Domenica 6 novembre, una Messa presso la parrocchia Assunzione di Maria Vergine di Caramagna, arcidiocesi di Torino, ha chiuso l'anno dedicato al canonico Camisassa, fedele collaboratore del beato Giuseppe Allamano per 42 anni nell'opera del Santuario della Consolata e nella fondazione delle due congregazioni missionarie, IMC e MC. 

Alla celebrazione hanno partecipato le due Direzioni Generali IMC - MC, numerosi fedeli, bambini e ragazzi che frequentavano la catechesi, le Suore di Maria Immacolata, una congregazione fondata dal vescovo Filippo Perlo in Kenya, alcuni membri della famiglia di Camisassa e il sindaco di Caramagna, Francesco Emanuel.

La Messa è stata presieduta dal Superiore Generale, padre Stefano Camerlengo: "Perché ricordiamo ancora un uomo morto 100 anni fa? Perché Camisassa era una persona di grandi valori e ha fatto tante cose buone, tra cui collaborare con l'Allamano nella fondazione dei due istituti", ha sottolineato padre Stefano nella sua omelia. 

All'inizio della celebrazione, il parroco, padre Domenico Veglio, ha sottolineato alcuni insegnamenti del Beato Allamano, in particolare il suo grande amore per la Consolata e le missioni. Uno dei pensieri evidenziati è stato: "Dobbiamo crescere sempre di più nella devozione alla Madonna. Nessuno diventa santo se non è devoto a Maria. Tutti i cristiani per essere buoni cristiani devono essere devoti della Madonna e tutti i santi fin dai primi secoli lo sono sempre stati. Ancora di più i religiosi. Questa è la caratteristica che contraddistingue tutti i santi".

Simona Brambilla, superiora generale delle Suore Missionarie della Consolata, ha presentato una sintesi della vita di padre Camisassa. Dio sia lodato per questa bella esperienza familiare che mette in risalto la figura del nostro Cofondatore. Caramagna è anche la città natale di Mons. Filippo Perlo, primo Vescovo Missionario della Consolata e nipote del Canonico Camisassa, uno dei quattro pionieri e figura di spicco delle nostre prime missioni in Kenya.

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Il ricordo di Madre Simona Brambilla

Giacomo Camisassa nasce qui, a Caramagna Piemonte, il 27 settembre 1854, quinto di sei figli. Suo padre si chiama Gabriele e la madre, Agnese Perlo.

Dotato di vivida intelligenza, percorre le scuole elementari senza difficoltà, dando prova di spiccatissima inclinazione agli studi. È quindi a malincuore che i genitori, nell'impossibilità di farglieli continuare, terminate le elementari, decidono di impiegarlo quale apprendista fabbro presso il padrino, Giuseppe Becchio. Giacomo entra nell'officina con gusto, come se fosse veramente quello il suo sogno. Impara a guadagnarsi il pane e a fare un po' di tutto. Vive la gioia semplice che regna in un ambiente rurale, povero, ma ricco di fiducia in Dio e di disponibilità ai suoi voleri. La sorella Anna Maria, maggiore a lui di sedici anni, sua madrina, non si dà pace: un ragazzo tanto bravo, intelligente, buono, deve proseguire gli studi. Lei è sarta, abile sarta! Moltiplicherà le ore di cucito fino all'impossibile. Pagherà lei le spese necessarie perché il fratello possa riprendere gli studi. Nell'ottobre del 1865, a quattordici anni, lascia Caramagna per cominciare i corsi ginnasiali presso l'oratorio di don Bosco. Ricupera i tempi, sì da portare a termine i corsi ginnasiali in soli tre anni. E, nel suo animo buono e disponibile, sente chiaro il primo desiderio di farsi prete. 

Il 22 ottobre 1871, nella chiesa parrocchiale ove fu battezzato, a Caramagna, riceve l'abito chiericale per le mani del suo arciprete. Il chierico Camisassa ha 17 anni e passa a far parte del seminario di Chieri. La sua riuscita è ottima. Durante i mesi di vacanza, sa deporre con disinvoltura la veste talare per dare mano al padre nei lavori di campagna. 

Nel 1873 entra nel Seminario Metropolitano di Torino per gli studi teologici. Il 26 maggio 1877 riceve il diaconato e il 15 giugno viene ordinato sacerdote nella chiesa metropolitana di Torino, per le mani dell'arcivescovo Lorenzo Gastaldi. A Caramagna canta la prima Messa. Poi, riprende gli studi e si prepara per il dottorato; un anno intenso ancora e si laurea in teologia presso la facoltà annessa al seminario. Ha il massimo del punteggio. È l'8 agosto 1878.

Giacomo Camisassa, giovane sacerdote, cammina secondo un "Regolamento di vita" che egli stesso ha scritto. Si tratta di un documento altamente significativo perché permette di entrare nell'intima personalità di questo sacerdote che, con molta naturalezza, analizza sé stesso e si sforza di eliminare i risvolti negativi del suo carattere. Leggiamone alcuni punti:

"... Il primo passo verso la santità è il desiderio vivissimo di conseguirla. Difatti, l'acquisto di essa, esigendo sforzi e sacrifici continui, solo un ardente desiderio può imprimere alla volontà l'energia necessaria".

"Ricorda: santità, da realizzarsi praticando l'umiltà, impegnandoti attentamente. Conta su Dio solo. Veglia sull'io, che ruba ciò che è di Dio. Fedeltà al momento presente: è mai piccolo ciò che si intraprende e si fa per Dio...".

"... La riflessione e l'esperienza mi hanno fatto toccare con mano che ho un carattere avventato, volubile, irrequieto, leggero… Mano dunque ad una salutare riforma...".

Sintetizzerà il suo modo di agire con questa espressione: "Nel fare la cosa, non si deve badare al tempo che si impiega, ma alla perfezione che vi si raggiunge". Diceva: "tutto quello che si fa per Dio va fatto bene". E ancora: "Mi consola il pensiero che non ho mai fatto nulla per me stesso, ma solo per la gloria di Dio".

Don Giacomo, giovane prete, aspetta con impazienza il momento di darsi tutto al ministero pastorale e alla predicazione. Ultimato il corso biennale di teologia morale presso il seminario metropolitano, già sta preparandosi per andare a Pecetto Torinese come vice parroco quando, nel settembre 1880, gli giunge una lettera inattesa del suo giovane direttore spirituale, Giuseppe Allamano, nominato Rettore del santuario della Consolata. 

Riportiamo qualcosa della lettera: "Carissimo, le scrivo questa lettera, avrà di che meravigliarsi! Le comunico infatti una cosa che tuttora mi fa trasognare e stupirà certo anche lei. Mons. Arcivescovo mi ha nominato Rettore del Santuario della Consolata… Ecco, mio caro, una notizia che do a lei per primo, come a mio carissimo! La faccenda però non termina a questo punto: ma facendosi in quel Convitto Casa nuova anche per l'ufficio di Economo... Monsignore mi ha offerto di cercarmi una persona che mi piacesse per tale ufficio, ed io chiesi di lei.(…) E non adduca personale incapacità, perché Iddio supplirà a tutto; come supplirà alle mie deboli forze, supplirà anche a lei… 

Veda, mio caro, faremo d'accordo un po' di bene e procureremo di onorare il culto della cara nostra Madre, la Consolata. Sono certo che lei vorrà imitare il suo antico Direttore Spirituale nella pronta obbedienza agli ordini del Superiore, ed io avrò così la fortuna di condividere il lavoro con una persona che tanto amo e da cui tante prove di affezione ho nel passato ricevuto, e i tanti travagli che mi aspettano".

E così due destini convergono insieme, nel nome della Consolata: il 2 ottobre 1880 l'Allamano fa il suo ingresso alla Consolata. Il Camisassa lo raggiunge il 3 ottobre. Ha 26 anni. Tutti e due si mettono nella scia della Volontà di Dio. Don Giacomo sarà a fianco dell'Allamano, suo amico fraterno, per 42 anni, condividendone con passione la vita, i sogni e i progetti, fino alla fondazione, accompagnamento e direzione di due Istituti missionari: i Missionari (1901) e le Missionarie (1910) della Consolata. 

Verso la fine del giugno 1922, un duro e improvviso collasso riduce don Giacomo in fin di vita. L'Allamano, addoloratissimo, capisce immediatamente la gravità della situazione. Dice dell'amico: "Ha sempre lavorato, è un uomo frusto dalla fatica come se avesse novant'anni, credetemi! Il Signore lo ha sempre benedetto. Riusciva in tutto, in tutto era il primo. È vissuto per Dio! Sì, viviamo anche noi per Dio e basta!". Passano i giorni e il paziente non dà segno di ripresa, anzi, le condizioni si aggravano. 

Il 18 agosto 1922, verso sera, come riavendosi da un sogno, il Camisassa si guarda attorno, poi fa cenno a suor Virginia, la Missionaria della Consolata che in quel momento lo assisteva, e vuole che gli consegni il crocifisso che le pende dal collo. Parimenti fa con l'infermiere, padre Sciolla, Missionario della Consolata. Poi annoda le cordicelle dei medesimi e si stringe al cuore i crocifissi, continuando a fissare l'uno e l'altra. Vuole parlare, dire qualcosa. Non può. Gli domandano, trepidanti: "Significa che padri e suore devono rimanere uniti e volersi bene?". "Sì, sì, ecco, è così...".

Un attimo, poi continuando a fissare gli astanti dice: "Ma è il Padre che vi ha legato!".

"E lei desidera che restiamo sempre così uniti, vero?". "Sì, è mio desiderio, ma è il Padre che lo vuole".

Suor Michelina Abbà, presente al fatto, ne spiegherà in seguito i dettagli al Fondatore, che scriverà ai missionari in Africa, dicendo: "Le ultime parole del caro estinto furono di unione fra i missionari e le missionarie". Quella sera stessa, il Camisassa torna alla casa del Padre. 

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La testimonianza più alta e preziosa sul conto del Camisassa è sempre quella che gli rende l'Allamano, il quale, dopo la sua morte, ne parla più volte ed ogni volta con affettuosa ammirazione: "Il Vice Rettore aveva virtù ed una volontà ferma, costante, tutta appoggiata sulla Volontà di Dio" (11-3-1923). E ancora più significativamente altra volta dichiara, quasi rivelando il segreto focale della loro vita: "Se abbiamo fatto qualcosa di buono, è perché eravamo diversi: ma c'eravamo promessi di dirci sempre la verità. Promessa che abbiamo mantenuto. Se fossimo stati uguali non avremmo visto i difetti l'uno dell'altro, ed avremmo fatti molti più sbagli...". "Eravamo un cuor solo e una cosa sola, da quarantadue anni" - e - "Ci siamo sempre amati in Dio".

Grazie, Signore, per averci donato la presenza discreta, operosa e benedicente del Canonico Giacomo Camisassa. Egli, uomo di Dio, uomo di comunione e collaborazione, in sintonia con il Beato Giuseppe Allamano si spese per il bene della Chiesa e delle persone che avvicinava, promosse la qualificazione spirituale e materiale del Santuario della Consolata quale centro di rinnovamento dei cammini di fede nella Diocesi di Torino, sostenne la nascita e lo sviluppo degli Istituti Missionari della Consolata.

Donaci, Signore, di imparare da lui l'arte della vera amicizia fraterna, la silenziosa operosità, l'umiltà di chi cerca Dio con tutto il cuore e la dedizione entusiasta alla Missione. Lo chiediamo a Te, Signore Gesù, il Figlio Missionario del Padre, che vivi e regni con Lui e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen!

*Jaime Patias è Consigliere generale per l'America. Simona Brambilla è Superiora Generale delle Missionarie della Consolata

A proposito di collaboratori del Fondatore, questa sera, noi vogliamo ricordare in modo speciale il canonico Giacomo Camisassa, che nella storia del nostro Istituto ha giocato un ruolo importantissimo. (...) Oggi, a 75 anni dalla sua morte, lo vogliamo ricordare principalmente per la sua esemplarità:

SPIRITO DI UMILTÀ. Giacomo Camisassa dicono i biografi - non ha accettato di essere vescovo nonostante ne avesse tutte le qualità, e preferì rimanere un amico fedele e un collaboratore assiduo dell’Allamano. Però, questo atteggiamento subalterno non gli era naturale. Di questo ne parla lui stesso nel suo “progetto personale di vita”, in cui riconosce di avere un carattere forte, un po’ imperioso, certamente non facile per tenere un ruolo di secondo. Eppure, vi si è adattato, l'ha accettato - non per un giorno - ma per tutta la sua vita. Tanto che l'Allamano diceva che «il Camisassa aveva l’arte di sapersi nascondere» 

UNITÀ D'INTENTI. Un’altra dote di questo sacerdote era la capacità di rimanere in comunione, di ricercare con il suo amico, l’Allamano, l'unità d'intenti e ci riuscì. A conferma di questo, l'Allamano soleva dire: «Queste cose che io vi insegno, io le ho sperimentate, le ho vissute per tutta la vita». Aveva fatto questo, in particolar modo, con il Camisassa.

COMPLEMENTARITÀ. Questa è stata pure una caratteristica molto spiccata in loro due, riuscendo a realizzare opere grandi nella Chiesa. Però, anche qui, intesa e complementarità non erano un risultato di naturale attitudine. L'unità d'intento e la complementarità la cercavano e la costruivano nel dialogo. Si sa infatti che ogni giorno spendevano almeno due ore per scambiarsi idee, vagliare progetti, decidere assieme il da farsi. E di cose grandi ne hanno fatte! Alla morte del Camisassa il Fondatore poteva dire: «Eravamo un cuor solo e un'anima sola e questo per 42 anni» 

RICERCA DELLA VOLONTÀ DI DIO. Sia l'Allamano, che il Camisassa non facevano nulla se non quando erano moralmente certi della “volontà di Dio”. A questo proposito, ricordiamo la risposta che diede il Fondatore al Prefetto di Propaganda Fide dopo aver ricevuto il via libera per l'apertura missionaria al Tanzania: «Per me, per noi [cioè per lui e per il Camisassa] e per il mio Istituto la sua è la voce di Dio». Infatti, era il Camisassa che metteva in bella copia le lettere da inviare a Roma.

LABORIOSITÀ. Il Camisassa aveva il dono della laboriosità al sommo grado. L'Allamano, nel giugno del 1922, due giorni prima che il Camisassa morisse, all'età di 68 anni, così disse di lui: «Ha sempre lavorato, è un uomo frusto, logoro dalla fatica come se avesse 90 anni. Il Signore lo ha sempre benedetto, riusciva in tutto, in tutto era primo». E, dopo la morte, si lasciò andare a questa confidenza: «È come se avessi perso le due braccia. Un tempo c'era lui; era tutto per me, e questo per 42 anni!» 

L’Allamano e il Camisassa sono stati complementari l'uno all'altro. Ecco, quindi, un bel esempio per noi, per essere veramente una famiglia di consacrati per la missione e poter riuscire a fare opere grandi per il Signore e la sua Chiesa». (Nel 75 anniversario della morte. Da Casa Madre. Aprile 1997, pp. 5-6)

* Piero Trabucco è stato Superiore Generale dal 1993 fino al 2005

 

Per noi Missionari e Missionarie della Consolata la celebrazione [in questo santuario della Consolata ricordando il centenario della morte di Giacomo Camisassa, fedele collaboratore del Beato Allamano] è una celebrazione speciale e diventa doppiamente speciale perché ricordiamo un grande che insieme all’Allamano, un altro grande, ha sognato, realizzato e costruito due istituti missionari. 

I nostri missionari e le nostre missionarie della Mongolia ci hanno insegnato a dire che la missione in Asia, ma non solo lí, possiamo farla solo in punta di piedi. La missione non ha bisogno di pompe, applausi, protagonismi ma si fa nell’unità quotidiana cercando di costruire il vangelo pezzo per pezzo con le persone che il Signore mette sul nostro cammino.

La prima volta che sono andato in Mongolia, a visitare i nostri confratelli e le nostre consorelle, eravamo con Giorgio nel cuore della Mongolia nella prima parrocchia lontana dalla capitale. La domenica abbiamo celebrato la messa con quindici cristiani e qualche curioso che ci sbirciava da fuori e poi dopo ci siamo incontrati con questi cristiani e abbiamo preso qualcosa assieme.

Quello che mi ha segnato per anni e lo porto ancora nel cuore, è che mi sono seduto vicino a un giovane di approssimativamente diciott’anni che vedevo veramente contento, sprizzava gioia da tutte le parti. Con l’aiuto di un missionario che mi ha tradotto mi sono sentito di chiedergli
– Ma perché sei così contento?
La risposta che lui ha dato è stata la più bella che si possa dare e fino ad ora non ne ho trovate altre
– Io voglio essere cristiano perché essere cristiano mi da la gioia di vivere.

C’è tutto; questo giovane ragazzo ha capito tutto! Essere cristiani in mezzo a tutti gli altri che non lo sono, appartenendo a un piccolo gruppo come sono i cristiani della Mongolia, e manifestare la gioia che si vive incontrando a Cristo, per me è la cosa più bella.

Questo ha caratterizzato i nostri grandi: Allamano e Camisassa ed è per quello che dopo cent’anni oggi ricordiamo ancora il Camisassa. Sono delle persone che hanno fondato la loro vita si Gesù Cristo; hanno cercato solo di vivere il vangelo e di fare la volontà di Dio. La volontà di Dio li ha portati a stare 42 anni in questo santuario in amicizia, in compagnia e in collaborazione stretta e insieme hanno realizzato questo grande sogno: la creazione dei due grandi Istituti Missionari della Consolata. 

Il Camisassa era un uomo di grande intelligenza e non era solo l’uomo concreto che sapeva fare i lavori manuali e materiali. Era un uomo di visione, il primo nella teologia, esperto in diritto canonico e civile, un’autorità riconosciuta nella Torino di quel tempo... eppure era di una umiltà tale che quando parlavi con lui diceva “guardate l’Allamano, è lui il maestro, io accompagno soltanto” e quando andavi dall’Allamano lui diceva “andate dal Camisassa”... i due giocavano a ping-pong non in una falsa umiltà ma nella vera umiltà di chi capisce che senza l’altro non fa niente; che ha bisogno dell’altro per costruire qualcosa che valga la pena. Non per essere protagonista ma per costruire sempre nel nome del Signore.

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Ci sono della frasi che noi missionari e missionarie conosciamo ma permettetemi di recuperarle perché sono troppo belle. Dice l’Allamano: “tutte le sere passavano in questo mio studio (nel santuario) diverse ore, qui è nato il progetto dell’Istituto, qui si parlava di andare in Africa, insomma, tutto si combinava qui. Se non avessi avuto al mio fianco il canonico Camisassa non avrei fatto quello che ho fatto”. Questa era una amicizia profonda fondata sulla sincerità, oggi che è così difficile essere sinceri. 

L’Allamano diceva: “ci siamo promessi di dirci sempre tutto in verità” e questo ha fatto si che la loro amicizia durasse nel tempo, per ben 42 anni. Quello che noi abbiamo cominciato a chiamare, usando termini un po’ più abbelliti , “promozione fraterna” loro l’hanno sempre fatta senza chiamarla in quel modo e ci hanno insegnato che solo aiutandoci a vicenda si può costruire qualcosa di valido. 

Gesù Cristo è il fondamento ma dietro il loro comune impegno c’era anche una umanità vera, non fittizia o fatta di immagine, e che porta a dirsi le cose in verità, per costruire e camminare insieme, per vivere in Comunione. Sono tutti valori che il Papa Francesco e la chiesa attuale ci sta proponendo in questo cammino di sinodalità, dove ognuno è chiamato ad essere protagonista là dove ognuno sta. È una chiesa nuova che ha il vangelo al centro e dove Gesù Cristo è quello che conta, non tutto il resto.

Celebrare per noi il centenario della morte del Camisassa è prima di tutto un momento di grande commozione e fraternità perché ci aiuta a recuperare l’amicizia, la correzione, il camminare insieme, la comunione ma poi è anche un momento di revisione per vedere come i nostri Istituti stanno tentando di portare avanti gli orientamenti, il progetto e i sogni che l’Allamano e il Camisassa, in questo santuario, hanno covato nel loro cuore dialogando e pregando insieme.

I nostri istituti sono ancora fedeli a quest’opera originaria? Anche se facciamo fatica da qualche parte io risponderei a questa domanda con un sí. Con semplicità e con umiltà dobbiamo dire che stiamo camminando anche se il tempo magari ti logora un pochino.  Con verità possiamo dire che Il Signore continua a benedire questi Istituti perché siamo fondati e formati da dei grandi che ricordiamo in questo santuario.

Il mondo è fondato su pilastri e questi pilastri sono i santi, le persone buone, le persone vere che nella vita di ogni giorno costruiscono la storia. Noi ricordiamo l’Allamano, il Camisassa e tanti fratelli e sorelle che sono morti dando la vita per la missione. 

Che bello che in questa eucaristia inviamo a Suor Francesca in Mongolia. Gesù ci ha voluti missionari; l’Allamano e il Camisassa sono stati missionari; noi continuiamo a inviare missionari: questa missione è una missione vera, autentica, di Istituto, di comunione. Le difficoltà non mancheranno perché fanno parte della vita, ma quello che conta è l’amore al Signore e quell’autenticità di vita che abbiamo imparato dai nostri grandi.

Continuiamo ad ascoltare le parole dell’Allamano sul Camisassa: “Se abbiamo fatto qualcosa di buono è appunto perché eravamo tanto diversi. Se fossimo stati uguali non avremmo visto i difetti l’uno dell’altro e avremmo fatto molti sbagli di più”. Noi parliamo tanto di interculturalità e diversità, ma che fatica che facciamo spesso per accettarla, questi già allora la vivevano.

Poi ancora: “Tocca a me fare i suoi elogi: era sempre intento a sacrificarsi pur di risparmiare me; aveva l’arte di nascondersi e possedeva la vera umiltà. Egli viveva per voi e per le missioni”. Oggi, quando tutti vogliono apparire, vediamo che nascondendosi, come fece il Camisassa, si continua a vivere per cent’anni nella storia di un Istituto. 

L’Allamano, dando l’annuncio della morte del Camisassa, dice una cosa importante che può anche aiutarci nella nostra vita: “fino all’ultima ora, pur essendo ammalato, il Camisassa continuava a pensare, a pregare e a parlare degli Istituti”. Il suo amore è tutto descritto in questi tre verbi. 

Oggi questi Istituti che loro due hanno pensato e sognato insieme esistono ancora e mandano ancora delle persone. Che bella questa continuità, che bella questa catena d’amore che va avanti, perché la storia non la fanno i grandi e i potenti, non la fanno neanche i cattivi anche se poi subiamo le conseguenze delle loro azioni, ma la fanno i buoni, quelli che rimangono per l’eternità perché il loro ricordo rimane per sempre. 

*Stefano Camerlengo è Superiore Generale dei Missionari della Consolata. Testo dell'omelia tenuta nel Santuario della Consolata in occasione della celebrazione del centenario della morte del canonico Camisassa. 

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Questi due grandi sacerdoti sono uniti inseparabilmente: lo furono nella vita e lo resteranno nel ricordo dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, come egregiamente scrisse il Padre Sales: «Come Dio volle uniti i due degni sacerdoti nell'opera grande da essi edificata, così essi sono e rimarranno uniti nella memoria e nell'affetto nostro».

Vorrei richiamare e approfondire brevemente quell'esempio mirabile e quel carisma forse unico, che Dio ha offerto a noi, Missionari e Missionarie della Consolata, nella amicizia e collaborazione dell'Allamano e del Camisassa, e vederci come un’eredità preziosa, il messaggio spirituale, quanto mai valido e attuale, che ci viene dato commemorandoli insieme. Si tratta di una ispirazione e modello di rapporti e di collaborazione, a livello sia di persone e membri nell'Istituto, sia dei due Istituti fra loro.

Amicizia e collaborazione: «ci siamo amati nel signore»

Com’è noto, l'Allamano e il Camisassa convissero e lavorarono insieme per quarantadue anni, dal 1880, quando Mons. Gastaldi, nomina il giovane sacerdote Allamano Rettore della Consolata (e il Camisassa, per volontà del nuovo Rettore ne divenne economo), fino alla morte del Camisassa (18-8-1922). Tutte le opere, cui l'Allamano mise mano - i restauri della Consolata, il rinnovo del Convitto e specialmente la fondazione dei due Istituti Missionari e l'inizio e organizzazione delle Missioni in Africa - ebbero anche l'appoggio entusiasta e totale del suo collaboratore.

Il Fondatore «...non si sarebbe deciso al grave passo (di fondare l'Istituto), se non si fosse trovato a fianco un uomo della tempra e dell’abilità del Camisassa» (P. Sales); ma questi non agì mai indipendentemente, non si attribuì mai nulla in proprio; fu sempre il braccio destro e come l'ombra dell’Allamano. dal quale partiva l'idea e al quale, in ogni caso, era riservata l’ultima parola e la decisione operativa.

Furono amici, furono diversi; e per questo poterono fare opere straordinarie. Con quale spirito e metodo? Quale fu il loro segreto di amicizia, di collaborazione, di successo? Il segreto va ricercato in questa confidenza del Padre Fondatore: «Se abbiamo fatto qualcosa di buono è appunto perché eravamo tanto diversi; ma ci siamo promessi di dirci la verità, e l'abbiamo sempre mantenuto; se fossimo uguali non avremmo visto i difetti l’uno dell'altro e avremo fatto molti sbagli di più». Quando morì il Camisassa, l'Allamano disse: «Erano 42 anni che eravamo insieme; eravamo una cosa sola; ci siamo sempre amati in Dio».

Pensando a questo mirabile esempio di amicizia e collaborazione, viene naturale auspicarlo su di noi oggi. Il carisma della nostra fondazione comporta questo dono divino, che è un impegno per noi: volersi e sapersi accettare nella diversità che siamo e abbiamo di carattere, di capacità e limiti, di funzioni e servizi; rispettarci e collaborare in una sincera amicizia, ma dicendoci sempre la verità; e amarci fedelmente e instancabilmente nel Signore. 

Ecco il messaggio che la presente commemorazione indirizza ai membri dei nostri Istituti; e mi sembra così bello e importante, che ciascuno dovrebbe accoglierlo come un messaggio rivolto a sé personalmente e secondo esso orientare i rapporti con gli altri membri della Comunità e dell’Istituto. Allora la varietà e la diversità, che esiste fra persone e persone, fra funzione e funzione, fra Comunità e Comunità diventerà una complementarietà benefica e fruttuosa, come si operò nella collaborazione e nell’amicizia dell'Allamano e del Camisassa; e il nostro spirito di famiglia sarà una realtà evidente, una testimonianza sicura che viviamo secondo lo spirito della nostra fondazione.

Unione fra i due Istituti

Nella lettera con la quale il Padre Fondatore annunciava ai suoi Missionari e Missionarie la morte del Vicerettore, scrisse: «Le sue (del Camisassa) ultime parole, che disse suo testamento, furono di unione fra i Missionari e le Missionarie». Questa dichiarazione del nostro Padre esprime la seconda parte del messaggio di questa commemorazione del venerato Can. Camisassa: i due Istituti furono ispirati al Padre Fondatore, da lui ideati e voluti, per avere lo stesso scopo e lo stesso spirito, per lavorare e collaborare insieme nel rispetto della loro diversità, ma uniti nel Signore.

Si trattò, evidentemente, di un gesto simbolico, di grande importanza per il Camisassa e anche per noi. Con esso, anche sul letto di morte, il Vicerettore diede testimonianza di quella che era stata la principale preoccupazione sua e dell’Allamano: l’unione e la carità fraterna fra i Missionari e le Missionarie, figli e figlie dello stesso Padre e fondati per lo stesso fine. 

L'omaggio che tributiamo oggi al Can. Camisassa, nel contesto e nella luce dell’Anno dedicato al ricordo del Padre Fondatore, possa aiutarci a comprendere e a vivere più generosamente l'esempio, il carisma e il messaggio che ci viene dalla sua vita. Poiché è, sostanzialmente, un impegno di amicizia, di unione e collaborazione fra Missionari e Missionarie, fra Istituto e Istituto, l’affidiamo soprattutto alla forza di amore e di comunione che l’Eucarestia alimenta in chi la celebra e la riceve. (in occasione della traslazione della sua salma, Da Casa Madre, Gennaio 1977, pp.4-5.15-18)

*Mario Bianchi è stato Superiore Generale dal 1969 fino al 1981

Coloro che hanno conosciuto il Ven.mo Can. Giacomo Camisassa si sono soffermati ad ammirare la sua attività esteriore, senza penetrare l'intimo segreto di tutta la sua vita: la sua unione con Dio. Lo stesso Camisassa non faceva sfoggio della sua pietà in atteggiamenti esteriori; per il suo carattere pratico e positivo tutto era semplice. Datosi a Dio, abbracciata la sua Causa, il problema era risolto, tutto il resto veniva di conseguenza. La fedeltà al suo dovere era la più bella testimonianza della sua unione con Dio. E questa fedeltà al dovere, noi la vediamo costante fino alla fine, senza titubanze, senza distinzioni, lineare, dignitosa quasi direi d’una fierezza sovrana. Se alle volte lo si è potuto vedere un po' impaziente e quasi esigente nel lavoro dei suoi collaboratori, lo si deve appunto a questa sua forma mentis che non ammetteva tentennamenti e negligenze dopo d’essersi consacrati al Signore.

Arrivati a queste altezze di unione con Dio, si può discendere a lavorare con gli uomini nelle opere di Dio, certi di trovare il proprio posto, dove si può svolgere tutta l'attività di una natura ricca di doti e collaborare in una disciplina di lavoro con coloro a cui Iddio ci ha uniti, realizzando così con la carità la seconda parte della preghiera di Gesù “Ut unum sint”. Il Can. Camisassa ha trovato il suo posto di lavoro. Chi ha in cuore il vero amor di Dio, il suo posto lo trova sempre e subito, perché tutti i posti sono buoni. Il Can. Camisassa l’ha trovato e vi è stato fedele. Per quarantadue anni, che potevano anche essere cinquanta, cento, perché furono tutti gli anni della sua vita. Avrebbe potuto cercare altro posto, avrebbe potuto ottener altri che gli venivano offerti, più dignitosi, più appariscenti, anche l’episcopato, ma egli non cambiò. Aveva del lavoro che dava gloria a Dio, non c'era quindi motivo di cambiare.

Celebre la frase di inizio. Gli fu detto: «Valeva la pena studiare tanto per ridursi a pelare patate!» Rispose tranquillamente: «Niente di ciò che si fa per obbedienza è umiliante». La Provvidenza si sarebbe servita di Lui per opere ben più grandi, noi lo sappiamo, ma egli restò sempre con la stessa umiltà. Fu diligente nel suo lavoro, quasi meticoloso. Metteva in pratica la frase di S. Giuseppe Cafasso: il bene bisogna farlo bene. (...)

È questo il lato più caratteristico della personalità del nostro P. Confondatore che mette in risalto la sua virtù e la virtù del Fondatore. Sia l’uno, come l’altro, dinnanzi a Dio e a sé stessi non si giudicavano che umili strumenti di cui Dio si serve come vuole. Si può dire che entrambi non avevano coscienza della propria persona, ma solo di Dio, la cui volontà volevano servire in tutto. È questo il segreto della loro unione che, benché tanto differenti, li fuse in uno e meritò sul loro lavoro le benedizioni di Dio, secondo la promessa di Gesù: «Dove sono due, uniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro».

Ringrazio Iddio di aver dato al nostro Istituto un Fondatore a cui ha ispirato l’ideale missionario, tradotto in pratica nelle Costituzioni e regole del nostro Istituto; d’avergli dato un collaboratore fedele, che seppe unire la potenza della sua personalità all’idea iniziale senza distruggerne l'unità dell’ispirazione divina; d’averci dato un Fondatore ed un Confondatore, che seppero lavorare assieme e con tutta la libertà ed espansione delle attività personali, senza distruggere la realtà delle situazioni e l’ordine disciplinato e coerente delle proprie responsabilità, dinnanzi a Dio, all'Istituto e al mondo. Il loro esempio si riassume in una parola sola, “unione” che è sinonimo di “carità”, che è sinonimo di “Dio”. (28 Anniversario della sua morte in Da Casa Madre, 84, Ottobre 1950, pp. 93-96)

*Domenico Fiorina è stato Superiore Generale dal 1949 fino al 1969

 

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22-11-2022 I Nostri Missionari Dicono

La pastorale afro in Brasile

Cos'è la Pastorale Afro? Approfittando di questo testo di padre Jalmir Matias de Oliveira, coordinatore della pastorale-afro nella diocesi di São...

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La missione che illumina la nostra vita

22-11-2022 I Nostri Missionari Dicono

La missione che illumina la nostra vita

Abbiamo appena concluso il mese di ottobre, il mese missionario che, attraverso il messaggio di Papa Francesco per la Giornata...

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Ordinato nuovo sacerdote Brasiliano per …

22-11-2022 Notizie

Ordinato nuovo sacerdote Brasiliano per la missione in Asia

La parrocchia di San Giovanni Battista, a Mauá (San Paolo) aveva una veste davvero festosa la mattina del cinque novembre...

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Chi confida nel Signore è come il monte…

22-11-2022 Preghiera missionaria

Chi confida nel Signore è come il monte Sion: stabile per sempre.

Zaccaria, al momento dell'annuncio, inizia a fare i conti guardando solamente a se stesso e alla vecchiaia sua e della...

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Chi semina nelle lacrime mieterà con gi…

16-11-2022 Preghiera missionaria

Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo

Nell'ultima parte del'Esortazione, Papa Francesco ritorna sulle motivazioni di fondo che debbono sostenere e accompagnare l'Evangelizzazione. Di fronte allo scandalo...

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Originale cammino sinodale

16-11-2022 Notizie

Originale cammino sinodale

Era l'altra domenica a fine ottobre, subito dopo la messa, che siamo partiti. Come inviato dall'assemblea, era un piccolo gruppo...

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