Attorno alla Parola - Domenica delle Palme

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{mosimage}Domenica delle palme, domenica di passione impalmata di rosso. Nel sottosuolo della basilica del S. Sepolcro è stata scoperta una lastra di pietra locale, di cm. 85 per 45, inserita in un muro precostantiniano. La pietra porta dipinta a color rosso una nave di 65 cm. Per 31, con una iscrizione a caratteri latini del III – IV secolo: Domine, ivimus, Signore siamo arrivati. In bocca ai pellegrini venuti dalla lontana Roma a venerare il santo sepolcro di Gesù Cristo, quella iscrizione voleva essere una preghiera, un grazie al Signore per la buona traversata dal mar Mediterraneo, per essere giunti sani e salvi, per poter così contemplare i luoghi santi ove si erano compiuti i misteri della salvezza.

Anche noi oggi dopo aver compiuti 39 giorni della traversata quaresimale, vissuta più o meno intensamente ad imitazione di Cristo nella preghiera, nella sofferenza e nell’esercizio della carità fraterna, ci accingiamo a vivere la grande settimana nella contemplazione del mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo.


La liturgia l’ha chiamata settimana santa, la settimana autentica, la settimana tipo, la settimana major, la settimana di passione. Perché la chiamiamo settimana santa, si domanda il Crisostomo? Perché in questa settimana santa si sono verificati per noi dei beni inestimabili: la passione e la morte di Cristo e la nostra redenzione dal peccato. Settimana santa dunque, sette giorni da vivere intensamente come tempi supplementari per recuperare o completare l’impegno dei 39 giorni quaresimali.

Come durante gli ultimi giorni di vita di un familiare vede riunita tutta la famiglia, così tutta la famiglia cristiana ovunque nel mondo si trova attorno a Cristo spirante.

Due elementi visivi hanno caratterizzato la liturgia della processione introitale. Gli ulivi e le palme, quasi un tocco festivo e simbolico che ci hanno fatto rivivere l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. Afferma la liturgia: “Questa assemblea è preludio della Pasqua del Signore”. Accogliamo l’invito di Paolo VI che sulla scia delle due orazioni avverte: “Non lasciamo cadere nella delusione questi rami benedetti, non vanifichiamo il valore del loro simbolo di pace, di concordia, di fraternità”.

Fulcro della settimana santa è la passione del Signore che ci viene presentata nei passio dei quattro evangelisti. In un incontro con François Mauriac, scrittore francese, l’ebreo Elie Wiesel esclama: “Ai cristiani piace parlare della passione di Cristo. Ebbene sappia che nei campi di concentramento conobbi bambini ebrei che hanno sofferto mille volte di più del Cristo sulla croce”. Spontanea l’affermazione di Weisel e logico, specie in questa settimana, interrogarci: è paragonabile la sofferenza di Cristo a tante torture? Cristo ha sofferto? Come? Quanto?

Impossibile scorrere passo per passo una passione durata 24 ore ininterrotte, penetrante ogni risvolto psicologico del dolore, analizzare fibra per fibra e goccia dopo goccia, assistere impassibili per tre ore all’agonia straziante della croce. Ma giunti alla fine vorremmo poter ascoltare con maggior sensibilità la parola di Pilato: “Ecce homo, ecco la sofferenza personificata” ed invocare “Ti prego o Madre santa, siano impresse nel mio cuore le piaghe del tuo figlio. Con te lascia che io pianga il Cristo crocifisso”.

Viva è l’impressione suscitata in me dalla lettura del libro del Dr. Barbet “La passione di Cristo secondo un chirurgo”. Il chirurgo Barbet, dopo anni ed anni di esperienze anatomiche nelle sale operatorie e nelle camere mortuarie, avvalendosi di confronti con il rigor cadavericus delle impronte della sacra sindone, tenta di descrivere il doloroso viaggio attraverso le sofferenze della passione sotto l’aspetto fisico, analizzando tempi e circostanze della passione del Signore Gesù. Martirio che si è protratto per tutta una notte ed un giorno, per 24 ore continuate. La straziante analisi clinica di Barbet, forse meglio di tante riflessioni mistiche o ascetiche, può lasciare una impronta profonda nella nostra mente e soprattutto nel nostro cuore. Scrive lo stesso Barbet: “Sarà viltà, ma ritengo che si debba avere una virtù eroica o non capire, che si debba essere santi o incoscienti per potere, dopo queste crude constatazioni cliniche, seguire serenamente l’itinerario di una via crucis. Quanto a me non lo posso più fare, tanto è il dolore che ne provo”.

Ad analoghe conclusioni ci conduce il libro della Marinelli, studiosa di sindonologia. Si dice che Papa Pio XII, allorché gli fu presentato il libro di queste sofferenze ritratte nella sindone, fu visto impallidire, mentre commosso esclamava: “Ma di tutte queste sofferenze fisiche e psichiche nessuno ne ha mai parlato!”. Parimenti Giovanni Paolo II si esprimeva dopo la visione del film “Passion” di Mel Gibson. Non certo ne hanno parlato gli evangelisti, lontano da ogni enfasi: non ve n’era bisogno perché i primi cristiani avevano continuamente sotto gli occhi gli orrori della flagellazione e della crocifissione, riservate agli schiavi e ai terroristi. Due mila ebrei crocifissi da Varo nell’anno 9 dopo Cristo e nella rivoluzione di Spartaco ben otto mila furono i gladiatori crocifissi lungo la via Appia.

Solo l’uomo prende coscienza della crudezza del dolore fisico. La squisita sensibilità e la perfetta coscienza di Gesù – uomo ne acuisce l’intensità, la divinità lo accentua. Ma come in un susseguirsi di parentesi tonde, quadre, quello che dà valore ad una potenza matematica è la radice, il numero esponenziale, così è per il dolore di Gesù: è necessario, debet, che in Cristo alla radice ci sia un dolore veramente umano, fisico, bestiale. Il dolore di quel corpo realmente ricevuto da Maria e potenziato dalla divinità.

Dio ha voluto dalla Vergine Maria un corpo vero da poter essere inchiodato. Scrive Giovanni: e il Verbo si è fatto carne.
Ultima modifica il Sabato, 07 Febbraio 2015 21:54

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