Domenica III di Avvento

Pubblicato in Domenica Missionaria
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La gioia cristiana


Sof 3,14-18a;
Fil 4,4-7;
Lc 3,10-18

“Poiché il popolo era in attesa...” c’era tanta attesa nel popolo, tanto che anche storici pagani ne parlarono come Tacito e Svetonio; e la gente si domandava se non fosse Giovanni il Messia. Ma egli diceva che “viene uno più forte di me, di cui io non son degno di sciogliere i legacci dei sandali”, un giorno dirà “egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30).

“Io vi battezzo con acqua, ma costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” in sostanza Giovanni vuol dire che l’attività del Messia sarà un immergere nella realtà dello Spirito, cioè nel mondo di Dio. È lo spirito che rinnova la faccia della terra (Sal 103,30).

A Pentecoste sarà inaugurato il sacramento del Battesimo con la discesa dello Spirito in forma di fuoco. Se vogliamo riassumere l’opera di Gesù anche noi dobbiamo dire: Egli è colui che battezza in Spirito Santo.

“Egli ha in mano il ventilabro...” paragona il Cristo imminente ad un contadino che separa il grano dalla pula. Purificherà il mondo da tutto il male: non sono i peccatori dunque che devono temere la venuta del Cristo, ma il male del quale è annunciata la distruzione; i peccatori devono solo rallegrarsi perché per loro è giunta la liberazione dal male che li tiene schiavi “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).

E l’attesa si concretizzava nella domanda: che cosa dobbiamo fare? Anche a Pentecoste dopo il discorso di Pietro, gli ascoltatori, trafitti nel cuore, gli chiedono “che cosa dobbiamo fare fratelli?” (At 2,37).

Anche il carceriere che constata la liberazione miracolosa di Paolo e Sila domanda “signori che cosa devo fare per essere salvato?” (At 16,30). Così Paolo dopo l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco: “che devo fare Signore?” (At 22,10).

Secondo l’evangelista Luca la predicazione di Giovanni ha un intento preciso: ricordare che la salvezza è destinata a tutti in qualunque stato di vita; l’importante è la ricerca sincera della volontà di Dio e la solidarietà tra gli uomini. “Non il mestiere guasta l’uomo, ma l’uomo senza Dio guasta il mestiere” (Rengstorf) – “Noialtri gente della strada crediamo con tutte le nostre forze che questa strada dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità” (Maddalena Delbrél).

Giovanni ha chiesto alla gente che accorreva al suo battesimo “frutti degni della conversione” (Lc 3,8); e ora Luca introduce un testo dove c’è il dialogo tra il Battista e diversi interlocutori: le folle, i pubblicani e i soldati; la carità è il criterio che ispira i vari consigli offerti dal Battista: il cammino verso Dio passa obbligatoriamente attraverso il prossimo; il cristiano deve essere come una corolla di fiori sempre aperta ai richiami del calore e della bontà. Amare Dio significa averlo come il riferimento del desiderio, della nostalgia, dello sguardo del cuore; amare il prossimo significa che nessuno intorno a noi deve sentirsi forestiero, orfano, debole, indigente, solo (Cesare Massa).

Il Battista ha davanti il venire di Dio in mezzo agli uomini e la necessità di preparare le strade all’incontro con Lui. Giovanni chiedeva cose che poi Gesù confermerà nel Vangelo: beati i poveri in spirito, beati quelli che hanno sete della giustizia, beati i miti e i misericordiosi.

Il Signore va accolto nella vita normale, non attraverso cose eccezionali; conta la fedeltà nel quotidiano. Il mutamento non è nelle cose e nelle situazioni esteriori, ma si verifica ‘dentro’. “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mic 6,8).

Da Giovanni andavano poveri, ammalati, pubblicani e soldati, tutta gente presa da tribulazione, ed egli annunziava la buona novella che avrebbero incontrato il Signore; era l’anima di tutti coloro che erano in viaggio verso colui che viene; era la voce che trasmetteva la gioia e la speranza dell’imminente apparizione del Signore.

La presenza del Signore in mezzo al suo popolo permette alla comunità di sperimentare la travolgente gioia annunciata dal profeta Sofonia: gioisci figlia di Sion, esulta Israele, rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme – invito simile a quello rivolto dall’angelo Gabriele alla Madonna nell’annunciazione: rallegrati o piena di grazia.

Il motivo della gioia è dato dal fatto che Dio è in maniera costante ‘in mezzo’ ai suoi per aiutarli e salvarli in ogni momento. Tuttavia questo si è verificato precisamente nel mistero dell’incarnazione con la quale davvero Cristo ha posto per sempre “la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14).

San Paolo dice: “rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi”. Quando Paolo scrive la lettera ai Filippesi si trova in prigionia, probabilmente ad Efeso. La situazione non è per niente buona: la salute non l’assiste, la comunità dei Galati non gli resta fedele, i cristiani di Corinto lo contestano e lo rifiutano, le autorità di Efeso lo hanno imprigionato e vorrebbero condannarlo a morte. Eppure la lettera ai Filippesi, nata in un simile contesto, è piena di riferimenti alla gioia e lascia trasparire una profonda serenità. Sembra impossibile vivere un tale atteggiamento in condizioni opposte, e invece è proprio questa la caratteristica strana della gioia cristiana. Essa si manifesta anche nei momenti difficili e nelle prove.

Paolo testimonia con la sua esperienza la grande profondità della gioia cristiana; sperimenta di non essere solo, ma in compagnia del Signore. Paolo alle prese con difficoltà riceve più volte questa parola “non temere, Io sono con te”.

È questo che trasforma tutto ed è questo che aspettiamo a Natale: che il Signore venga in nostro aiuto rimanendo con noi. Ed è precisamente quello che egli ha fatto: “essere con noi”.

“Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti” (san Giovanni Crisostomo).

In un cinema i mercanti gli domandano “perché tu viaggi sempre?”, ed egli “per far tutti partecipi della mia gioia”.

Paolo VI nell’Anno Santo del 1975 ha scritto una enciclica sulla gioia: “la gioia cristiana è la partecipazione spirituale alla gioia insondabile, insieme divina e umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato”.

“La gioia spirituale è necessaria all’anima quanto lo è per il corpo il sangue” (san Francesco d’Assisi).

Chesterton “il gigantesco segreto della vita cristiana è la gioia”.
Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:12
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