Un viaggio nella savana africana dove la dolcezza delle caramelle diventa la chiave che apre le porte alla connessione umana e alla gioia inaspettata.

Nel cuore di Wamba, dove il sole accarezza la terra con il suo calore, i nostri piedi si muovevano sul terreno rossiccio. Padre Ansoni Camacho Cruz ed io, guidati da Isac un giovane della parrocchia, visitavamo le comunità attraverso percorsi serpeggianti che collegavano le case. La nostra missione era semplice: condividere la dolcezza, non solo con le parole, ma anche con gesti concreti.

Sotto il vasto cielo africano, portavamo sacchi di caramelle, piccoli tesori avvolti in carte colorate. Mano a mano che avanzavamo, fermavamo la macchina, e consegnavamo questi piccoli doni, con la sorpresa che dietro ogni bambino ce n'erano tanti altri che apparivano all'improvviso. Si avvicinavano a noi con stupore, gioia, timidezza e innocenza, il tutto mescolato al caldo sussurro del vento. Un grande sorriso si disegnava sui loro volti quando aperta una caramella la mettevano in bocca e poi correvano a condividere il loro inatteso regalo con gli adulti, che non se lo aspettavano.

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Ogni caramella donata era una promessa: "Tu conti. La tua gioia conta, la tua cultura conta".

Questi sono regali a sorpresa e la gioia dei bimbi e degli adulti è una moneta più preziosa di qualsiasi altra. Perché in questi effimeri scambi, scopriamo la vera essenza del donare: non nell'aspettativa, ma nel puro piacere del sorprendere un altro essere umano. In mezzo alla savana africana, dove tutto trascorre con la sua lenta normalità, senza troppa fretta a differenza della grande città, arriva un regalo inaspettato.

Proseguiamo il nostro viaggio e i paesaggi sconosciuti diventano compagni. Un cenno del capo, una mano alzata, una fotografia scattata, un sorriso condiviso, una benedizione sussurrata; tutto tessuto nella trama del nostro incontro. La savana ci ha abbracciati, sussurrandoci segreti di resistenza al caldo implacabile e di saggezza ancestrale presente nelle persone. E in questa immensità, abbiamo trovato la connessione: un ponte tra mondi, fattoi non di mattoni, ma di umanità condivisa.

20240223Pacho3Arriviamo a conoscere una piccola Mañata (casa tradizionale Samburu), un luogo in mezzo alle montagne, con animali appena nati e uomini Samburu che ci guardano da lontano. Salutiamo la signora e i bambini della casa, e dopo un po' arrivano gli uomini e ci invitano a prendere il Chai. Accettiamo l’invito anche un pò incuriositi di poter assaggiare il latte di cammello. Isac ci porta in cucina, dove in termos tradizionali c'era del latte con un sapore particolare, più dolce e viscoso del latte di mucca. È stato un nuovo incontro con le tradizioni del luogo, il tutto unito in una porzione di esperienza culturale condivisa nella missione.

Ogni caramella donata era una promessa: "Tu conti. La tua gioia conta, la tua cultura conta". Mentre ci preparavamo per tornare, sono apparse persone che dovevano andare a Wamba; con la massima gentilezza, abbiamo offerto loro il nostro trasporto. Mentre loro si accomodavano, noi camminavamo con padre Camacho, osservando la bella scena di come il nostro trasporto diventava una possibilità, di nuovo un regalo inaspettato per loro e per noi.

Le emozioni del viaggio non erano da meno. Isac superava con cautela i dislivelli della strada, e i salti provocavano risate, conversazioni che non capivamo perché la loro lingua era il Samburu, ma le loro emozioni erano come un caleidoscopio di gratitudine, simpatia e gioia. In quei momenti noi non eravamo più estranei di passaggio; eravamo possibilità, missione e un'esistenza condivisa.

Le risate dei bambini, lo scricchiolio degli involucri delle caramelle, il calore delle persone, la gratitudine, sono regali inaspettati che ci offre la missione, che ci offre l'andare incontro all'altro.

E così, caro lettore, ricordiamoci che a volte i regali più preziosi arrivano senza preavviso, avvolti non nella carta, ma nella magia degli incontri inaspettati. Nell'abbraccio di Wamba, abbiamo imparato che la gioia si moltiplica quando viene condivisa liberamente; una lezione impressa per sempre nel linguaggio dei sorrisi e nel sapore delle dolci sorprese.

* Francisco Martinez è Liaco Missionario della Consolata colombiano lavorando nel Kenya.

Gli sguardi hanno un potere immenso nel rivelare ciò che le parole non possono esprimere. Questi sguardi, carichi di stupore, curiosità e autenticità, mi mostrano che in questo angolo del mondo, la connessione umana si forgia attraverso gli occhi, un linguaggio universale profondo e misterioso.

Appena arrivato in Africa, sono andato a visitare i giovani italiani che ho accompagnato nella loro formazione e preparazione per la loro esperienza nel continente. Erano già stati diverse settimane nel paese, quindi li ho visitati presso il "Centro Cottolengo", un luogo specializzato per bambini orfani affetti da HIV/AIDS. Tra abbracci, risate e sorprese, mi hanno mostrato il luogo. Dopo aver salutato i bambini e osservato le attività che stavano svolgendo, ho chiesto a alcuni di loro cosa li avesse colpiti di più fino a quel momento. Molti di loro hanno risposto cosí: "il modo in cui le persone, soprattutto i bambini, ti guardano; i loro sguardi hanno uno splendore speciale".

Credo che chiunque abbia avuto l'opportunità di trovarsi in missione si sia imbattuto in uno sguardo affascinante. È difficile spiegare come ti guardino: sono sgardi di stupore, curiosità o novità, ma è certo che ti guardano direttamente negli occhi. È uno sguardo che parla, comunica, trasmette, confonde. Mille pensieri attraversano la tua mente, non puoi tradurre quell'occhiata in parole ma resta impressa nella tua mente e nel tuo cuore. Dietro ogni sguardo, c'è una storia da raccontare. Sono testimonianze silenziose di vite, piene di passione, gioia, tristezza e speranza.

Oggi, nei nostri paesi e nelle grandi città, abbiamo perso la capacità di guardarci negli occhi, qualcosa che un tempo era essenziale per l'umanità. Nella comunicazione digitale, non abbiamo nessuno di fronte a noi; assumiamo una realtà incorporea. Sempre più spesso ci immergiamo in queste rappresentazioni virtuali. Gli sguardi vengono sostituiti da emoticon e GIF, e le parole scritte rimpiazzano l'intonazione della voce e i gesti espressivi. Tra avatar e filtri, costruiamo la nostra quotidianità.

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È vero che la comunicazione digitale ci offre vicinanza e la possibilità di creare reti e condividere idee, il che è qualcosa di magico. È diventata parte fondamentale della nostra vita, specialmente per coloro che sono lontani da casa. Tuttavia, cela un potere silenzioso che tutti utilizziamo; il controllo delle nostre interazioni. Oggi dobbiamo chiedere il permesso per chiamare le persone e allontanarsi dal mondo è diventata una possibilità. Possiamo rispondere ai messaggi quando vogliamo, attivare filtri per i commenti, silenziare i profili e creare liste esclusive, ci immergiamo nella dinamica di accettare o rifiutare, cosa che non accade nella presenza fisica, anche se le tecnologie ci offrono la comodità della comunicazione in qualsiasi momento e luogo, spesso sacrificando la nostra capacità di guardare nel mondo reale.

È difficile tornare indietro nel tempo, poiché non possiamo immaginare una vita senza internet. Allo stesso tempo, sentiamo il bisogno di guardarci, non attraverso uno schermo, ma di persona. Cercando quegli sguardi che creano legami, complicazioni che scatenano amori, quegli sguardi che stabiliscono una connessione unica, una danza invisibile e fugace, sguardi che ispirano, suscitano empatia e ci ricordano che, nonostante le nostre differenze, condividiamo tutti la stessa umanità.

Imparare a guardare senza pregiudizi né supremazie è la grande sfida che l'umanità affronta. Oggi, l'Africa mi invita a imparare di nuovo a guardare, a continuare ad ampliare i miei orizzonti, questa volta non guardando il mare ma contemplando e camminando nella savana africana, con curiosità, stupore e ammirazione, sono le qualità di questi sguardi. È nel percorso che imparo a guardare con il cuore, come diceva la volpe al Piccolo Principe: "Si vede bene solo con il cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi".

"Che queste fotografie ti ispirino a coltivare il tuo sguardo, trovando in esse l'autenticità in ogni espressione e scoprendo la ricchezza della connessione umana nel mondo che ti circonda."

* Francisco è laico Missionario della Consolata in Kenya

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Il 6 gennaio 1905 l'Allamano scrisse una lettera ai missionari in Kenya riflettendo sulla celebrazione di due grandi eventi: Il primo era stato il centenario del Santuario della Consolata a Torino, che ebbe luogo tra l'11 e il 20 giugno 1904; il secondo la conclusione del Convegno di Murang'a, che eveva avuto luogo nel marzo 1904. Nella sua lettera ai missionari la Allamano faceva notare che il suo cuore era “ancora pieno di deliziose emozioni” per questi eventi così importanti e si augurava che i missionari ne avessero partecipato almeno spiritualmente dalle missioni. Il giorno scelto per scrivere la lettera era quello dell’Epifania festa della manifestazione di Gesù a tutti i popoli. (Cfr. lettere ai Missionari e Missionarie della Consolata, n. 59).

Da allora sono passati 118 anni e anche noi oggi abbiamo appena celebrato un grande evento: il XIV Capitolo Generale che ha eletto una nuova Direzione Generale per Istituto. Ora è il tempo non di rimanere sospesi nell'atmosfera di festa dei momenti capitolari ma di riprendere il lavoro con rinnovato entusiasmo. 

Nella stessa lettera, il padre fondatore, parlava della importanza di dare piena attuazione alle decisioni prese nell’incontro così importante nella storia dell’Istituto evitando la tentazione, che si poteva trovare in alcuni, di fare il contrario di quanto deciso insieme con la scusa di avere un'idea migliore, o ritenendo che ciò che era stato deciso non avrebbe funzionato. Il Fondatore li richiamò tutti al dovere di al secondare quanto era stato deciso anche se uno ritenesse di avere in mente proposte o decisioni migliore. Oggi mentre intraprendiamo il processo di attuazione delle decisioni del Capitolo Generale con le Conferenze Regionali, dobbiamo lavorare come comunità ispirate e guidate dallo Spirito di Dio che ha parlato nel capitolo. L'insistenza del Fondatore è evidente: l'aspetto comunitario dell'Istituto è così importante che dovrebbe essere protetto e difeso da tutti. Le capacità e le creatività dei singoli, pur essendo importanti, non devono far perdere lo spirito comunitario dell'Istituto.

Nella lettera già citata, consapevole dell'importanza del legame tra passato e futuro, l’Allamano ringraziava i missionari del Kenya anche per i tanti diari che gli avevano inviato e dava disposizioni per promuovere questo strumento. Permettevano in fatti ai fedeli che frequentavano il santuario della Consolata e che sostenevano i missionari (li chiamava “figli beniamini” della Consolata) di partecipare alla vita missionaria in Kenya. In un'epoca in cui la cultura della lettura sembra progressivamente estinguersi e si preferiscono i video e i messaggi brevi, diretti al punto, il nostro Fondatore ci ricorda che un albero si regge sulle sue radici e non sui suoi frutti, per quanto buoni possano essere. Questo ci invita a riconoscere l'importanza di scrivere ancora non solo il nostro passato ma anche il nostro presente. In fatti, è attraverso i diari dei primi missionari che possiamo conoscere la nostra storia. Domani saranno i nostri diari o le nostre comunicazioni che permetteranno alle nuove generazioni ad imparare dal nostro oggi. É quindi è importante che l'Istituto rianimi lo spirito del diario nelle missioni e personalmente altrimenti rischiamo di seppellire insieme a noi la nostra storia.

Consapevole della complessità di guidare un gran numero di persone, la Allamano si esprimeva contro le critiche e le mancanze di carità tra i missionari e non usò mezzi termini nell'enumerare le conseguenze di tali deviazioni. Ecco le sue parole:

“Con il moltiplicarsi delle persone crescono anche le diversità di apprezzamenti, perché tutti abbiamo la nostra testa, come si dice, e specialmente molta dose di amor proprio che ci inganna senza che ce ne accorgiamo. Da qui la tentazione di disapprovare internamente il modo di pensare e di agire dei confratelli e talvolta perfino dei Superiori. State attenti contro questa tentazione, perché il giorno in cui cominciassero le critiche vicendevoli, segnerebbe tosto la sterilità delle vostre fatiche, e sarebbe il principio della dissoluzione dell'Istituto” (ibidem p. 75).

Se l’Allamano ha parlato così nel 1905, quando l'Istituto contava un centinaio di membri, le sue parole acquistano oggi una grandissima importanza perché l’Istituto, conta oggi circa 900 membri, ed è ormai una multiculturale. Sarebbe ingenuo da parte nostra ignorare o fingere di non cogliere l'avvertimento che il Fondatore ci ha lanciato. La multiculturalità è un aspetto speciale e importante dell'Istituto, ma richiede molta maturità e umiltà per trasformare le differenze delle persone in opportunità che valorizzino una vita comunitaria armoniosa e la trasformino in una testimonianza nell'apostolato. Oggi, di fronte alle sfide evidenziate dal XIV Capitolo Generale sulle le difficoltà dei missionari di vivere insieme, sarebbe opportuno leggere e rileggere la lettera del Fondatore per approfondirne lo spirito che contengono. 

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In quell’occasione l’Allamano terminò la sua lettera in tono incoraggiante, invitando i missionari alla perseveranza e a non perdere la speranza. Consapevole che se c'è qualcosa che può ridurre e perfino annullare la speranza e l'entusiasmo dei missionari, è il fatto di non vedere i frutti del loro lavoro, il Fondatore ha ricordato loro che se un missionario fosse andato in missione con l'illusione che la sua presenza sarebbe bastata ad attrarre le persone, o le sue parole sarebbero bastate a convertirle, allora presto avrebbe sperimentato delle delusioni che lo avrebbero portato allo scoraggiamento. Ecco le sue parole:

«Ricordate sempre che ognuno riceverà la mercede “secundum proprium laborem”, e non secondo il risultato ottenuto. Nelle vite dei Santi quanti esempi non abbiamo fatiche apostoliche straordinarie e perseveranti senza che essi avessero in vita la consolazione di raccoglierne i frutti. Questi seminarono senza la consolazione di mietere (...) Ancora ricordati che l'essenziale si è che lavorando costanti adempiate la volontà di Dio e che possiate dire come Nostro Signore: “Meus cibus est ut faciam voluntatem Eius qui misit me, ut perficiam opus Eius” (Gv 4,34)».

Avendo concluso da poco il Capitolo Generale, la lettera del Allamano si adatta davvero alle nostre esigenze. Mentre ci avviamo verso l'attuazione degli orientamenti del Capitolo, preghiamo affinché, per intercessione della Consolata e la guida di Beato Giuseppe Allamano, possiamo anche noi continuare ad essere strumenti della misericordia e del perdono di Dio nel mondo.

* Padre Jonah M. Makau, Missionario della Consolata (Roma)

“Grande Cuore”, questo il nome dato dai Samburu del Kenya a Mirella Menin, la laica missionaria di Collegno (Torino) che tanti abbiamo conosciuto nei suoi viaggi in Kenya per oltre quarant’anni e per il suo infaticabile lavoro e dedizione per aiutare i più poveri ed i bambini in particolare. Il Signore l’ha chiamata a sé il 29 maggio 2023 in modo inaspettato, ma per il Signore, certamente pronta per l’incontro con Lui.

La sua vita è stata un vulcano di iniziative, attività, incontri, viaggi. Tutto fatto con passione, dedizione missionaria e spirito profetico. Oltre all’esperienza del Kenya anche quella in Nicaragua negli anni in cui era vescovo San Oscar Romero che lei accompagnava nei villaggi dei campesinos e che ha visto morire, ucciso, mentre celebrava l’Eucarestia. La sua presenza nella nostra antica casa per gli anziani di Alpignano dove veniva per incontrare i missionari e condividere ciò che gli veniva dalla provvidenza.

Mirella tante volte era scomoda perché diceva la verità senza mezze misure, con coraggio, aveva “fame e sete di giustizia” come hanno voluto scrivere sul suo ricordino e ricordare al suo funerale.

Nel Rosario che si è pregato nella sua parrocchia di Collegno, la sera prima del funerale, il parroco, don Teresio Scuccimarra, ha voluto pregare quattro misteri e momenti evangelici vedendone la realizzazione nella vita di Mirella: il suo amore ai bambini, la cura e assistenza delle persone con handicap psichici, il suo desiderio di giustizia ricordando la sua esperienza in Nicaragua e la dedicazione alla sua comunità.

Mirella, nel suo “darsi da fare” per la missione, ha raccolto e donato molto. Come dice l’Allamano è stata un canale che ha fatto sempre scorrere ciò che riceveva senza trattenere nulla per sé, vivendo la sua vita nella semplicità ed essenzialità. Ha compiuto le “opere più grandi” (Gv 14,12) che Gesù ha promesso ai suoi discepoli perché era anche una donna di fede, una fede non bigotta, ma tenace e concreta. La fede che sa vedere Gesù in ogni persona, che ha compreso e vissuto il “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Per tutto questo, e per quello che lei è stata, gli siamo grati completando queste note con due testimonianze significative che sono state lette al suo funerale e che riportiamo: quella di Agata Lekimenko di Mararal Samburu (Kenya) e quella di Mons. Virgilio Pante, vescovo di Maralal.

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Messaggio di Agata Lekimenco (Maralal, Kenya)

È con profondo dolore e tristezza che abbiamo appreso la notizia della scomparsa della nostra grande amica e madre.

Per noi Mirella è stata come una madre amorevole, ha condiviso con noi tutta la sua vita qui a Samburu, in Kenya.  Ha condiviso soldi, tempo, vestiti, prodotti di igiene personali.

Molti hanno potuto studiare grazie al suo sostegno economico che proveniva dal suo grande cuore di condivisione. Si occupava delle spese ospedaliere ed era sempre preoccupata per il benessere delle persone bisognose.

Ha sostenuto oltre 250 bambini che ora hanno innalzato il tenore di vita delle loro famiglie. Alcuni ora sono insegnanti, dottori, meccanici, falegnami ecc. Ha anche dato potere finanziario ai loro genitori che sono diventati uomini e donne d'affari.

Mirella ha davvero toccato vite e le sue azioni si vedranno per sempre nelle nostre comunità. Mirella è stata mandata dal cielo e nessuna parola può descrivere appieno il suo amore per l'umanità.

Nonostante le condizioni molto dure, il suo grande cuore compassionevole la faceva camminare instancabilmente per visitare i malati, gli anziani e le persone meno fortunate e i bambini nei villaggi e nelle scuole.

Le piaceva passare il tempo con i bambini, giocare e scattare foto insieme con loro. Mirella era una specie di figura che senti di volere sempre vicino.

Abbiamo davvero visto come Dio usa le persone per aiutare gli altri, Mirella era davvero una serva di Dio.

Grande Cuore, Riposa in Pace.

Ci mancherai senza dubbio.  Mentre riposi, prega per noi di emulare il tuo cuore di donazione e condivisione in modo che possiamo anche aiutare gli altri, nel modo in cui hai amato.

Messaggio di Mons. Virgilio Pante, IMC Vescovo di Maralal

Mirella, che io chiamavo Mirellona, è entrata nella mia vita una quarantina di anni fa, durante i suoi viaggi in Kenya. Un dono di Dio per me e per tanti altri, specialmente i più poveri della società. Aveva un cuore grande e anche una lingua grande, sempre al servizio degli ultimi.

Per me prete missionario e poi vescovo, era una sfida e una voce profetica, molto scomoda. Sia in America Latina che in Africa ha mandato milioni, per sfamare e per far studiare i non avvantaggiati del mondo.

Sapeva anche essere affettuosa, sotto una scorza dura, e si commuoveva per i piccoli, i disabili mentali (ne sanno qualcosa quelli della casa di Collegno che ha servito con amore per tanti anni).

Mirella non sapeva misurare le parole contro le ingiustizie e le falsità nella società e, talvolta, nella chiesa stessa.

Ciao Mirellona! Grazie di avermi incontrato nella vita. Ci ritroveremo in Paradiso circondati dal sorriso dei piccoli. 

L'unità nella diversità è una cosa lodevole. Ogni volta che si parla di “unità nella diversità” si cerca di trasmettere l’idea che, anche se spesso siamo molto diversi, possiamo comunque stare insieme e trattare di raggiungere un obbiettivo comune. È un altro modo per dire che la diversità di idee, visioni del mondo e prospettive non significa necessariamente inimicizia o rivalità. Quando non c'è diversità, possiamo metterci d'accordo molto velocemente su ogni tipo di questione ma solo perché la pensiamo allo stesso modo. Ma sai qual è il lato negativo di tutto questo? Quando non ci sono punti di vista divergenti, non c'è nemmeno crescita o progresso; la mancanza di punti di vista divergenti può sembrare inizialmente gradevole, ma prima o poi le persone si annoiano per la monotonia e perdono interesse per una unità insipida: se non viene introdotta una visione divergente si corre il pericolo che l’intera costruzione crolli.

Nel nostro Istituto, quando si parla del Beato Giuseppe Allamano e di Mons. Perlo, c'è un disagio che attraversa la mente della maggior parte dei missionari. Non è infatti un segreto che i due avessero modi molto diversi di vedere le cose, ma credo che a prescindere dalle loro differenze di personalità, carattere e modo di fare le cose, la loro unità era evidente nel desiderio di vedere crescere un Istituto migliore e più forte. Non so se sei d'accordo oppure no, ma io sarei dell’idea di chiamare Mons. Perlo il “soldato dimenticato” del nostro Istituto. Nella mia responsabilità come formatore in alcune occasione gli studenti mi hanno chiesto: “perché diamo tanto credito al padre Allamano per l'Istituto quando in verità quando si parla di missione l'unico di cui sentiamo parlare è di Mons. Perlo?” Non chiedermi come ho risposto alla loro preoccupazione e lasciamo questo tema per un’altra occasione. Per adesso voglio solo spiegare perché chiamo Mons. Perlo in questo modo. Lo chiamo “Soldato” perché la sua combattività a favore della missione è fuori discussione; e lo considero “dimenticato” perché molto spesso non ricordato, ignorato e trascurato. Nella vita di Mons. Perlo mi sembra che bisogna riconoscere alcuni aspetti che sono importanti.

In primo luogo, anche se la decisione di fondare un Istituto Missionario è legata al carisma di Giuseppe Allamano, lui sapeva che la sua salute non gli avrebbe permesso di andare in missione; aveva bisogno di bisogno di qualcuno forte che andasse ad aprire le missioni in Africa; detto in termini “militari” il padre Allamano aveva bisogno di qualcuno che andasse in trincea. Padre Perlo fu tra i primi quattro missionari che Giuseppe Allamano ha inviato nelle trincee della missione ed è stato un pioniere nel nostro primo approccio a una concreta realtà di missione. Il pioniere è una persona che crea un percorso, è un innovatore, uno che assicura che le cose funzionino con le buone o con le cattive. Un pioniere è qualcosa di simile alle fondamenta che in una casa né sono visibili né sono belle come le pareti esterne, ma senza di loro nessun edificio può sostenersi. I primi quattro missionari che hanno aperto la missione a Tuthu sono autentici pionieri; nonostante le loro debolezze sono grandi uomini degni di ammirazione. Sfortunatamente nella nostra narrazione il loro credito sembra svanire.

In secondo luogo, da buon “soldato” il padre Perlo era molto esigente nel compiere il suo dovere. Quando le persone sono dure con gli altri ma indulgenti e morbide con se stesse li chiamiamo dittatori ma padre Perlo non era così: era duro con gli altri, ma lo era soprattutto con se stesso. Forse avrebbe dovuto capire che non tutti erano forti come lui ma qualsiasi leader ti dirà che se sei un pioniere e le persone devono dipendere dalla tua direzione per la crescita e il progresso, la morbidezza è una debolezza. Quando nella mente dei tuoi seguaci si insinua l’idea che un progetto “è difficile per non dire impossibile”, questo è morto in partenza. La stessa cosa è successa con Giovanni Marco e San Paolo; quando questo iniziò a mostrare rallentamenti mentre accompagnava San Paolo nel suo secondo viaggio missionario, questi lo congedò e scelse Sila come suo compagno di viaggio (cf. Atti 15,37-39). Padre Perlo era un bulldozer come San Paolo, entrambi uomini dal carattere forte. Era necessario esserlo se l'Istituto doveva prendere forma e impiantarsi tra le popolazioni Kikuyu e Meru in Kenya, una terra nella quale il padre Allamano non ha mai messo piede. 

In terzo luogo spero che tu sia d’accordo con me sul fatto che le idee senza azioni sono inutili. È vero anche che senza una buona idea non si può fare nulla, ma abbiamo mai pensato a cosa sarebbe successo con le buone idee del padre Allamano se non avessero trovato una brava persona per metterle in atto? Cosa sarebbe successo se i quattro missionari pionieri fossero stati dei deboli che non potevano sostenere nessuna idea? Ti dirò io cosa sarebbe successo: i cento ventidue anni di esistenza dell'Istituto sarebbero nel migliore dei casi pochi anni, nel peggiore solo pochi mesi. Se le idee di Giuseppe Allamano non si fossero incarnate nel carisma del padre Perlo, oggi il Fondatore sarebbe stato un altro padre Ortalda, l'uomo delle scuole apostoliche per la formazione dei missionari, morto nel 1880 frustrato dopo il fallimento dei suoi progetti. Senza l’impegno del padre Perlo il progetto dell’Allamano sarebbe rimasto solo un’idea. Lui era pratico e pragmatico fino il fondo ed è buono ricordare che poi è anche diventato il fondatore di un fiorentissimo istituto religioso femminile in Kenya: le Suore dell'Immacolata!

Insomma, non è mia intenzione elevare padre Perlo sopra il nostro Fondatore. Come hanno notato più volte i miei studenti, quando si parla di missione, si parla di padre Perlo e non potremmo parlare dell’Istituto Missioni Consolata, nei suoi primi passi in Africa, senza fare riferimento a Lui. Giuseppe Allamano ha fatto molto nel gestire tutto da Torino ma l'uomo che aveva gli stivali per terra era padre Perlo e i suoi primi compagni. La sua influenza non può essere sottovalutata dato perché, anche se andò inizialmente in missione come economo del gruppo, in breve tempo ne fu il superiore. Ogni impresa che l'Istituto conseguì in quegli anni fu da lui intrapresa o da lui ispirata: è l'uomo che ha dovuto sopportare le punture delle spietate zanzare africane; l'uomo che ha attraversato i fiumi prima di costruirvi ponti; l'uomo che ha dato forma a quello che oggi chiamiamo con orgoglio IMC. Le sue impronte segnano la grande storia del nostro Istituto missionario.

Non sorprende che il padre Allamano lo abbia rispettato per quanto fosse difficile assecondarlo. Quelli che sono abbastanza onesti ti diranno che i due erano complementari: l’Allamano rappresenta lo stile religioso dell'Istituto e invece Perlo ne rappresenta quello missionario; era pregevole il suo desiderio di vedere predicato il vangelo ovunque, immediatamente e con qualunque mezzo a disposizione. Pensando alla cattiva immagine che abbiamo di lui nell’istituto vale la pena citare un detto swahili: "Mnyonge muue lakini haki yake mpe" (anche se devi uccidere l'uomo debole, almeno riconosci il suo diritto). Sarebbe come dire che, indipendentemente dai molti punti che potresti avere contro una certa persona, almeno devi riconoscere ed apprezzare ciò che di positivo c’è in lui. A questo missionario, “soldato dimenticato”, dovremmo essere assolutamente grati e come persone riconoscenti, credo che sia giunto il tempo per noi, come Istituto, di fare qualcosa per ricordarlo... magari anche una statua, ma è una mia opinione.

 

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