In continuità con il percorso spirituale proposto dalle due Direzioni Generali IMC - MC e in preparazione alla canonizzazione del Beato Giuseppe Allamano, pubblichiamo la seconda riflessioni dal titolo “Il Fondatore e l’Eucaristia”. L’invito è quello di “ascoltare un Padre che ama i suoi figli e figlie, seduti attorno a Lui, sentendolo vicino e presente nelle nostre vite e nei cammini della missione” in vista del grande evento il prossimo 20 ottobre 2024 a Roma e Torino.

La prima riflessioni pubblicata il 16 giugno ci invitava a meditare sul Fondatore e la “sua Consolata”. La meditazione per il 16 luglio 2024, a sua volta, evidenzia l'amore del Beato Allamano per l'Eucaristia.

“Chi conosceva l’Allamano non poteva non meravigliarsi per la dedizione ed amore con cui celebrava l’Eucaristia e faceva le visite al SS. Sacramento. Uno dei primi missionari della Consolata formati dall’Allamano, padre Lorenzo Sales scrisse: «se si volesse materializzare la cosa, direi che spremendo il cuore e l’anima dell’Allamano in ciò che riguarda la sua vita spirituale, ne sarebbe uscita un’ostia consacrata»” (Positio super virtutibus, Roma 1986, nota 47, p. 229).

Di seguito il testo integrale della riflessione proposta dalle due Direzioni Generali.

Percorso spirituale 16 luglio 2024: “Il Fondatore e l’Eucaristia”

La Corte di Giustizia dello Stato del Paraná (Brasile) ha tenuto dal 3 al 5 luglio l'incontro sulla Giustizia Riparativa e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. La prof.ssa Diana Sosa, che appartiene al gruppo “Consolata Intergentes” delle Missionarie della Consolata in Argentina, spiega la relazione tra la giustizia riparativa e la “pedagogia allamaniana” (il carisma).

Questo evento è stato organizzato con la finalità di celebrare un decennio di esistenza della Giustizia Riparativa nel sistema giudiziario dello stato brasiliano del Paraná. La sua celebrazione ha messo in evidenza il contatto che esiste fra Giustizia Riparativa e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile stabiliti nel 2015 dalle Nazioni Unite.

Hanno partecipato importanti specialisti internazionali come le professoresse Grazia Mannozzi (Italia), Diana Sosa (Argentina) e la dott.ssa Katie Masfield (Stati Uniti) insieme a ricercatori e specialisti brasiliani che hanno prodotto un amplio scambio di esperienze e conoscenze.

La prof.ssa Diana Sosa –che appartiene alla Piattaforma “Consolata Intergentes” promossa dalle Missionarie della Consolata dell'Argentina a favore delle Politiche Sociali– è stata invitata ad aprire il Congresso con una conferenza con il seguente titolo: “Tre formule, tre forme e tre dimensioni necessarie per pensare alla Giustizia Riparativa”.

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Nella sua presentazione ha messo in evidenza come i concetti di “sostenibile” e “riparativo” hanno rotto molte delle logiche tradizionali legate allo sviluppo e la giustizia e offrono la novità di soluzioni proattive e creative a molti dei problemi che l'umanità soffre oggi. Il punto di fusione di questi nuovi paradigmi, che implicano fondamentalmente responsabilità e solidarietà, è la “cura” che si esprime in diversi modi come la “cura di sé”, la “cura dell'altro” e la “cura dell'ambiente”. La “etica della cura” diventa indispensabile e necessaria se si vogliono promuovere pratiche riparative e i progetti (dello Stato e di organizzazioni religiose e della società civile) devono essere pianificati rispettando tre dimensioni: la partecipazione; l’impegno in diversi fronti (come educazione, disuguaglianze, genere, popolazioni indigene, città sostenibili, ecc.) e le buone pratiche nelle relazioni interpersonali.

Prof.ssa Diana Sosa, cos'è la giustizia riparativa e come può contribuire agli obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite?

La giustizia riparativa è uno strumento importante per la trasformazione sociale e per la costruzione di comunità più giuste e connesse. Attraverso l'ascolto attivo, promuove il dialogo, incoraggia la responsabilità e crea spazi in cui tutte le voci sono ascoltate e valorizzate. Le pratiche riparative cercano di riparare i danni subiti da reati o crimini, ripristinando il tessuto sociale colpito.

Nel paradigma della giustizia riparativa, questo processo è conosciuto con il nome delle “tre erre”: Responsabilizzare, Riparare/Ripristinare e Reintegrare. Curiosamente, anche lo sviluppo sostenibile può essere espresso con tre erre: Ridurre, Riutilizzare e Riciclare.

Credo che le “tre erre” della Giustizia Riparativa siano del tutto equivalenti alle “tre erre” dello Sviluppo Sostenibile.

Ridurre significa utilizzare la minor quantità di risorse naturali per preservarle per le generazioni future, è un'azione di prevenzione, insomma è la Responsabilità nel linguaggio della Giustizia Riparativa.

Lo stesso accade con il Riutilizzo, che implica dare un nuovo valore alle risorse per poterle utilizzare nuovamente e prolungarne la vita utile; anche nella Giustizia Riparativa i legami ripristinati acquisiscono un nuovo valore, generando nuove relazioni e ricostruendo la fiducia: questo è ciò che significa Riparare e Ripristinare.

Nel Riciclaggio si prendono le risorse scartate e si trasformano e si reinseriscono nel circuito produttivo; lo stesso con la giustizia riparativa: le persone che hanno commesso crimini/reati, una volta assunte le proprie responsabilità e riparato il danno, possono reintegrarsi in modo costruttivo alla società".

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Perché il paradigma della giustizia riparativa è così vicino alla pedagogia allamaniana (il carisma)?

La pedagogia allamana fa parte di una pedagogia affettiva e basta leggere alcune lettere dell'Allamano per scoprire, nella gestione dei problemi e nel rapporto con i suoi missionari, le note di una prassi riparativa: instaura dialoghi e trattative, riconosce il valore del conflitto, cerca di responsabilizzare gli offensori (Lettera del 7 dicembre 1908 a padre Giovanni Battista Rolfo, vol. V, p. 154-155, n. 570); incoraggia la reciprocità, aiuta il recupero dell'altro (Lettera del 7 febbraio 1906 a Fratel Benito Falda, vol. IV, p. 490-491, n. 456); cerca il ripristino dei legami e risolve guardando al futuro (Lettera del 18 maggio 1919 a Mons. Gaudenzio Barlassina e ai Fratelli del Kaffa, vol. VIII, p. 365, n. 1282), cerca di riallacciare i rapporti con la famiglia e la comunità (Lettera del 17/09/1908 al seminarista Mauricio Domingo Ferrero, vol. V, p. 137, n. 561).

Con il criterio “occhio per occhio e dente per dente” finiremo ciechi e sdentati. La punizione, in tutte le sue espressioni, non sembra essere una strada che ha portato felicità al mondo e spesso non ha nemmeno prodotto giustizia. Sicuramente i principi della giustizia riparativa possono illuminare i nostri modi di vivere e di relazionarci con gli altri per rendere reale il nuovo comandamento che Gesù ci ha lasciato: “amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,37-39).

* Padre Donald Mwenesa, Equipe di comunicazione IMC dell’Argentina.

L'11 maggio 1925 padre Giuseppe Allamano scrisse una lettera ai suoi missionari che erano sparsi in diverse missioni. A quel tempo i missionari della Consolata erano già in Kenya, Tanzania, Etiopia e Mozambico. Il Fondatore era quasi alla fine della sua vita terrena e l'anno successivo si sarebbe avviato verso il paradiso.

In quella lettera, padre Allamano esprimeva la sua gioia per la beatificazione di suo zio padre Giuseppe Cafasso, che lui considerava un dono speciale per l'Istituto a causa della sua vita esemplare di servizio.

Padre Allamano scriveva: "Sento il bisogno di aprirvi il mio cuore, pieno come è di profonda consolazione per la solenne beatificazione del nostro padre Cafasso". Era chiaro che padre Allamano era pieno di esultanza, visto lo sforzo che aveva messo per vedere beatificato padre Cafasso. Per questo il Fondatore scriveva: "Voi sapete quanto ho desiderato questo giorno e quanto ho fatto per renderlo possibile. Finalmente, dopo 30 anni di cure e di lavoro, ho potuto vederlo, e nella pienezza della mia gioia devo manifestare i miei sentimenti a voi, che siete la mia corona e avete sempre condiviso tutte le mie pene e le mie gioie" (cf. Lettere X, 284-285). Le parole del Fondatore rivelano non solo la sua gioia per il glorioso evento, ma anche l'affetto per i suoi missionari, ai quali si riferisce come "la sua corona".

Oggi, 99 anni dopo, siamo in trepidante attesa della canonizzazione del Fondatore, che avrà luogo il 20 ottobre 2024, egli che considerava la beatificazione dello zio come una profonda consolazione del suo cuore. Ogni missionario e missionaria della Consolata si sente come si sentì il Fondatore dopo quel grande evento. La sua celebrazione dell’evento della beatificazione di padre Cafasso era un'espressione del suo desiderio di vederlo canonizzato. Naturalmente, il Fondatore sapeva che ciò sarebbe stato impossibile durante la sua vita. Per questo parlava della beatificazione come di una consolazione. Era un passo che confermava tutto quello che aveva detto per anni: che padre Cafasso era un modello di santità.

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Zio e Nipote: San Giuseppe Cafasso e il Beato Giuseppe Allamano

Per noi, ancor prima della sua canonizzazione, la notizia dell'approvazione del miracolo che avrebbe portato alla sua canonizzazione era già un grande evento. Ecco perché senza dubbio ci sentiamo consolati già prima dell'evento.

Nella epistola di san Giovanni leggiamo: "Amati, noi siamo già figli di Dio. Ma ciò che saremo in futuro non è ancora stato rivelato. Sappiamo bene, però, che quando apparirà, saremo simili a lui perché lo vedremo come realmente è” (1 Gv 3,2).

Dobbiamo vivere la nostra vita cristiana come partecipi del banchetto celeste dell'Agnello. In altre parole, la nostra vita non deve essere una felicità rimandata. Anche se aspettiamo il compimento del regno di Dio nei cieli, la nostra vita dovrebbe riflettere la gioia di coloro che stanno già godendo di essere figli e figlie di Dio. È questo che intendeva il nostro Fondatore quando diceva: "Insegnate alle persone una religione che, oltre a promettere il paradiso, renda felice la loro vita in questo mondo". Il Fondatore stesso viveva questa massima. La santità era la sua seconda natura.

Le parole di padre Allamano su quanto ha fatto per vedere realizzata la beatificazione dello zio, riflettono lo sforzo che molti missionari hanno fatto in tutto ciò che è stato compiuto nel processo di canonizzazione. Come padre Allamano desiderava vedere la beatificazione di suo zio Cafasso, anche noi desideriamo vederlo canonizzato. Come lui, abbiamo pregato, meditato e anche condiviso la sua spiritualità con altre persone nelle missioni. Nel nostro sforzo di farlo conoscere e di far sì che il nostro carisma continui a plasmare la vita dei figli di Dio, abbiamo incorporato i missionari laici della Consolata come parte della più grande famiglia della Consolata. Tutto questo è una rappresentazione della nostra convinzione della sua santità, così come lui era convinto della santità di padre Cafasso.

Come padre Allamano ha emulato la vita santa dello zio, noi suoi figli e figlie abbiamo un motivo in più per emulare la sua vita santa. Qui prendono vita le parole che padre Gottardo Pasqualetti scrisse il 29 gennaio 1993. Tre anni dopo la beatificazione del Fondatore, avvenuta nel 1990, il postulatore di allora padre Pasqualetti scriveva: "Non basta la beatificazione del Fondatore. È necessario che le sue intuizioni evangeliche, le sue parole e il suo esempio di santità guidino la crescita nella vita spirituale e nel dinamismo missionario". Queste parole devono galvanizzare il nostro proposito di camminare negli atteggiamenti di santità del padre Allamano. Le attività molto coinvolgenti che stiamo allestendo in preparazione al giorno della canonizzazione non devono terminare con la canonizzazione. Dovrebbero essere uno stimolo ad imitare le sue intuizioni spirituali che dimostrano un modo particolare di seguire nostro Signore Gesù Cristo.

* Padre Jonah M. Makau, IMC, frequenta il corso in Cause dei Santi, a Roma.

In una edizione speciale interamente dedicata alla figura di Giuseppe Allamano, la rivista “Dimensión Misionera” curata della Regione Colombia, esplora varie dimensioni della sua eredità esistenziale, carismatica e missionaria.

La copertina presenta un'opera di padre Carlos Zulaga (CAZ), in cui il Padre Fondatore è presentato con linee geometriche sul volto. Secondo l'artista, si tratta del “kipará”, che nella lingua "êpera Pedea" del popolo Emberá, gruppo etnico della Colombia, designa una pittura del viso e del corpo di profondo significato nella loro struttura cosmologica.

Padre Salvador Medina, direttore della rivista “Dimensión Misionera”, afferma che questa figura non solo ispira, ma incoraggia la vita, la contemplazione e l'azione, sottolineando che "in un mondo segnato da sfide e disuguaglianze, la sua eredità ci ricorda l'urgenza della missione evangelizzatrice, la necessità di costruire ponti di dialogo tra le culture e l'importanza di lavorare instancabilmente per un mondo giusto e fraterno".

Secondo Santiago Quiñonez, giornalista e direttore di questa pubblicazione monografica, la 349ª edizione si presenta come “un pellegrinaggio nel cuore dell'Allamano, guidato da chi conosce bene questo luogo, lo frequenta e lo vive: la sua famiglia, i missionari e le missionarie della Consolata”.

La pubblicazione accenna anche al fatto che, parlando dei missionari e missionarie, ogni articolo vuol offrire “…diverse sfaccettature, alcune già note e altre molto nuove, del loro essere, capire e operare  missionario: la passione per l'evangelizzazione, l'impegno per la giustizia sociale, l'amore profondo per i più bisognosi, l'interesse per i media e l'instancabile lavoro per costruire il Regno di Dio, già su questa terra”.

“Dimensión Misionera” aspira ad essere uno spazio di incontro e di riflessione per tutti coloro che si sentono chiamati alla missione. In questa nuova fase, la rivista intende continuare a offrire contenuti di qualità che alimentino la nostra fede, rafforzino il nostro impegno missionario e ci ispirino ad andare avanti nella costruzione di "un altro mondo possibile".

Leggi qui la versione digitale della rivista Dimensión Misionera

* Equipe di comunicazione IMC Regione Colombia.

Il 23 maggio scorso la sala stampa del Vaticano annunciava che papa Francesco aveva approvato l’avvenuto miracolo della guarigione dell’indigeno Sorino Yanomami, per intercessione di Giuseppe Allamano. Un passaggio che ha aperto le porte alla prossima canonizzazione, cioè alla proclamazione della santità del nostro fondatore (che avverrà il prossimo 20 ottobre, come deciso dal Concistoro del 1° luglio).

Questo atto del Papa è il coronamento di un lungo itinerario, durato parecchi decenni, che aveva trovato il suo culmine nella beatificazione di don Giuseppe Allamano, avvenuta il 7 ottobre 1990 in Piazza San Pietro a Roma, da parte del papa Giovanni Paolo II. Mancava ancora il riconoscimento da parte della Chiesa di un miracolo per poterlo infine proclamare «santo». Ora anche l’ultima meta è stata raggiunta.

Molte persone si interrogheranno sul perché di questo cammino durato tanti anni con la raccolta di testimonianze, documentazione, ricerca delle grazie ricevute in varie parti del mondo. Ne valeva la spesa? Altri ancora, in maniera forse più radicale, si potrebbero domandare: che bisogno ha la Chiesa di proclamare i santi? Essi hanno raggiunto felicemente il loro obiettivo e vivono nella pace del Paradiso. A questi interrogativi risponde in maniera magistrale papa Benedetto XVI che, dopo aver presentato parecchi profili di santi, il 13 aprile 2011, ha affermato: «Nelle udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti santi e sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del popolo di Dio” (Lumen gentium, 50)».

La storia, quella che troviamo scritta nei libri o illustrata in opere d’arte, dà importanza a chi conta nella produzione di beni materiali o a chi rende più bello il mondo con l’arte e la poesia oppure ha aiutato a sconfiggere epidemie. Similmente avviene anche con i santi che hanno arricchito la Chiesa con i loro scritti o la loro testimonianza di vita. La loro opera è a beneficio di tutti, tutti ne godiamo. I santi – possiamo affermare – sono uno scrigno di valori che ridondano a beneficio di tutta la cristianità. Quanto povera sarebbe la Chiesa se perdesse questi legami tra i santi in cielo e noi qui in terra. Per questo motivo essa ci esorta a non lasciare perdere questa comunione tra coloro che già hanno raggiunto il cielo e noi tutti ancora pellgrini qui in terra, ma desiderosi dello stesso traguardo. La ormai prossima canonizzazione, attraverso la voce del Papa, inviterà con forza tutta la Chiesa ad affidarsi con fiducia all’intercessione di Giuseppe Allamano e soprattutto a guardare al suo esempio di vita come faro che illumina e guida il cammino dei cristiani.

Quale messaggio ci possiamo aspettare dalla proclamazione di Giuseppe Allamano «santo»? Senza dubbio che venga rivolto un richiamo forte a ogni battezzato affinché metta sempre Dio al centro della propria vita per farlo punto di riferimento in ogni sua scelta, che aborrisca ogni chiusura per sentirsi quello che tutti noi siamo: famiglia di Dio, solidale e fraterna, aperta e attenta ai segni dei tempi.

Sono sicuro che quando papa Francesco proclamerà l’Allamano santo non mancherà di far riecheggiare ancora una volta uno dei suoi richiami più frequenti affinché la Chiesa sappia imitare i santi come il nostro fondatore per sentirsi «in uscita», aperta al mondo intero e nella predilezione per l’umanità più povera.

La Chiesa in uscita è quella che «sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (Evangelii gaudium 24).

* Pietro Trabucco, IMC, Castelnuovo don Bosco. Originalmente pubblicato in: www.rivistamissioniconsolata.it

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