Il vescovo di Odienné, Mons. Alain Clément Amiézi, ha visitato dal 24 al 28 febbraio, la parrocchia San Giovanni Battista di Marandallah nel nord del Paese. I missionari della Consolata padre Wema Meta Duwanghe e padre Isac José Manuel Ernesto hanno organizzato la visita del vescovo in modo tale che potesse raggiungere i villaggi più sperduti, nel cuore della savana ivoriana.

È stata la prima volta che Mons. Amiézi ha raggiunto la missione di Marandallah per visitare e conoscere da vicino le comunità cristiane, alla presenza dei diversi capi tradizionali rendendo la visita una gioiosa occasione di incontro e di condivisione intorno al vescovo e ai nostri missionari. La precarietà delle strade sterrate e la fatica delle distanze sono un ulteriore motivo che conferma l’importanza di valorizzare la presenza dei missionari della Consolata in questa terra di prima evangelizzazione dove i cristiani sono solo il tre per cento. La provincia di Marandallah conta settantuno villaggi e insediamenti. “Devo accompagnare il vescovo nella visita ovunque egli voglia andare perché è una benedizione per la nostra comunità parrocchiale”, ha affermato orgogliosamente Yéo Fatoumata Sylvie, vice-presidente del consiglio parrocchiale.

Vedi qui il video della visita di Mons. Alain Clément Amiézi

* Padre Ariel Tosoni, è missionario della Consolata argentino che lavora nella Costa d’Avorio.

La Chiesa deve essere accogliente e caritatevole verso tutti gli esseri umani, soprattutto quelli più bisognosi come i migranti. Non basta avere un buon cuore per aiutarli. Per integrare questi fratelli e sorelle, è necessario avere buone capacità di riflessione per comprendere questa realtà e non cadere nel pregiudizio.

I flussi migratori sono un fenomeno spesso causato dalla mancanza di risorse, instabilità sociale ed economica, esigenze demografiche e politiche, conflitti e povertà. Il fenomeno è sempre esistito in ogni epoca, ma ha assunto caratteristiche e dimensione specifiche ai nostri giorni. È una realtà di cui a volte non ci rendiamo conto di tutte le sue implicazioni.

L'immigrazione, nel contesto del mondo globalizzato, implica l'inevitabile contatto tra culture, che crea nuove opportunità di incontro tra popoli diversi e inizialmente estranei gli uni agli altri. Ma non dobbiamo dimenticare che ci sono anche sfide implicite in questa diversità. Una delle sfide più grandi è la paura dell'altro. Nelle nostre società di oggi, e purtroppo alle volte anche nella Chiesa, c'è questa paura, che dà origine a un crescente sentimento di sospetto e di stereotipi nei confronti degli immigrati.

Il fenomeno migranti ha tuttavia aperto nuovi spazi ecclesiali verso una pastorale specifica di settore e per questo è necessaria una nuova capacità di analisi della realtà migratoria prendendo in considerazione i meccanismi perversi che generano questa sofferenza.

Questo è quindi il primo atto di solidarietà con i nostri fratelli e sorelle migranti. Per questo dobbiamo essere consapevoli che le improvvisazioni più frutto di emozioni momentanee che di serie analisi non sono sufficienti a gestire situazioni complesse che creano discriminazioni, pregiudizi e stereotipi. Ciò che serve oggi è la competenza e lo studio approfondito e critico di questa realtà e non solo nel senso di uno studio accademico, ma di uno studio che si basa su fatti concreti, realtà evidenti, cioè di una buona lettura dei "segni dei tempi".

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"I flussi migratori sono un fenomeno spesso causato dalla mancanza di risorse",  dice  Padre Patrick Mandondo, IMC

Non dobbiamo dimenticare che tutta l'attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale di ogni persona. L'incontro tra immigrati e popolazioni residenti serve oggi a mettere in pratica un nuovo e rinnovato modo di evangelizzare. L’opportunità di questo grande incontro deve farci sentire la necessità di una nuova evangelizzazione.

Il centro di attrazione di questa nuova evangelizzazione sono i poveri e gli emarginati, compresi i migranti e i rifugiati. Queste nuove fragilità sono un luogo di evangelizzazione e di lavoro missionario. Evangelizzare nell'era delle migrazioni significa anche raggiungere coloro che non condividono la fede cristiana. In altre parole, persone di altre religioni che non hanno ancora incontrato Gesù Cristo o che lo conoscono solo parzialmente. Ma questo deve essere fatto con il rispetto dovuto a tutti e con la prudenza che tali situazioni richiedono. L'annuncio può talvolta non essere ben accolto, ma ciò che più conta è trovare valori comuni da condividere, in vista della difesa e promozione della vita.

*  Padre Patrick Mandondo, IMC, lavora con la Pastorale dei Migranti a Oujda, Marocco. Articolo pubblicato in www.fatimamissionaria.pt

"Non si tratta più del Paese e della sua leadership, ma del popolo del Sud Sudan che sta lentamente morendo", afferma il vescovo Eduardo Hiiboro Kussala della diocesi di Tombura Yambio ribadendo che la situazione è disastrosa e richiede quindi un intervento urgente.

In una dichiarazione dell'8 marzo, citata dall'agenzia CISA, il vescovo Kussala, in qualità di presidente della Commissione per lo Sviluppo Umano Integrale della Conferenza Episcopale del Sudan e del Sud Sudan (SSSCBC), fa appello all'assistenza umanitaria della comunità internazionale, delle persone di buona volontà e delle reti Caritas per alleviare le sofferenze della popolazione del Sud Sudan, che, a suo dire, è “sull'orlo della miseria”.

Monsignor Eduardo Kussala ha precisato che la popolazione sta soffrendo a causa di emergenze e sfide complesse, tra cui la fame, le inondazioni, la siccità e l'insicurezza crescente in alcune parti del Paese, aggravata da un'economia fragile e prossima al collasso.

"Il nostro popolo continua a subire gli effetti di emergenze complesse che si stanno ancora verificando in molte parti del Paese, comprese quelle che in precedenza erano in una situazione considerata normale. Di conseguenza, il numero di sfollati interni che vivono in condizioni deplorevoli e muoiono di fame è aumentato enormemente in tutto il Paese, e i più colpiti sono le donne, i bambini, gli anziani e le persone con disabilità", sottolinea il vescovo.

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Mons. Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio nel Sud Sudan. Foto: Vatican Media

"Quelli che vivono ancora nelle loro case rischiano di morire di fame, poiché la maggior parte di loro ha dovuto, abbandonare le proprie fonti di sostentamento nel tentativo di salvarsi la vita. La maggior parte dei bambini che frequentano la scuola ha dovuto abbandonarla a causa dell'insicurezza e della paura di essere reclutati con la forza per servire come soldati nei conflitti", osserva. Questa triste realtà ha portato a un aumento del numero di bambini non scolarizzati che si sono dati alla strada per sopravvivere.

"Non si tratta più del Paese e della sua leadership, ma del popolo del Sud Sudan che sta lentamente morendo. A meno che non venga protetto da questi disastri, temiamo che il nostro popolo non sopravviverà, soprattutto perché la maggior parte della popolazione (64%) è costituita da giovani indifesi che non hanno alcuna fonte di reddito, mentre la maggior parte del restante 36% è costituita da persone anziane. La situazione è disastrosa e necessita quindi di un intervento urgente", ha dichiarato.

"Esorto ciascuno di voi” afferma il vescovo della diocesi di Tombura Yambio facendo appelo alle grandi organizzazioni internazionali, “a usare questa opportunità per mettere in pratica le visioni e missioni proprie delle vostre organizzazioni che affermano come proprio compito di mitigare la sofferenza umana nel mondo. Pensate alla madre sud sudanese che vede morire il suo bambino a causa della malnutrizione causata dalla fame, al giovane che muore in ospedale perché non ci sono medicine per curarlo, alla bambina di 9 anni che, per un pezzo di 'bambe' (patata), è costretta a vendere il suo corpo, e all'anziana emaciata che giace all'interno del suo sgabuzzino ma che aspetta che la morte porti via la sua sofferenza",

Fonte: CISA

“Basta silenzio”. “Giù le mani della Repubblica Democratica del Congo”. “Basta con le guerre per i minerali”. “Più di 12 milioni di morti”. Questi sono stati alcuni degli slogan gridati dalla comunità congolese a Roma, domenica 10 marzo, per denunciare le atrocità e promuovere la pace nell'est del Paese centrafricano, ricco di metalli preziosi, oro, diamanti e idrocarburi.

“Quello che sta succedendo in Congo è grave e il mondo non ne parla, perché i padroni stessi dei media forse hanno anche loro interessi ed investimenti nel Congo. Per questo il Papa ha detto bene: ‘giù le mani della RDC’”, ci spiega il padre Roger Balowe Tshimanga, cappellano della comunità congolese a Roma mentre accoglie i partecipanti della manifestazione nella chiesa della Natività in Piazza Pasquino. “Oggi la guerra nel Congo diventa più grave della Guerra Mondiale, ma ciò che sorprende è che nessuno parla di questo. Allora, noi congolesi dobbiamo difendere il nostro Paese. Se il mondo non parla, noi stessi dobbiamo parlare ed è quello che stiamo facendo oggi”, aggiunge il religioso proprio quando suona la campana per l'inizio della messa alle 9:00 come previsto.

Messa e preghiera per la pace

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Mons. Ricardo Lama: “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce"

Animata in stile congolese, un popolo gioioso, la celebrazione è stata presieduta da uno dei vescovi ausiliari di Roma, monsignor Riccardo Lamba, recentemente nominato arcivescovo di Udine. I canti, le preghiere e le riflessioni hanno ricordato le vittime della violenza e lanciato un forte appello per la fine dei saccheggi, delle aggressioni e per la pace nella RDC. Oltre 200 persone, alcuni provenienti da altre parti d'Italia, si sono riunite per l’evento, molti sacerdoti, religiosi e religiose, ma non solo, anche gruppi e associazioni ecclesiali impegnati nella stessa causa.

“La presenza del vescovo rappresenta Pietro e quindi, la vicinanza del Santo Padre a tutti le persone di buona volontà. Papa Francesco ama il popolo congolese”, ha assicurato Mons. Riccardo Lama all’inizio della sua omelia nella IV domenica di Quaresima, “Laetare”, che ci invita alla gioia. “Questa gioia - dice il vescovo – non è un sentimento passeggero o per un successo momentaneo, ma vuole dire che noi siamo sempre preceduti dall’amore di Dio che ci ama da sempre e per sempre”. E riferendosi alle sofferenze della umanità e del popolo congolese, Mons. Riccardo ribadisce: “Questo amore è dimostrato attraverso la persona di Gesù Cristo che ha esperimentato la sofferenza, ha dovuto subire la passione e la morte”, e vuole dire che “l’amore di Dio in Gesù va oltre tutte le sofferenze, il dolore e la morte di croce". Così deve essere anche "la speranza della comunità congolese”.

In questo senso, le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare diventano testimoni della fede in Gesù Cristo, il grande Martire, e perciò di un amore che è più forte della morte.

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Alla celebrazione hanno partecipato anche l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua, che ha così sottolineato l'importanza dell'evento: “una giornata per sostenere la pace e fermare le atrocità contro il nostro popolo”. Anche le Nazioni Unite denunciano un'escalation in corso, in particolare nell'area della provincia del Nord Kivu, nella città di Goma che ha accolto circa 2,5 milioni di sfollati interni. Il conflitto regionale si sta sviluppando nella parte orientale della RDC, dove la violenza aumenta di mese in mese. Al centro del problema sempre la contesa per il controllo del territorio e dove ci sono giacimenti di diamanti e miniere ricche di minerali e metalli preziosi, in particolare dell’est, al confine con Burundi, Ruanda e Uganda. Sullo sfondo, a muove le fila di tutto, si muovono le grandi potenze: Stati Uniti, Francia e Cina.

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 l'Ambasciatore di Haiti presso la Santa Sede, S.E. il Sig. Jean Jude Piquant e l'Ambasciatore della RDC, S.E. il Sig. Rigobert Itoua (terzo da sinistra a destra).

Marcia per le vie di Roma

Dopo la messa, è iniziata la marcia per le vie di Roma, da Piazza Pasquino fino a Piazza San Pietro. Lungo il percorso i passanti e i pellegrini hanno potuto leggere e cartelli e gli striscioni con il motivo della manifestazione. Nasibu Barth, studente di filosofia politica alla Università Lateranense e responsabile del coro Bondeko (fratellanza) che anima il rito cattolico zairese nella Chiesa della Natività, è stato uno degli organizzatori della marcia. Utilizzando un megafono, il giovane studente proclamava slogan intercalati da canti con accenni sulla situazione del Congo. A più riprese è risuonato il grido: “Basta silenzio”. “Liberate le terre congolese dagli interessi sporchi”. “Basta la guerra”. “Più di 12 milioni di morti” mentre la marcia proseguiva lungo il percorso concordato con le forze dell’ordine.

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La comunità congolese marcia per la pace in Via Vittorio Emanuele  II.

Nell'Angelus il saluto di Francesco

Attraversata via della Conciliazione, alle ore 11:30, il gruppo si è unito alla folla di pellegrini radunati in Piazza San Pietro per la preghiera dell'Angelus con Papa Francesco. L’atmosfera intorno era cambiata, il gruppo dei congolesi si è trovato al centro della cristianità abbracciati dal colonnato del Bernini come le “braccia materne della Madre Chiesa”. Hanno potuto così unire la loro voce, e sentirsi in sintonia con tutta l'umanità, cantando e pregando per la pace.

Oltre ai fratelli e sorelle musulmani che stanno per cominciare il Ramadan, il Santo Padre ha ricordato anche le guerre nel mondo e la grave crisi sociale, politica e umanitaria che colpisce Haiti, Paese da anni provato da molte sofferenze con decine di persone uccise e più di 15 mila costrette ad abbandonare le loro case a causa degli attacchi coordinati delle bande armate.

I loro cuori si sono riempiti di gioia e gratitudine quando hanno ascoltato le parole tante attese, pronunciate dal Santo Padre: “E mentre saluto con affetto la comunità cattolica della Repubblica Democratica del Congo a Roma preghiamo per la pace in questo Paese africano come pure nella martoriata Ucraina e in Terra Santa cessino al più presto le ostilità che provocano immani sofferenze nella popolazione civile”, ha detto Francesco.

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È tempo di rompere il silenzio

Insieme ad altre donne, Bumi Muluwa Rose, dell’Istituto secolare dominicane in Congo, aiutava a portare uno striscione con la scritta: “Non alla guerra e ai massacri”.

“Sono venuta qui per parlare a tutti coloro che usano il cellulare e il satellite che sono bagnati dal sangue. Basta! Siamo stanche di morire” - esclama Rose e continua - “anche voi missionari avete fatto tanto per il Congo ma adesso dovete lottare con noi”, - accennando anche alla figura dell’ambasciatore dell’Italia nella RDC (Luca Attanasio) che è stato ucciso nel 2021, - “mentre la comunità internazionale rimane in silenzio, non vuole parlare”.

Alla domanda su come aveva accolto il saluto del Papa, Rose ha risposto: “Papa Francesco è sempre con noi, lui è per tutti e ha lottato per noi prima. Francesco ha osato alzare la voce: “Giù le vostre mani della RDC e del Africa’, però il mondo non l’ha ascoltato, la comunità internazionale che ci ruba e che ci violenta... Questo non lo vogliamo più. Basta!”, esclama a voce alta in Piazza San Pietro.

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Questo grido della comunità congolese a Roma se unisce agli altri gridi per porre fine alle atrocità e ai conflitti in tutto il mondo, come quelli che imperversano a Cabo Delgado, nel Mozambico, in Etiopia, in Sudan, nel Sud Sudan, in Terra Santa e in Ucraina... È tempo di rompere il silenzio e denunciare il coinvolgimento dei paesi più potenti che favoriscono la continuazione dei conflitti causando la morte di milioni di innocenti, soprattutto di donne e bambini.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, comunicazione Generale, Roma.  

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 Le immagini di due martiri congolesi, la beata Sr Anuarite Nengapeta e il beato Isidore Bakanja esposti davanti all'altare  nella chiesa della Natività

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La partecipazione dei missionari della Consolata a Roma, i padri Innocent, Giacomo e Michelangelo

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La comunità congolese presente a Roma si mobilita per denunciare le atrocità e promuovere la pace nell'est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Questa iniziativa vuole essere un gesto di solidarietà e unione con la gente e si svolgerà domenica 10 marzo 2024, con una S. Messa seguita da una marcia pacifica verso Piazza San Pietro per partecipare alla preghiera dell’Angelus con Papa Francesco.

La Santa Messa sarà alle ore 9.00 presso la Cappellania Cattolica Congolese nella chiesa della Natività in Piazza Pasquino, n.2 (Roma). Una celebrazione diventerà anche un momento di riflessione e di preghiera al Signore per tutte le vittime della violenza e dell'instabilità che affligge l'est della RDC.

Dopo la Santa Messa, la comunità congolese farà una marcia pacifica per le vie di Roma, camminando insieme, fino a Piazza San Pietro, dove a mezzogiorno si unirà agli altri pellegrini per la preghiera dell'Angelus con Papa Francesco. Portando striscioni e cartelli con messaggi di pace, il grido della comunità congolese vuole informare la gente sulla situazione nella RDC, mostrare solidarietà verso le vittime della violenza e dell'oppressione nel Paese e, allo stesso tempo, denunciare l'indifferenza della comunità internazionale di fronte alle continue sofferenze che il popolo congolese subisce. Dall'inizio della guerra civile, nel 1996, nel Paese sono morte più di 8 milioni di persone.

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L'obiettivo di questa Marcia pacifica è sensibilizzare i congolesi e i loro sostenitori in tutto il mondo per mobilitarli a lavorare per la giustizia, la pace e l'integrità del creato. La partecipazione a questo evento non è solo un atto di solidarietà, ma anche un impegno per un futuro migliore per la RDC e il suo popolo. Unendosi in uno spirito di fratellanza e resilienza, la comunità congolese di Roma dimostra che la pace è possibile, anche nei momenti più difficili.

Gli organizzatori sono convinti che questo gesto pubblico e pacifico potrà diventa una testimonianza forte della volontà e della determinazione del popolo congolese a porre fine alla violenza e all'odio nel loro Paese. Il loro appello all'unità e alla solidarietà risuona oltre i confini, ricordando a tutti che la pace è un diritto fondamentale da difendere e proteggere come insiste spesso Papa Francesco.

Video sulla Marcia per la Pace, domenica 10 marzo a Roma

I missionari della Consolata sono presenti nella RDC dal 1972 in diversi contesti di evangelizzazione. In mezzo alle sofferenze di tanti e inseriti nella Chiesa locale, cercano di essere presenze di consolazione. Oggi nel Paese lavorano 29 sacerdoti e tre fratelli della Consolata nelle diocesi di Kinshasa, Kisantu, Isiro-Niangara e Wamba. I missionari della Consolata congolesi sono 59 tra questi, 45 sacerdoti, tre fratelli, cinque diaconi e quatro studenti professi e due novizi.

* Fratel Adolphe Mulengezi, IMC, studente in Comunicazione a Roma.

 

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Manifestazione per la pace nella RD del Congo. Roma, 11 febbraio 2018

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