Sei mai stato in un deserto e hai sofferto una sete terribile? Forse no. Oggi non è necessario essere o vivere in un deserto per sapere cosa siano la sete e la crisi idrica. Milioni di persone in tutto il mondo non hanno accesso all'acqua potabile, che è uno dei requisiti essenziali della vita. Tu e io siamo forse tra i pochi fortunati che non devono lottare o fare la fila per questo bene essenziale. Ecco perché forse non ricordiamo che il 22 marzo 2024 è stata proclamata la Giornata Mondiale dell'Acqua.

Naturalmente, la scarsità d'acqua si verifica quando la domanda di acqua potabile in una determinata area è superiore all'offerta. Dato che la disponibilità d'acqua è sinonimo di vita, la mancanza d'acqua non significa solo mancanza di approvvigionamento alimentare sostenibile, ma anche condizioni di vita precarie che non significano solo mancanza di manodopera per la produzione agricola e industriale, ma anche la fine di una società. Infatti, mentre il mondo è alle prese con il problema delle migrazioni, è evidente che la maggior parte delle persone che sono costrette a lasciare la propria terra per cercare nazioni più sicure sono in realtà sono spinte da condizioni climatiche avverse, tra le quali spicca la mancanza di acqua potabile e di acqua per le attività agricole.

Mentre il mondo viene sommerso da guerre senza fine giustificate dalla competizione tra le nazioni, dall'avidità di denaro del commercio di armi e dall'egoismo politico, va notato che presto le guerre saranno combattute per accaparrarsi le sorgenti oppure i bacini di acqua potabile. Mentre i governi più potenti continuano a partecipare alle conferenze internazionali sul cambiamento climatico senza poi fare nulla, il problema della scarsità d'acqua continua a peggiorare al punto che si arriverà alla militarizzazione dei bacini idrici. In realtà, esiste una relazione molto stretta, complessa e intricata tra la gestione sostenibile dell'acqua, la prosperità e la pace.

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Bambini trasportano l'acqua nella regione di Loyangallani, nord del Kenya.  Foto: Jaime C. Patias

Non è difficile capire che i progressi in una dimensione possono avere ripercussioni positive sulle altre e che, di conseguenza, un declino in una dimensione si ripercuote sulle altre in un modo o nell'altro. Secondo il World Water Development Report (WWDR) 2024 delle Nazioni Unite, lo sviluppo e il mantenimento di un futuro idrico sicuro ed equo rafforza la prosperità e la pace per tutti. La relazione sottolinea anche come la povertà e la disuguaglianza, le tensioni sociali e i conflitti possano amplificare l'insicurezza idrica. Il rapporto UNWWR 2024 sarà presentato ufficialmente presso la sede dell'UNESCO a Parigi il 22 marzo 2024, dai copresidenti della campagna per la Giornata mondiale dell'acqua 2024, per conto di UN-Water che sono l'UNESCO e la Commissione economica per l'Europa delle Nazioni Unite.

Mentre celebriamo la Giornata Mondiale dell'Acqua, e gli organismi competenti fanno la loro parte per sensibilizzare le persone sulla crisi dell'acqua e sulla necessità di utilizzare bene questo bene prezioso, è fondamentale che ognuno di noi si lasci interpellare dalle questioni sollevate da questa importante ricorrenza. Non possiamo dimenticare che anche dal punto di vista spirituale l'acqua ha un significato essenziale. È segno di vita, capacità di ringiovanimento e potere di trasformazione. Ecco perché l'acqua e la sua potenza purificante sono collegate a tante tematiche presenti nelle Sacre Scritture. Quindi, mentre celebriamo questo giorno, come seguaci di Cristo chiamati a essere e vivere come lui, non dobbiamo dimenticare il nostro dovere di aiutare coloro che sono vulnerabili. Almeno, guardando a ciò che Gesù ha fatto ogni volta che si è trovato di fronte a persone a cui mancava qualcosa di essenziale, non dovremmo dimenticare ciò che Lui avrebbe fatto se fosse stato nei nostri panni oggi. Tuttavia, non abbiamo bisogno di immaginare cosa avrebbe fatto il nostro Signore. Possiamo intuire perché.

Il Signore ci ha insegnato, con l'episodio dei cinque pani e dei due pesci (Mt 14, 17-21), che qualsiasi cosa venga presentata a Dio in preghiera, ne risulta un potere di trasformazione. Forse non abbiamo il potere di “moltiplicare” l'acqua, ma di certo abbiamo bisogno che il Signore tocchi il cuore di molte persone che stanno distruggendo le nostre foreste e i nostri bacini idrici, affinché fermino questa follia che rischia di distruggere il Pianeta. Ma soprattutto, nello stesso episodio, Gesù ci ha mostrato come la generosità di singole persone e il loro amore per l'unità della comunità possano trasformare la condizione di molte altre persone. Come il ragazzo che offrì i pochi pani e i pesci, anche noi dobbiamo imparare a condividere le risorse essenziali.

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Questo è quindi un invito per tutti noi, a superare l'egoismo e l'individualismo nella cui logica alcuni individui e potentati economici si sono impossessati di alcuni bacini idrici trasformandoli in proprietà privata per i loro interessi commerciali, lasciando milioni di persone a languire nella sete e nella fame.

Preghiamo per i Missionari della Consolata nel mondo, che nelle loro attività pastorali includono la fornitura di acqua potabile al popolo di Dio, perché nella gente che servano possano ascoltare ogni giorno la richiesta di Gesù: "Ho sete" (Gv 19,28).  Che il Signore aiuti anche noi, affinché attraverso il grido dei poveri, la loro richiesta di amore, comprensione e misericordia, possiamo ascoltare la sua richiesta di Gesù alla Samaritana: "dammi da bere" (Gv 4,7).

* Padre Jonah M. Makau, IMC, Casa Generalizia a Roma, frequenta il corso in Cause dei Santi.

Missione, e cura del Creato, nel cuore del foresta congolese

«Qui davanti alla missione c’è la piccola piantagione di caffè che coltivo con i pigmei. È in piena fioritura, un esercito di api nella gioia e un profumo immenso. Come quello che si fa con il cuore e profuma la nostra vita». Flavio Pante, missionario della Consolata, ci manda le foto degli arbusti nel verde. Considera la natura una preziosa collaboratrice nel lavoro a Bayenga.

Le api ronzanti sui fiori a grappoli sono una benedizione. Per il miele? Quanto al miele, «ancora non ci siamo. I pigmei lo raccolgono in foresta sugli alberi e non pensano agli alveari. Con il tempo, troveremo un apicoltore che ci introduca un po’ alla volta. Ma la funzione di questi insetti è importantissima già di per sé: garantiscono l’impollinazione, delle papaie, degli avocado, di altre piante nutrienti».

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Alcuni Pigmei alle prese con il lavoro agricolo, a Bayenga, Rdc.  Foto: Flavio Pante 

Nell’ottica delle produzioni locali, la piantagione di caffè che qui chiameremmo «a chilometro zero» è una buona idea: «La bevanda serve alla missione, ma anche alla gente del posto. La tostatura è artigianale, su griglie con la brace sotto. Per i bantu il caffè mattutino, senza zucchero (non lo hanno), è normale. Anche i pigmei lo bevono, ma meno; forse per loro è un’usanza acquisita».

Padre Flavio precisa che le piantagioni commerciali in zona sono sparite: «Con tutte le guerre e invasioni degli ultimi decenni si è verificata una situazione di instabilità e insicurezza. Così gli investitori, soprattutto greci e ciprioti, che tenevano le piantagioni con la collaborazione di congolesi, hanno pensato che questo settore non fosse più sicuro. Aggiungiamo la svalutazione e altri fattori economici. Le piantagioni (di caffè e altro) non più curate, sono state “conquistate” dalla foresta. E le strade, cessato il traffico dei camion, si sono ristrette a piste».

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Bambini Pigmei... con le loro bambole. Foto Flavio Pante

Quale è il rapporto dei pigmei, popolo della foresta, con gli alberi, che padre Flavio chiama «verdi fratelli silenziosi che regalano frutti e ombra»? Ecco: «I pigmei non piantano gli alberi, non è nella loro cultura; è la foresta stessa che si rigenera. E allora, è importante avviarli (con un compenso per quanto piccolo) a queste attività. Per esempio, un vivaio in cui pianti i semi di caffè, poi li trapianti, e quando crescono gli arbusti devi togliere l’erba sottostante – sennò le piante ingialliscono e non producono. Coinvolgiamo le persone in tutte le fasi, nell’ottica della pedagogia del fare».

Fra le attività della missione, con le popolazioni bantu e i pigmei, padre Flavio spiega di aver introdotto un’altra pratica: «Procurare loro piccole piantine o semi, di papaie, di avocado che piantano non lontano dalla loro capanna per avere con il tempo i frutti. Anche solo due o tre alberi per famiglia. Ma è l’inizio di un cammino che magari ci porterà in futuro ad avere un frutteto in comune».

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Piante di caffè piantate dai pigmei di Bayenga. In questo periodo sono in piena fioritura.

Padre Flavio illustra i numerosi altri servizi dei «grandi e silenziosi fratelli verdi»: «Per noi, almeno nella mia zona, dove non c’è la segnaletica, gli alberi secolari sono un riferimento negli spostamenti. C’è anche un’altra funzione. La nostra zona è molto soggetta a fulmini. Ebbene sono questi grandi alberi a proteggerci, sono loro che pagano e si bruciano sotto i fulmini…» Non solo: «Attenuano la forza del vento – qui la pioggia viene sempre portata dal vento – proteggendo i tetti delle nostre case e capanne. Ci aiutano veramente». Infine, «nella foresta i tronchi caduti possono fare da ponte sui torrenti tumultuosi e fangosi».

Marinella Correggia. Pubblicato nel sito  www.rivistamissioniconsolata.it

Oggi la questione ecologica è al centro degli interessi di Papa Francesco e della Chiesa che desidera impegnarsi nella cura della Casa Comune, insieme a molte organizzazioni e persone che condividono le stesse preoccupazioni e speranze.

A conferma di questa preoccupazione, nel mese di ottobre 2019 si è tenuta in Vaticano l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-Amazzonia per discutere di “Nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Uno dei macro temi di questo Sinodo è stata la questione dell’ecologia. La preoccupazione per il presente e il futuro del pianeta, per il cambiamento climatico, per la crisi socio-ambientale, era comune a tutti i partecipanti nel Sinodo. Questa preoccupazione è stata alimentata durante il lungo processo di ascolto degli appelli degli abitanti dell’Amazzonia e riguarda l’intera umanità: è stato ripetuto in vari contesti che il grido della Terra è lo stesso grido dei popoli, degli impoveriti e degli sfruttati.

Papa Francesco, di fronte ai rappresentanti di vari popoli indigeni riuniti a Puerto Maldonado (Perù) nel gennaio 2018, aveva detto “Mai come oggi i popoli indigeni e i loro territori sono stati minacciati”. 

Questa espressione nasce dalla consapevolezza che l’Amazzonia - così come altri biomi - è minacciata da un’ideologia che considera il territorio come un magazzino di risorse da sfruttare ad ogni costo, ignorando la vita degli esseri che lo abitano. Sulla base di questa ideologia - che preoccupa la Chiesa e molti agenti della società civile - l’estrazione di risorse forestali, minerarie ed energetiche viene illusoriamente presentata come una ricetta per risolvere “problemi economici”, “rimediare alla disoccupazione” o accelerare la “crescita economica” e il Prodotto Interno Lordo di una nazione.

Il modello di sfruttamento selvaggio che vediamo nel territorio amazzonico prende la forma di deforestazione a favore di un inefficiente allevamento del bestiame, l’irrazionale esplorazione mineraria e petrolifera, i megaprogetti per la produzione di energia insostenibile e molto altro ancora. Questi progetti, spesso faraonici e finalizzati ad aumentare le esportazioni di materie prime, ignorano la devastazione dei territori e gli impatti sociali, come lo spostamento forzato della popolazione e l’aumento della violenza e della criminalità.

In alternativa a questa prospettiva di saccheggio delle risorse, riconosciamo che l’Amazzonia è un territorio abitato e garantisce l’esistenza di molte forme di vita: è parte della creazione di Dio. Fa parte della “nostra casa comune [che] può essere paragonata a volte ad una sorella, con cui condividiamo l’esistenza, a volte ad una madre bella, che ci accoglie tra le sue braccia” (LS, n.1). Seguendo un’intuizione di Papa Francesco, la foresta amazzonica è stata definita come il “cuore biologico di una Terra sempre più minacciata” (DF, n.2) e definirla come “cuore biologico” esprime l’influenza di questo bioma sul ciclo dell’acqua del continente americano e sui movimenti del vento, il suo contributo essenziale alla regolazione del clima planetario, la ricchezza di biodiversità (1/3 del patrimonio genetico del pianeta) e la grande diversità sociale (285 popoli indigeni che parlano 240 lingue diverse) che conserva.

Ecologia integrale: cura della casa comune

La Chiesa non può rimanere indifferente a tutto ciò che riguarda la vita. Siamo quindi chiamati a una “conversione ecologica”, ispirata alla proposta dell’ecologia integrale. In questo cammino di conversione è fruttuoso instaurare un dialogo di conoscenza e saggezza con altri popoli e con i poveri, cercando nuove risposte per affrontare le sfide più urgenti e per promuovere un modello di sviluppo giusto e solidale.

Quando parliamo di ecologia integrale -un concetto a cui Papa Francesco fa spesso riferimento e che spiega nell’Enciclica Laudato Si’- intendiamo il modo corretto di stabilire relazioni e di prenderci cura della Casa comune con tutti i suoi abitanti. È l’unica strada possibile per la vita. Il concetto di “ecologia integrale” ci mette nella condizione di creature che contemplano la ricchezza e la fragilità della creazione, come fece il poverello di Assisi (cfr. LS, n. 76, 85, 214). Nel considerare l’“ecologia integrale” abbiamo come principio fondamentale la ricerca del bene comune nel presente, ma anche per il futuro, perché il mondo in cui viviamo ospiterà anche le generazioni future.

La promozione del bene comune non contrappone la difesa dell’ambiente alla promozione dell’umanità, ma considera tutte le dimensioni della vita, riconoscendo che, a partire da una sana spiritualità, è necessario stabilire relazioni armoniose con il creato, coltivare stili di vita di felice sobrietà (LS, n.224), promuovere gesti quotidiani che evitino il consumismo, ma che valorizzino una serena attenzione a tutte le forme di vita. .

La conversione ecologica: nuove relazioni

Per sottolineare la conversione ecologica, come cristiani possiamo accogliere l’invito contenuto nel Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia: prendersi cura della nostra Casa comune e dei diritti dei suoi abitanti è un’esigenza di fede (DF, n.70); siamo custodi dell’opera di Dio, riconosciamo il “peccato ecologico” come un’azione contro Dio, il nostro prossimo, la comunità e l’ambiente (DF, n.82).

Il Sinodo è stato - ma continua ad essere nella sua implementazione - un “camminare insieme” e un ascoltare: sentiamo le grida che vengono dal territorio. L’Amazzonia deve essere considerata un argomento che merita di essere ascoltato. Poi, ascoltiamo altri modelli e concetti di vita buona, altri progetti che rispettano tutto il creato. Il Documento finale ci invita a “disimparare”, “imparare” e “reimparare” (DF, n.81) per mettere in discussione modelli consolidati ma problematici. Dobbiamo interrogarci sull’impatto di ogni nostra azione sui nostri fratelli, sui poveri, sugli altri, sulle generazioni future, sull’ambiente e sulle varie forme di vita. Dobbiamo chiederci se ciò che facciamo ci rende schiavi o se ci rende davvero liberi di vivere in serena sobrietà.

Per Papa Francesco, la crisi ecologica è una chiamata a una profonda conversione interiore che scuote i pii cristiani, i quali “con il pretesto di un realismo pragmatico spesso rifuggono dalla preoccupazione per l’ambiente” (LS, n. 217). La “conversione ecologica” a cui ci invita l’Enciclica Laudado Si’ implica “lasciare che tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù emergano nel nostro rapporto con il mondo circostante”, poiché “vivere la nostra vocazione di amministratori dell’opera di Dio non è qualcosa di opzionale o un aspetto secondario dell’esperienza cristiana, ma una parte essenziale di un’esistenza virtuosa” (LS, n. 217).

L’appello alla conversione ecologica diventa, nell’esortazione apostolica Querida Amazónia, la descrizione di un sogno ecologico. 

Lungi dall’essere un sogno ad occhi aperti, la visione onirica di Papa Francesco immagina una Chiesa che ha a cuore la stretta relazione degli esseri umani con la natura e valorizza la “saggezza dei popoli nativi dell’Amazzonia [che] ‘ispira la cura e il rispetto per la creazione, con una chiara consapevolezza dei suoi limiti, vietandone l’abuso. Abusare della natura significa abusare dei nostri antenati, dei nostri fratelli e sorelle, della creazione e del Creatore, ipotecando il futuro’” (QA, n.42). La cura della nostra Casa Comune richiede la combinazione di saggezza ancestrale e conoscenze tecniche (QA, n.51). 

Nella costruzione di questi ponti tra le conoscenze, forse i missionari che sono vicini a molti fratelli e sorelle di culture diverse possono contribuire in modo speciale. Per esempio, imparando insieme a queste persone a non considerare la natura “come qualcosa di separato da noi o come una semplice cornice per la nostra vita”. Siamo inclusi in essa, ne facciamo parte e ci compenetriamo in essa” (LS, n. 139).

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Dalla “formazione dell’ambiente” all’ecologia integrale

Nel pensiero del Fondatore e dei primi missionari - come emerge dall’abbondante materiale relativo ai primi anni delle missioni - era chiaro che l’evangelizzazione non poteva essere dissociata dalla “formazione dell’ambiente”. Dopo alcuni anni di lavoro apostolico in Kenya, il decreto di lode della Sacra Congregazione per i Religiosi (28/12/1909) sottolineava come i missionari dell’Istituto si fossero distinti per il loro impegno nella vita del popolo (Lettere V, p. 304s). Quel decreto diede molta gioia e soddisfazione al Fondatore, che vi lesse l’approvazione del metodo missionario studiato e attuato insieme ai suoi figli. Oggi, a distanza di più di un secolo, i termini in cui viene espressa e le idee alla base di quel testo sembrano naturalmente superati, possono urtare la sensibilità e suscitare critiche legittime.

L’azione missionaria, nella sua dimensione “umanitaria” - in mezzo a critiche, crisi e maturazioni - ha adottato nuove teorie e assunto pratiche diverse. I missionari, oltre a essere “portatori” del Vangelo, sono stati considerati anche come fautori di cambiamenti nella vita dei popoli. Questa attività può essere espressa con alcune parole chiave, emblematiche della sensibilità dei diversi tempi: “civiltà”, che ha lasciato il posto alla “promozione umana”, modernizzata nell’idea di “sviluppo”, oggi troppo segnata da un’ideologia che cerca di imporre lo stesso modello globale a tutte le società. 

Per assumere una posizione positiva, facendo nostre le parole di Papa Francesco, possiamo dire che, all’interno della Chiesa, anche noi diventiamo promotori di una “ecologia integrale”. Poiché non possiamo rimanere indifferenti a tutto ciò che riguarda la vita, siamo chiamati a una “conversione ecologica”, ispirata alla proposta dell’“ecologia integrale”.

In questo cammino di conversione, è utile instaurare un dialogo con la saggezza di altri popoli e con i poveri, cercando nuove risposte per affrontare le sfide più urgenti e promuovere un modello di vita giusto, solidale e sostenibile. Il contributo dei popoli indigeni alla cura del creato è ampiamente riconosciuto nei documenti ecclesiali redatti nel processo del Sinodo sull’Amazzonia, in cui si osserva che “la ricerca della vita in abbondanza da parte dei popoli amazzonici si concretizza in quello che essi chiamano ‘vivere bene’, che si realizza pienamente nelle Beatitudini. Si tratta di vivere in armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’Essere Supremo, perché esiste un’intercomunicazione in tutto il cosmo” (DF, n.9. Cfr. LS, n.149; IL, n.49s; QA, n.42).

Nello stato brasiliano del Maranhão noi missionari possiamo testimoniare l’esperienza di una comunità che ha combattuto per ben quindici anni una lunga battaglia legale contro una impresa mineraria, la Vale, una delle più grandi del Brasile, che sfruttava un immenso giacimento di ferro e aveva costruito un complesso siderurgico quasi sulla loro porta di casa senza che nessuno fosse consultato.

Per capire gli interessi che c’erano in gioco è sufficiente dire che ogni giorno passava, sulla testa della nostra gente che viveva con 5 dollari al giorno, l’equivalente di 60 milioni di dollari di minerale.

Quando noi missionari comboniani siamo arrivati, l’impresa siderurgiche era li da più di vent’anni; la foresta era scomparsa; perfino il clima era cambiato e la stagione delle piogge si era ridotta di un mese; molte persone si ammalavano e tante sono morte. Eppure abbiamo trovato delle comunità che stavano strenuamente opponendosi a questa situazione e sono stati loro a coinvolgerci nella battaglia che stavano combattendo. Dicevano: “senza di voi non ce la facciamo, ma se creiamo una alleanza forte riusciremo a  prevalere”. 

Mi ha sempre impressionato tantissimo la forza morale, la resistenza e la tenacia di questa gente: è stata una lotta sproporzionata, ci sono voluti 15 anni, ma alla fine hanno costretto imprese e governo ad abbassare la testa davanti alla resistenza, l’orgoglio e la dignità di queste persone. Hanno ottenuto una nuova terra nella quale costruire le loro case; le alleanze costruite in modo parsimonioso hanno prodotto frutti; è stata costruita una città totalmente nuova, pulita e sicura. 

Si è lavorato a una riparazione integrale che ha tenuto presente l’onore della memoria, niente di quel che è successo deve essere dimenticato, nessuna vittima può finire nell’oblio; questa riparazione ha permesso condizioni di vita adeguate per le generazioni che verranno e la comunità non si è mai divisa; hanno costruito le loro case e il loro futuro secondo i loro propri criteri. In un processo di riparazione integrale i poveri smettono di essere semplicemente beneficiari e diventano protagonisti.

Quella è stata una gran bella vittoria ma siamo ancora lontani dalla fine della guerra perché dietro abbiamo un sistema economico fallimentare ma che ci resistiamo a cambiare. Il modello fatto di estrazione, consumo e scarto può continuare a funzionare se si sono in tanti angoli del mondo “zone di sacrificio” come quella che vi ho descritto. I danni ambientali sono irreversibili e l’estrattivismo non offre una seconde opportunità: tutto è irrimediabilmente bruciato e distrutto. Le regioni più ricche in beni comuni (che le imprese chiamano risorse) sono anche le regioni più tormentate dalla guerra, dalla violenza, dall’impoverimento e anche dalla malattia. In questa contraddizione mondiale c’è di mezzo il sistema finanziario che è quello che alimenta il tutto: l’impresa Vale per esempio non porta il suo minerale direttamente in Cina, dove è consumato; prima lo vende in Svizzera, dove paga meno tasse che in Brasile, con un risparmio grandissimo, un mancato e sostanzioso ingresso per il popolo brasiliano. 

Oggi l’Amazzonia è quasi arrivata a un punto di non ritorno. Gli scienziati calcolano che quando il disboscamento arriverà al 25% del territorio si innescherà un processo di savanizzazione; il bosco tropicale non sarà più in grado di rigenerarsi con quei cicli ecologici complessi che hanno fatto di questa regione la più biodiversa del pianeta, una ricchezza che, tra l’altro, conosciamo ancora abbastanza poco. 

Per questo il modello estrattivista così come la conosciamo non ha più senso, non è più sostenibile. Il messaggio di Papa Francesco nella Laudato si’, nel sinodo dell’Amazzonia, nella Fratelli Tutti è stato per noi una benedizione. Dietro questi interventi magistrali c’è una grande intuizione spirituale: cominciamo a capire che non siamo il centro della storia, che siamo stati creati assieme e quindi siamo davvero tutti fratelli e sorelle in un senso particolarmente universale. Grazie a questo deve cambiare tutto il nostro modo di pensare, di costruire le relazioni politiche, anche di vivere la nostra fede.

Papa Francesco ci sta animando con un progetto molto bello ed ambizioso: l’economia di Francesco. Noi in Brasile l’abbiamo chiamata l’economia di Francesco e Chiara perché questo sistema economico maschilista, patriarcale e coloniale, del quale siamo tutti vittime, ha proprio bisogno di una dimensione femminile per ripensarsi. L’economia femminile è l’economia circolare, quella dei piccoli spazi e delle relazioni, quella delle cooperative, quella che crede nei piccoli e nella loro capacità di crescere.

Nella nostra riflessione in Brasile abbiamo individuato tre grandi modelli di economia: il primo è il modello del saccheggio esplicito e del sistema neo liberale non controllato. Il secondo è il modello della ridistribuzione e dello sviluppo; era quello che lo stesso Lula aveva promosso nel suo precedente governo, il punto debole di questo modello sta nel fatto che è sempre centrato nello sfruttamento intensivo delle risorse, la ricchezza ha la stessa origine ma viene poi diversamente distribuita e a lungo termine non ha futuro. C’è allora il terzo modello che in qualche modo ci indica il magistero del papa Francesco; quando Lui invita giovani, indigeni e movimenti popolari sta indicando questo cammino: è quello dei popoli locali, delle comunità, del femminile, dei popoli indigeni, di chi ha cura dei territori.

Quando venne eletto in Brasile Bolsonaro, inizialmente tutti pensammo che avevamo a che fare con un incompetente. In realtà la cosa era molto più grave: lui stava portando avanti un progetto ben studiato che prevedeva la distruzione dei territori amazzonici e l’eliminazione culturale e forse anche fisica di tutte le minoranze etniche che difendono e sanno vivere in armonia con la selva.

In Bolsonaro c’era condensata tutta l’incapacità di pensare un mondo di convivenza e invece tutto è al servizio del capitale, dei poteri forti della finanza, del latifondo, delle monocolture. Un progetto suicida che si sostiene a colpi di interessi loschi e miopi che pensano al guadagno di oggi senza nessuna proiezione di futuro anche minimamente sostenibile: mai si pensa alle nuove generazioni. 

È tutto il contrario di quello che fanno i popoli originari. Gli indigeni del nord America, quando devono prendere decisioni di carattere ambientale importanti cercano sempre di pensare alle conseguenze fino alla settima generazione. I nostri popoli dell’Amazzonia ci insegnano come costruire relazioni non distruttive con l’ambiente amazzonico e lo fanno a partire dalle loro tecnologie, dai loro miti, dalla loro secolare convivenza con la natura. 

Questo modello ha profonde conseguenza anche per la nostra fede: l’eucaristia è il sacramento della comunità solidale, il Padre Nostro la preghiera che mette assieme il Padre e il Pane che sono di tutti. 

* Dario Bossi è il superiore dei missionari Comboniani in Brasile

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