Kenya: Sport? – Terrorismo? – Business?

Pubblicato in I missionari dicono
I popoli Africani, prima dell’arrivo del “forestiero” e della “conquista territoriale”del Continente, hanno sempre trovato il modo di convivere con gli animali non domestici. Se c’era cibo ed acqua per tutti, esisteva una convivenza pacifica; se il cibo e l’acqua erano scarsi, ci si limitava ad un minimo da condividere assieme; se il cibo e l’acqua erano inesistenti, gli africani si permettevano di uccidere qualche animale non domestico per la sopravvivenza. Lo scrittore Rasna Warah conferma dicendo che “Fino all’arrivo del Bianco, le tribù locali, specialmente i Maasai, hanno sempre vissuto in armonia con gli animali selvatici….

L’unico momento in cui si sentivano in dovere di ucciderne alcuni, era quando essi diventavano un pericolo diretto per la vita degli abitanti, oppure nei momenti di siccità quando, uccidendo un elefante o un bufalo, potevano procurare il cibo per un intero villaggio per alcuni giorni”.


Con l’arrivo e la conquista del “forestiero”, l’animale non domestico diventa la preda della passione sportiva, e del guadagno sfrenato, ricavato dalla vendita di corna o di altre parti del corpo, reclamati dal mercato internazionale. Lo stesso scrittore afferma che “uno era riconosciuto un vero uomo quando aveva ucciso uno di questi animali feroci. I cacciatori facevano a gara per essere fra coloro che avevano ucciso il numero più alto di animali, solo per piacere o per passione sportiva. Per questo, lo sterminio di questi animali è stato uno dei peccati più gravi della conquista dell’Africa”. I Sudafricani sono stati forse i più accaniti distruttori, sia nel loro territorio, che nel territorio dei paesi limitrofi; gli Inglesi e gli alleati Europei seguono a ruota nelle loro colonie e protettorati; gli Australiani e i ricchi di altri paesi, fra cui i Mussulmani degli Emirati che cacciano nella riserva Tanzaniana di Loliondo, si affiliano ai “colonizzatori” per accelerare lo sterminio di queste creature viventi.

Negli anni 60 e 70 molti degli stati Africani diventano indipendenti; e la situazione cambia un poco. Alcuni (circa 30) approvano leggi che proibiscono la caccia di questi animali, mentre 22 lasciano via libera alla caccia; altri limitano la caccia solo a certi luoghi e in certi tempi prefissi. Fra tutti i paesi Africani, il Kenya è stato uno degli stati più determinati nel promuovere la salvaguardia di questo capitale inestimabile dell’umanità. Infatti nel 1970 il Parlamento emanò una legge che proibiva la caccia degli animali, e promuoveva la loro protezione nel territorio. Legge violata più che in altri stati ove tale legge non è mai esistita, e in alcuni casi cambiata per motivi di guadagno. Ciò non significa che in Kenya questi animali siano stati rispettati, che le gente abbia obbedito alla legge che proibisce la caccia: anzi è vero il contrario. Ricordo che quando arrivai in Kenya nel 1959, ai lati delle strade, specie quelle che portavano al Nord, si potevano leggere moniti come il seguente:”Beware, wild animals crossing” (Attenzione, animali non domestici attraversano la strada). E questi moniti si possono ancora leggere sulle stesse strade: ma animali che le attraversano sono rari ed ora scompaiono anche nelle riserve preparate per loro dal Governo.

Ultimamente le richieste di abrogare la legge, o ridurla ai suoi minimi termini, si sono moltiplicate, e una pressione enorme sul governo è stata lanciata da molte parti del mondo, e da associazioni ricche e potenti. Gli incaricati di queste associazioni e gruppi, si sono uniti nei loro sforzi per ottenere questo cambio, ed ultimamente hanno stabilito un gruppo di persone che facesse ricerche sui “pro” e i “contro” di un cambiamento di rotta. Ovviamente il report delle loro ricerche ha stabilito che un cambio della legge è indispensabile per aumentare il turismo, non danneggia le specie di animali, anzi le preserva con animali più giovani e forti, e reca meno disastri ai coloni che lavorano la terra, o ai pastori che vivono con il loro gregge. Il Ministro del Turismo, On. Morris Dzoro, rispose che lui “non sapeva nulla di questa iniziativa, e che al presente il Governo non aveva nessuna intenzione di cambiare la legge”.

Tutte le associazioni per la difesa dei diritti degli animali, e della loro tutela, hanno levato gli scudi contro questo report, cercando di dimostrare che un cambiamento della legge porterebbe allo sterminio di molte razze di animali già in via di estinzione, ridurrebbe di molto il numero dei turisti per i quali questi animali rimangono una delle ragioni più impellenti per visitare il Kenya, e sarebbe un altro colpo mortale al futuro del paese.

Il gruppo che ha reagito più violentemente alla proposta di riprendere la caccia in Kenya, è stata la Born Free Foundation, il cui Direttore ha affermato con forza che questa passione della caccia è “anti-Africano e regressivo per la vita in Africa. Per me, un animale è un tesoro quando è vivo, è un semplice scheletro quando è morto. Io sono convinto che la caccia e l’uccidere un animale per la cosiddetta passione dello sport, o addirittura per il gusto di uccidere, rimane una tragedia di una psicologia ammalata, e di cui ci saremmo dovuti liberare già da anni”.
Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:29

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