XIV Domenica del tempo ordinario "B"

Pubblicato in Domenica Missionaria

La Liturgia di oggi ci pone d’innanzi a un problema più attuale che mai. Considerando un pò nella storia delle Religioni appare, non escluso il popolo Ebraico, una specie di tradimento del popolo verso la Divinità, sia che si indaghi nei popoli pagani caratterizzati dalla loro idolatria, come nel Popolo eletto considerandosi privilegiato da Dio.

Possiamo veramente dire che quelli che noi chiamavamo Pagani, che vengono considerati idolatri, credessero tutti nei loro dei? Noi non possiamo affermarlo. Sta di fatto che l’idea di un Essere Supremo esistente era nell’animo di tutti. Già all’inizio della storia umana, la manifestazione di questo Essere si distingueva fra popolo e popolo. Chi adorava gli elementi naturali come il sole o luna, o una montagna inaccessibile o un albero speciale, in loro vedevano dio che si manifestava. Più avanti ne scolpisco l’effige in pietra o marmo o altro materiale prezioso, dando a questo dio quella fisionomia che era consona alla loro conoscenza, al loro vivere e pensare.

Come mai? É il desiderio dell’umanità costituita di anima e di corpo che ha una esigenza interiore di comunicare con questa divinità e quindi ne fa l’effige, perché desidera vederla, parlarle e comunicare come farebbe con una persona che ama. S. Agostino spiega molto bene questo fattore: “Osservi tutto questo e quasi interroghi, la tua stessa ricerca é un interrogare. Pieno di stupore continui la ricerca e scrutando la cosa a fondo scopri una grande potenza, una grande bellezza, uno stupefacente vigore. Ciò che hai scoperto nella creatura é la voce della sua presenza.” (Com. al Salmo 144,13).

Il fatto rimane che anche questi popoli si sono allontanati dall’idea primordiale attribuendo a questi Dei le stesse inclinazioni umane, ecco allora il sorgere del politeismo e l’idolatria. Lo stesso popolo Ebraico, quel popolo che Dio ha scelto per comunicare il suo piano di Amore, ha tutta la sua storia costellata di infedeltà, di rifiuti, di desideri o nostalgie di correre dietro agli idoli, di mancanza di fiducia nel Dio così esaltato da loro perché scelto tra tutti i popoli delle terra, e ha dimostrato di essere un popolo di ribelli. La prima lettura é chiara al riguardo: “Uno spirito entrò in me mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Isrealiti, a un popolo di ribelie che si sono rivoltati contro di me”. (Ez. 2: 2-3).

Un’eco di questo lamento lo possiamo vedere nel seguente passo di Matteo:“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati….quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e voi non avete voluto.” (Mt. 23: 37). Non si può negare che la gente di Nazareth riconosce in Gesú l’uomo sapiente che si distingueva in maniera straordinaria da tutti quelli che insegnavano e guidavano il Paese, il suo approccio era rimarcabile al punto che la gente diceva: “Donde gli vengono queste cose?E che sapienza è mai questa che gli è stata data?E questi prodigi compiuti dalle sue mani?Non é costui il carpentiere, il figlio di Maria…(Mc. 6: 2-3).

Eppure “Si scandalizzavano di lui”. Come mai? L’invidia, la superbia, o altre cose inerenti alla nostra povera natura vulnerabile? Tutto questo, ma soprattutto come Gesú che si meravigliava della loro Incredulita”! (Mc. 6: 6). Mancanza di Fede!. Il motivo per cui molta di quella gente al tempo di Gesú si rifiutava di conoscerlo e di accettarlo, oggi tocca anche noi. L’alterigia di fare da soli, di riporre la nostra fiducia solo nei mezzi esterni, di vivere una vita formalistica, di restringere alle nostre vedute umane una Religione così bella, così universale ci porta naturalmente al rifiuto di Cristo. I secoli delle grandi scoperte che ci hanno preceduti, ci hanno dato la chiave per entrare in una porta sbagliata.

Ci siamo lasciati prendere da una tentazione con la quale crediamo di non aver bisogno di nessuno e che possiamo salvarci da soli, riponendo la nostra fiducia nelle cose di questo mondo, questo è veleno che é penetrato nella nostra società e anche nella nostra relazione con Dio. Il mondo si secolarizza quasi senza accorgersene e la nostra società guarda il cristianesimo come al tempo di Gesú. Ci scandalizziamo di Cristo dicendo che un Messia del genere non può esistere. Quello che Paolo dice, diventa quanto mai vero anche oggi: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani;”(1Co. 1: 23). Gesú si presenta a noi oggi come un segno di contraddizione, la sua Persona lo é sempre stata, perché il suo modo di agire e di parlare provoca le persona a fare le sue scelte. Sono queste scelte che noi non vogliamo fare, ci piace stare con tutti prendendo le nostre distanze, mettiamo la maschera.

Gesú non aveva nessuna maschera, ha sempre mostrato la sua identità in questo non si é mai contraddetto. Le nostre manifestazione anche liturgiche diventano sempre più esteriori, quello che ci manca é l’interiorità, il silenzio, la riflessione, l’atmosfera che ci conduca alla preghiera, sembrano cose di altri tempi. Si riempiono le piazze, si vuotano la chiese. Una religione individualistica. Le statistiche parlano chiaro. Questa instabilità che si trova nella nostra società di oggi é tipica di una società che ha altre mire, indica ancora una volta, che la fede non é maturata, appunto perché non gli é stata data la possibilità di maturare al sole di Dio. Se la Celebrazione Liturgica Domenicale é il fulcro della vita della Chiesa, il centro della nostra unione con Dio, attraverso la mediazione di Cristo che ci unisce al Padre, facendosi Parola e Cibo, ma non é partecipata, il risultato non può essere che quello di cui si dice sopra. Siamo forse schiaffeggiati da Satana, come Paolo? Lui ha trovato il rimedio! Perché non possiamo provare anche noi a trovare questo rimedio? “Ti basta la mia Grazia, la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Co.12: 8).

Qui Paolo sente continuamente la difficoltà della predicazione, e la sua povertà di portarla a termine e non riusciva a capacitarsi, né rassegnarsi, invece Cristo gli vuol fare capire di non chiedere di togliere le difficoltà, piuttosto chieda l’aiuto suo affinché le possa vincere. Paolo si vanti pure delle sue debolezze, sicuramente sarà vincitore. In questo caso si mette in evidenza la potenza salvatrice di Dio. Quello che Cristo ha detto a Paolo lo dice anche a noi oggi: “Venite a me voi tutti che siete afficati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime; il mio giogo infatti é dolce e il mio carico leggero”.(Mt.11: 28-30).

Ecco le condizioni per poter essere discepoli di Cristo. Ecco la potenza di Dio, che trionfa con l’umiltà di cuore e nell’amore mostrato da Cristo sulla nostra povertà, sull’alterigia, sulla superbia di voler fare da soli, come se noi avessimo fatto il mondo. Nel vivere sempre nella speranza di un mondo nuovo, in quell’amore universale che fa di noi realmente figli di Dio, che ci chiama giorno per giorno ha costruire insieme al Figlio suo questo mondo non chiudiamoci nel nostro egoismo, ma apriamoci agli altri con confidenza e speranza di migliorare e certamente la sua grazia trionferà. Volesse il cielo che veramente potessimo entrare in questa logica, tutta sua! Allora si che lo scongiureremmo di restare con noi di parlarci per sentire la gioia della sua presenza, che ci fa unire tutti come fratelli a lodarlo in una sola voce, con la speranza di continuare poi in quel regno che ha preparato per noi.


Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:12

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