Canonicamente diventiamo missionari della Consolata dalla professione dei Consigli evangelici. Tuttavia, la professione è il risultato di una sequenza di formazione, tra cui il noviziato che si vuole importantissimo secondo le parole del Padre Fondatore: “Il Noviziato è veramente il giardino di ogni congregazione religiosa. Voi novizi siete la pupilla degli occhi miei e dell’Istituto. Non si sbaglia né si esagera dicendo che dal Noviziato dipende tutto il vostro avvenire, tutto il bene che farete”.

È in questo senso che io, Camille Bachulu Midi, dopo aver compiuto la mia formazione filosofica Repubblica Democratica del Congo nell’estate del 2021, sono partito per Nairobi-Kenya in gennaio 2022 per imparare l’inglese e in agosto dello stesso anno sono stato destinato a Sagana nel Kenya per l’anno di Noviziato.

20240206Rivoli2Come è chiaramente indicato nelle nostre costituzioni, i miei compagni e io, abbiamo studiato e fatto concretamente l’esperienza della vita comunitaria, dei consigli evangelici seguendo la spiritualità del Padre Fondatore e la tradizione della nostra famiglia religiosa. Fu un periodo molto interessante, intenso e soprattutto prezioso, durante il quale con l’aiuto dello Spirito Santo, del Maestro e dei compagni ho capito di più il senso della chiamata a essere missionario della Consolata che è di essere anzitutto santo. “Prima santo, poi missionario” mai smetteva di ricordare il Padre Fondatore.

In sostanza ho fatto in modo pratico l’esperienza della vita religiosa e ho studiato la storia della congregazione e gli aspetti della missione ad gentes nell’orizzonte voluto dall’Allamano. Il noviziato, che bellissima esperienza missionaria! “Il noviziato è il tempo più felice ed accettevole”.

Sì, la vita e l’esperienza del noviziato, senza nessun dubbio, sono bellissime; in un momento ho pensato che non avrò mai più una tale esperienza però mi sono sbagliato perché dal noviziato sono andato all’incontro del Padre Fondatore a Rivoli in Italia. In effetti, dopo il noviziato sono stato destinato a Roma per lo studio della teologia ma c’è l’eterna sfida missionaria: la lingua; allora sono partito per Rivoli per studiare l’italiano. All’inizio pensavo solamente di imparare la lingua però dopo pochi giorni mi sono accorto che era piuttosto un’opportunità d’incontrare il padre Fondatore perché in realtà avrei potuto imparare la lingua altrove.

Rivoli, la Villa di Rivoli oppure la Villa Giuseppe Allamano è in effetti la ‘’presenza-luogo’’ dell’Allamano e la casa materna dei missionari e delle missionarie della Consolata perché era lì che l’Allamano, durante la sua convalescenza, si era reso conto della necessità di fondare una congregazione missionaria ed era lì che ha scritto la lettera di fondazione.

E più importante, dall’inizio il Padre Fondatore ha fatto di Rivoli un centro dove incontrava i missionari e le missionarie ogni settimana per formarli lui stesso. In questo modo e con tutte le reliquie che si trovano, Rivoli è la presenza-invisibile del Padre Fondatore; quindi essere qui è incontrarlo anche se non c’è fisicamente. Essere a Rivoli è camminare verso la santità. E come diceva Allamano: “Dobbiamo avere buone gambe non solo per non stancarci ad andare a Rivoli, ma per camminare ancora senza fermarci sulle vie della perfezione”.

* Bachulu Camille Midi, IMC, è studente professo congolese a Rivoli.

Come in tutto il mondo, la comunità della Casa Generalizia a Roma si è radunata per la messa di ringraziamento in occasione dell’anniversario della fondazione dell’Istituto. Con gioia e speranza abbiamo raggiunto i 123 anni di vita e missione e in contemporanea anche le missionarie della Consolata festeggiano i loro 114 anni di fondazione. È tutto opera della Consolata. “Lei è la Fondatrice”, diceva l’Allamano che attribuirà sempre alla Consolata la fondazione di questa opera oggi presente in 28 paesi dell’Europa, Africa, America e Asia.

La messa celebrata nella capella della Casa Generalizia, a mezzogiorno del 29 gennaio, è stata presieduta dal Vice Superiore Generale, il Padre Michelangelo Piovano, che nella sua omelia, ha evidenziato le principali riflessioni del Padre Fondatore nel discernere il piano della fondazione dell'Istituto. Di seguito, pubblichiamo alcuni spunti della sua omelia:

Uniti alla vite per crescere nella santità e portare frutti

“Oggi celebriamo e facciamo memoria del giorno della Fondazione dell'Istituto, nostro e delle nostre sorelle missionarie. È il compleanno dell'istituto, della nostra famiglia, nella quale un giorno siamo stati chiamati a farne parte.

Dalla vita e parole del Fondatore sappiamo che questa data è carica di significato, uno di quei giorni nei quali il Signore interviene quasi per dare il suo sigillo o per confermare una sua volontà e desiderio.

Siamo agli inizi del 900, Gennaio, mese, freddo, di influenze e malattie e anche l’Allamano è gravemente ammalato con una doppia polmonite, tanto che si teme non possa farcela e la morte lo raggiunga prima. Si prega per lui e alla Consolata si fa anche un triduo per chiedere la sua guarigione.

Ma qualche cosa di prodigioso succede. Tra il 28 e 29 Gennaio, l’Allamano si riprende e inizia a stare meglio contro ogni previsione. Come uomo di Dio, legge in questa guarigione, un segno che non cercava, ma che forse aspettava: quello della fondazione dell'Istituto, al quale stava pensando e lavorando da tempo.

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Se la grave malattia non cessasse, da un lato fa dire al cardinal Agostino Richelmy (l’Arcivescovo di Torino) che lo incoraggia sulla sua ripresa, che un altro dovrà pensare alla fondazione, dall'altra la sua guarigione diventa per lui un segno assieme a una promessa fatta nel suo cuore al Signore: “Se guarirò, è segno che quest'opera deve essere fatta”.

Questa grazia, l’Allamano la attribuirà poi sempre alla Consolata anche se non ha mai voluto che si parlasse di miracolo o di qualche cosa di prodigioso. Dirà solo: “Guarii e si fece la fondazione, ecco tutto”.

Il quadretto della Consolata che è nella Cappella accanto alla sua tomba a Torino è quello che gli fu portato in quei giorni di malattia, lo tenne sempre con sé e solo nel 1924, su richiesta di Padre Nepote, lo diede al noviziato e di seguito accompagnerà le nostre case di noviziato in Italia.

“La Consolata è la Fondatrice”

Anche per questo e per tante altre ispirazioni ed aiuti l’Allamano attribuirà sempre alla Consolata la fondazione dell'Istituto. Lei è la Fondatrice, diceva. Sappiamo che in quell'anno passerà alcuni mesi a Rivoli per riprendersi e il 24 aprile scrive la famosa lettera per chiedere al Vescovo l'approvazione per la fondazione dell'Istituto.

L'approvazione dell'episcopato piemontese arriverà il 12 settembre 1900 ed il decreto di erezione del cardinale Richelmy, porta appunto la data del 29 gennaio 1901, un anno dopo la sua malattia e guarigione e giorno di festa di San Francesco di Sales a cui l’Allamano dava anche un significato particolare.

Con la fondazione dell'Istituto e l'arrivo dei primi missionari che in breve partiranno per il Kenya. inizia la nostra storia, presente nei piani di Dio fin dall'eternità, come dice san Paolo nella lettura dell’anniversario.

Avventura e storia con vicende liete e tristi, ancora negli anni in cui l’Allamano era vivo, ma per le quali ha sempre ha nutrito grande fede e fiducia nel Signore, perché l'opera era stata voluta da Dio, dalla Consolata, per cui loro ci avrebbero pensato.

E ci hanno pensato: quando la casa si è svuotata dopo la prima partenza dei missionari, quando sembravano mancare i mezzi materiali per portarla avanti, quando è scoppiata la guerra o quando sono arrivati giorni difficili per la morte del canonico Giacomo Camisassa e altre difficoltà che ogni istituzione religiosa come la nostra deve affrontare

“L'albero dell'Istituto è piantato saldamente”

L’Allamano così scriveva nel 1908 a Fratel Benedetto Falda: “L'albero dell'Istituto è piantato saldamente. Cadranno anche delle foglie, forse dei rami si piegheranno, ma l'albero crescerà gigantesco, ne ho le prove in mano”.

“Il nostro istituto durerà sempre, finché ci saranno anime da salvare. Vedete la perpetuità dell'Istituto”.

Nel 1922 confidò ad un missionario: “Guarda Ferrero, l'Istituto andrà giù, giù; ma non si perderà, perché è della Consolata”.

Questo istituto con 123 anni ora siamo noi, siamo quella famiglia voluta da Dio per opera della Consolata e dell’Allamano. Lo guardiamo e crediamo che è quell'albero, gigantesco, rigoglioso e secolare.

Alcune illuminazioni della Parola di Dio

Dalla Parola di Dio raccogliamo alcuni pensieri e illuminazioni per la nostra vita affinché, attraverso di essa, possiamo continuare a tenere viva la grazia della chiamata nell'Istituto e corrispondervi con tutto noi stessi.

Paolo nell'inno agli Efesini (Ef 1, 3-14) ci invita a ringraziare Dio per il dono della sua scelta, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità.

Crediamo che nel disegno e piano di Dio circa la fondazione del nostro Istituto ognuno di noi era già presente, già ne faceva parte ed il Signore tutto ha predisposto perché questo si realizzasse. È il mistero della sua chiamata e di una volontà che Dio realizza e attua in noi, servendosi di noi.

Santi e immacolati, perché salvati e redenti dal sangue di Gesù. E questo ci incoraggia e dà forza e speranza perché, nonostante i nostri limiti e fragilità, Dio conduce questa storia e cammino del nostro Istituto, allo stesso tempo santo e peccatore.

Il Vangelo (Gv 15, 4-15) ci indica una dimensione importante di questa santità, quella di essere tralci uniti alla vite, uniti a Gesù, in comunione con ognuno, ma sappiamo quanto è difficile questo cammino. Anche l’Allamano amava applicare questa immagine evangelica alla vita di ogni missionario e dell’Istituto. Uniti alla vite per crescere nella santità e portare frutti, uniti in quell’amore che spinge fino a dare la vita.

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Padre Michelangelo Piovano, Vice Superiore Generale.

Una santità che passa attraverso la carità, il volersi bene, il rispettarsi, l'accettarsi, lo stimolarci a vicenda e anche il correggerci mutuamente. Oggi è il giorno e celebrazione di famiglia per ridirci questo e, non a caso, è stata scelta questa Parola di Dio per questa celebrazione.

Celebriamo l'anniversario della Fondazione dell'Istituto all'inizio di questo triennio, nel quale avremo il Beato Allamano come speciale protettore.

Ci aspettano celebrazioni ed eventi particolari, come il centenario della sua morte e la sua canonizzazione tanto attesa. Anche questi momenti devono portarci a vivere in profondità il significato e la grazia che vogliono trasmetterci.

Un Allamano morto quasi cento anni fa, ma che deve continuare vivo in noi, nell'attuazione e incarnazione del suo carisma. Un Allamano che verrà proclamato Santo, ma che deve essere santificato innanzitutto nella nostra vita.

Il miracolo che porterà alla canonizzazione è il miracolo della missione e santità dell'Istituto e dei suoi missionari in tutti questi anni di vita. Il miracolo del bene fatto bene, con cura, con attenzione, con fedeltà e costanza.

Una storia centenaria costruita sulla fedeltà, coraggio, fede, intraprendenza di tanti nostri confratelli e consorelle. Per questo è importante e bello ricordarli e raccontarli, seguirne le orme anche oggi e lasciarsi ispirare dal loro operato.

Per questo la celebrazione della Fondazione dell'Istituto è festa di famiglia, della nostra famiglia. Di tutti coloro che ne hanno fatto parte in passato, ne fanno parte ora e lo faranno in futuro. Famiglia di Gesù, di coloro che ascoltano la Parola e la osservano, di coloro che compiono la volontà del Padre.

La Consolata, che tutto ha fatto e disposto perché il nostro Istituto avesse vita, continui ad operare nella nostra vita e famiglia. Continui ad operare e disporre le cose in modo che questa famiglia viva nella comunione tra i suoi figli, come lo desidera ogni mamma.

Affidiamo a Lei l’Istituto che in questi primi mesi dell’anno, nelle varie circoscrizioni, sta celebrando le Conferenze regionali per attuare gli orientamenti del Capitolo Generale e concretizzare in ogni realtà quella missione per la quale siamo stati fondati.

Siamo giovani e anziani, chi con salute fisica e spirituale e chi con le sue difficoltà o ferite, siamo di realtà e culture diverse, e, così come siamo, siamo la famiglia dell’Allamano e ci vogliamo bene anche se non sempre riusciamo a dircelo o a dimostrarlo come vorremmo.

Tendiamo la mano a chi si trova in difficoltà e lasciamoci aiutare quando siamo noi ad averne bisogno. Ringraziamo oggi per questa nostra famiglia e continuiamo ad essere fieri di essere missionari e missionarie della Consolata.

Padre Michelangelo Piovano, IMC, Vice Superiore Generale.

Grazie per essere qui, ci hanno detto: il Signore ci conceda la grazia di vivere questi Esercizi Spirituali come fratelli. "Egli dà forza agli stanchi e aumenta le forze dei deboli..." (Is 40,29-31). La tua presenza tra noi è una benedizione e una forza per la famiglia della Consolata!

Villa Marianella, casa di proprietà dei missionari Redentoristi, è costruita e attrezzata per favorire il dialogo, il silenzio orante e contemplativo, il riposo ricreativo e ristoratore. Dal 22 al 26 gennaio, in questo luogo, noi Missionari della Consolata della Regione Colombia siamo stati convocati per gli Esercizi Spirituali; hanno partecipato circa 50 di noi e siamo stati accompagnati e guidati da Fratel Camilo Alarcón, delle Scuole Cristiane - La Salle, .

Accoglienza nella casa

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Immagine preparata dagli organizzatori degli Esercizi

Tutti i missionari, arrivati dall’Ecuador, dal Perù e dalle varie regioni della Colombia nelle quali lavoriamo siamo stati accolti dal Padre Fondatore e Formatore, Giuseppe Allamano. Con una mano reggeva le Costituzioni o la Bibbia, con l’altra indicava la missione in atteggiamento di partenza. Tutti siamo stati convocati, con le nostre famiglie, i gruppi umani e le comunità che serviamo. Tutti siamo giunti fin lì alcuni fisicamente e altri per mezzo di rappresentanti.

“Per questi giorni, sistematevi nelle vostre stanze, personalizzate con i vostri nomi le porte, sentitevi illuminati e prolungati da un orizzonte infinito con albe e tramonti da sogno”.

“Lì troverete –come sembrava dirci il gentile e paterno Fondatore– l'acqua per idratarvi, il vino per festeggiare, l'agenda, il programma regionale e generale, gli orari di ogni giorno, oltre a un dettaglio economico personale. Tutto per voi, preparato con amore”.

Alcune indicazioni ci hanno aiutato ad abitare meglio lo spazio per poter vivere, crescere, creare e credere come artigiani della cura: il tavolo della sala da pranzo, il tavolo dell'Eucaristia, il tavolo della sala della comunità, il tavolo per giocare, il tavolo della cucina, il tavolo della camera da letto o del luogo di lavoro, il comodino, il tavolo dei poveri, il grande tavolo della creazione.

La sala delle conferenze

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Immagine: CAZ

Non senza aver prima attraversato la sala da pranzo –luogo spazioso, luminoso e arioso, abitato da servitori sorridenti e attenti, disponibili a soddisfare, per quanto possibile, gusti, capricci e necessità corporali– ci siamo recati nella sala delle conferenze.

Lì siamo stati accolti dalla Fondatrice, la nostra cara madre e maestra Consolata, con il suo bambino, consolazione divina incarnata e custodita nel suo grembo, mostrandocelo e dicendoci: "fate quello che vi dice", attraverso le parole, lo stile e la pedagogia del maestro fratel Camilo.

I giorni e le notti sono passati e siamo arrivati all'ultimo giorno, pieno di silenzi, parole, simboli, riti, liturgie, 3 idee, 2 domande e 1 metafora. Tutto era avvolto da una semplice pedagogia integrale e da una bella didattica che scaturiva dalla saggezza raccolta e dalle esperienze vissute e condivise del Fratello guida. Queste le domande che sono state poste: cosa conservare del nostro passato-presente?; cosa mantenere e sostenere del nostro presente-presente?; cosa innovare per costruire il nostro presente-futuro? Tutto è scaturito dalla vita che è stata suscitata e restituita decantata, passata attraverso il crogiolo del tempo, della memoria del cuore e della conversazione interpersonale.

Atmosfera spirituale

20240129Colombia6Per descriverla, assaporo l'ultimo sorso della piccola bottiglia di vino, offerta per il viaggio, per la nostra salute integrale, comunitaria e personale!

L'atmosfera è di umiltà, di quell'humus fecondante e purificante della terra di mezzo, proveniente dall'Amazzonia, che inspiriamo e respiriamo con la speranza di purificarci e convertirci. Quell'humus che ci fa riconoscere come umani chiamati a umanizzare; perdonati e consolati chiamati a consolare, a guarire salvando, a salvarci curando le relazioni d'amore in questa società pluralista e multiculturale. Chiamati a essere "Angeli custodi" gli uni per gli altri, per le comunità e la Chiesa, per l'intera "comunità di vita", per la nostra società e per l'intera umanità. Con la nostra testimonianza possiamo incantare, attrarre, essere e fare propaganda vocazionale, crescere in qualità e quantità.

Oggi un tacchino piange, grida o canta la sua solitudine; oggi tante altre creature si uniscono all'orchestra ambientale; oggi anche noi facciamo sintesi nella nostra memoria cordiale, aiutati dalle note e dalla memoria razionale disposti a tornare sulla strada per rimetterci in cammino. Questo non era il nostro posto, il nostro "ad gentes" è oltre; lo cercheremo con maggiore impegno a maggio, durante la Conferenza regionale.

L'avanguardia nella retroguardia

Allo stesso tempo, anche se più brevemente, un piccolo gruppo di missionari stagionati, un tempo avanguardia missionaria attiva, ora saldi e fedeli con la loro vita fatta preghiera, lavoravano spiritualmente nella retroguardia della stessa missione di consolazione - liberazione.

Lì a Manizales, nella casa di San Giuseppe, all'ombra del Santuario dedicato da P. Gerardo Bottacin a Nostra Signora di Fatima, si sono sincronizzati con quelli di Villa Marianella e con altri che non si sono potuti incontrare in questa occasione, guidati dal fedele amico della Consolata, P. Efraín Castaño, sacerdote diocesano, animatore, bussola e maestro della gioventù di Manizales e Caldas.

Alla fine, il cammino continua

Alla tavola dell'Eucaristia, della Parola e del pane, abbiamo concluso la nostra gentile e breve esperienza spirituale. Mandati via, ci siamo rimessi in cammino.

"Con valore e coraggio andate avanti nel Signore" ci dice il Fondatore. “Non abbiate paura –ci dice Gesù– io sono con voi”. È con, accanto a noi, come ConSolata, madre del Consolatore, grazie all'Altro Consolatore.

* Padre Salvador Medina, IMC, missionario in Colombia.

“Sembra che  oggi i nostri educatori, a diversi livelli, sentano in modo particolare il bisogno di rivisitare e approfondire lo stile allamaniano-consolatino di approccio alla persona. È quello che vogliamo fare anche qui, in questa breve riflessione sulla nostra impronta carismatica in un progetto pedagogico giovanile, oggi”. Leggi l'articolo di Suor Simona Brambilla, MC, attualmente segretario del Dicastero per gli istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

VERSO UNA “PEDAGOGIA ALLAMANIANA”

Sr. Simona Brambilla, MC

Introduzione

Lo scorso dicembre (2006) si è svolto in Argentina l’incontro Continentale di America IMC- MC-LMC su AMV e Pedagogia Allamaniana, e nel documento conclusivo dell’incontro   si esprime l’esigenza di “fare passi verso l’elaborazione di un Piano Continentale di Pastorale Giovanile Missionaria Allamaniana, aperta alla ministerialità”1. Anche nell’Incontro Continentale Europeo IMC-MC sulla AMV, svoltosi a Madrid dal 31 gennaio al 02 febbraio 2007, si è percepita l’esigenza di trovare linee comuni di pastorale giovanile che abbiano un’impronta “nostra”. Durante il corso per Animatori e Animatrici Missionari Vocazionali IMC-MC-LMC in Europa, lo scorso aprile, i partecipanti hanno lavorato a tali linee comuni caratterizzate da un’impronta “allamaniana”. Anche in questo corso di formazione per Animatori e Animatrici Vocazionali IMC-MC in Africa vogliamo dare spazio alla riflessione sul modello educativo allamaniano. Sembra che  oggi i nostri educatori, a diversi livelli, sentano in modo particolare il bisogno di rivisitare               e approfondire lo stile allamaniano-consolatino di approccio alla persona. È quello che vogliamo fare anche qui, in questa breve riflessione sulla nostra impronta carismatica in un progetto pedagogico giovanile, oggi. Ovviamente, non si pretende di esaurire qui la tematica, ma solo di iniziare una riflessione, che può essere ripresa, ampliata e approfondita in altre sedi.

Ci fermeremo a considerare brevemente alcune caratteristiche dell’approccio allamaniano alla persona.

1. L’Allamano: una vita come educatore2

Il Fondatore passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri: come studente in formazione (1856-1877), come formatore in seminario (1873- 1880), come professore (1882-1884), come Direttore del Convitto ecclesiastico per due anni e formatore del clero diocesano (1882-1926), pastore o “pedagogo spirituale” (1880- 1926), formatore iniziale e permanente di missionari (1901-1926), formatore iniziale e permanente di missionarie (1910-1926). Insomma, una vita a contatto con le problematiche, le sfide e la bellezza del compito educativo. L’Allamano ha senz’altro qualcosa da dirci.

 2. Gli ideali proposti

L’Allamano non ha mai fatto sconti sugli ideali: li ha proposti sempre, in modo chiaro ed inequivocabile. L’ideale missionario è per lui e per chi da lui fu formato il “denominatore unificante di tutta la formazione e di tutti gli aspetti della vita”3 che “pervade tutto, caratterizza e qualifica lo studio, gli interessi, le letture, le celebrazioni, gli esercizi della vita spirituale”4: “Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita”5.

Non fare sconti sugli ideali oggi (ma anche ieri) può non essere così facile né immediato. Eppure, la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale. Basti pensare a che cosa può capitare ad un bambino che si trova a crescere con educatori che non sanno dire chiari “sì” e chiari “no” in base a qualche criterio oggettivo, ma si barcamenano cercando di accondiscendere, di volta in volta, ai propri bisogni o ai bisogni dell’infante, o a qualche compromesso tra i due. Un terreno educativo di questo tipo si presta con facilità a coltivare squilibri di personalità, più che uno sviluppo di un sé, sano e maturo.

L’Allamano si rivolgeva ad aspiranti missionari, per cui l’ideale proposto assumeva i colori e modalità espressive adatte a chi aveva già fatto una scelta vocazionale precisa. Ma l’ideale missionario racchiude dentro di sé ed esplicita in modo singolare il seme dell’ideale di vocazione umana e cristiana che può essere proposto a tutti, qualsiasi sia il cammino di vita scelto. Si tratta della chiamata ad uscire da sé, a muoversi dalla propria posizione nel cosmo/universo per dilatare la visione, la comprensione, la capacità di amare e di fare. Questo ideale, mi pare, può e deve essere proposto anche oggi, in ogni cammino educativo cristiano, senza sconti.

3. Presenza e assenza

Quanto appena detto ci rimanda ad una caratteristica peculiare dell’Allamano, ma anche dei suoi figli e figlie nell’approccio alla persona e ai popoli: la “presenza”. Non una qualsiasi presenza, ma una presenza, appunto, pedagogica, che sa cogliere e rispettare i ritmi di crescita dell’altro e sa “esserci” o scomparire a seconda dello stadio in cui l’altro si trova6. Una presenza di chi non pretende di proporsi come salvatore dell’altro, nell’intento di risolvergli tutti i problemi, ma che nemmeno lo abbandona a se stesso con la scusa di un malinteso “rispetto”. Ciò implica una sufficiente ed esperiente conoscenza dell’umano e dello spirituale, che porta l’educatore ad una capacità di vera vicinanza ed intimità ed insieme di distanza e di riguardo per lo spazio dell’altro. In altre parole, una cosa è essere vicini, un’altra è ficcare il naso nelle faccende altrui. Una cosa è “esserci” per aiutare l’altro laddove ha bisogno e anche per imparare da lui, un’altra è aver bisogno di essere per forza utili all’altro. Una cosa è porsi accanto ed accompagnare, accettando di essere anche noi dei cercatori, un’altra è pretendere di sostituirsi all’altro o di avere tutte le soluzioni alle sue domande.

Nell’Allamano, questo andirivieni tra vicinanza e distanza, presenza e assenza, tra sì e no, si manifesta anche nel suo tratto assieme soave e forte, caratteristica spesso riportata dai testimoni:

“Come Fondatore e Superiore nostro, era impareggiabile, forte e soave nello stesso tempo. Si interessava di tutto e di tutti: scendeva anche ai più minuti particolari, e nello stesso tempo non era né pesante, né assoluto. Lasciava libera l’iniziativa delle Superiore subalterne…”7 “Il suo tratto [appare] sempre buono e paterno, ma riservato e contenuto.”8

La presenza dell’Allamano potrebbe essere qualificata, in termini attuali, come “empatica”: egli possiede la capacità di sentire con l’altro, di intenerirsi, commuoversi, identificarsi con la persona; allo stesso tempo, possiede la capacità di distanziarsi dall’altro per coglierlo in modo più pieno e rispettoso della sua totalità. In questo modo,  sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone, il tutto unificato nell’esperienza viva della relazione con Dio che gli dilata gli orizzonti dello spirito, del cuore e della mente, portandolo ad una sempre più articolata comprensione dell’umano e dello spirituale, perciò ad interventi educativi illuminati e sentiti come una benefica sfida alla speranza.

“Nel correggere aveva molto tatto e bontà, e nello stesso tempo era forte e soave. Diceva poche parole, ma chiare e decise. Soprattutto non era mai scoraggiante, pur combattendo energicamente il difetto.”9

Una missionaria racconta di un fatto che risale alla Prima guerra mondiale, quando il nutrimento era scarso e il pane razionato: “Due postulanti, entrate appena da qualche giorno, passando in panetteria, mi chiesero il pane varie volte dicendo che avevano fame. Per un po’ di volte mi prese compassione e gliene diedi, ma passando per caso il nostro venerato Padre dalla panetteria, gli raccontai la cosa chiedendogli come dovevo fare.

Allora mi disse […]: «continua pure e darglielo, quando lo domandano, per un po’ di giorni, ma, adagio adagio, farai loro capire che non si può; ma non mortificarle; aumenterai però la porzione a tavola, perché non voglio che soffrano».”10

Quello che la pedagogia di oggi identifica come il “principio di gradualità” è bellamente espresso in questo atteggiamento educativo dell’Allamano, il quale possiede una particolare capacità di “essere fermo nei principi (fortiter) e di adeguarli alla situazione concreta delle persone (suaviter), immedesimandosi nella loro situazione fisica (debolezze, necessità di salute), ma anche al carattere, e alle capacità di ognuno. Per questa comprensione, ammette che uno riesce a fare tanto e non di più, ad arrivare fino ad un certo punto e basta, oppure è in un momento in cui bisogna saper aspettare. Quindi, l’Allamano sa distinguere fra gli  ideali e le mete da raggiungere e la capacità concreta di coloro che li devono raggiungere; e porta avanti gli obiettivi con pazienza e rispetto. Egli ha una straordinaria capacità di equilibrio tra proposte forti e comprensione delle capacità e della debolezza umana. Propone ideali altissimi, fino alle vette dell’eroismo, ma sa che non tutti possono arrivarci. Considera le persone come sono, sapendo attendere i tempi di maturazione che sono diversi. E quindi sa anche superare la regola, senza venir meno a ciò che è veramente importante e irrinunciabile.”11

Uno degli atteggiamenti necessari allo sviluppo della capacità di presenza empatica è l’accettazione della parte femminile della propria personalità. L’Allamano aveva fatti suoi atteggiamenti femminili e materni, assorbiti certamente nel contatto con la madre e sviluppati nel rapporto continuo e profondo con la Consolata, considerata come fondatrice e posta a modello sia dei missionari sia delle missionarie12.

“La sua carità era di una squisitezza e finezza più che materne sapeva impreziosirla con tante delicatezze”.13

4. Ascolto e attenzione

Sono atteggiamenti intrinseci alla capacità di presenza empatica. Il Documento dell’Incontro di AMV - Pedagogia Allamaniana di America parla espressamente di “metodologia Allamaniana dell’ascolto”14. L’Allamano e i suoi figli e figlie pongono l’ascolto e l’attenzione alla realtà come pietra miliare del loro essere missionari. L’Allamano ha sempre valorizzato l’obbedienza, che implica proprio queste due qualità, applicate alla relazione con Dio, con gli altri, con se stessi, col cosmo.

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere. Se vogliamo, possiamo rifarci qui all’ignaziano discernimento degli spiriti nell’ascolto delle mozioni interiori.

“La sua direzione si estendeva a tutte ed era per tutte, in modo che ciascuna portava l’impressione di essere l’oggetto della sua particolare attenzione”15

“«Teneva l’occhio e l’orecchio attenti e vigili a quanto accadeva al di fuori…» (A. Cantono); «Ha sempre avuto una intuizione precisa dei bisogni del tempo», «Non conobbe vecchiezza» (Pinardi), proprio per questo suo «occhio vigile e penetrante»”16

Nei confronti di se stessi, la capacità di ascolto attento è elemento necessario di una vita in discernimento. Nei confronti dell’altro, tale capacità diviene fondamentale per creare un ambiente pedagogico in senso lato. La possibilità di crescita, di cambio, di apertura (o ri-apertura) di percorsi spesso rallentati o bloccati da disavventure in campo relazionale, diviene reale proprio in una matrice relazionale sufficientemente attenta alla persona e al suo stadio di sviluppo umano e spirituale. Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona. Nei riguardi del mondo, la capacità di ascolto attento è essenziale per cogliere i “segni dei tempi” e i semi di vita sparsi largamente nella natura, nella cultura, negli avvenimenti, dentro le pieghe della storia con le sue ombre e luci.

5. Affidabilità, attendibilità, rettitudine

Dimostrava intolleranza per ogni doppiezza e persino per le restrizioni mentali. Parlando     di queste diceva: ‘Non va bene. È un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto chiaro; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no… La spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro’.”17

Questa testimonianza basta ad illuminare un atteggiamento personale che si rivela sostanziale per qualsiasi processo pedagogico. La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”. Egli era come roccia affidabile e sicura: pronto ad accogliere sempre, onesto e diretto nel confrontare e sfidare, scevro dalla ricerca di popolarità, plauso ed ammirazione, uomo di speranza e del nunc coepi contro ogni disfattismo, pessimismo o vittimismo rinunciatario.

6. Energia e mitezza

È un altro binomio caratteristico dell’Allamano e dei suoi figli e figlie. Il nunc coepi ne è forse l’espressione più limpida. Ricominciare implica sia energia che mitezza/umiltà.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non accetta di assumersi responsabilità. Ma non le accetta nemmeno chi non è abbastanza mite / umile da caricarsi sulle spalle i propri (e spesso altrui) pesi.

Chi non è sufficientemente energico non s’impegna nella collaborazione. Ma non vi si impegna nemmeno chi non è abbastanza mite / umile da accettare punti di vista differenti dai propri, da “perdere” qualche privilegio personale per fare spazio ad altri, da lasciare che altri gli insegnino qualcosa.

Chi non è sufficientemente energico non è intraprendente e creativo. Ma non lo è nemmeno chi non è abbastanza mite /umile da correre il rischio di sbagliare e fare “brutta figura”, di tirarsi addosso eventualmente la critica, la disapprovazione e l’incomprensione altrui. E la lista potrebbe continuare.

Con Don Borio, l’Allamano lamentava: “In casa nostra c’è più timore che amore, stanno lì come automi, senza iniziativa propria e con paura di parlare o fare per tema di sbagliare”18

Non era questo lo stile che l’Allamano voleva, ma scioltezza, semplicità, schiettezza: “Sempre paternamente comprensivo delle debolezze che ognuno porta in sé, l’Allamano non sopportava l’apatia, l’indifferenza. Non vuole gente fiacca, lamentosa, apatica, mediocre”19, forse perché sa bene che questi atteggiamenti sono tra i più deleteri alla crescita della persona e della comunità.

7. Spirito di famiglia

Che l’Allamano vedesse e sentisse l’istituto come famiglia, è fatto noto. Il clima familiare          è una delle caratteristiche e premesse irrinunciabili del suo metodo formativo/educativo. Lo spirito di famiglia si materializza per lui nell’unione: “formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere tra noi l’unione che c’è tra le membra del corpo”; “ma unione fra tutti: uno per tutti e tutti per uno. Questo in una comunità è il più necessario. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi,  bisogna fare in modo che ci sia l’unione”.20

L’Allamano formava all’unione, alla collaborazione attiva e partecipe di tutti alla crescita verso il comune ideale. Tale collaborazione e unione richiede, ovviamente, una capacità sufficientemente matura di relazioni interpersonali vere che non si limita al “vogliamoci tutti bene” o all’esaltazione dello spirito di cameratismo, bensì si concretizza nella capacità di lavorare assieme in “unità d’intenti”, di condividere la vita. Credo che questo punto meriti una particolare considerazione, oggi. Proporre un’educazione improntata  allo spirito di famiglia richiede un’approfondita riflessione sul significato che ad esso attribuiamo.

In primo luogo, nell’immaginario delle persone, il termine famiglia può evocare diverse esperienze, non sempre assimilabili e non sempre del tutto positive per la crescita. Chi ha qualche esperienza pedagogica sa bene quali conseguenze può avere sulle persone (e sul loro modo di relazionare) il vissuto di dinamiche familiari eccessivamente invischiate o, al contrario, segnate da disgregazione. Occorre chiarire allora, spesso attraverso cammini lunghi e pazienti con le persone che si accostano alle nostre congregazioni, che l’immagine di famiglia proposta dall’Istituto non si sovrappone e non deve sovrapporsi necessariamente all’immagine che la persona porta dentro. L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo. Questo conferisce una qualità particolare ai rapporti fra i membri, che vivono un senso d’appartenenza carismatica. Tale tipo di familiarità sfida e confronta certi modelli familiari (accennati sopra negli estremi della famiglia invischiata e  di quella disgregata) che gli individui possono portarsi dietro: la famiglia proposta è una  famiglia di persone adulte e corresponsabili pur nella diversità di compiti e servizi, non da padri/madri e figli/figlie, né da nonni/e e nipoti, né da individui che in comune abbiano solo, o quasi, il domicilio.

In secondo luogo, formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello elazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione. Questo dovrebbe dirci qualcosa rispetto alla preparazione degli educatori a tutti i livelli: il sapere, anche il sapere teologico, si può imparare dai libri. La vita, a tutti i livelli, si sviluppa solo in una matrice relazionale.

_________________

1 Encuentro Continental America IMC/MC/LMC AMV – Pedagogia Allamaniana, Argentina, 15-22 Dicembre 2006, 7.6.

2 Cf. MEDINA, S., Hacia una Pedagogia Allamaniana de la Consolata, Buenos Aires, Dicembre 2006. Dattiloscritto non pubblicato, p. 7.

3 PASQUALETTI, G., Pedagogia Allamaniana, 2006. Dattiloscritto non pubblicato, p. 5.

4 Ibidem.

5 SALES, L., (a cura di), La Vita Spirituale - dalle conversazioni ascetiche del servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Edizioni Missioni Consolata, Torino 19632, p. 461.

6 Per un approfondimento degli aspetti pedagogici di presenza e ad assenza, qui solo accennati, cf. il  contributo di IMODA, F., Sviluppo Umano, Psicologia e Mistero, EDB, Bologna 2005, cap. IV, sez. 8.
7 STRAPAZZON, SR. CHIARA, Summarium Allamano, p. 166. Citato in: JACIÓW, K., Il Beato Giuseppe Allamano: Formatore delle Suore Missionarie della Consolata, Grugliasco 1995. Dattiloscritto non pubblicato, p. 7.

8 Testimonianza di sr Michelina Abbà, 25 settembre 1973. Citata in: MANTINEO, M., Il Canonico Giuseppe Allamano formatore delle Suore Missionarie della Consolata, Tesi di Licenza presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”, Roma 1985. Dattiloscritto non pubblicato, p. 203.

9 Deposizione di Suor Chiara Strapazzon, sez. CXIII, 30 luglio 1947. Citata in: MANTINEO, M., op. cit., p. 210.

10 Testimonianza di sr Ludovica Crespi, senza data. Citata in: MANTINEO, M., op. cit., pp. 204-205.

11 PASQUALETTI, G., Pedagogia Allamaniana, op. cit., p. 2.

12 Cf. JACIÓW, K., op.cit., pp. 6-7.

13 Positio Allamano, p. 331. Citato in: JACIÓW, K., op. cit., p. 14.

14 Encuentro Continental America IMC/MC/LMC AMV – Pedagogia Allamaniana, Argentina, 15-22 Dicembre 2006, 4.8.

15 Deposizione di Suor Maria degli Angeli Vassallo, sez. CCXLII, 26 febbraio 1949. Citato in: MANTINEO, M.A., op. cit., p. 182.

16 PASQUALETTI, G., Pedagogia Allamaniana, op. cit., p. 1.

17 STRAPAZZON, SR. CHIARA, Summarium Allamano, p. 175. Citato in: JACIÓW, K., Il Beato Giuseppe Allamano…, op.cit, p. 12.

18 Lettera a Don Borio, 04 settembre 1907. In: BONA, C., Quasi una vita…Lettere scritte e ricevute dal Beato Giuseppe Allamano con testi e documenti coevi , IV vol., Edizioni Missioni Consolata, Torino 1994, pp. 736-737.

19 PASQUALETTI, G., Pedagogia Allamaniana, op. cit., p. 5.

20 SALES, L., (a cura di) La Vita Spirituale…, op.cit., p. 407

“Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva”. Scrive il P. Gottardo Pasqualetti sul Beato Allamano. Leggi l'articolo completo.

“CUORE DI PADRE”

Padre Gottardo Pasqualetti

I caratteri forti e attivi suscitano ammirazione. Possono anche creare difficoltà, se non vi è in essi una accentuata componente di umanità, che fa loro comprendere le inevitabili debolezze, le diversità di carattere, le stanchezze e i condizionamenti della vita. Il dinamismo può esprimersi in comportamenti duri e intransigenti nei riguardi degli altri.

Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva. Duro quando parlava dell'attaccamento ai parenti, era il primo ad interessarsi delle condizioni dei familiari dei missionari, a soccorrerli nelle loro necessità, a inviare a trovarli quando ne avevano bisogno. Il suo metodo era «rigorosamente paterno, nel senso che pur esigendo l'esatta osservanza delle regole, aveva un governo paterno... Data la sua oculatezza e la sua posizione, sapeva pesare le persone; scopriva ed avvisava anche dei difetti, ma senza mai venir meno ai principi della carità. Anche quando aveva motivo di trovare a ridire di qualche persona, terminava il suo discorso con un sorriso, dimostrando che non aveva malanimo con nessuno, in modo che la sua conversazione lasciava il cuore perfettamente tranquillo» (E. Bosia). Così, quando doveva richiamare al dovere «sembrava un po’ rigido, ma congedava sempre con tratto gentile e caritatevole, così che lasciava sempre una impressione buona» (L. Coccolo).

Perciò, chi ne rievoca la figura ne mette soprattutto in risalto la paternità: «cuore amoroso, pieno di santa premura per i suoi figli»; «vero padre, tutto cuore pei suoi figli, che solo si dice felice quando li vede al sicuro»; «padre benevolo, cui si sentiva portati ad aprire completamente l'anima in piena e devota confidenza»; «era il padre. Ufficio che nessun altro, forse, con altrettanta bontà ha esercitato» 1. Fin dai primi anni di sacerdozio, quando fu Direttore spirituale in seminario, i giovani trovarono in lui «la buona mamma dei chierici», «l’angelo consolatore», colui «che teneva nelle sue mani i cuori, che son sempre la parte più delicata e arcana degli animi giovanili», Più che Superiore si dimostrava padre e tutto riusciva ad ottenere con la persuasione, con l'affabilità e la dolcezza. Secondo il sistema piuttosto rigido dei seminari del tempo, non lasciava passare nessuna trasgressione. Ma i giovani di allora dicevano di trattenersi anche dal commettere «quelle innocenti sciocchezze proprie della gioventù per non recargli dispiacere. Tanto era il rispetto e l'amore che avevano per il loro educatore. E pure alcuni che furono dimessi dal seminario, ebbero a dire: «ci ha licenziati in modo tale che ne siamo commossi e l'abbiamo ringraziato»2.

Così sempre. «A tempo opportuno sapeva fare anche la correzione severa, ma la terminava sempre con la parola benevola, tutta sua, che consolava» (G. Nepote).

A P. Borda Bossana racconta: «Il Teologo Comba, sacerdote pio e buono, ma assai eccentrico, venne rimproverato dal Servo di Dio per non so quale motivo. Nel riferire a me, che gli ero amico, la riprensione di cui era stato oggetto, non solo dimostrò di non esserne offeso, ma mi disse accennando al Servo di Dio: credo che abbiamo in mezzo a noi un vero santo! Quale delicatezza e quanta carità nelle sue riprensioni».

Ma oltre al comportamento, il forte senso di paternità dell'Allamano ha un altro segreto: l'interessamento di cui ognuno si sentiva oggetto. Di lui si ricordano spesso le grandi imprese, le iniziative, ma si dovrebbe soprattutto dire che la sua prima preoccupazione furono le persone. Le opere sbocciarono quasi come riflesso del suo interessamento per il bene delle persone. Entrato giovanissimo al santuario della Consolata, trovò muri cadenti, disordine e disorganizzazione. Ma il problema più spinoso proveniva dall'ambiente umano. Oltre a quattro anziani religiosi che officiavano come potevano il santuario, vi abitavano forzatamente dei preti anziani che non avevano altri mezzi di sussistenza. Erano alberi vecchi e stanchi —disse l'Allamano — che non potevano più essere raddrizzati, e che bisognava accontentarsi di tenerli come erano, con tutte le loro stranezze. Inoltre, vi aveva trovato posto un pensionato per chierici e giovani preti universitari, appartenenti a diverse Congregazioni religiose. Tutte queste persone facevano vita in comune. È comprensibile che vi regnasse un «sordo malumore». Il predecessore dell'Allamano dovette dare le dimissioni. Infatti, «posto a capo di un grande santuario e di un ospizio, tra un manipolo di più anziani e più destri di lui e un'accolta di preti che l'età e i malanni rendevano al governo malagevoli, si trovava veramente male; non era contento e non accontentava» (C. De Maria).

L'Allamano si curò anzitutto di questa situazione. «Cominciò a migliorare il vitto, che era assai scadente; circondò di ogni attenzione tanto i religiosi addetti al santuario quanto i sacerdoti vecchi che erano all'ospizio» (N. Baravalle). Riguardo a questi, confidava a L. Sales di non aver messo alcuna regola, anzi di aver tolto quelle che c'erano, limitandole a due: puntualità ai pasti e riunione serale per un po' di lettura spirituale. E quando quegli anziani non si facevano vedere, andava a trovarli in camera, portava loro il cibo, riordinava la stanza, «facendo da infermiere e un po' tutto». Trovò una sistemazione decorosa per i religiosi addetti al santuario, anch'essi anziani e malaticci, facendo attribuire loro una pensione mensile vita natural durante. Pensò quindi alla riapertura del Convitto per giovani sacerdoti. Anche questo era causa di tensioni e malumori. Il provvedimento dell'Arcivescovo aveva suscitato divisioni e polemiche. I convittori avevano dovuto ritornare in seminario e andavano a scuola dall'Arcivescovo. E scalpitavano. Per sanare questa situazione e immettere una ventata di aria fresca nel servizio del santuario della Consolata, l'Allamano si assunse il compito di far rivivere il Convitto secondo lo spirito del Cafasso. Non si limitò a risuscitare l'istituzione e a renderla rispondente alle nuove esigenze della formazione sacerdotale, convinto che nulla si dovesse omettere di quanto può rendere più efficace il ministero. Si preoccupò soprattutto dei singoli individui. «Conosceva tutti i convittori, li studiava attentamente nel carattere e nelle attitudini. Li correggeva con carità e con dolcezza, tenendo sempre fermo per il dovere... Per chi era ammalato, e per chi si trovava in condizioni disagiate, egli era veramente una tenera madre ed un padre provvidente» (N. Baravalle).

«Trattava i convittori come un buon padre, interessandosi delle loro condizioni economiche, e riducendo la già tenue retta di pensione, e anche concedendone, a parecchi una totale dispensa. In casi pietosi sovveniva anche le stesse famiglie dei convittori» (F. Perlo). «Si interessava anche delle minime richieste; ascoltava tutte le difficoltà; era tutto per l'individuo con cui trattava; non dimostrava noia alcuna, non dimostrava preoccupazione di aver altro da fare, né paura di perder tempo, sembrava non avesse altro pensiero. Quando il visitatore gli aveva esposto il motivo della visita, egli rispondeva, dava il consiglio, la direzione, ma con un fare così paterno e persuasivo che si usciva dal colloquio con, la persuasione di essere stati compresi, e che la via tracciata era proprio quella da seguire, perché voluta da Dio, che aveva parlato per bocca del suo ministro» (G. Cappella).

I convittori, inseriti nel ministero sacerdotale, ritornavano ancora da lui, specialmente nei momenti di difficoltà. Ed egli continuava a seguirli, perché li aveva avuti con sé, e perché ebbe cuore di padre per i sacerdoti, che trattava con grande rispetto e carità. Aiutava materialmente quelli bisognosi, perché potessero vivere in modo dignitoso, li mandava dal suo sarto, pagava loro la retta, perché potessero partecipare agli esercizi, spirituali: «questi sono i primi poveri», diceva, ed erano da lui preferiti nella carità spirituale e materiale, perché più vicini al Signore. Aiutava gli scrupolosi, prendeva le difese di quelli ingiustamente calunniati. Sosteneva negli abbattimenti. Aveva cura dei malati, senza badare a spese. Attesta il Cappella: «Nel 1917 dovetti pormi a letto colpito da infermità, che il Dott. Ariotti diagnosticò polmonite. Disse che occorreva riscaldare la camera, e assicurare una assistenza continua. Tale relazione venne portata al Rettore dall'economo, il quale si permise di osservare che una polmonite poteva esigere un mese, ed anche più di degenza, con una spesa non indifferente per il riscaldamento e l'assistenza; aggiunse, come suggerimento: "perché non potrebbe essere mandato al Cottolengo? Là sarebbe assistito e curato". "No, no", rispose il Servo di Dio non dissimulando il suo stupore per tale proposta. "L'ammalato, da venti e più anni lavora al Santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità al Cottolengo, per risparmiare qualche migliaio di lire? No, no, si provveda quanto occorre; si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno ed una suora di notte per l'assistenza, e se anche il dottore chiedesse un consulto con qualche professore, lo si faccia venire subito; procurate che nulla manchi di quanto possa contribuire a superare questa malattia, onde questo sacerdote possa ritornare a riprendere presto il suo ufficio nel santuario". Tutti i giorni, e anche più volte al giorno, il Servo di Dio veniva a confortarmi durante la mia degenza a letto, che durò oltre un mese, finché, guarito, potei tornare alle mie consuete occupazioni».

Non trascurò neppure i Superiori, spesso i più soli nelle loro infermità. Attesta L. Sales: «Mi raccontava che Mons. Gastaldi, negli ultimi anni, per il male di cuore di cui soffriva, andava soggetto a crisi di malinconia, ed egli ciò sapendo, con una scusa o con un'altra si portava da lui per tenergli compagnia e confortarlo».

Uguale attenzione ebbe per il can. Soldati, Rettore del Seminario, quando fu esonerato dalla sua carica a causa di malelingue. Ne fu umiliato da morirne di crepacuore. Non trovava altra consolazione che andare «sovente alla Consolata per lenire in sante conversazioni il suo dolore e ricevere una buona parola» (E. Bosia). L'Allamano lo assistette con grande carità anche nell'infermità e ne raccolse l'ultimo respiro. Così fece per il Robilant e per altri.

Una cura particolare aveva per i sacerdoti in difficoltà vocazionali: erano da lui cercati o a lui mandati dai loro vescovi, per richiamarli al bene, ravvivando la fiammella fumigante che rischiava di spegnersi. «Durante la sua permanenza a Rivoli era continuamente visitato dai sacerdoti, i quali ricorrevano a lui per direzione, per consiglio e per conforto. Alcuni si trattenevano a lungo con lui, altri ne vidi uscire in lacrime. Egli stesso diceva che ne aveva sistemati e salvati parecchi, interessandosi ai loro casi, e rimettendoli sulla buona strada» (Sr. Emerenziana).

Così, durante gli esercizi a Sant'Ignazio, «nella sua stanza c'era sempre qualcuno, sì da dover attendere per potergli parlare. Ed è lì, nel segreto di quella camera, a tu per tu con le anime bisognose, che il Servo di Dio operò il maggior bene, noto solo a Dio» (L. Sales). Tra gli esercitandi attiravano le sue speciali e più premurose cure «i sacerdoti inviati dai propri Superiori a fare il ritiro obbligatorio. Sapeva comprenderli e confortarli; li assisteva paternamente e faceva sì che ritornassero dal ritiro del tutto migliorati nello spirito e nei propositi» (G. Cappella).

Non dimenticava coloro che avevano abbandonato il ministero, perché, diceva, «bisogna distinguere il carattere sacerdotale dalle miserie umane», e «cercava di far giungere loro una buona parola. E se venivano a lui, li riceveva con cuore di padre» (L. Sales).

La stessa fondazione dell'Istituto missionario ha le sue premesse nel desiderio di provvedere al bene delle persone. Lo si ricava dai numerosi documenti che dovette redigere in proposito. La spinta a quest'impresa egli afferma di averla avuta dalla constatazione che molte vocazioni alle missioni non si realizzavano per la mancanza di una istituzione idonea. Ve n'erano certamente. Ma i giovani non le trovavano rispondenti ai loro sentimenti, o troppo estranee alla loro origine. Oppure, come egli stesso aveva riscontrato in diversi casi, il bene spirituale delle persone veniva seriamente compromesso «per mancanza di una mano paterna che li dirigesse», o non si garantiva l'assistenza in caso di malattia, anzianità, impossibilità di continuare il lavoro missionario. Perciò, l'Allamano pensa a una schiera di missionari che operino soltanto per amore delle anime, «tutti uniti in un determinato territorio, in dipendenza di superiori propri, ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto, che mancano a persone disperse in diversi luoghi e sotto estranei superiori».

Quando potrà varare il suo progetto, una delle sue caratteristiche e insieme la maggiore preoccupazione del Fondatore sarà che risponda allo stile di una famiglia. È necessario che chi dà addio alla propria casa e alla propria patria trovi una nuova famiglia, in cui tutti si amano, si accolgono e si aiutano come fratelli. Una famiglia in cui tutto deve diventare comune, in cui, soprattutto, ci sia l'attenzione all'altro, alle sue gioie e sofferenze, come alle sue necessità e fatiche. Infatti, questa famiglia ha un padre, che «si preoccupava delle minime necessità, tanto materiali come spirituali di ognuno. Si interessava poi grandemente dei parenti dei membri dell'Istituto, specialmente delle loro mamme. E quando avvertiva qualche necessità, senza esserne pregato, sovveniva con larga generosità» (G. Barlassina). Quando la famiglia divenne più grande, seppe ugualmente seguire ognuno personalmente, per mezzo della corrispondenza epistolare.

Si interessava dei singoli missionari anche quando avevano raggiunto il luogo del loro lavoro. Si informava dei loro successi, delle necessità, delle stanchezze. Li seguiva attraverso i loro diari, si preoccupava che nulla mancasse loro di quanto era possibile provvedere. Era sempre lui a lenire la piaga quando nella famiglia del missionario succedeva qualche disgrazia.

Nelle direttive date alla giovane superiora, Sr. Margherita De Maria, è riflesso il suo spirito di padre: «abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo maternamente... Far coraggio a tutte... Raccomanda sempre grande carità, longanimità... Sostenere, animare, correggere, portarle all'altezza della loro missione». Saper pazientare, compatire, richiamare con dolcezza, curare il contatto personale, proporre ideali per essere all'altezza della propria missione: è il segreto della sua paternità.

Ognuno poteva rendersi conto del suo amore di padre nella trepidazione per i figli lontani, nel dolore per il distacco da loro, nella preoccupazione per i pericoli cui andavano incontro. Confessava di non aver mai perso il sonno per problemi di ordine materiale, pure gravi, ma per il pensiero delle persone, sì. La sua prima visita all'Istituto era per gli ammalati, che chiamava gli «incensieri della comunità». Si intratteneva con essi, li confortava, li raccomandava alle cure dell'infermiere. La partenza dei suoi missionari, cosa normale per un Istituto che ha per scopo le missioni estere, non era mai qualcosa di normale e scontato. Finché poté, li accompagnava alla stazione, li benediceva, e si allontanava silenziosamente, non nascondendo l'intima commozione. «Il cuore del padre non è acqua», diceva, perciò «si stacca una parte di me stesso», è uno «schianto», «è sangue» 4. Lo sosteneva soltanto il pensiero di seguire la volontà di Dio. Così, il periodo della guerra fu certamente il più doloroso per lui, a causa delle ristrettezze materiali, dell'arresto nel lavoro missionario, della requisizione dei locali della Casa Madre. Ma più di tutto, sentì «sanguinare il cuore» per la chiamata alle armi di studenti e missionari. Ne parla continuamente, scrive loro, invia aiuti, si dà da fare per anticiparne l'esonero. Ancora più delicata, fu l'opera di reinserimento dei reduci dalla guerra, stanchi, delusi e frustrati. In molti seminari, coloro che avevano affrontato intemerati le prove della guerra, non riuscirono a superare quelle dell'inserimento nel ritmo di vita seminaristica. Nell'Istituto, quasi tutti ce la fecero. L'Allamano ebbe pazienza, usò tolleranza per il loro comportamento a volte scanzonato a cui li aveva abituati la trincea, li incoraggiò a riprendere gli studi, diede loro incarichi di fiducia. Un testimone di quel periodo attesta: «Fu certamente l'amore del cuore paterno e materno allo stesso tempo del Padre, che rese più facile l'assorbimento alla vita di comunità di tutti quei giovani o quasi adulti, che tornavano da un ambiente così diverso da quello in cui erano cresciuti prima della guerra» (G. Bartorelli).

L'Allamano poteva dire, senza temere di essere smentito: «Il Signore poteva servirsi di un altro certamente, e che avrebbe fatto meglio di me. Avrebbe avuto più tempo di occuparsi di voi; ma un'altra persona che vi voglia più bene di me, non lo credo» Ecco perché a lui si ricorreva «come a un padre, mettendolo a parte delle pene, dubbi, timori». Ecco perché fu padre ascoltato: «ammaestrava, lavorava le anime in profondità, riscuotendo sempre ogni volta: ammirazione, confidenza e affetto maggiore» (T. Gays). Le sue conferenze erano attese con ansia, partecipate come «un incanto». Ma «la gioia di udire la sua voce, così paterna e suasiva», si trasformava nella «volontà di mettere in pratica i suoi insegnamenti» (B. Falda). Bastava anche una sola parola scritta su un'immaginetta, a ridare coraggio, a spronare a perseverare nella vocazione. È la forza della paternità.

È un carisma personale. Però, l'Allamano vuole che qualcosa di esso permanga tra i suoi missionari: nel comportamento dei Superiori, nello spirito di famiglia, e anche nell'apostolato. A proposito dei catechisti, egli raccomandava ai missionari: «deve essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con studio e cura speciale alla stazione (missione) prima di inviarli al Collegio, e riavutili, amarli, facendo fare loro come vita di famiglia; istruirli con un po’ di conferenza giornaliera; entusiasmarli al loro ufficio, abituarli al resoconto serale, acciocché si tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui malati, i bambini, ecc.» 6. La spiritualità del missionario è spiritualità di presenza, di rapporti personali, di attenzione all'altro, con amore. È lo spirito dell'Allamano. Il senso di presenzialità che ebbe nei riguardi di Dio e delle cose di Dio, lo visse nei rapporti con gli altri, con la stessa attenzione e carica di amore. Per questo si poté dire di lui che «fu eminentemente padre» (E. F. Vacha).

1 Testimonianze di M. Mauro, B. Falda, G. Cappella, A. 'Cantono.

2 Testimonianze di C. De Maria, Mollar, P. Marchino, B. Stobbia, G. Bonada e altri.

3 Cf. Lettere del 6 aprile 1891 a C. Mancini e del 6 aprile 1900 al Card. A. Richelmy.

4 Cf. Conferenze, I, 500, 610.

5 Cf. ivi, I, 492.

6 Lettera circolare ai missionari del Kenya, 25 dicembre 1912. l VS, 315; Conferenze, I, 129

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