «L’Osservatore Romano». Una delle attività fondamentali della commissione, che opera su base diocesana ed è composta da quindici comitati di riconciliazione, è la preghiera. Ed è merito anche di questo organismo se, ormai da qualche anno, alle 21 di ogni giorno, in tutte le chiese si recita un’orazione per la pace seguita da un canto mariano e il Gloria.

«La nostra commissione — aggiunge padre Han — si impegna a portare avanti un costante movimento di preghiera che coinvolge leader e semplici fedeli. Con la nostra testimonianza di fede mettiamo in evidenza la necessità dell’unità e della riconciliazione nazionale. Inoltre, è forte la nostra collaborazione con altre associazioni per condividere le informazioni essenziali necessarie allo svolgimento dei nostri progetti».

Che il lavoro della commissione e di tutta la Chiesa coreana si possa paragonare a un vero e proprio cammino quaresimale lo si capisce, però, da un’altra foto. Quella scattata durante l’annuale pellegrinaggio per la pace al confine con la Corea del Nord che mostra delle suore sedute, forse anche stanche, provate. Davanti ai loro occhi si staglia l’orizzonte abitato da quei fratelli separati per i quali tutte loro, insieme a ogni cristiano del Sud, sono disposte ad affrontare pericoli, sconfitte e dolore, anche nel silenzio e nel nascondimento che la prudenza richiede e come ogni deserto insegna.

Hann è convinto che la Quaresima della Chiesa coreana passi anche attraverso il perdono reciproco dei torti subiti, la cancellazione dell’odio: «Il cammino verso la pace deve eliminare l’ira da ogni cuore seguendo il percorso della Croce di Gesù e mettendo in pratica i suoi insegnamenti: accettare il nemico come fratello». Nel deserto quaresimale che dura ormai da oltre sette decenni, la Commissione di riconciliazione nazionale non lascia indietro nessuno. Le persone che riescono a fuggire dal duro regime dittatoriale — i “defezionisti nordcoreani”, come li definisce la Conferenza episcopale — vengono assistite e sostenute non solo dal punto di vista spirituale ma anche materiale. Inoltre, ricorda il religioso, «portiamo assistenza umanitaria direttamente in Corea del Nord anche se ora, per via del deterioramento delle relazioni, i nostri canali sono stati interrotti». L’educazione all’unificazione è un altro obiettivo essenziale della commissione che sta sperimentando delle borse di studio destinate ai giovani rifugiati nordcoreani.

È nel profondo della sua anima che padre Pietro Han coltiva quella che lui stesso considera più di una speranza: «La possibilità concreta che la maggiore interazione con il Nord possa trasformarsi in uno strumento per diffondere meglio il Vangelo».

Fonte: www.osservatoreromano.va (Pubblicato il 21 febbraio 2024).

La visita del Papa alla Mongolia, i primi quattro giorni di settembre del 2023 non ha radunato decine o centinaia di migliaia di fedeli come in altre occasioni. Qui ci sono solo 1,500 cattolici battezzati. Tuttavia a me è bastato per  entrare in un turbinio di avvenimenti ed emozioni.

I nostri missionari, preti e suore, erano indaffarati per l’organizzazione dell’avvenimento. Uno incontrava i giornalisti RAI e Vaticano, sr Anna organizzava la logistica, p. Dido la liturgia, altri erano incaricati di ospiti di lingua spagnola e sr Esperanza era la cuoca ufficiale del Papa. In casa era tutto un via vai e p. Lourenco e io che eravamo appena arrivati dalla Corea, non riuscivamo a capire cosa stesse succedendo. Una sera p. Ernesto portò a casa due giornalisti e… Giovanni! Proprio p. Giovanni degli OMI che conoscevo bene dalla Corea e che era appena arrivato dalla Cina dove lavora da 12 anni. Che magnifica sorpresa! Che bello incontrare un vecchio amico quando meno te l’aspetti!

A Ulaan Baator erano arrivati anche alcuni fedeli della nostra parrocchia di Arvaikheer, a più di 400 km di distanza da qui, e una di loro aveva espresso il desiderio di poter “toccare” il Papa. Immaginatevi una comunità di cattolici più piccola di qualsiasi nostra comunità parrocchiale: che esperienza unica poter vedere dal vivo il Papa e toccarlo! Per i Cattolici Mongoli è stato come poter toccare la loro comunione con tutta la chiesa universale, e non solo in senso simbolico, ma proprio fisico. Perlima, quella cattolica di Arvaikheer che lo aveva tanto desiderato, insieme a tanti altri, ha avuto l’opportunità di toccare il Papa, quando all’offertorio della messa gli ha portato il calice del vino.

Molti non cristiani si chiedevano chi era questo signore tanto importante, che veniva da Roma e incontrava persino il presidente. Per loro è stata la prima vera esposizione alla Chiesa Cattolica. E da adesso non ci vedono più come una delle tante ditte straniere che vengono qui a far soldi, ma come portatori di una religione di pace e amore. Alcuni commentavano con orgoglio: “Questo grande uomo è il capo di un miliardo e trecento milioni di persone, quindi in questi giorni gli occhi di un miliardo e trecento milioni di persone guarderanno alla Mongolia”. E dopo che ha reso onore alla statua di Ginghis Khaan sulla piazza principale della capitale: “Ha onorato il nostro grande Ginghis Khaan, allora ha un grande rispetto per noi!”

Francesco ha lodato i missionari che lavorano in Mongolia per le loro attività nel sociale. “Questo è importantissimo,- ha detto –è il vostro biglietto da visita come cristiani. Ma sopra tutto ci vuole l’adorazione, la contemplazione. Dovete vivere e comunicare il: “gustate e vedete come è buono il Signore”.

Il giorno dell’incontro con i religiosi, gli incaricati della sicurezza erano sicuri che Lourenco e io, non potevamo entrare al luogo dell’incontro col pontefice a causa di un codice sbagliato. Poi p. Dido, incaricato della liturgia per la visita del Papa è riuscito a farci superare questo primo ostacolo. In seguito abbiamo trovato un altro incaricato della sicurezza che aveva delle sicurezze diverse da quello di prima e finalmente, anche se noi non eravamo più sicuri di niente, siamo potuti entrare nella chiesa cattedrale dove avremmo sicuramente incontrato il Papa. 

Non pensate che io sia uno che ci tiene particolarmente a queste cose. Ma sta di fatto che nelle ultime tre settimane facevo sogni in cui parlavo col Papa, scherzavo con lui, mangiavo pranzo con lui, parlavo di cose serie e facevo bella figura. Ma arrivato davanti a lui non sono riuscito a dire una parola. Certo che Giorgio (cioè sua eminenza il cardinal Marengo, Prefetto apostolico della Mongolia) mi ha presentato bene al Papa. E Francesco mi ha detto: “Ah tu vieni dalla Corea. Lì ci sono troppi preti. Mandateli in missione!” e così, ridendo, ho passato i miei 15 secondi di gloria senza dire una parola! A vederlo, il Papa, sembra proprio tanto invecchiato, ma quando mi ha parlato era tutto allegro e con tanta voglia di scherzare. E’ stato come incontrare un vecchio amico.

Chi ha parlato bene invece è Rufina, che ha conosciuto la fede quando era studentessa. Quando aveva 18 anni , una sera si trovò a parlare per ore con entusiasmo al papà di sua nonna materna, ottantenne, sulla vita di Gesù, partendo dalla nascita fino alla risurrezione. Questo episodio le fece capire che doveva comunicare la buona notizia anche ai suoi amici Mongoli. Così colse l’occasione di una iniziativa della Diocesi, andò a Roma a studiare catechesi, e adesso è operatrice pastorale della diocesi. Lavoro preziosissimo per portare il Vangelo più vicino al sentire della gente.

Saanja, il secondo prete mongolo ordinato, con la sua umiltà e semplicità, ha salutato il Papa a nome della chiesa mongola. Orfano di padre e aiutato dalle suore di Madre Teresa, ha poi conosciuto il padre Kim Stefano (sacerdote fidei donum coreano, morto a maggio di quest’anno e compianto da tutti), che lo ha battezzato e ispirato a diventare sacerdote.

Bella è sta a anche la cerimonia di intronizzazione della Madonna del Cielo. E’ una storia commovente. Tanti anni fa una signora trovò questa statua, avvolta nella carta, in una discarica di rifiuti. Si disse : “Chi sarà questa bella signora, forse ha voluto farsi trovare da me perché la portassi in casa mia.” La mise nella sua umile ger  (tenda mongola). Il parroco venne a saperlo e in seguito portò la statua in chiesa. Poi passò in mano ai salesiani. Infine Giorgio (cioè il Cardinale ecc. ecc.), toccato da questa storia, ebbe l’ispirazione di portarla in cattedrale e proclamarla protettrice della chiesa mongola col titolo di “Madre del Cielo”. E quella signora, che è stata battezzata un anno fa, sabato ha incontrato personalmente il Santo Pontefice.

Non c’erano solo Mongoli a ricevere il Papa, ma anche piccoli gruppi di fedeli e missionari dei paesi vicini. Russi, Vietnamiti, Coreani, Khazaki, Cinesi, ecc.. I Cinesi appena potevano incontrare un prete erano emozionatissimi. Subito volevano la foto insieme e poi ognuno chiedeva di essere benedetto.

Nella Messa di Domenica, Francesco ha sottolineato che dobbiamo avere coscienza della sete profonda che c’è dentro di noi, che è come la sete del nomade in queste sconfinate praterie mongole. E l’unica acqua che può spegnere questa sete è l’acqua dell’amore che conosce chi ha incontrato Cristo! 

Infine è arrivato lunedì, il Papa ha finito la sua visita, e anche i nostri missionari erano “finiti” e sono andati tutti a prendersi il meritato riposo, dopo notti con poche ore di sonno, corse di qua e di là per controllare che tutto funzionasse, e viaggi agli alberghi per seguire le varie delegazioni internazionali.

Ma tutti, fedeli e missionari siamo rimasti pieni di gioia e pace. E’ stato come se la Santa Madre Chiesa, nella persona di Papa Francesco, avesse preso in braccio e baciato il figlio più piccolo. E Francesco ci ha ricordato che la piccolezza può diventare una grande opportunità!

 

Pregare insieme per la pace

Ricorre proprio in questi giorni, precisamente il 27 luglio,  il 70° anniversario della firma dell’armistizio che ha posto fine alla sanguinosa guerra della Corea (1950-53). L’armistizio è però un accordo piuttosto precario, perché non è mai stato raggiunto un vero e proprio trattato di pace. Così, a seconda dei “momenti” politici, le due Coree continuano o a cercare un qualche dialogo ed accordo, o a guardarsi in cagnesco, accusandosi mutuamente di fomentare la divisione e il pericolo di una nuova guerra.  Lo scenario politico internazionale poi, con la diretta ingerenza di Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, in realtà non promette nulla di buono per quanto riguarda l’ideale sognato di un vero e proprio trattato di pace tra le due Coree.

Eppure le religioni del Paese non si danno per vinte, e continuano a sognare un prossimo futuro in cui non ci siano più armi nucleari nei due Paesi, le famiglie rimaste divise dalla guerra (rimangono ancora più di 40.000 persone) possano tornare a ritrovarsi e riconoscersi, l’unità di tutto il popolo Coreano sia ristabilita… e così hanno dato vita quest’anno, assieme ad altre associazioni civili, a una raccolta di firme per spingere il governo a fare di tutto affinché ci possa essere la pace nella penisola coreana. 

Accompagnano questa iniziativa con una serie di altre iniziative, come incontri interreligiosi di preghiera per la pace, simposi e conferenze sulla situazione della pace nel Paese. 

A Daejeon nel locale ramo del KCRP (Conferenza Coreana delle Religioni per la Pace), la maggiore delle organizzazione “ufficiali” di dialogo interreligioso, abbiamo organizzato in città un Incontro di Preghiera per la Pace, a carattere interreligioso, la domenica 23 luglio, alle 4.00 del pomeriggio, nella sede centrale del Buddismo-won.

Avevamo fatto un paio di riunioni per preparare l’evento, e alla fine si era deciso di assegnare ad ogni religione un quarto d’ora di tempo per pregare “secondo la propria tradizione”. Le religioni che avevano deciso di partecipare sono state i Protestanti, i Cattolici, e il Buddismo-won (una religione autoctona della Corea). I Buddisti, disgraziatamente, non si trovavano in questo momento pronti per partecipare, e le altre piccole religioni non hanno voluto avere un tempo particolare assegnato loro, e la loro partecipazione è stata solo a livello individuale.  

A me è toccato presiedere il tempo assegnato alla Chiesa cattolica.

L’incontro di preghiera si è svolto nella grande sala di meditazione del Buddismo-won, alla presenza di un centinaio di persone (la pioggia insistente dell’attuale stagione monsonica ha certamente “frenato” una partecipazione maggiore) e si è svolta per un’ora e mezza, secondo il programma stilato precedentemente. 

I Protestanti hanno invitato uno dei loro pastori, che è un artista, a cantare un paio di canzoni con la chitarra, e offerto varie preghiere.

Il Buddismo-won ha proclamato alcuni insegnamenti del fondatore della religione sulla pace, intercalati da momenti di silenzio meditativo. 

Noi abbiamo proclamato due letture bibliche, seguite da un breve commento sulla “pace nella Bibbia”, e all’invito a scambiarci il “dono della pace” tra tutti i presenti (e questo è stato uno dei momenti più partecipativi ed emotivi dell’incontro), concluso con una bellissima preghiera per la pace di Papa Francesco, che tutti coloro che volevano potevano leggere nel libretto-guida dell’incontro. 

Alla fine, tre rappresentanti delle religioni hanno letto una “dichiarazione ufficiale” della campagna di raccolta di firme per la pace, nella quale si chiede al governo a nome di tutti i cittadini del Paese di fare tutto il possibile per arrivare ad un Trattato di Pace. Non sarà certamente facile visto che l’attuale governo di destra, è più propenso al “muro contro muro” che al dialogo con la Corea del Nord.

Oltre all’incontro di preghiera, sono previste anche un’attività specifica di raccolta firme il 27 di luglio, e una Tavola Rotonda sulla Pace il 6 agosto.

A volte sentiamo la lamentela che non comunichiamo molto all’Istituto di quanto stiamo facendo nel campo del Dialogo Interreligioso in Corea. Ma almeno questa volta, e grazie a questo evento abbastanza particolare, vogliamo testimoniare che  l’impegno nel dialogo interreligioso da parte di noi Missionari della Consolata, a Daejeon è continuo e diretto, anche se spesso oscuro e rutinario… 

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